Munich
Lunedì Febbraio 27th 2006, 00:20
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Cinema
La terra, la guerra, una questione privata. C’è un disco dei C.S.I. (mi dispiace per voi, ma sono entrato nel tunnel…) che si intitola proprio in questo modo. Ma potrebbe benissimo essere il sottotitolo del nuovo film di Steven Spielberg. Che, diciamolo subito, è un gioiellino di film, praticamente perfetto sotto tutti gli aspetti, a partire da quelli tecnici (eccellente la fotografia) fino a quelli indispensabili per la buona riuscita di una pellicola (una sceneggiatura di ferro, tratta dal libro “Veneange” di George Jonas, con dialoghi efficacissimi). Vorreste sapere cosa mi ha spinto ad accostare il disco dei C.S.I. con ‘sto film? Giusto. Ma per capirci qualcosa vi devo raccontare un po’ la trama.
Innanzi tutto il lungometraggio tratta una vicenda realmente accaduta, di certo non eccessivamente nota, ma ormai ammessa addirittura dai responsabili. Mi riferisco alla rappresaglia autorizzata ed organizzata dal governo israeliano in risposta all’uccisione, effettuata dal gruppo terrorista palestinese “Settembre Nero”, della delegazione di atleti israeliani alle olimpiadi di Monaco, nel 1972. A capo della squadra che dovrà uccidere i responsabili della strage, almeno quelli superstiti e residenti in Europa, c’è Avner (un bravissimo Eric Bana), agente del Mossad, “licenziato” per l’occasione vista l’assoluta segretezza della missione, in procinto di diventare padre. Avner parte, in accordo con la moglie ed anche se sa che non potrà tornare a casa per molto tempo, perché si sente in dovere di vendicare gli israeliani uccisi. Perché, come detto in sua presenza dalla premier israeliana Golda Meir, “Bisogna dare un segno. Una nazione, a volte, deve venire a compromessi con i propri valori”. Ma più la missione va avanti, più le certezze di Avner vacillano. I leader da loro uccisi in attentati sempre mirati a non coinvolgere civili vengono rimpiazzati da personaggi ancora più sanguinari. “Settembre Nero” risponde rappresaglia su rappresaglia. La spirale di violenza e bombe comincia a girare troppo velocemente in un vortice di sangue. Vede tre dei suoi quattro compagni morire in attentati simili a quelli da loro provocati. Allora molla e si ritira a New York con la moglie. Ma sarà al sicuro?
La terra, la guerra, una questione privata. Perché questo film cerca di mostrare come la grande Storia sia fatta di piccoli uomini che, proprio come le loro storie, si intersecano creando quelli che noi chiamiamo avvenimenti. Il privato e la ragion di stato. Il particolare e l’assoluto. Roba difficile da far convivere… Avner accetta il lavoro perchè “ha una famiglia da sfamare”. Esattamente come i terroristi. Un compagno di Avner dirà: “L’unico sangue che per me conta è quello israeliano”. Se questa frase vi sembra da invasati, provate a sostituire “israeliani” con “della mia famiglia e dei miei amici” e capirete la banalità del male. Israele autorizza questi massacri per preservare la libertà di avere una propria terra, ma proprio questa terra viene da Avner abbandonata. Gli spunti di riflessione, a questo attualissimo film, di certo non mancano…
Corrette a vederlo!
PS: L’immagine è stata rubata dal blog di Michele, che l’avrà rubata chissà dove. Ok, sono così pigro da non trovare nemmeno un’altra immagine…
Munich, Steven Spielberg, Eric Bana, Monaco 72, settembre nero, terrorismo, sionismo
- 2!
Vi ricordate che ero stato segato ad un esame? No? Allora leggete qui. Se invece avete la memoria buona continuate pure a leggere. Beh, l’ho ridato oggi (cioè lunedì 20 febbraio… con ‘sto fatto che il blog è giù chissà quando pubblicherò ‘sta roba…). L’esame era “Qualità nei sistemi industriali”, una noiosata su clienti, fornitori, rischio d’impresa e miglioramento continuo. La parte di statistica era interessante ed abbastanza utile, la parte di gestione della qualità era una palla di marketing e cazzate del genere mentre la parte sulle normative era da tagliarsi le vene.
La cosa inquietante era il tono assolutamente “trionfalistico” delle dispense. Sapete quelle cose del tipo che ti propinano un excursus sulla storia di qualcosa per poi dirti che il livello attuale è il migliore possibile? Beh, qua si parlava di gestione della qualità. Apprezzabile l’affondo contro le teorie tayloristiche (un po’ tardi comunque… ditelo ai sindacalisti americani ammazzati negli anni trenta… per esempio…), ma tutto questo entusiasmo per l’approccio giapponese non mi piace. Per due motivi.
Il primo è l’immotivata enfasi posta all’approccio customer oriented. Finché si intende che il cliente deve ricevere un prodotto adeguato alle sue esigenze, mi va bene. Se compro qualcosa non voglio ricevere una patacca… Ma quando si intende dare al cliente sempre quello che vuole, no. Nel senso che dipende da che cosa chiede il cliente, quindi il fatto di trattarlo come un bambino viziato, da assecondare acriticamente in tutte le sue richieste, mi sembra pericoloso. Prendete tutti i programmi trash in tv. Non è che li mettono per cattiveria, ma semplicemente perché devono inseguire le aspettative del cliente, se no chiudono. Così funzionano le televisioni commerciali, e la tv pubblica (pubblica?) si deve adeguare per non perdere quote di mercato… Risultato: tv che propone programmi imbarazzanti. Ed esempi ce ne sono a bizzeffe. Quindi attenzione ad accontentare sempre il cliente… (C’è una puntata dei Simpsons, dove Homer deve progettare la macchina per l’uomo medio, che è folgorante al riguardo)
Secondo motivo è il (falso) coinvolgimento del personale. Viene esaltata la funzione del leader, personaggio carismatico che riesce a motivare tutti i lavoratori, convincendoli che il bene dell’azienda è anche loro. Sapete, quelle cazzate del tipo “Siamo tutti una grande famiglia, ognuno ha il suo ruolo!”. Mi sembra molto Menemio Agrippa’s style. Non l’ho mai sopportato, quello stronzo. Non vedo cosa ci sia di male nel non farsi minimamente coinvolgere, soprattutto se si lavora per una stupida azienda, e vendere 8 ore della propria vita dal lunedì al venerdì, facendo il minimo indispensabile, per uno stipendio. Lo trovo più umano che farsi imbarcare da un sedicente leader pagato dalla direzione…
Ah, alla fine ho preso 27. E mentre lo preparavo mi veniva sempre in mente “Unità di produzione” dei C.S.I…
qualità totale
Match Point
Venerdì Febbraio 10th 2006, 00:07
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Cinema
Avviso spoiler: leggete a vostro rischio e pericolo di rovinarvi la visione del film.
Quanto possono influire gli uomini sul loro destino? Esiste la giustizia? Il nuovo film di Woody Allen (regia e sceneggiatura) si pone interrogativi non da poco. E per rispondere mette in scena la storia di Chris (Jonathan Rhys-Meyers), ex-tennista che, abbandonata la professione dopo aver realizzato che non sarebbe mai stato alla pari con i migliori, decide di farsi assumere come insegnante di tennis in un club per ricconi a Londra. Chris non è una arrampicatore sociale, non cerca di entrare a forza nel circolo della bella vita, ma fortunati accadimenti lo porranno ai vertici dell’economia londinese ed a sposare la figlia della ricca e potente famiglia che lo ha accolto. Ma Chris è follemente innamorato della bellissima Nola (Scarlett Johansson), conosciuta quando era fidanzata con il suo attuale cognato, con la quale mantiene un amore clandestino anche dopo essersi sposato. Non riuscendo a portare avanti le due relazioni e con Nola incinta che lo minaccia di rivelare tutto alla moglie, Chris deve scegliere cosa vuole realmente per la sua vita. Ormai assuefatto dalla lussuosa vita decide di uccidere Nola facendo credere ad una rapina. Nonostante la goffaggine nell’esecuzione del delitto, riesce, grazie ad una anello gettato nel Tamigi che rimbalza su di una ringhiera, ad ingannare la polizia e a farla franca. La giustizia umana è battuta. Il delitto è senza castigo. Ed il caso tiene in sua balia tutti gli uomini, non totalmente artefici del proprio destino.
Ma è proprio così? La metafora tennistica di inizio film è abbastanza esplicita. Una pallina, in rallenty, colpisce la rete. Potrà finire da una parte o dall’altra e decidere la partita, ma i giocatori non possono in nessun modo influenzare questo evento. E così è la vita. E di conseguenza la giustizia. Essere puniti o meno dipende dal caso più che dall’astuzia. E’ una visione particolarmente fatalista della vita che rende tutti i personaggi del film quasi delle comparse. Tutti a parte Nola, che cercando una rivincita nei confronti della propria famiglia, sembra l’unica ad allontanarsi da un copione già scritto. Anche se la triste fine cui andrà incontro dimostra esattamente il contrario.
E poi, Chris ha veramente “vinto”? O il suo reale “match point”, possibile punto di svolta della sua vita, era Nola, è lui l’ha fallito miseramente, come un personaggio di Joyce alle prese con un moment of epiphany? Come sempre, il caso regna sovrano…
Un film da vedere assolutamente perché fa riflettere.
Match Point, Woody Allen, Scarlett Johansson, Jonathan Rhys-Meyers, Dostoevskij, fortuna
Incubo
Mercoledì Febbraio 08th 2006, 15:46
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Personale
Ragazzi, aiutatemi perchè ho dei problemi. E seri. Non ci sono con la testa. Mi devo far vedere da uno psicologo, psicanalista o psichiatra, bravo chi sa la differenza. Magari niente elettroshock, che ho una paura fottuta della corrente elettrica (ho scelto la facoltà giusta, vero?).
Piccolo preambolo prima di passare ai fatti. Ieri mattina avrei dovuto sostenere un esame, ma il prof mi ha inculato sull’ultima parte inerente le normative ISO e mi ha proposto 23 consigliandomi di ridarlo. E così farò. Poi sono tornato a casa, ed al pomeriggio sono crollato miseramente. Mi sono buttato sul letto vestito e sono piombato a dormire. Ed ho fatto un incubo incredibile. Giuro che è tutto vero. A cercare qualche idea per un raccontino grottesco non avrei trovato di meglio.
In questo incubo io sono nella mia stanza sdraiato sul letto a guardare la tv (la tv non c’è in camera mia da un po’ meno di 10 anni…). Sono circa le 20 e stanno trasmettendo una puntata speciale di “Porta a Porta”, in diretta e con uno studio un po’ diverso perché ci sono dei tavolini stile dehor dei bar con gente seduta che parla. Vespa parla con un rimbombo incredibile spiegando che avevano provato questa puntata per un sacco di tempo. Sempre camminando tra i tavolini va verso una specie di bancone da bar, dove c’è il primo ospite, un Emilio Fede ringiovanito, accolto da un boato di applausi. A questo punto cerco di cambiare canale, ma “Porta a Porta” è trasmesso a reti unificate! So che mi alzo dal letto e corro in cucina dai miei urlando: “NOOOOOOOOO!!!!”. Poi mi sveglio.
Non so se voi sapete interpretare i sogni, io no. Ma è palese che urge un rapido cambio di governo. Se non per il bene del paese, almeno per il mio…
incubi, porta a porta, Vespa, Fede
Nero+
Siete amanti delle belle lettere? Allora non potete di certo mancare lo strepitoso appuntamento di oggi!
Infatti sabato 4 febbraio, nell’ambito del salone dell’editoria libraria musicale e multimediale InEdita, verrà presentato il libro Nero+, prima entusiasmante fatica letteraria, pubblicata da Edizioni La Lontra, di Edoardo Cavazzuti, una delle più talentuose promesse della letteratura italica, con illustrazioni di Daniele De Batté.
La presentazione avrà luogo alla Fiera di Genova, Padiglione C, Sala Ponente dalle 17 alle 17:50. L’ingresso è gratuito. Accorrete numerosi!
Nero+, Edoardo Cavazzuti, Daniele De Battè, noir