DGM - Detersivi Geneticamente Modificati
Martedì Luglio 15th 2008, 16:13
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L’odore del detersivo per i piatti all’aceto che ho in casa mi ricorda quello di uno shampoo alla mela verde che usavo circa ad otto anni. E’ grave? Devo allertare il ministero dell’agricoltura? O devo scomodare Freud?

Ah, prima che a qualcuno venga il dubbio: in questo lasso di tempo non mi sono bruciato l’olfatto annusando trielina…


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Il concerto più bello della mia vita
Lunedì Luglio 14th 2008, 18:25
Archiviato in: Musica, Personale

“Se dovessi cadere nel profondo dell’inferno
dentro un fiume nero come l’inchiostro
rotolare perduto tra i sacchi di immondizia
in un baratro senza ritorno
se dovessi sparire nei meandri della terra
e non vedere più la luce del giorno
ma è sempre e soltanto la stessa vecchia storia
e nessuno lo capirà…”

Morte di un Poeta – Modena City Ramblers

Esattamente dieci anni fa (il 14 luglio 1998) ho assistito al concerto più bello che io abbia mai visto. Chi mi conosce non faticherà ad immaginare chi fosse il gruppo ad esibirsi quella sera. Ovviamente, i Modena city ramblers. Sicuramente – a livello oggettivo – questo non è vero: nel tempo ho infatti avuto modo di vedere (tanto per vantarmi un po’, eh…) artisti del calibro di B.B. King, Bob Dylan, Roger Waters, Smashing Pumpkins (ahhhh! Il concerto di Genova!), Police, Ben Harper, Muse, tutta gente che i miei adorati Modena se li mangia tranquillamente a colazione. Ma – come si sarà facilmente capito – qui l’oggettivo non c’entra proprio un beneamato cazzo… e comunque, come non restare per sempre segnati da un concerto incominciato con “Contessa” e finito con “Bella ciao”?

Quello è stato il mio secondo concerto dei delinqueint ed Modna: dal primo – una vera e propria folgorazione per il mio modo di intendere la musica – erano passati alcuni mesi ed un ascolto quasi continuo dei loro dischi (ad allora, tre). Di quella sera ho dei ricordi bellissimi. Ero andato – ovviamente… – con Giulio e Pietro e, visto che il concerto si sarebbe svolto presso il campo sportivo di Recco, ci avevano accompagnato in macchina i miei genitori (non credo di averli mai ringraziati abbastanza…), ai quali comunque la musica dei Modena piace. Il biglietto costava 15.000 lire: “altri tempi”, verrebbe da dire…

La serata era fantastica: fresca come nelle migliori estati, il clima ideale per due orette di allegra bolgia. I Modena si presentavano in quella che – secondo me – resta la loro migliore formazione. Meno polistrumentismi (uno degli elementi che – comunque – in questi ultimi anni li ha un po’ “salvati”) e meno manuchaoite, più combat folk e più baraca. Degli attuali “reduci”, infatti, Massimo Ghiacci alternava il basso elettrico e quello acustico (bellissimo!), Franco D’Aniello si occupava solo dei tin whistle e dei flauto traverso, Roberto Zeno stava sempre alla batteria o allo djambè e Francesco Moneti suonava il violino e (in alcune canzoni) la chitarra elettrica; Kaba Cavazzuti, invece, era ancora dietro al mixer (adesso è batterista, percussionista, chitarrista acustico). Poi c’era Cisco Bellotti alla voce, il poeta Giovanni Rubbiani (quanto mi mancano i suoi testi…) alla chitarra acustica ed all’armonica, Alberto Cottica alla fisarmonica ed il “maestro” Massimo Giuntini alle prese con bouzouki, banjo e uileann pipe. Le canzoni si dividevano essenzialmente solo in due tipi: quelle veloci (e cazzo se erano veloci!) ed i lenti [è divertente notare come brani che allora erano dei “lenti” (“Ahmed l’ambulante”, “In un giorno di pioggia”), quando riproposti adesso fanno venir giù tutto…].

Di quel concerto mi ricordo molte cose. Dopo l’inizio con “Contessa” sono sicuro che ci fu “Il ritorno di Paddy Garcia”, “Grande famiglia” e “Remedios la bella”, seguita probabilmente da “Macondo express”. “Clan banlieue” come ultima canzone prima dei bis, incominciati con “Canzone dalla fine del mondo”. Le altre canzoni proposte furono: “In un giorno di pioggia”, “Morte di un poeta, “I funerali di Berlinguer”, “Ahmed l’ambulante”, “Ninnananna”, “Al dievel”, “La banda del sogno interrotto”, “La locomotiva”, “La strada”, “Il Ballo di Aureliano”, “Radio Tindouf”, “Marcia balcanica”, “Danza infernale”, “Transamerika”, “Qualche splendido giorno”, “Cent’anni di solitudine”. Mi ricordo il pogo infernale ma allegro, l’odore d’erba (del campo di calcio!) e sudore mischiato con quelle melodie dolci e potenti, avvolgenti e travolgenti, per le quali è proprio difficile stare fermi. Quel concerto è stato una sorta di concentrato degli aspetti che ho sempre preferito della loro musica, quel essere spensierata ed al contempo seria.

Io non so precisamente perché ho un ricordo così bello di quel concerto. Però sono contento di averlo, questo ricordo. E’ resistito a dieci anni di concerti, e chi mi conosce sa che non sono stati certamente pochi. Forse, per resistere, ha pure barato approfittando dello (speriamo…) miglioramento dell’orecchio (dai, in dieci anni si spera che uno qualcosina impari…). Però è arrivato fino a qua, in una condizione di quasi odi et amo. Perché da una parte – ormai – ci sono affezionato. Dall’altra – però – mi piacerebbe che venisse “battuto”. Non resta che aspettare il prossimo concerto, quindi…


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Keynes reloaded
Venerdì Luglio 11th 2008, 17:14
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Una delle scorse sere guardavo un servizio del telegiornale (la più che tipica mitragliata di luoghi comuni per la quale il tg 2 ha fatto scuola) ed ad un certo punto mi è partito un parallelismo a brucia fuoco. Ovvero, la necessità di un nuovo New Deal, questa volta incentrato sulle tematiche energetiche.

Piccola spiegazione introduttiva. Per New Deal (letteralmente, “nuovo patto”) si intende l’insieme di tutte quelle politiche economiche varate dal presidente del Stati Uniti Roosevelt a partire dal 1932 per far risalire il paese dopo la famosa crisi finanziaria del 1929. Sintetizzando al massimo, si basano su di un fortissimo “interventismo” dello stato nell’economia. Detta molto male ed in modo colorito per accentuarne la filosofia: lo stato pagò un sacco di persone “per non fare un cazzo”. Più precisamente vennero investiti una marea di soldi per finanziare lavori pubblici e dare così uno stipendio alla marea di disoccupati del periodo. Come intuizione, ricorda un po’ quella di Ford (non certo il capo dei bolscevichi anti capitalistici, quindi…), che era favorevole all’innalzamento dei salari dei suoi operai perché “Se no, come possono comprare le mie macchine?”. Gli interventi di Roosevelt – basati sulle teorie di John Maynard Keynes – avevano come obbiettivo proprio quello di stimolare la domanda, in modo da far ripartire l’economia. Che poi c’è chi ritenga che gli Stati Uniti siano usciti veramente dalla crisi solo quando sono entrati nella seconda guerra mondiale [leggi: un bel po’ di gente al fronte, industria bellica a manetta (e per fare le armi servono operai, no?) ed austerità patriottica che non gusta…], beh, questo è un altro discorso…

Premesso questo impianto “teorico”, io mi chiedo se non sarebbe il caso di fare una cosa del genere anche per le questioni energetiche. Ovvero, la situazione in materia sembra decisamente problematica, soprattutto in chiave futura (la benzina costa troppo, è vero. Però non mi sembra che ci sia stata questa inversione di tendenza così marcata. Quanta gente avete sentito dire: “Da oggi per andare in ufficio non prendo più la macchina/scooter ma l’autobus/vado a piedi?”? Significa – banalmente – che la benzina a 1,50 € al litro NON è tanto…). Quindi, perché non si fanno fioccare “quasi a casaccio” (questa è ovviamente un’esagerazione) investimenti sulle nuove tecnologie? Perché le politiche “reali” (a breve termine) si fanno – giustamente – con quello che si ha a disposizione in quel momento, e se sul mercato – nel senso anche di “accessibile” – c’è sempre la solita roba, con quella bisogna lavorare (quanta gente ha comprato la Prius, ad occhio e croce l’unica automobile realmente poco energivora?).

Boh, magari sono stronzate. E magari prima di scrivere avrei dovuto recuperare un po’ di sonno arretrato. Però, perché sprecare un’occasione per fare il polemico con pseudo citazione colta?


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Concerto Rage against the machine
Martedì Giugno 17th 2008, 10:50
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“… fist in the air in the land of hypocrisy…”

Wake up – Rage against the machine

Mettiamo in chiaro alcuni punti:

• i Rage against the machine sono uno dei miei gruppi preferiti in assoluto (tra i primi cinque)
Tom Morello è il mio chitarrista preferito e lo considero un genio incontrastato
• non avendoli mai visti dal vivo (nemmeno nella “spuria” versione Audioslave, che pure mi piaceva parecchio), le mie aspettative per questo concerto erano decisamente alte

Fatta questa premessa – indispensabile per mettere d’avviso l’eventuale casuale lettore sulle possibili distorsioni dovute ai miei gusti personali – posso incominciare a raccontare qualcosa sul concerto vero e proprio (ah, i Linea 77 non sono riusciti a vederli, mentre i Gallows erano abbastanza inguardabili). Dire di dividere gli aspetti negativi da quelli positivi.

Di aspetti negativi ce ne sono stati una marea, incominciando da quelli di tipo più sistemico per arrivare a lacune vere e proprio nell’esibizione del quartetto losangelino. Innanzi tutto c’era una quantità di sfattoni molesti veramente imbarazzante che ha guastato non poco la fruizione dello spettacolo. Non so più indietro, ma dal mixer in avanti – anche ben prima che incominciasse il concerto – c’è stato un continuo ondeggiare di spinte (francamente inutile) fomentato da questi discutibili personaggi conciati veramente male (capiamoci: uno si può sfasciare un po’ come vuole, ci mancherebbe… ma visti i 36 euro del biglietto, non so quanto sia stata un’idea geniale…). Per tutto il concerto, inoltre, il pogo è stato massacrante (erano anni che non tornavo a casa con dei lividi…). Ma non lo definirei nemmeno pogo (a pogare – tempo fa – mi son sempre divertito un modo…), visto che è stato più un macello di dimensioni apocalittiche. Mi rendo conto che, forse, chiedere la compostezza di un concerto teatrale ad un concerto dei Rage against the machine è un po’ troppo, però la prima parte del concerto non me la sono goduta per nulla, troppo impegnato com’ero a reggermi in piedi. Boh, quando si ha davanti un gruppo così bravo – fermo restando l’incredibile carica che la loro musica trasmette, per la quale è assolutamente impossibile restare fermi – mi sembra veramente sprecato tutto quel bordello. Passando a considerazioni più tecniche c’è da dire che, nonostante i suoni fossero tutto sommato più che buoni, quello del basso mi è sembrato lievemente penalizzato [sia come volume (intendiamoci: si sentiva eccome, ma nella musica dei RATM il basso è molto più di uno strumento ritmico) che come resa globale]: peccato perché sono un grande ammiratore delle scelte sonore del bassista Tim Commerford ed avrei gradito sentire il suo strumento valorizzato al cento per cento. E per finire le due note più dolenti: hanno suonato pochissimo (quindici pezzi e mezzo per poco più di un’ora e mezza lorda di concerto… ma stiamo scherzando?) ed il concerto mi ha lasciato pochissimo (le mie aspettative, come detto, erano anche abnormi. Inoltre, vale sempre quanto già spiegato qui). Il fatto dei pochi pezzi credo sia uno scandalo inaudito, veramente vergognoso. E’ vero che un’esibizione si valuta non sulla quantità ma sulla qualità (pure altissima, in questo caso), però mi è sembrato veramente un insulto. Il concerto è stato infatti una sorta di “greatest hits” senza particolari sorprese, quasi un juke box, magari pure di ottima fattura, ma sempre un juke box. Svolto il compitino al minimo sindacale, tutti a casa, con buona pace di chi si aspettava, da un gruppo così rivoluzionario, un rispetto per il pubblico (accorso in massa, tra l’altro) un po’ maggiore. Cazzo, i Pearl Jam (un gruppo per molti versi – vedi l’impegno sociale – accomunabile con i RATM) non li butti giù dal palco nemmeno a cannonate e fanno scalette da trenta (30!) pezzi (due ore e mezza), tra l’altro cambiandole in maniera radicale ad ogni concerto. ‘Sti qua è un anno che girano (per festival: speravo che per un concerto solista si sbattessero un po’ di più) con la stessa scarna scaletta, variando solo l’ordine dei pezzi. Eppure dischi ne hanno fatti quattro (tre di inediti ed uno, di cover, pure molto bello). Che dire? Shame on you! Shame on you! Shame on you!

Passiamo agli aspetti positivi. Anzi, all’unico aspetto positivo. Unico, si. Però gigantesco. Il concerto, infatti, è stato strepitoso! Un mix di potenza inaudita, ottima musica ed impegno. I quattro si sono infatti lanciati in un estenuante tour de force, mettendo in scena una vera e propria battaglia sul palco. Capitanato da Zack De la Rocha – il cantante/rapper autore delle infiammate invettive che compongono le liriche del gruppo, un vero folletto padrone del palco – il gruppo losangelino ha infiammato lo stadio Braglia di Modena, assolutamente in delirio per questa reunion storica. Grandi le prestazioni anche degli altri tre, a partire da un Tom Morello particolarmente partecipe (si è lanciato in dei salti assurdi) ed ispirato che si divideva tra macinare granitici riff come il Jimmy Page più tonico e cimentarsi in esperimenti sonici tra i più strabilianti, passando per un Tim Commerford sempre preciso ed impeccabile nell’imbastire solidi ed efficaci giri di basso, fino ad un Brad Wilk al solito potente ma mai vistoso (paradossalmente, la sua performance peggiore è stata durante quella sua specie di assolo).

Il concerto è incominciato alle 22 con un lanciate suono di sirena, ed ecco i nostri arrivare sul palco vestiti come prigionieri di Guantanamo, tuta arancione e testa coperta con un sacco nero. La sirena continua ed i nostri restano impassibili schierati sul palco, fino a quando non vengono forniti loro gli strumenti. Ancora incappucciati (resteranno così per tutta la prima canzone), attaccano le prime note di “Bombtrack” e lo stadio scoppia in un’ovazione per poi saltare letteralmente in aria (giuro, mai visto un casino del genere) appena il pezzo “esplode”. Incredibile. Finisce il brano e posano gli strumenti, creando tra l’altro un riverbero loro marchio di fabbrica, per levarsi cappuccio e tuta con in sottofondo l’Internazionale. Poi è la volta di “Bulls on parade”, con Tom Morello ad esibirsi nel suo classico scratch, “People of the sun”, “Testify”, “Know your enemy”, “Bullet in the head”, “Down rodeo”, “Renegades of funk”, “Born of a broken man”, “Guerilla radio”, “Calm like a bomb”, “Sleep now in the fire”, trascinante e con un assolo (?) di batteria e la conclusiva “Wake up”, incredibilmente devastante, ancor di più nel finale dopo che Zack De La Rocha ha terminato un suo discorso sull’amministrazione Bush. Il gruppo esce per poi tornare con “Freedom”, il segmento finale di “Township rebellion” e la conclusiva “Killing in the name”, uno schiacciasassi massacrante. (Nota polemica: alle 23:38, tutto è già finito).

Che altro aggiungere? Beh, ribadire che almeno 20/24 canzoni in tutto le avrebbero potute fare… Quali altre? Beh, ad esempio qualcuna a caso tra: “Take the power back”, “Vietnow”, “Snakecharmer”, “Tire me”, “No shelter”, “Maria”, “Ashes in a fall”, “War within a breath”, “Beautiful world”, “I’m housin’”, “The ghost of Tom Joad”, “Street fighting man”, “Maggie’s farm”. E speriamo che sfornino presto un nuovo disco, perchè mi sembrano particolarmente carichi.


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Pensierini
Venerdì Giugno 13th 2008, 11:46
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Cinque pensierini veloci veloci.

Fare il dottorato di ricerca è molto interessante, ma a volte penso di essere trattato pure troppo bene. Pensate che la mia più grande preoccupazione, per i prossimi mesi, è che a luglio dovrò seguire un corso di 24 ore (che pure mi interessa, visto che l’ho scelto io!) suddiviso in dodici lezioni da due ore, undici delle quali con orario 9-11. E l’idea di dover essere lì a certe ore antelucane mi devasta (lavoratori veri di tutto il mondo, unitevi. Per odiarmi).

Oggi dovrebbero finire di dare il bianco in casa mia. Nei giorni scorsi hanno dato il bianco alla mia stanza e – per ragioni che non vi starò a spiegare, ma che mi hanno fatto particolarmente girare i coglioni – ho dovuto contestualmente mettere a posto un mio armadio contenente, in buona sostanza, i miei giochi di quand’ero bambino. Sono due giorni che ho una scimmia che non vi dico di fare qualche partita con dei giochi da tavolo… e finché si tratta di “Bis”, ci potrebbe anche stare, il problema è quando si parla di “Indovina chi?” o “Brivido”*… Sono sicuro che Freud riuscirebbe a trovare qualche nesso psicologico, ma non so se lo voglio sapere…

Oggi c’è la partita della nazionale contro la Romania, e l’Italia si gioca in una partita sola la permanenza nell’Europeo ed in Europa. Sono infatti convinto che – viste le note doti di compostezza e sportività italiche sommate ai recenti strumentalizzati episodi di cronaca – se la squadra allenata da Donadoni fosse eliminata dalla Romania, scoppierebbe una caccia al rumeno/rom (come se fossero la stessa cosa… ma in effetti, perché leggere un libro di storia, quando si ha un capro espiatorio?) delle più selvagge. Mi immagino già le scene: campo nomadi dati alle fiamme al grido di “Era rigore!”, regolarissimi lavoratori “rimpatriati” con treni piombati per decreto legge d’urgenza (contenente, en passant, qualche gabola salva-nano pelato & Co) ed embargo forzato su tutte le merci provenienti dall’infame stato (unico strappo alla regola, per quelle siliconate). Ovvio che l’Unione Europea, a quel punto, dovrebbe sbattere fuori l’Italia dall’Europa (visto che le notifiche di infrazione – o le multe – non sembrano avere grande effetto…). Uffa, è mai possibile che mi tocchi tifare Italia solo perché sono allergico alla vista del sangue?

Devo le mie scuse a Walter Veltroni. Dopo lunghi ed attenti studi ho capito la grandezza del suo progetto politico. Seguitemi in questo fine ragionamento. Il centro-sinistra e la sinistra – presentandosi tra l’altro assolutamente inappetibili pure per i loro elettori – hanno perso malamente le elezioni, lasciando al nano pelato e piduista un’ampia maggioranza. Detta male: potrà fare il cazzo che gli pare. Tra cinque anni, però, dopo una legislatura guidata da una così male assortita compagine che avrà combinato chissà quali casini, l’opposizione sarà compattata e molto più forte. Ma attenzione! Perché se questo è vero, allora è innegabile il fatto che sei gli anni di legislatura di centro-destra fossero dieci, allora l’opposizione sarebbe ancora più forte. Quindi avrebbe senso ri-presentarsi nel 2013 in maniera suicida come alle scorse elezioni politiche, in modo da avere, nel 2018, un vantaggio strategico fondamentale. A questo punto è facile intuire come il ragionamento precedente possa essere iterato fino al raggiungimento del 2048, quando si potranno finalmente raccogliere i frutti della lungimirante politica a lungo termine del compagno Walter. Nel 2048, infatti, scoppierà finalmente la rivoluzione. Onore al merito quindi a chi, dovendo scegliere se dare un governo semi-quasi onesto all’Italia o porre le basi per il trionfo del comunismo, ha saggiamente e coerentemente optato per la seconda ipotesi. Ah, come sono stato stolto a non comprendere subito la tecnica del grande Walter di instancabile ragno comunista tessitore di rossa tela rivoluzionaria…

In Svezia, dopo essere stati cremati, è possibile fare spargere le proprie ceneri dove si vuole. La trovo una cosa fantastica, e non solo per una possibile scenetta come ne “Il grande Lebowski”, ma anche da un punto di vista – diciamo – familiaristico. Pensate, se fate spargere le vostre ceneri in un bosco, potreste in futuro entrare nella casa dei vostri nipoti sotto forma di un mobiletto dell’Ikea.

* In realtà ci sarebbe anche un altro gioco in scatola che ho riesumato, ma non l’ho citato perché vorrei scrivere, a breve, un post dedicato. Chi sa, quindi, taccia.


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Rock Fm
Mercoledì Giugno 04th 2008, 11:17
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E così, alla fine, l’infausto giorno giunse. Sabato 31 maggio, alle 18, radio Rock Fm – l’unica radio dedicata interamente al rock, l’unica radio che riuscissi ad ascoltare – ha cessato di esistere, almeno così come tutti l’hanno conosciuta. Resta una web-radio, mentre le frequenze passeranno (o sono già passate) a Radio 101. Polverizzato l’intero nucleo dei dj. Polverizzata un’intera comunità, orfana dell’unica emittente che trasmettesse la sua musica preferita. Polverizzata l’idea che potesse esistere – seppur di piccola entità – un’alternativa nel modo di intendere il modo di fare radio. Come ho già avuto modo di dire qui, non sono un grande ascoltatore di radio ed anche Rock Fm non l’ascoltavo spesso. La svolta “classic rock” dell’anno scorso, inoltre, mi aveva lasciato più di un dubbio (avrei preferito di gran lunga meno metal o rock anni ottanta e più nuovi suoni o ska/reggae/patchanka…). Ma resto comunque dell’idea che sia stato commesso un torto. Piccolo, insignificante rispetto alle cose serie che si possono leggere tutti i giorni sui quotidiani, ma sempre di un torto si tratta.

In questi mesi pre-chiusura sono state dette molte cose dai dj, a volte pure enfatizzando un po’ la situazione con una visione molto romantica della questione. Si potrebbe storcere il naso – soprattutto se, come me, non certo ascoltatori incalliti – ma dopo tutto era la loro la radio che avrebbero chiuso. Tra le tante parole, credo che quelle più belle – e le più lucide nell’analizzare la situazione – le abbia pronunciate Maurizio Faulisi. Maurizio Faulisi è una delle tante anomalie che frequentavano gli studi di via Locatelli. In una radio rock ad alto tasso hard, conduceva dei seguitissimi programmi sul country/bluegrass/quant’altro (“Country Skyline”, martedì 23-24), sul garage rock (“Garage Land”, mercoledì 23-24 con il Metius) e sul rock’n’roll anni 40/50/60 (“Good rockin’ tonight”, giovedì 23-24). Qui c’è l’audio del suo commento, fatto in occasione della sua ultima puntata di “Good rockin’ tonight”.

Si potrebbero dire tante altre cose. Si potrebbe ad esempio – sbagliando e commettendo il classico errore di lasciare che i proprio gusti e le proprie sensazioni annebbino la realtà e i dati di fatto – scomodare i massimi sistemi e parlare di ingiustizia (che parolone, eh!). Basterebbe pensare ai 18 anni di rockeggiante servizio della radio. Oppure, restando nel breve periodo, ripensare a come sono trascorsi questi mesi, alla non stop di 24 ore incominciata venerdì 30 alle 18, al calore del pubblico che ha passato la nottata sotto gli studi, all’abbraccio di folla che si è radunata sotto via Locatelli per la chiusura, alla commozione fino alle lacrime dei dj durante il loro “saluto finale con canzone”, alla “Rockin’ in the free world” intonata in acustico dalla Rock Fm All Stars Band come ultima trasmissione della radio e poi finita giù in strada con la folla. Si potrebbe, certo. Ma purtroppo la chiusura di Rock Fm, come diceva giustamente Maurizio Faulisi, è sintomatica, a mio avviso, di una situazione ben più grave ed importante della pur lecita tristezza – degli ascoltatori come dei dj – per la soppressione della propria radio.

Rock Fm infatti – se non ho capito male (dal precedente post sull’argomento, comunque, ho avuto più elementi) – è stata chiusa per ragioni puramente editoriali. Nessun buco di bilancio, nessuna flessione degli ascolti. Anzi, rispetto all’anno scorso, gli ascoltatori erano pure raddoppiati. L’unico problema risiedeva nel fatto che era di proprietà di Monradio (controllata da Mondadori), la quale possedeva anche Radio 101. 101 è un network, Rock Fm una radio locale. Da quel che ho capito, per l’ordinamento italiano in materia, chi ha un network non può possedere anche una radio locale. Tutto qui. Monradio avrebbe potuto investire sulla radio comprando frequenze fino a farla divenire network (se non mi sbaglio, serve il 60% della copertura nazionale), oppure qualcun altro avrebbe potuto comprarla (per lasciarla così com’è o quasi, ovvio)*. Niente di questo è successo. E questo può significare solo due cose:

• i cosiddetti “addetti ai lavori”, in Italia, di musica non capiscono proprio un beneamato cazzo. Badate bene, non è una questione di gusti, ma di opportunità. C’era un mercato – di nicchia, ma pur sempre mercato – da soddisfare. La domanda che incontra l’offerta e quelle storie lì. E loro che fanno? Scappano! Andando a saturare il giù straripante ramo delle radio generaliste… geniale…
• in Italia l’appiattimento culturale è galoppante. E ri-badate bene, anche in questo caso non è una questione di gusti (almeno in senso lato, dico). Il problema non è infatti quello di mettersi su di un ipotetico “piano di giudizio morale superiore” e – ad esempio, eh… – pontificare con fastidiosa supponenza “Radio Paguro è per sub-cerebrolesi!”, ma molto più semplicemente dire “Ok, c’è Radio Paguro, ma non mi piace. Cosa c’è d’altro?”. Ma in Italia altro non c’è. Basti pensare ai tristemente noti palinsesti televisivi. E’ per questo che la soppressione di ogni piccola onda anomala mi preoccupa. Perché è una preziosa e colorata varietà che – probabilmente – farà posto ad una fotocopia di una fotocopia in bianco e nero.

Io la non stop di 24 l’ho seguita per poco. L’ultimo segnale vero che ho ricevuto da Rock Fm è stato alle 11 di sabato 31 maggio. Prima di uscire per andare al matrimonio, ho aspettato che finisse l’ultima puntata di Eclettica, illuminante programma di Giulio Capperdoni. Era, ovviamente, una puntata speciale. In quella puntata aveva chiesto a tutti gli altri dj di scegliere – come lui faceva ad ogni puntata – un incipit di un libro ed un breve spezzone di un film e come commiato finale il bellissimo “Credo” contenuto in Radiofreccia. Beh, io – “assiduo ascoltatore saltuario” di Rock Fm – credo che mi mancherà il suo eclettico genio, così come la grande capacità di trasmettere la propria cultura roots del già citato Maurizio Faulisi. Credo che mi mancherà la competenza di Marco Garavelli, il carisma blues-fricchettone di Fabio Treves ed il chitar-clashismo di Edo Rossi. Credo che mi mancherà il “corna al cielo e fottuto rock’n’roll” di Max De Riu, la svampitezza di Claudia, i “viaggi” con Mox e la follia di Ariel e Roberto “Freak” Antoni. Ma soprattutto, credo che mi mancherà il fatto di non poterli sentire su di un’unica radio.

Keep on rockin’ in the free world!

* EDIT del 13/6/2008: ho letto adesso qui che compratori intenzionati a rilevare Rock Fm così com’era si erano fatti avanti, ma l’editore non ha voluto vendere. Se da un lato questo mi risolleva un po’ il morale sul fatto che qualcuno con un po’ di sale in zucca in questo paese ci sia, dall’altro lascia esterrefatti la precisa volontà dell’editore di “staccare la spina” alla radio.


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Primi!
Sabato Maggio 31st 2008, 22:40
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“Il giorno si fa sera
il vento sventola un osanna bianco di carta igienica
il coro di barattoli samba e scintilla
dietro agli sposi ormai lontani
e forse solo per oggi, beati loro
se ne fregano del domani
se ne fregano del domani
non ci pensano al domani
se ne fregano del domani
Viva!”

Nozze – Mau Mau

E’ stupefacente. Posso ancora adesso sentire l’odore delle polpette. Inteso, forte, speziato. Un concentrato energetico in grado di far sopportare i più impervi viaggi. Di viaggi, quella sera, in realtà ce ne furono molti, ma il più importante era incominciato – se la memoria non mi fa errore – pochissimi mesi prima. Ed è arrivato fino ad oggi, con le inevitabili domande di rito, gli articoli del codice civile, la grandinata di riso, quell’allegria mista a stupore degli amici ed uno sguardo rivolto all’ulteriore felicità in arrivo tra pochi mesi. Mentre ancora mi scorrono davanti le immagini di questa bella giornata (Giulio!!! Se non ci fossi, bisognerebbe inventarti!), non riesco a non pensare al passato. Perché oggi c’eravamo tutti, e vedersi vestiti bene mi ha fatto una grande tenerezza: i ragazzi che diventano grandi

Si, avete letto bene: i ragazzi. Perché non ho dimenticato i sabati pomeriggio di metà liceo a casa di Pietro ed ho ancora nelle orecchie la musica dei concerti allo Zapata o al TdN. E potrei fare una mappa di ogni ziz-zag di una via Luccoli dopo una serata di arrivederci da Gigi. E poi, tanto altro ancora: la famosa cena, “battesimo del fuoco” per Claudia (sei rimasta semi-quasi incolume: si vedeva che eri dei nostri!), gli n-mila concerti (Modena City Ramblers, Bandabadò e ska/reggae su tutti), le pazzie sul Verdun (acqua poca, ma in quanto ad alcool…), il festone alla Tosse (Giovanni Paolo ringrazia…) o semplicemente le serate passate insieme magari a non fare un cazzo, ma se si è amici, basta quello.

Tutti questi ricordi stanno nella mia testa. Ci sono e so che ci saranno. In questi ore – nelle precedenti come, immagino, nelle prossime – stanno piroettano come tanti Snoopy su di un lago ghiacciato, facendo incrociare molti passati per descrivere un futuro. Perché, quando chi ha avuto – ed ha, ovvio – una parte rilevante nella tua vita fa un grande passo, beh, qualcosa cambia anche per te. Io, questi ricordi, voglio conservali come il tesoro più prezioso mai trovato e – nel caso – potermici aggrappare come ad un sicuro appiglio. E soprattutto, ne voglio tanti altri. Ma questo – per fortuna – so che non sarà un problema.

Buon proseguimento del viaggio, Pietro e Claudia!



Tutti insieme appassionatamente
Martedì Maggio 20th 2008, 16:43
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Io credo che Veltroni debba dimettersi, ed anche celermente. Visto il risultato disastroso delle ultime elezioni politiche (meno otto punti percentuali rispetto al nano pelato e piduista e comunque il PD non ha certo sfondato come voti), ritengo che l’unico gesto per salvare la faccia sia quello di constatare come la sua geniale strategia “andiamo soli” sia risultata fallimentare e dare le dimissioni. Non guasterebbe anche passare sotto al tavolo ed offrire da bere. Poi, punto a capo e tabula rasa per presentarsi tra cinque anni (speriamo meno…) con qualche possibilità. Se no, c’è solo la speranza nell’assoluta insipienza a governare – fortunatamente(?) subito ri-manifestata – dell’attuale maggioranza. Il PD da solo (o con Di Pietro) non riuscirà infatti mai ad incrociare tutto (se no – scusate il francesismo – non serve ad un cazzo: si è sempre sotto) l’elettorato di sinistra (una sorta di “nuova Unione”) o gli indecisi/delusi, soprattutto se non applicherà un po’ di quello sbandierato rinnovamento in discontinuità con il passato anche per quel che riguarda il gruppo dirigente. Ormai funziona così: hai perso? Fuori dai coglioni. Senza rancore, grazie per averci provato, ma sei un perdente. Ed ai perdenti, in politica, non si concede una seconda chance. A sinistra – lentamente e con le inevitabili sanguinose rese dei conti (qualcuno ha più visto Bertinotti? O ciò che ne rimane?) – hanno incominciato a farlo. E’ vero che il tracollo della Sinistra Arcobaleno è stato qualcosa di incredibilmente più macroscopico della sconfitta di Veltroni – e quindi far finta di nulla sarebbe stato impensabile – ma la dirigenza del PD sta dimostrando una faccia di bronzo da prima repubblica difficilmente digeribile. Sfoggiano un’infastidita impermeabilità alle critiche, come se – dopo il disastro – ne venisse ancora a loro. E – soprattutto – si stanno buttando in una tra le più pericolose operazioni politiche degli ultimi anni: il dialogo con il nano pelato e piduista.

Va bene, forse sono solo un massimalista del cazzo. Intendiamoci, spero proprio che sia così: sarei il primo a rallegrarmene. Non sto scherzando: ritengo di poter pensare anche delle cazzate, e quindi – magari accecato dalla mia scarsa competenza in materia – forse non sto comprendendo la lungimiranza politica di questa mossa. Però – pur con il beneficio del dubbio e senza voler tirare fuori ardite teorie cospirazioniste – ci sono parecchi aspetti che mi lasciano più di un dubbio. La domanda fondamentale è: ma Veltroni c’è, o ci fa? Cioè, si sta rendendo conto o è solo completamente ubriaco? Vediamo nel dettaglio alcuni aspetti.

Innanzi tutto Veltroni si vanta di essere stato il motore del passaggio della politica italiana dal bipolarismo ad un – sostanziale – bipartitismo. Il modello, ovviamente, e quello degli amati Stati Uniti. Grande democrazia – chi dice il contrario – ma con un po’ di problemucci sui “classici” indici democratici. Del tipo che va a votare una piccolissima parte degli aventi diritto [il 40% nel 2004, massimo storico (122 milioni contro i circa “100” soliti)], come d’altronde è facilmente comprensibile, visto che la scelta è tra soli due partiti… Inoltre la battaglia politica (vedi le recenti primarie democratiche) è incentrata su di un personalismo estremo (e chi è il più grande venditore di sé stesso in Italia?). Inoltre a me sembra che Veltroni stia giocando alla grande democrazia. Telefona per complimentarsi, chiede uno degli scranni del parlamento, instaura il governo ombra, propone il dialogo la maggioranza. Tutto ottimo, intendiamoci. Incredibilmente democratico. Era ora che in questo paese si abbassassero i toni, ci fosse stabilità e maggioranza ed opposizione – accantonate i malevoli preconcetti – lavorassero insieme per il bene comune. Hey, Walter! Ma ti rendi conto che stai proponendo questo al nano pelato e piduista? Non siamo in Spagna. O in Germania. Nemmeno in Francia o Inghilterra. Siamo in Italia. In quale grande democrazia pensi di stare?

In una grande democrazia, uno come Calderoli o Bossi non è ministro, ma l’attrazione del paese, lo scemo del villaggio che fa le sparate stupide e tutti giù a ridere. In una grande democrazia, una come la Carfagna non è ministro, ma una shampista aspirante valletta. In una grande democrazia, non si ricevono richiami dall’Unione Europea circa l’applicazione del trattato di Schengen, o sui diritti delle minoranze. In una grande democrazia, ci sarebbe una legge sul conflitto d’interessi, se un governo di sinistra si fosse ricordato di (o avesse voluto) farla. In una grande democrazia, uno come il nano pelato e piduista, ovvero uno che:

• ha avuto (ed ha) un numero così inquietanti di procedimenti giudiziari
• è entrato in politica per scappare proprio a questi processi
• c’è riuscito benissimo facendosi delle leggi apposite

non potrebbe mai diventare presidente del consiglio.

Veltroni se le ricorda queste cose? O è da massimalisti che demonizzano l’avversario ricordare al nano pelato e piduista i suoi processi? E’ con questa persona che Veltroni vuole fare accordi? Pensa forse Veltroni che sia cambiato qualcosa, dal 1994? (Beh, in effetti il culo del nano pelato e piduista, adesso, è molto più al sicuro…).

Io faccio parte di quella parte di persone che hanno paura del nano pelato e piduista. Non perché creda in improbabili svolte autoritarie (siamo in Europa, è il 2008…), ma perché ho il terrore del vuoto che il nano pelato e piduista e la sua compagine male assortita di fascistoidi, psico-liberisti-confusi, padanidi, clericali-di-bottega ed ex-craxiani rappresentano. Ed ho paura dell’appiattimento politico di un’opposizione che si fida di una maggioranza così. Sono ciechi? Sono invece io prevenuto? Probabile. Non riesco comunque a capire come si possa dare credito ad un personaggio – che definire dubbio è poco – come il nano pelato e piduista (intendiamoci, se uno lo vota, cazzi suoi. Ma si spera che almeno l’opposizione… Non è bastata la lezione della bicamerale di D’Alema?). Certo, le distinzioni tra i ruoli, nei discorsi durante la richiesta di fiducia in parlamento, sono state espresse in maniera chiara (e ci mancherebbe, cazzo!), ed è per questo che rimando il mio giudizio definitivo al 31 dicembre prossimo. Fino ad allora esprimerò soltanto il mio più totale disgusto extra-parlamentare per questa che reputo una triste burattinata di regime. Dopo, le conclusioni saranno inevitabilmente le seguenti:

• al 31 dicembre si sono riusciti a far passare provvedimenti di sinistra (ovvero, hanno ottenuto qualcosa di significativo): io sono un coglione, Veltroni un grande politico
• al 31 dicembre non hanno ottenuto un cazzo e Veltroni si è dimesso: io sono il più lungimirante degli analisti politici, Veltroni un ingenuo
• al 31 dicembre non hanno ottenuto un cazzo e Veltroni NON si è dimesso: io sono il più lungimirante degli analisti politici, Veltroni un venduto


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L.O.L.
Martedì Maggio 06th 2008, 18:04
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“Meglio è di risa che di pianti scrivere, ché rider soprattutto è cosa umana”

da “Gargantua e Pantagruele” di François Rabelais

Mio nipote ride. Mio nipote Pietro – cinque mesi compiuti da poco – ride spesso. E quando ride, fa dei sorrisi che son proprio belli. Ride di gusto, contento e stupito allo stesso tempo. Sono sorrisi che ti mettono di buon umore, o almeno dovrebbero. Perché a me invece – passati cinque secondi nei quali mi sento in pace con il mondo e sì, anche Gasparri trova una sua pur bizzarra ragione d’esistere (il suo cervello è la dimostrazione empirica della raggiungibilità del vuoto assoluto) – fanno incazzare come un biscia incazzata. Ma che cazzo avrà mai da ridere ‘sto qua? Non c’è proprio un cazzo da ridere, ultimamente. Le elezioni sono state un massacro che nemmeno in un film di Tarantino: mister “corro da solo (e sfondo al centro)” Veltroni è riuscito a farsi staccare di otto (otto!) punti percentuali dal nano pelato e pidusita con l’unico risultato di rubare voti a sinistra, girando l’interruttore del gas ad un colorito cartello che in due anni la proverbiale canna se l’era comunque già preventivamente legata stretta al collo [quindi: niente rappresentanti in parlamento che portino avanti istanze di sinistra, però tranquilli, per la prima volta in Italia c’è un grande schieramento riformista, moderno e laico (con la Binetti). Ah, ed anche miseramente all’opposizione. Evviva!]; un partito improponibile ed imbarazzante come la Lega ha preso circa l’otto (otto!) per cento sul dato nazionale; il nuovo presidente della camera ed il neo-eletto sindaco di Roma sono dei post(?)-fascisti; per i prossimi cinque anni il presidente del consiglio sarà un tizio senza il minimo senso delle istituzioni (non ce lo vedo De’ Gasperi a fare il gesto del mitragliatore contro una giornalista, e non solo perché è morto) e giudicato unfit (inadatto) [e poi still unfit (ancora inadatto)] a governare dalla nota rivista bolscevica “Economist”. Beh, potrei aggiungere che inoltre tutti noi conduciamo un’esistenza vuota ed inutile percorrendo un tortuoso calvario tempestato di dolore e paura fino al nulla supremo e definitivo della morte, ma non vorrei ripetermi (e poi magari siamo fortunati ed il mondo esplode tra due anni, o almeno il nano pelato e piduista tira il gambino).

No, non c’è proprio un cazzo da ridere ultimamente. Eppure, mio nipote ride. Ride quando gli faccio delle facce buffe (ma anche quando mi sembra di essere serio…). Ride quando gli soffio un po’ in faccia. Ride quando giochiamo con dei pupazzetti. Ride quando cerco di insegnargli, come prima fatidica parola da pronunciare, “ermeneutica”. Ride quando faccio l’imitazione di un tossico metà russo e metà cubano nato in Cina e cresciuto a Gorgonzola che – per un particolare spirito patriottistico – si fa in vena di vodka, rhum, the e gorgonzola da quando a diciotto anni ha visto dei lavandini con le ali che, danzando sulle note dello “Schiaccianoci”, componevano in cielo la scritta “Fermata prenotata” con i gettiti dei rubinetti (prima si faceva di acidi e funghetti scaduti). Un po’ invidio questa sua felicità incondizionata, questo suo stupirsi di tutto. Mi chiedo quando la sua curiosità incomincerà a scalfire questo suo ottimismo insensato per forgiare un sano pessimismo della ragione. Scommetto che se potesse parlare, e ci capisse qualcosa della situazione attuale, direbbe qualcosa del tipo: “C’è chi dice che vuole lottare e poi confonde il fischio d’inizio della partita con quello dell’ultimo minuto, e va a casa” (questo, se fosse in vena di citare Benni). Ecco, un cazzo di pazzoide inguaribile ottimista. Ma fortunatamente non sa cosa né cosa sia il parlamento, né una partita di calcio e bofonchia solo vocali a casaccio. E ride.

Adesso però mi viene un atroce dubbio. Il dubbio orribile e lacerante di essere stato ingannato e preso in giro. Perché mio nipote mi sembra abbastanza sveglio. Magari ha capito. Non che ci volesse un genio, però visto che la maggioranza di quelli che sono andati a votare non c’è arrivata… Sì, deve essere andata così. Sicuro, se l’è intagliata. Non c’è altra spiegazione: se l’è intagliata. Ed è proprio per questo che ride. Ride di noi. E – scazza ammetterlo – ma c’è proprio tanto da ridere…

D’altronde, “sarà una risata, che vi seppellirà”, vero? (come ho già avuto modo di dire, a me piace intenderla così).


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25 aprile
Venerdì Aprile 25th 2008, 08:00
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“Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c’erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l’Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c’era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, che di queste non ce ne sono.”

Italo Calvino

Il sentiero dei nidi di ragno” (prima edizione nella collana “I coralli” dell’editore Einaudi, nel 1947) è il primo romanzo di Italo Calvino che, come immagino i frequentatori più assidui di questo blog avranno capito, è uno dei miei scrittori preferiti. Calvino partecipò alla lotta di liberazione e proprio questa tematica è al centro di questo libro. Non starò a raccontarvi la trama, vi invito solo a leggerlo perchè è molto bello. Il pensiero di Calvino circa la resistenza è espresso nel nono capitolo, in un dialogo tra il commissario Kim e il comandante Ferriera. Credo che le considerazioni formulate restino ancora adesso la migliore risposta possibile al revisionismo che da più parti vuole riscrivere la Storia (la recente uscita di Dell’Utri – sì il, ad esempio, condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa per il quale potrebbe andare bene la frase “Mangano santo subito” – è solo l’ultima di una lunga serie) di un paese affetto da forti perdite di Memoria. Inoltre, almeno a mio giudizio, il libro di Calvino rappresenta un riuscito tentativo di riannodare la Storia (quella dei libri di scuola) con la storia (quella delle “persone comuni”), l’intreccio delle quali mi ha sempre interessato. Calvino ritornò su questo suo primo romanzo nel 1964, pubblicando una nuova edizione riveduta e corretta (da quel che ho capito si tratta di una sorta di revisione stilistica: meno aspetti truculenti). Nella lunga introduzione a questa versione, l’autore, tra le mille tematiche toccate, asserisce di aver scritto il romanzo anche per rispondere a due “fronti”. Al primo – che demonizzava, a causa degli sbandamenti post-bellici, la resistenza – Calvino ribatteva così: “D’accordo, farò come se aveste ragione voi, non rappresenterò i migliori partigiani, ma i peggiori possibili, metterò al centro del romanzo un reparto tutto composto di tipi un po’ storti. Ebbene: cosa cambia? Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete ma sognarvi di essere”. Mentre al secondo – che voleva una letteratura celebrativa e didascalica – argomentava così: “Ah, sì, volete “l’eroe socialista”? Volete il “romanticismo letterario”? E io vi scrivo una storia di partigiani in cui nessuno è eroe, nessuno ha coscienza di classe. Il mondo delle “lingère”, vi rappresento, il lunpen-proletariat! […] E sarà l’opera più positiva, più rivoluzionaria di tutte! Che ce ne importa di chi è già un eroe, di chi la coscienza ce l’ha già? E’ il processo per arrivarci che si deve rappresentare! Finché resterà un solo individuo al di qua della coscienza, il nostro dovere sarà di occuparci di lui e solo di lui”.

Di seguito riporto la parte centrale del nono capitolo, come precedentemente detto quello “politico”.

Buona lettura e buon 25 aprile.

[…]

Ora il commissario Kim e il comandante Ferriera camminano soli per la montagna buia, diretti ad un altro accampamento.
– Ti sei convinto che è uno sbaglio, Kim? – dice Ferriera.
Kim scuote il capo: – Non è uno sbaglio, – dice.
– Ma sì, – fa il comandante. – E’ stata un’idea sbagliata la tua, di fare un distaccamento tutto di uomini poco fidati, con un comandante meno fidato ancora. Vedi quello che rendono. Se li dividevamo un po’ qua un po’ là in mezzo ai buoni era più facile che rigassero dritti.
Kim continua a mordersi i baffi: – Per me, – dice, – questo è il distaccamento di cui sono più contento.
Ci manca poco che Ferriera perda la sua calma: alza gli occhi freddi e si gratta la fronte: – Ma Kim, quando la capirai che questa è una brigata d’assalto, non un laboratorio d’esperimenti? Capisco che avrai le tue soddisfazioni scientifiche a controllare le reazioni di questi uomini, tutti in ordine come li hai voluti mettere, proletariato da una parte, contadini dall’altra, poi sottoproletari come li chiami tu… Il lavoro politico che dovresti fare, mi sembra, sarebbe di metterli tutti mischiati e dare coscienza di classe a chi non l’ha e raggiungere questa benedetta unità… Senza contare il rendimento militare, poi…
Kim ha difficoltà ad esprimersi, scuote il capo: – Storie, – dice, – storie. Gli uomini combattono tutti, c’è lo stesso furore in loro, cioè non lo stesso, ognuno ha il suo furore, ma ora combattono tutti insieme, tutti ugualmente, uniti. Poi c’è il Dritto, c’è Pelle… Tu non capisci quanto loro costi… Ebbene anche loro, lo stesso furore… Basta un nulla per salvarli o per perderli… Questo è il lavoro politico… Dare loro un senso…
Quando discute con gli uomini, quando analizza la situazione, Kim è terribilmente chiaro, dialettico. Ma a parlargli così, a quattr’occhi, per fargli esporre le sue idee, c’è da farsi venire le vertigini. Ferriera vede le cose più semplici: – Ben, diamoglielo questo senso, quadriamoli un po’ come dico io.
Kim si soffia nei baffi: – Questo non è un esercito, vedi, da dir loro: questo è il dovere. Non puoi parlare di dovere qui, non puoi parlare di ideali: patria, libertà, comunismo. Non ne vogliono sentir parlare di ideali, gli ideali son buoni tutti ad averli, anche dall’altra parte ne hanno di ideali. Vedi cosa succede quando quel cuoco estremista comincia le sue prediche? Gli gridano contro, lo prendono a botte. Non hanno bisogno di ideali, di miti, di evviva da gridare. Qui si combatte e si muore così, senza gridare evviva.
– E perchè allora? – Ferriera sa perché combatte, tutto è perfettamente chiaro in lui.
– Vedo, – dice Kim, – a quest’ora i distaccamenti cominciano a salire verso le postazioni, in silenzio. Domani ci saranno dei morti, dei feriti. Loro lo sanno. Cosa li spinge a questa vita, cosa li spinge a combattere, dimmi? Vedi, ci sono i contadini, gli abitanti di queste montagne, per loro è già più facile. I tedeschi bruciano i paesi, portano via le mucche. E’ la prima guerra umana la loro, la difesa della patria, i contadini hanno una patria. Così li vedi con noialtri, vecchi e giovani, con i loro fucilacci e le cacciatore di fustagno, paesi interi che prendono le armi; noi difendiamo la loro patria, loro sono con noi. E la patria diventa un ideale sul serio per loro, li trascende, diventa la stessa cosa della lotta: loro sacrificano anche le case, anche le mucche pur di continuare a combattere. Per altri contadini invece la patria rimane una cosa egoistica: casa, mucche, raccolto. E per conservare tutto diventano spie, fascisti; paesi interi nostri nemici… Poi, gli operai. Gli operai hanno una loro storia di salari, di scioperi, di lavoro e di lotta a gomito a gomito. Sono una classe, gli operai. Sanno che c’è del meglio nella vita e che si deve lottare per questo meglio. Hanno una patria anche loro, una patria ancora da conquistare, e combattono qui per conquistarla. Ci sono gli stabilimenti giù nelle città, che saranno loro; vedono già le scritte rosse sui capannoni e bandiere alzate sulle ciminiere. Ma non ci sono sentimentalismi, in loro. Capiscono la realtà e il modo di cambiarla. Poi c’è qualche intellettuale o studente, ma pochi, qua e là, con delle idee in testa, vaghe e spesso storte. Hanno una patria fatta di parole, o tutt’al più di qualche libro. Ma combattendo troveranno che le parole non hanno più nessun significato, e scopriranno nuove cose nella lotta degli uomini e combatteranno così senza farsi domande, finché non cercheranno delle nuove parole e ritroveranno le antiche, ma cambiate, con significati insospettati. Poi chi c’è ancora? Dei prigionieri stranieri, scappati dai campi di concentramento e venuti con noi; quelli combattono per una patria vera e propria, una patria lontana che vogliono raggiungere e che è patria appunto perchè è lontana. Ma capisci che questa è tutta una lotta di simboli, che uno per uccidere un tedesco deve pensare non a quel tedesco ma a una altro, con un gioco di trasposizioni da slogare il cervello, in cui ogni cosa persona diventa un’ombra cinese, un mito?
Ferriera arriccia la barba bionda; non vede nulla di tutto questo, lui.
– Non è così, – dice.
– Non è così, – continua Kim, – lo so anch’io. Non è così. Perchè c’è qualcos’altro, comune a tutti, un furore. Il distaccamento del Dritto: ladruncoli, carabinieri, militi, borsaneristi, girovaghi. Gente che s’accomoda nelle piaghe della società e s’arrangia in mezzo alle storture, che non ha niente da difendere e niente da cambiare. Oppure tarati fisicamente, o fissati, o fanatici. Un’idea rivoluzionaria in loro non può nascere, legati come sono alla ruota che li macina. Oppure nascerà storta, figlia della rabbia, dell’umiliazione, come negli sproloqui del cuoco estremista. Perché combattono, allora? Non hanno nessuna patria, né vera né inventata. Eppure tu lo sai che c’è coraggio, che c’è furore anche in loro. E’ l’offesa della loro vita, il buio della loro strada, fin da bambini, la fatica di dover essere cattivi. E basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si trova dall’altra parte, come Pelle, dalla brigata nera, a sparare con lo stesso furore, con lo stesso odio, contro gli uni o contro gli altri, fa lo stesso.
Ferriera mugola nella barba: – Quindi, lo spirito dei nostri… e quello della brigata nera… la stessa cosa?…
– La stessa cosa, intendi cosa voglio dire, la stessa cosa… – Kim s’è fermato e indica con un dito come se tenesse il segno leggendo; – la stessa cosa ma tutto il contrario. Perchè qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta ad uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessun sparo, pur uguale al loro, m’intendi?, uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni:per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti usano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo.

[…]


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