Black holes and revelations?
Alla fine ce l’hanno fatta. Francamente non credevo che ci riuscissero, ma invece sono stato smentito. Umilmente, quindi, chiedo ufficialmente scusa alla nostra savia e lungimirante governance mondiale e mi inchino davanti alla brillante astuzia tramite la quale sono riusciti a risolvere – si badi bene, in un colpo solo – i seguenti problemi che da tempo immemore affiggevano il mondo:
- Sovrapopolazione
- Fame
- Distribuzione della ricchezza
- Guerre, genocidi et simila
- Collasso energetico
- Cambiamenti climatici
- Trovare parcheggio in centro
- L’imbarazzo di non sapere come declinare ad un invito per – ad esempio – il 20 settembre
- Possibili malanni dovuti all’aver ingerito un’insalata di riso preparata dieci giorni fa
Tutto questo, ovviamente, solo se questi esagitati, alla fine, avessero ragione (beh, visto quello che potrebbe succedere il 10 di settembre, il titolo dell’ultimo disco dei Muse ci sta proprio bene…). In tal caso, sarebbe indubbiamente l’ora di correre in banca ed aprire un mutuo esagerato (tranquilli, i soldi ve li incomincio a restituire… da ottobre!) e poi investire quei soldi in qualcosa che, almeno per questi ultimi giorni di vita della Terra, riesca a dare un vero senso a questo barlume di esistenza che ci rimane da vivere (io pensavo ad una petroliera di LSD da iniettarsi direttamente in vena, ma anche il nano pelato ed il suo branco di fascisti a lavorare in miniera potrebbe essere un’idea simpatica).
cazzate senza ritegno, fine del mondo, big bang
Edit
Ovvero, aggiornamenti ai due ultimi post…
Passaggi. Ieri sera alla fine, per il compleanno di mio padre, siamo andati al ristorante cinese/tailandese/giapponese Yuan (probabilmente il migliore di Genova, si mangia proprio molto bene, non è il solito cinese untissimo). La serata è stata molto bella, dopo siamo pure andati in piazza delle Erbe per un gelato! Ma non è di questo che volevo parlare. Perché ieri sera ho avuto la dimostrazione che la maggior parte dei miei amici sono dei beoni improponibili (e sia detto con il massimo della stima – ma forse qualche indizio c’era…). Come si spiega infatti che il conto delle nostre cene sia inevitabilmente superiore a quello di una cena normale? Ieri sera – prendendo antipasto, primo, secondo, da bere: come dire, roba da riempirsi lo stomaco tranquillamente – abbiamo speso una media di 15 € a testa. Nello stesso posto c’ho mangiato con i miei amici ed il conto era decisamente più elevato (mi sembra qualcosa simile a 35). Come mai? Beh, aggiungeteci:
- Più cibo a casaccio (ok, avevamo preso anche della roba giapponese)
- Dolce (vabbè)
- Vino a profusione
- Innumerevoli giri di ammazzacaffè
ed ecco spiegato l’arcano. Ed ho portato questo raffronto solo per fare un esempio. E’ incredibile come dopo il nostro passaggio il tavolo si presenti come una landa desolata di cadaveri di piatti, bottiglie e bicchieri.
Easy writing. Ieri sera, inoltre, finita la cena + gelato, ho trovato pure il tempo di recarmi a casa di amici, dove si stava svolgendo una cena. Al mio ingresso, ovviamente, la scena che mi si parava davanti era il paesaggio da landa desolata descritta prima. Inspirato da un simpatico qui pro quod del quale sono stato accusato, ho deciso di cimentarmi anch’io nella letteratura per la primissima infanzia. Ecco il mio testo:
Prima illustrazione: “Questo non è il mio bicchiere. Contiene della cazzo di acqua.”
Seconda illustrazione: “Questo non è il mio bicchiere. E’ troppo piccolo.”
Terza illustrazione: “Questo non è il mio bicchiere. Dentro ci sono delle sigarette spente (non della mia marca).”
Quarta illustrazione: “Questo non è il mio bicchiere. I soft drink sono per dilettanti.”
Quinta illustrazione: “Eccolo il mio bicchiere! Si sta squagliando perché c’è del grog!”
Ovviamente servirebbe anche un illustratore, in modo da poter concretizzare questa brillante opera di alta pedagogia.
edit, cazzate senza ritegno, amici, alcolismo, amici alcolisti
Passaggi
Mercoledì Agosto 06th 2008, 15:45
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Personale
Non so quanti di voi sappiano con esattezza quando sono “diventati grandi” (uhm… detta così sembra tutt’altro concetto… intendo “sentirsi” grande, avere la percezione netta di essere una persona adulta, a tutti gli effetti parte di un mondo di adulti). Probabile che per molti sia stato il primo giorno di lavoro [è finita la pacchia (sempre che ci sia stata…) dello studente più o meno mantenuto! Adesso si deve lavorare!]. Questo non è sicuramente il mio caso perché – essendo rimasto in ambiente universitario (ripetizioni e lavoretti saltuari non contano…) – ho subito in maniera decisamente più attenuata il “trauma” di questa discontinuità. Invece credo proprio che per me questo sia accaduto il 21 dicembre del 2007, direi intorno all’una e mezza del pomeriggio.
Era un venerdì, l’ultimo giorno di lavoro prima delle vacanze. Con i stimati colleghi dell’“Engineering Cambusa” s’era deciso di pranzare presso la trattoria “Vegia Terralba”, un’onesta e ruspante (i piatti sono tutti di “cucina casalinga”) tavola calda a Terralba dove con 10 € ci si può guadagnare un’allegra inadeguatezza al lavoro della durata di due ore a base di primo, secondo,contorno, dolce, caffè, ammazza caffè (carico), vino/birra. Eravamo i cazzoni soliti [quelli – per intenderci – che vorrebbero scrivere un articolo sotto falso nome su di un motorino a ruote dodecagonali (così si risparmia sul cavalletto!) per vedere cosa rispondono i revisori…], forse pure un po’ di più per il clima di festa ed i bicchieri inevitabilmente sempre troppo vuoti, però eravamo anche i “colleghi di lavoro” che “pranzano insieme”. Io – quel tizio fissato con la musica, grafomane ed un po’ pirla, assolutamente restio a qualsivoglia assunzione di responsabilità – ero con i “colleghi di lavoro” a “pranzare insieme”. Proprio nello stesso posto dove andava anche mio padre, esattamente venti (e passa) anni fa, quando lavorava alla biblioteca De’ Amicis (che al tempo era a Villa Imperiale). Il vetro di una finestra rifletteva l’immagine mia e dei miei “colleghi”. Ho immaginato di vederci mio padre ed i suoi colleghi. Ridere, mangiare, scherzare, dire cazzate come cose serie. E per la prima volta mi sono sentito veramente grande.
Oggi mio padre compie 61 anni, ed è in pensione. Io invece, come al solito, non ho idee per il regalo. Boh, ora che ci penso, potremmo festeggiarlo andando a mangiare fuori. Però servirebbe un posticino a modo, adeguato per l’occasione… un posto da grandi, insomma… Uhm, credo di conoscere il locale adatto…
Edit che non c’entra granchè qui
papà, compleanno, trattoria
Easy writing
Volete pubblicare un libro ma ritenete di non possedere una capacità di scrittura adeguata? Il problema è presto risolto! Cimentatevi nella letteratura per la primissima infanzia (2 anni). Il risultato è a prova di idiota. L’ho scoperto un’oretta fa, perché mia sorella mi ha mostrato il libro che ha comprato per suo figlio Pietro [tralasciamo per un secondo il fatto che il povero bambino in questione ha solo 8 mesi e l’utilizzo principe di questo libro è quello di essere sbattachiato a casaccio (mia sorella – in un eccesso di mammite veramente commovente – dice che “lo sfoglia”. Certo. Ed i segni dei rigurgiti sono le sottolineature della parole nuove imparate…)]. Tale libro si intitola “Dov’è il mio gattino?”, è edito nella collana “Carezzalibri” della Usborne ed è opera di Fiona Watt (testo) e Rachel Wells (illustrazioni), per la traduzione di Giovanna Iannaco. La cosa incredibile è che – ovviamente – è composto da un numero risibile di pagine (10…) per un totale di 5 illustrazioni (articolate su due pagine). Il testo è questo (‘fanculo al copyright!):
Prima illustrazione: “Questo non è il mio gattino. Ha la lingua troppo rasposa.”
Seconda illustrazione: “Questo non è il mio gattino. Ha il naso troppo liscio.”
Terza illustrazione: “Questo non è il mio gattino. Ha la medaglina troppo lucida.”
Quarta illustrazione: “Questo non è il mio gattino. Ha le zampe troppo ruvisa.”
Quinta illustrazione: “Eccolo il mio gattino! Il suo pancino è così soffice!”
Il costo? 8 €. Circa come un’edizione economica della Feltrinelli. 8 € per 10 (abbondiamo, che tra una e l’altra c’è un punto…) frasi… facciamo (visto che il libro è a quattro mani) 40 centesimi a frase per l’autore del testo (mi rifiuto di pensare che ci sia la necessità di un traduttore…). Che dire: con la mia logorrea sarei già miliardario…
Edit qui
letteratura per l’infanzia, cazzate senza ritegno
G8
Il 20 di luglio scorso ero in piazza. C’ero anche nel 2001 e da sette anni non vedo come non andarci. Ogni anno che passa sopporto sempre di meno i discorsi saturi di retorica degli organizzatori e di molti dei presenti, però proprio non me la sento di starmene a casa. Perché credo che quello che è successo al G8 di Genova debba essere sempre tenuto bene nella memoria. Io sono uno di quei fortunati ai quali non è stato torto un capello, ma non per questo posso dimenticare di come tante altre persone siano state picchiate ed umiliate fino a dei livelli impensabili (come se esistessero dei livelli “pensabili”…) per una sedicente democrazia occidentale. Il problema è che, allontanandosi nel tempo, i fatti del G8 genovese hanno perso attrattiva mediatica, almeno per una buona maggioranza delle persone. Quante persone stanno realmente seguendo i processi, l’andamento dei dibattimenti? Io stesso che ne sto scrivendo in questo momento non credo di avere chiarissima la situazione. Credo che forse sia addirittura fisiologico: un’indignazione segue l’altra, offuscando però un po’ la precedente. E sappiamo bene quante cose siano successe – in questi anni – ben degne di muovere la nostra indignazione.
Quello che provo in questo periodo è uno sconforto molto radicato. Perché – confrontando i verdetti per i torturatori di Bolzaneto ed i 25 manifestanti fermati – mi viene da pensare (scusate la retorica neo luddista) che la vita di una persona, la sua dignità di essere umano conti meno di una cazzo di vetrina di merda. “Welcome to the cruel world”, mi potrebbe dire Ben Harper. Come se avessi bisogno delle sue note blues per ricordarmelo. Però, non so voi, per quanto sia necessario fare il callo alle storture del mondo se non si vuole impazzire, ma a me questa cosa fa scappare di testa (mi piace contraddirmi nel giro di nove parole). Se infatti domani mattina una persona desse fuoco ad una banca perché nauseata da tutto questo, io lo capirei. Non lo farei mai, ma lo capirei. Ho solidissime motivazioni che mi impediscono di approvare un comportamento simile, sia di natura personale (penso – giusto o sbagliato che sia – che non sia “giusto” arrecare intenzionalmente danni a chicchessia) che meramente tattiche (“spaccare tutto” non è una mossa lungimirante). Ma non vi è mai capitato di voler urlare, urlare così forte da perdere il fiato, concentrare tutta la rabbia nei polmoni per poi scaricarla nell’aria? Senza stare a pensare a categorie astratte come “giusto” e “sbagliato”. E farlo con violenza, tanta violenza. Un gesto inutile, certo, nulla di più di una valvola di sfogo. Ma senza valvole di sfogo, i recipienti chiusi prima o poi esplodono.
Io non voglio vedere nessuno “marcire in carcere” (per usare una colorita espressione da film di infima serie). L’idea stessa di carcere non mi ha mai convinto più di tanto. Io vorrei soltanto che le cose successe a Bolzaneto (così come alla Diaz o durante i cortei) venissero ricordate in maniera ufficiale per quel che sono state: delle mattanze più o meno autorizzate (le linee di comando…), dove le forze dell’ordine (non tutti, certo, ma nemmeno poche “mele marce” come è stato detto da più parti) si sono comportate in maniera ignobile, manganellando a sangue gente inerme, umiliando brutalmente i fermati e – per quel che mi riguarda, vera chiave di volta dei fatti del G8 che smaschera l’intrinseca premeditazione dell’operato delle forze dell’ordine – massacrando le persone alloggiate alla Diaz, producendo inoltre prove false. Perché chi non ha memoria non futuro.
G8, Genova, 20 luglio, Bolzaneto, scuola Diaz, processi
DGM - Detersivi Geneticamente Modificati
L’odore del detersivo per i piatti all’aceto che ho in casa mi ricorda quello di uno shampoo alla mela verde che usavo circa ad otto anni. E’ grave? Devo allertare il ministero dell’agricoltura? O devo scomodare Freud?
Ah, prima che a qualcuno venga il dubbio: in questo lasso di tempo non mi sono bruciato l’olfatto annusando trielina…
OGM, detersivo per i piatti, shampoo alla mela verde, olfatto sputtanato
Il concerto più bello della mia vita
“Se dovessi cadere nel profondo dell’inferno
dentro un fiume nero come l’inchiostro
rotolare perduto tra i sacchi di immondizia
in un baratro senza ritorno
se dovessi sparire nei meandri della terra
e non vedere più la luce del giorno
ma è sempre e soltanto la stessa vecchia storia
e nessuno lo capirà…”
Morte di un Poeta – Modena City Ramblers
Esattamente dieci anni fa (il 14 luglio 1998) ho assistito al concerto più bello che io abbia mai visto. Chi mi conosce non faticherà ad immaginare chi fosse il gruppo ad esibirsi quella sera. Ovviamente, i Modena city ramblers. Sicuramente – a livello oggettivo – questo non è vero: nel tempo ho infatti avuto modo di vedere (tanto per vantarmi un po’, eh…) artisti del calibro di B.B. King, Bob Dylan, Roger Waters, Smashing Pumpkins (ahhhh! Il concerto di Genova!), Police, Ben Harper, Muse, tutta gente che i miei adorati Modena se li mangia tranquillamente a colazione. Ma – come si sarà facilmente capito – qui l’oggettivo non c’entra proprio un beneamato cazzo… e comunque, come non restare per sempre segnati da un concerto incominciato con “Contessa” e finito con “Bella ciao”?
Quello è stato il mio secondo concerto dei delinqueint ed Modna: dal primo – una vera e propria folgorazione per il mio modo di intendere la musica – erano passati alcuni mesi ed un ascolto quasi continuo dei loro dischi (ad allora, tre). Di quella sera ho dei ricordi bellissimi. Ero andato – ovviamente… – con Giulio e Pietro e, visto che il concerto si sarebbe svolto presso il campo sportivo di Recco, ci avevano accompagnato in macchina i miei genitori (non credo di averli mai ringraziati abbastanza…), ai quali comunque la musica dei Modena piace. Il biglietto costava 15.000 lire: “altri tempi”, verrebbe da dire…
La serata era fantastica: fresca come nelle migliori estati, il clima ideale per due orette di allegra bolgia. I Modena si presentavano in quella che – secondo me – resta la loro migliore formazione. Meno polistrumentismi (uno degli elementi che – comunque – in questi ultimi anni li ha un po’ “salvati”) e meno manuchaoite, più combat folk e più baraca. Degli attuali “reduci”, infatti, Massimo Ghiacci alternava il basso elettrico e quello acustico (bellissimo!), Franco D’Aniello si occupava solo dei tin whistle e dei flauto traverso, Roberto Zeno stava sempre alla batteria o allo djambè e Francesco Moneti suonava il violino e (in alcune canzoni) la chitarra elettrica; Kaba Cavazzuti, invece, era ancora dietro al mixer (adesso è batterista, percussionista, chitarrista acustico). Poi c’era Cisco Bellotti alla voce, il poeta Giovanni Rubbiani (quanto mi mancano i suoi testi…) alla chitarra acustica ed all’armonica, Alberto Cottica alla fisarmonica ed il “maestro” Massimo Giuntini alle prese con bouzouki, banjo e uileann pipe. Le canzoni si dividevano essenzialmente solo in due tipi: quelle veloci (e cazzo se erano veloci!) ed i lenti [è divertente notare come brani che allora erano dei “lenti” (“Ahmed l’ambulante”, “In un giorno di pioggia”), quando riproposti adesso fanno venir giù tutto…].
Di quel concerto mi ricordo molte cose. Dopo l’inizio con “Contessa” sono sicuro che ci fu “Il ritorno di Paddy Garcia”, “Grande famiglia” e “Remedios la bella”, seguita probabilmente da “Macondo express”. “Clan banlieue” come ultima canzone prima dei bis, incominciati con “Canzone dalla fine del mondo”. Le altre canzoni proposte furono: “In un giorno di pioggia”, “Morte di un poeta, “I funerali di Berlinguer”, “Ahmed l’ambulante”, “Ninnananna”, “Al dievel”, “La banda del sogno interrotto”, “La locomotiva”, “La strada”, “Il Ballo di Aureliano”, “Radio Tindouf”, “Marcia balcanica”, “Danza infernale”, “Transamerika”, “Qualche splendido giorno”, “Cent’anni di solitudine”. Mi ricordo il pogo infernale ma allegro, l’odore d’erba (del campo di calcio!) e sudore mischiato con quelle melodie dolci e potenti, avvolgenti e travolgenti, per le quali è proprio difficile stare fermi. Quel concerto è stato una sorta di concentrato degli aspetti che ho sempre preferito della loro musica, quel essere spensierata ed al contempo seria.
Io non so precisamente perché ho un ricordo così bello di quel concerto. Però sono contento di averlo, questo ricordo. E’ resistito a dieci anni di concerti, e chi mi conosce sa che non sono stati certamente pochi. Forse, per resistere, ha pure barato approfittando dello (speriamo…) miglioramento dell’orecchio (dai, in dieci anni si spera che uno qualcosina impari…). Però è arrivato fino a qua, in una condizione di quasi odi et amo. Perché da una parte – ormai – ci sono affezionato. Dall’altra – però – mi piacerebbe che venisse “battuto”. Non resta che aspettare il prossimo concerto, quindi…
Modena city ramblers, Recco, concerto, musica, combat folk, patchanka celtica
Keynes reloaded
Una delle scorse sere guardavo un servizio del telegiornale (la più che tipica mitragliata di luoghi comuni per la quale il tg 2 ha fatto scuola) ed ad un certo punto mi è partito un parallelismo a brucia fuoco. Ovvero, la necessità di un nuovo New Deal, questa volta incentrato sulle tematiche energetiche.
Piccola spiegazione introduttiva. Per New Deal (letteralmente, “nuovo patto”) si intende l’insieme di tutte quelle politiche economiche varate dal presidente del Stati Uniti Roosevelt a partire dal 1932 per far risalire il paese dopo la famosa crisi finanziaria del 1929. Sintetizzando al massimo, si basano su di un fortissimo “interventismo” dello stato nell’economia. Detta molto male ed in modo colorito per accentuarne la filosofia: lo stato pagò un sacco di persone “per non fare un cazzo”. Più precisamente vennero investiti una marea di soldi per finanziare lavori pubblici e dare così uno stipendio alla marea di disoccupati del periodo. Come intuizione, ricorda un po’ quella di Ford (non certo il capo dei bolscevichi anti capitalistici, quindi…), che era favorevole all’innalzamento dei salari dei suoi operai perché “Se no, come possono comprare le mie macchine?”. Gli interventi di Roosevelt – basati sulle teorie di John Maynard Keynes – avevano come obbiettivo proprio quello di stimolare la domanda, in modo da far ripartire l’economia. Che poi c’è chi ritenga che gli Stati Uniti siano usciti veramente dalla crisi solo quando sono entrati nella seconda guerra mondiale [leggi: un bel po’ di gente al fronte, industria bellica a manetta (e per fare le armi servono operai, no?) ed austerità patriottica che non gusta…], beh, questo è un altro discorso…
Premesso questo impianto “teorico”, io mi chiedo se non sarebbe il caso di fare una cosa del genere anche per le questioni energetiche. Ovvero, la situazione in materia sembra decisamente problematica, soprattutto in chiave futura (la benzina costa troppo, è vero. Però non mi sembra che ci sia stata questa inversione di tendenza così marcata. Quanta gente avete sentito dire: “Da oggi per andare in ufficio non prendo più la macchina/scooter ma l’autobus/vado a piedi?”? Significa – banalmente – che la benzina a 1,50 € al litro NON è tanto…). Quindi, perché non si fanno fioccare “quasi a casaccio” (questa è ovviamente un’esagerazione) investimenti sulle nuove tecnologie? Perché le politiche “reali” (a breve termine) si fanno – giustamente – con quello che si ha a disposizione in quel momento, e se sul mercato – nel senso anche di “accessibile” – c’è sempre la solita roba, con quella bisogna lavorare (quanta gente ha comprato la Prius, ad occhio e croce l’unica automobile realmente poco energivora?).
Boh, magari sono stronzate. E magari prima di scrivere avrei dovuto recuperare un po’ di sonno arretrato. Però, perché sprecare un’occasione per fare il polemico con pseudo citazione colta?
Roosevelt, new deal, John Maynard Keynes, energia
Concerto Rage against the machine
Martedì Giugno 17th 2008, 10:50
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Musica
“… fist in the air in the land of hypocrisy…”
Wake up – Rage against the machine
Mettiamo in chiaro alcuni punti:
• i Rage against the machine sono uno dei miei gruppi preferiti in assoluto (tra i primi cinque)
• Tom Morello è il mio chitarrista preferito e lo considero un genio incontrastato
• non avendoli mai visti dal vivo (nemmeno nella “spuria” versione Audioslave, che pure mi piaceva parecchio), le mie aspettative per questo concerto erano decisamente alte
Fatta questa premessa – indispensabile per mettere d’avviso l’eventuale casuale lettore sulle possibili distorsioni dovute ai miei gusti personali – posso incominciare a raccontare qualcosa sul concerto vero e proprio (ah, i Linea 77 non sono riusciti a vederli, mentre i Gallows erano abbastanza inguardabili). Dire di dividere gli aspetti negativi da quelli positivi.
Di aspetti negativi ce ne sono stati una marea, incominciando da quelli di tipo più sistemico per arrivare a lacune vere e proprio nell’esibizione del quartetto losangelino. Innanzi tutto c’era una quantità di sfattoni molesti veramente imbarazzante che ha guastato non poco la fruizione dello spettacolo. Non so più indietro, ma dal mixer in avanti – anche ben prima che incominciasse il concerto – c’è stato un continuo ondeggiare di spinte (francamente inutile) fomentato da questi discutibili personaggi conciati veramente male (capiamoci: uno si può sfasciare un po’ come vuole, ci mancherebbe… ma visti i 36 euro del biglietto, non so quanto sia stata un’idea geniale…). Per tutto il concerto, inoltre, il pogo è stato massacrante (erano anni che non tornavo a casa con dei lividi…). Ma non lo definirei nemmeno pogo (a pogare – tempo fa – mi son sempre divertito un modo…), visto che è stato più un macello di dimensioni apocalittiche. Mi rendo conto che, forse, chiedere la compostezza di un concerto teatrale ad un concerto dei Rage against the machine è un po’ troppo, però la prima parte del concerto non me la sono goduta per nulla, troppo impegnato com’ero a reggermi in piedi. Boh, quando si ha davanti un gruppo così bravo – fermo restando l’incredibile carica che la loro musica trasmette, per la quale è assolutamente impossibile restare fermi – mi sembra veramente sprecato tutto quel bordello. Passando a considerazioni più tecniche c’è da dire che, nonostante i suoni fossero tutto sommato più che buoni, quello del basso mi è sembrato lievemente penalizzato [sia come volume (intendiamoci: si sentiva eccome, ma nella musica dei RATM il basso è molto più di uno strumento ritmico) che come resa globale]: peccato perché sono un grande ammiratore delle scelte sonore del bassista Tim Commerford ed avrei gradito sentire il suo strumento valorizzato al cento per cento. E per finire le due note più dolenti: hanno suonato pochissimo (quindici pezzi e mezzo per poco più di un’ora e mezza lorda di concerto… ma stiamo scherzando?) ed il concerto mi ha lasciato pochissimo (le mie aspettative, come detto, erano anche abnormi. Inoltre, vale sempre quanto già spiegato qui). Il fatto dei pochi pezzi credo sia uno scandalo inaudito, veramente vergognoso. E’ vero che un’esibizione si valuta non sulla quantità ma sulla qualità (pure altissima, in questo caso), però mi è sembrato veramente un insulto. Il concerto è stato infatti una sorta di “greatest hits” senza particolari sorprese, quasi un juke box, magari pure di ottima fattura, ma sempre un juke box. Svolto il compitino al minimo sindacale, tutti a casa, con buona pace di chi si aspettava, da un gruppo così rivoluzionario, un rispetto per il pubblico (accorso in massa, tra l’altro) un po’ maggiore. Cazzo, i Pearl Jam (un gruppo per molti versi – vedi l’impegno sociale – accomunabile con i RATM) non li butti giù dal palco nemmeno a cannonate e fanno scalette da trenta (30!) pezzi (due ore e mezza), tra l’altro cambiandole in maniera radicale ad ogni concerto. ‘Sti qua è un anno che girano (per festival: speravo che per un concerto solista si sbattessero un po’ di più) con la stessa scarna scaletta, variando solo l’ordine dei pezzi. Eppure dischi ne hanno fatti quattro (tre di inediti ed uno, di cover, pure molto bello). Che dire? Shame on you! Shame on you! Shame on you!
Passiamo agli aspetti positivi. Anzi, all’unico aspetto positivo. Unico, si. Però gigantesco. Il concerto, infatti, è stato strepitoso! Un mix di potenza inaudita, ottima musica ed impegno. I quattro si sono infatti lanciati in un estenuante tour de force, mettendo in scena una vera e propria battaglia sul palco. Capitanato da Zack De la Rocha – il cantante/rapper autore delle infiammate invettive che compongono le liriche del gruppo, un vero folletto padrone del palco – il gruppo losangelino ha infiammato lo stadio Braglia di Modena, assolutamente in delirio per questa reunion storica. Grandi le prestazioni anche degli altri tre, a partire da un Tom Morello particolarmente partecipe (si è lanciato in dei salti assurdi) ed ispirato che si divideva tra macinare granitici riff come il Jimmy Page più tonico e cimentarsi in esperimenti sonici tra i più strabilianti, passando per un Tim Commerford sempre preciso ed impeccabile nell’imbastire solidi ed efficaci giri di basso, fino ad un Brad Wilk al solito potente ma mai vistoso (paradossalmente, la sua performance peggiore è stata durante quella sua specie di assolo).
Il concerto è incominciato alle 22 con un lanciate suono di sirena, ed ecco i nostri arrivare sul palco vestiti come prigionieri di Guantanamo, tuta arancione e testa coperta con un sacco nero. La sirena continua ed i nostri restano impassibili schierati sul palco, fino a quando non vengono forniti loro gli strumenti. Ancora incappucciati (resteranno così per tutta la prima canzone), attaccano le prime note di “Bombtrack” e lo stadio scoppia in un’ovazione per poi saltare letteralmente in aria (giuro, mai visto un casino del genere) appena il pezzo “esplode”. Incredibile. Finisce il brano e posano gli strumenti, creando tra l’altro un riverbero loro marchio di fabbrica, per levarsi cappuccio e tuta con in sottofondo l’Internazionale. Poi è la volta di “Bulls on parade”, con Tom Morello ad esibirsi nel suo classico scratch, “People of the sun”, “Testify”, “Know your enemy”, “Bullet in the head”, “Down rodeo”, “Renegades of funk”, “Born of a broken man”, “Guerilla radio”, “Calm like a bomb”, “Sleep now in the fire”, trascinante e con un assolo (?) di batteria e la conclusiva “Wake up”, incredibilmente devastante, ancor di più nel finale dopo che Zack De La Rocha ha terminato un suo discorso sull’amministrazione Bush. Il gruppo esce per poi tornare con “Freedom”, il segmento finale di “Township rebellion” e la conclusiva “Killing in the name”, uno schiacciasassi massacrante. (Nota polemica: alle 23:38, tutto è già finito).
Che altro aggiungere? Beh, ribadire che almeno 20/24 canzoni in tutto le avrebbero potute fare… Quali altre? Beh, ad esempio qualcuna a caso tra: “Take the power back”, “Vietnow”, “Snakecharmer”, “Tire me”, “No shelter”, “Maria”, “Ashes in a fall”, “War within a breath”, “Beautiful world”, “I’m housin’”, “The ghost of Tom Joad”, “Street fighting man”, “Maggie’s farm”. E speriamo che sfornino presto un nuovo disco, perchè mi sembrano particolarmente carichi.
Rage against the machine, Zack De La Rocha, Tom Morello, Tim Commerford, Brad Wilk, concerto, Modena, stadio Braglia, reunion, crossover, musica
Pensierini
Cinque pensierini veloci veloci.
Fare il dottorato di ricerca è molto interessante, ma a volte penso di essere trattato pure troppo bene. Pensate che la mia più grande preoccupazione, per i prossimi mesi, è che a luglio dovrò seguire un corso di 24 ore (che pure mi interessa, visto che l’ho scelto io!) suddiviso in dodici lezioni da due ore, undici delle quali con orario 9-11. E l’idea di dover essere lì a certe ore antelucane mi devasta (lavoratori veri di tutto il mondo, unitevi. Per odiarmi).
Oggi dovrebbero finire di dare il bianco in casa mia. Nei giorni scorsi hanno dato il bianco alla mia stanza e – per ragioni che non vi starò a spiegare, ma che mi hanno fatto particolarmente girare i coglioni – ho dovuto contestualmente mettere a posto un mio armadio contenente, in buona sostanza, i miei giochi di quand’ero bambino. Sono due giorni che ho una scimmia che non vi dico di fare qualche partita con dei giochi da tavolo… e finché si tratta di “Bis”, ci potrebbe anche stare, il problema è quando si parla di “Indovina chi?” o “Brivido”*… Sono sicuro che Freud riuscirebbe a trovare qualche nesso psicologico, ma non so se lo voglio sapere…
Oggi c’è la partita della nazionale contro la Romania, e l’Italia si gioca in una partita sola la permanenza nell’Europeo ed in Europa. Sono infatti convinto che – viste le note doti di compostezza e sportività italiche sommate ai recenti strumentalizzati episodi di cronaca – se la squadra allenata da Donadoni fosse eliminata dalla Romania, scoppierebbe una caccia al rumeno/rom (come se fossero la stessa cosa… ma in effetti, perché leggere un libro di storia, quando si ha un capro espiatorio?) delle più selvagge. Mi immagino già le scene: campo nomadi dati alle fiamme al grido di “Era rigore!”, regolarissimi lavoratori “rimpatriati” con treni piombati per decreto legge d’urgenza (contenente, en passant, qualche gabola salva-nano pelato & Co) ed embargo forzato su tutte le merci provenienti dall’infame stato (unico strappo alla regola, per quelle siliconate). Ovvio che l’Unione Europea, a quel punto, dovrebbe sbattere fuori l’Italia dall’Europa (visto che le notifiche di infrazione – o le multe – non sembrano avere grande effetto…). Uffa, è mai possibile che mi tocchi tifare Italia solo perché sono allergico alla vista del sangue?
Devo le mie scuse a Walter Veltroni. Dopo lunghi ed attenti studi ho capito la grandezza del suo progetto politico. Seguitemi in questo fine ragionamento. Il centro-sinistra e la sinistra – presentandosi tra l’altro assolutamente inappetibili pure per i loro elettori – hanno perso malamente le elezioni, lasciando al nano pelato e piduista un’ampia maggioranza. Detta male: potrà fare il cazzo che gli pare. Tra cinque anni, però, dopo una legislatura guidata da una così male assortita compagine che avrà combinato chissà quali casini, l’opposizione sarà compattata e molto più forte. Ma attenzione! Perché se questo è vero, allora è innegabile il fatto che sei gli anni di legislatura di centro-destra fossero dieci, allora l’opposizione sarebbe ancora più forte. Quindi avrebbe senso ri-presentarsi nel 2013 in maniera suicida come alle scorse elezioni politiche, in modo da avere, nel 2018, un vantaggio strategico fondamentale. A questo punto è facile intuire come il ragionamento precedente possa essere iterato fino al raggiungimento del 2048, quando si potranno finalmente raccogliere i frutti della lungimirante politica a lungo termine del compagno Walter. Nel 2048, infatti, scoppierà finalmente la rivoluzione. Onore al merito quindi a chi, dovendo scegliere se dare un governo semi-quasi onesto all’Italia o porre le basi per il trionfo del comunismo, ha saggiamente e coerentemente optato per la seconda ipotesi. Ah, come sono stato stolto a non comprendere subito la tecnica del grande Walter di instancabile ragno comunista tessitore di rossa tela rivoluzionaria…
In Svezia, dopo essere stati cremati, è possibile fare spargere le proprie ceneri dove si vuole. La trovo una cosa fantastica, e non solo per una possibile scenetta come ne “Il grande Lebowski”, ma anche da un punto di vista – diciamo – familiaristico. Pensate, se fate spargere le vostre ceneri in un bosco, potreste in futuro entrare nella casa dei vostri nipoti sotto forma di un mobiletto dell’Ikea.
* In realtà ci sarebbe anche un altro gioco in scatola che ho riesumato, ma non l’ho citato perché vorrei scrivere, a breve, un post dedicato. Chi sa, quindi, taccia.
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