Alcune considerazioni sulla vicenda Quattrocchi
Lunedì Marzo 27th 2006, 01:42
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L’eroe, per sua natura, è una figura ad alto tasso di retorica. Pensate alla maggioranza dei libri o dei film che ci sono in circolazione: di solito c’è sempre una figura cui è possibile associare caratteristiche eroiche. “Eroe senza macchia né paura” è una definizione, forse un po’ troppo ottocentesca, che si incontra spesso, nella letteratura come nei film, e che, in realtà, forse persa nel suo alone magico di perfezione, non vuol dire granché. Le persone, intendo quelle vere, sono imperfette, ed ogni qualsiasi tentativo di rinchiuderle in riduttivi schemi monodimensionali mi appare come patetico, se non fuorviante. Se c’è una cosa che non sopporto sono le descrizioni a santini delle persone (San Guevara come San Garibaldi oppure Santa Resistenza…)

Però, cazzo, quanto ci piacciono, gli eroi… e quanto ne abbiamo bisogno, di eroi… Sarà perché, fondamentalmente, sono persone fuori dal comune e, di conseguenza, inimitabili. Praticamente, una buona motivazione per fare un passo indietro, nella vita: se c’è qualche problema, ci penseranno gli eroi, non le persone comuni, no?

Ho incominciato con questa piccola premessa per meglio far comprendere quanto guardi con circospezione l’attribuzione, soprattutto se effettuata “a pioggia”, del titolo di eroe (e di onorificenze in genere), in quanto è uno dei nodi fondamentali della vicenda in esame.

Innanzi tutto, ricapitoliamo con calma la sequenza degli eventi. Fabrizio Quattrocchi era un uomo che di mestiere faceva la guardia del corpo. Tramite un contatto, riuscì ad ottenere un lavoro in Iraq alle dipendenze del contingente americano. Sulle mansioni da lui assolte in Iraq le voci sono discordi: c’è chi parla di ordinari compiti da bodyguard, chi invece gli attesta responsabilità militari maggiori, etichettandolo come mercenario (io, ad esempio). E’ doveroso specificare come, per la trattazione che sto svolgendo, questi dati siano del tutto ininfluenti. Venne rapito, insieme ad altri quattro connazionali, da uno dei tanti gruppetti terroristici che trovano tutt’ora la loro fortuna nel disordine del dopo Saddam conseguente alla fallimentare (credo che sia sotto gli occhi di tutti) invasione anglo-americana. Fabrizio Quattrocchi venne ucciso dai suoi sequestratori. Le sue ultime parole furono: “Ora vi faccio vedere come muore un italiano” e suscitarono una forte ondata emotiva tra molti italiani (Ma non tra tutti. Io no di certo).

Veniamo ai fatti recenti. La settimana scorsa gli è stata conferita, dal presidente della repubblica Ciampi, la medaglia d’oro al valor civile. Visto il clima pre-elettorale la notizia è stata subito strumentalizzata, soprattutto da chi, a destra, sempre ha premuto affinché fosse concesso un riconoscimento a Quattrocchi. Ovvie le feroci critiche a chi ha osato levare una voce critica (ovvero, la cosiddetta sinistra radicale). Tra queste voci contrarie, l’avrete già capito, ci sono anch’io. Vi riporto le mie considerazioni, sperando di non apparire più cinico di quello che sono in realtà.

La domanda che credo che ci si debba porre è: perché la medaglia? Più nello specifico, che cosa ha fatto Quattrocchi per meritare tale onorificenza? A mio avviso, nulla. Fabrizio Quattrocchi era a tutti gli effetti un lavoratore italiano ucciso all’estero. E’ questa una condizione sufficiente per l’assegnazione della medaglia? Non penso. In più Quattrocchi, non essendo un militare italiano, non stava rappresentando l’Italia, come ad esempio nel caso di Calipari (cui venne subito conferita) o i militari morti a Nassirya (ancora inascoltati). Non che risieda in me un grande amor di patria e che motivazioni di questo genere mi risultino convincenti, ma, almeno, sia per Calipari che per Nassirya, si trattava di missioni ufficiali per conto dello stato, cioè, in definitiva, di interesse nazionale. Quattrocchi si trovava in Iraq per il suo bene, cioè per uno stipendio. Intendiamoci, non vedo nulla di male in questo. Ci mancherebbe. Tutti hanno bisogno di soldi ed ognuno è libero di fare le proprie scelte. Ma accettare un lavoro del genere comporta l’assunzione di molti rischi, che purtroppo si sono avverati. Dobbiamo forse dare una medaglia a tutti quelli che assumono, autonomamente, decisioni rischiose e ne pagano le conseguenze, per quanto barbare quest’ultime possano essere? Mi sembra assurdo. Tutti i liberi professionisti sanno cos’è il rischio d’impresa. Quattrocchi ha scommesso tutto sul nero. Ma ha perso. Fosse stato più fortunato sarebbe tornato in Italia con un po’ di soldi in più per se stesso. Ripeto, gesto lecitissimo e per nulla disonorevole. Ma lungi dall’essere eroico: almeno non più di aprire un’attività in proprio. Le medaglie al valore hanno come fine il perpetuamento di gesti volti agli interessi della collettività, affinché siano di monito: nella storia di Quattrocchi non riesco a scorgere nulla di questo. Alcuni sostengono che la sua ultima frase sia eroica. Io non sono dello stesso avviso. Scusate, se anche nei suoi ultimi momenti avesse implorato pietà, questo avrebbe cambiato la gravità del fatto? Provate ad immaginare la scena, ma senza frase. Siete ancora convinti che sia lì, e non nell’esecuzione, la cosa più importante? Io voglio continuare a pensare che quel che conta sia tutta la vita di una persona, non gli ultimi secondi. Non le ultime parole, ma tutte le parole.


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Il caimano
Sabato Marzo 25th 2006, 23:25
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Nanni Moretti lo si ama o lo si odia. Il sottoscritto, addirittura, nutre nei suoi confronti una sorta di adorazione (un po’ come per Ken Loach…), a causa della quale ogni suo nuovo film rappresenta un evento che necessita un adeguato periodo di preparazione psicologica. Se pensate quindi di trovare una recensione oggettiva, avete sbagliato post(o)…

Ma non tergiversiamo ulteriormente… La nuova fatica del grande regista arriva a cinque anni di distanza dallo struggente “La stanza del figlio” e a ben nove da “Aprile”, film che intrecciava la sua vita personale (la nascita del figlio Pietro) con la cronaca politica (la vittoria dell’Ulivo). In questi anni Nanni Moretti è stato una figura di spicco dei cosiddetti girotondi, l’opposizione interna e di sinistra dell’Ulivo (memorabile il suo intervento: “Con questa dirigenza non si va da nessuna parte!”), e le piccole indiscrezioni trapelate che riferivano di un suo film su Berlusconi (a poche settimane dal voto) facevano scaturire inevitabilmente molte domande. Come sarà? Che tono avrà usato? Sarà un film politico? Sarà un documentario? La risposta l’abbiamo avuta ieri sera.

Il caimano del titolo è proprio Berlusconi, ed il film tratta le sue vicende, partendo dagli inizi (“Da dove ha preso i soldi?”) fino alla sua discesa in campo osteggiata da Montanelli, ma non solo. Il film è una commedia (in una breve apparizione nel ruolo di se stesso, Moretti dirà: “E’ sempre tempo per una commedia”) con trovate molto divertenti (il classico humor morettiano: da spanciarsi la prima scena “maoista”) che incrocia, quasi a riprendere il discorso con “Aprile”, personale e pubblico, in un crescendo di situazioni drammatiche, che culminano nel graffiante ed inaspettato epilogo.

Protagonista della storia è Bruno (Silvio Orlando), produttore di film non certo impegnati (alcuni titoli? “Maciste contro Freud”, “Violenza a Cosenza”, “Mocassino assassino”…) che non combina più niente dal clamoroso flop avvenuto 10 anni fa del suo “Cataratte”. Bruno sta per divorziare da Paola (Margherita Buy), ex attrice protagonista proprio dello sfortunato “Cataratte” nel ruolo dell’inafferrabile Aidra, ma i due hanno un po’ di problemi a comunicalo ai loro piccoli figli. La sgretolazione della sua vita di coppia va di pari passo con quello della sua casa di produzione che chiudere, pressata dalle banche. Contemporaneamente Teresa (Jasmine Trinca), una giovane regista senza esperienza, gli riesce a far avere un suo copione, intitolato “Il caimano”. Bruno ne legge un pezzo e ne rimane entusiasta, convoca Teresa ed insieme vanno ad un appuntamento in Rai per cercare di fra spostare i finanziamenti per un film precedentemente commissionato al nuovo copione, ma ascoltando la ragazza esporre la sceneggiatura, Bruno capisce che si tratta della storia di Berlusconi… Dopo qualche momento di perplessità e nonostante la mancanza di finanziamenti esterni, il progetto va avanti, non senza qualche problema, così come il procedimento di divorzio…

Gli attori sono tutti perfetti, con delle superlative interpretazioni del grande Silvio Orlando (meriterebbe un Oscar all’anno…) e di Margherita Buy (fantastica la scena del campetto di calcio…) a loro agio sia nelle parti comiche come in quelle drammatiche. Riguardo ai contenuti politici, purtroppo, non c’è molto da aggiungere visto che, per parafrasare lo stesso Moretti, “Sono cose che già sanno tutti. E se non capiscono…”. Le parti sulla vita di Berlusconi sono infatti riporate con fedeltà, ma note a chiunque abbia letto, ad esempio, qualche libro di Travaglio e Gomez. Menzione d’onore però per il finale, nel quale, grazie ad un’abile messa in scena del capovolgimento della realtà, viene formulato un pesante j’accuse politico rivolto alla meschinità della società italiana.

Fulminante.

PS: Caro Moretti, quand’è che ci regalerai finalmente il musical sul pasticciere trotzkista nella Russia stalinista?


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Sostituzione accidentale di una targa anarchica
Venerdì Marzo 24th 2006, 18:00
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“… ho visto bombe di stato
scoppiare nelle piazze
e anarchici distratti
cadere giù dalle finestre…”

Quarant’anni – Modena City Ramblers

Era il 12 dicembre del 1969 ed una bomba esplose alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana, a Milano. Da poco passato il ’68, portatore di scombussolamenti non da poco, il clima era ovviamente ancora rovente e l’attentato polarizzò ulteriormente la situazione spargendo a piene mani confusione (“A piazza Fontana è scoppiato uno scaldabagno” riferì un già allora efficientissimo Bruno Vespa…). Un avvenimento del genere avrebbe potuto destabilizzare in maniera estremamente seria il futuro dell’Italia (cosa, che si venne a sapere dopo, era in effetti la motivazione dell’attentato), e ci fu quindi la necessità, da parte delle istituzioni, di mostrarsi subito pronte a ribattere al colpo. Purtroppo, sparando nel mucchio senza alcun criterio.

Venne così accusato ed arrestato, senza alcuna prova reale, Giuseppe Pinelli, colpevole solamente di essere un ferroviere anarchico, cioè un ottimo capro espiatorio senza nessun rilevante gruppo di riferimento alle spalle. Inoltre, così facendo, si spostò l’asse delle indagini a sinistra, smarcando i veri artefici della strage, cioè i servizi segreti deviati a destra.

Dopo tre giorni di fermo in questura (con una massimo possibile di due), Pinelli venne suicidato durante un interrogatorio cadendo dal quarto piano della questura di Milano. Ovviamente si cercò di far passare la tesi del suicidio (Marcello Guida, presente all’interrogatorio, avrebbe pronunciato: “Pinelli si è suicidato, ciò ne prova la colpevolezza”), che ancora oggi, nonostante l’incredibile mole di contraddizioni emerse nelle inchieste svolte, viene ritenuta la tesi ufficiale. Del resto neanche per le altre stragi esiste una versione accettabile per i familiari delle tante vittime, ma solo una ufficiale che, grazie ad anni di insabbiamenti più o meno velati, non dice niente. Pensate quindi che qualcuno possa ancora interessarsi alla fine di un anarchico?

Qualcosa, comunque, in tanti anni di oblio è rimasta. Si tratta di una targa a piazza Fontana, firmata dagli studenti e i democratici milanesi e collocata dagli anarchici del circolo “ponte della Ghisolfa”, cui Pinelli afferiva, che recitava, tra l’altro, “ucciso innocente”. Questa targa è stata fatta togliere la notte del 18 marzo dal comune di Milano ed è stata sostituita con una nuova recante la falsa dicitura “innocente morto tragicamente”, chiara provocazione pre-elettorale dopo gli scontri nel capoluogo lombardo delle settimane scorse.

Ma per fortuna c’è chi non dimentica. Ieri 23 marzo c’è stata una manifestazione e la vecchia targa e stata posta accanto a quella nuova, qui trovate un po’ di dettagli.

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The producers - una gaia commedia neonazista
Venerdì Marzo 24th 2006, 02:08
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Martedì sera, dopo una sana birretta al Carpe Diem, al momento di accomiatarci un amico ci ha confessato che gli piacerebbe molto se la vita fosse strutturata come un musical. “Pensate che bello”, ci incalzava accennando (discutibili) passi di danza, “magari adesso prendo l’autobus, parte la musica, si aprono le porte delle case ed escono le persone a fare la coreografia!”. Focalizzandosi su questa scenetta (od una analoga) è facile essere concordi. Questo perchè nell’idea stessa del musical c’è una forte componente irreale (quando mai vi è capitato, per esempio, di ballare e cantare con piroette e coretti con i vostri vicini?) che gli conferisce un tono necessariamente lieve e divertente. Da questo punto di vista, vivere la propria vita come in musical è un po’ come trascorrerla in una favola [a parte per chi, come me, magari sa cantare (diciamo non completamente stonato…) ma non certo ballare…].

Potreste chiedervi come mai ho incominciato con questo sproloquio sul musical, soprattutto visto che non posso certo essere annoverato tra i fans del genere. La risposta è semplice. Per trovare delle scuse valide per non dare un giudizio negativo su questo film, che è la trasposizione su pellicola dell’omonimo musical di Mel Brooks, vincitore di addirittura 12 Tony. Ma il musical era tratto da un film. Il cerchio si chiude…

Il lungometraggio cui ho assistito mercoledì, essendo strutturato come musical, porta con se tutti i pregi ed i difetti del genere, amplificando però quest’ultimi. Le parti danzate, infatti risultavano troppo lunghe, e quindi noiose dopo un po’, soprattutto perchè riprodotte in un ambiente a loro estraneo (immagino che vedere un musical a teatro sia un’altra cosa…). Per contro, il contesto assolutamente improbabile del musical ha concesso ampi spazzi per inserire parti assolutamente esilaranti.

Trama: Max Bialystock (Nathan Lane) è un produttore di Broadway che non ormai non ne azzecca una. Il suo nuovo spaurito ragioniere Leopold Bloom (Matthew Broderick) involontariamente gli fa capire che producendo un fiasco assicurato si possono fare molti più soldi che con uno spettacolo bello. A questo punto cercano la peggior sceneggiatura possibile, trovandola in “Una primavera per Hitler” dello squilibrato nazista Franz Liebkind (Will Ferrel) ed il peggior regista in circolazione. A loro si unisce anche la bella attrice svedese Ulla (Uma Thurman). Il piano sembra perfetto, ma…

Due considerazioni finali:

Vedendo Uma Thurman in un musical non ho potuto che chiedermi: “Pensa se Kill Bill l’avessero fatto musical! Altro che pulp!”

Leopold Bloom è anche il protagonista dell’Ulisse di Joyce… secondo voi c’è un nesso? Perchè io non lo trovo…

PS: non so se s’è capito, ma a me il film è piaciuto…


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Papà… è in viaggio d’affari
Giovedì Marzo 23rd 2006, 01:35
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Kusturica strikes back! E se la scena è sempre quella di Sarajevo, questa volta il regista ci porta nel 1950, quando lo scontro tra titoismo e stalinismo era parecchio acceso ed i sospettati di tendenze filo-sovietiche rischiavano l’internamento in campi di lavoro (i “viaggi d’affari” del titolo…). A farne le spese c’è anche Mesa, ma più che altro per la ripicca di una sua amante. Mesa ha due figli, tra cui il piccolo Malik, narratore e “protagonista” della storia (metto le virgolette perché in realtà non c’e alcun protagonista assoluto). Malik, che frequenta i primi anni delle elementari, si trova in mezzo a situazioni che non riesce a comprendere, ma i sui commenti come voce narrante sono una delle colonne di questa pellicola. Certo, affidare alle parole di un bambino (ovviamente ingenue e tenere nella loro semplice lucidità) la narrazione di un film potrebbe essere un mezzuccio buonista per accattivarsi il pubblico. Ma in questo caso non è così. Il film di Kusturica, infatti, è si caratterizzato, come “Ti ricordi di Dolly Bell?”, da una dolcezza molto coinvolgente, ma porta sempre con se un’analisi (tragica) dei comportamenti umani che, per contrasto, risulta molto più pungente.

E qui sta il genio di Kusturica, secondo me. Perché altri registi non riuscirebbero a mischiare così tanti elementi senza che il risultato non appaia come una convivenza forzata. Kusturica ci riesce. Acuta critica politica, gag divertentissime, personaggi perfettamente umani nel loro essere imperfetti, ironia, tragedia, un tocco favoloso e sognante. Tutti questi elementi si fondono in maniera per nulla stridente, ma anzi danno vita ad un pulsante mosaico colorato di vivide emozioni.

Scusate se è poco…


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Tesi!
Mercoledì Marzo 22nd 2006, 01:44
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E’ un po’ che non parlavo della mia tesi… mi sembra il momento giusto (visto che si stanno laureando tutti… ma dove pensate di andare? Tanto finirete a fare i disoccupati…) di fare un po’ il punto della situazione.

Allora… alla fine faccio la tesi sul piano energetico regionale, ma questo si sapeva già da alcuni mesi. Purtroppo l’interazione tra i miei due profs che seguono la mia tesi (di una competenza vastissima ma, proprio per questo, sempre in giro per il mondo…) e la regione (cioè tempi leeenti…) ha portato alla dilatazione esponenziale dei tempi morti. In poche parole ho scoperto OGGI POMERIGGIO quel che devo fare. Divertente, no?

Oggi pomeriggio abbiamo fatto una riunione in regione. Visto che non si poteva buttare nel cesso il vecchio piano (vale fino al 2012, ma ci son scritte tante di quelle cazzate…), farò un’analisi critica dell’attuale Piano Energetico Ambientale Regionale (PEAR), possibilmente basata anche sulle incongruenze con il Piano di Risanamento e Tutela Qualità dell’Aria (PRTQA). Così facendo si potrà passare alla seconda parte, cioè la definizione delle strategie integrate da impiegare per il conseguimento della riduzione delle emissioni di anidride carbonica (che è un po’ il problema grosso, dopo la ratifica di Kyoto…). Ma come distribuire le limitate risorse finanziarie della regione? Presto detto! Si usa l’inflazionatissima teoria dei problemi di massimo vincolati, ovvero i moltiplicatori di Lagrange (sembra una cosa fantascientifica … vi assicuro che è una cazzata…). Personalmente vorrei poi farci entrare un po’ di considerazioni sulla pianificazione più di stampo politico, ma prima cercherò di fare le cose più importanti.

Che altro aggiungere? Ah, si! In una settimana dovrei fare, almeno preliminarmente, la prima parte, quella della critica (distruttiva, ovviamente!).

Per i più curiosi (fatevi vedere da un medico!), vi allego tre paginette che dovrebbero spiegare la filosofia alla base della seconda parte…



Sei personaggi in cerca d’autore
Martedì Marzo 21st 2006, 00:48
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Contesti metateatrali. Ironia. Dramma. Situazioni surreali. Tutto questo e molto di più è contenuto nello spettacolo di Pirandello, cui ho avuto modo di assistere venerdì scorso (il 10) al teatro della Corte. La sceneggiatura è assolutamente pazza e geniale, ricca di spunti di riflessione dai tratti giustamente “pirandeliani” ma anche di parentesi autoironiche che contribuiscono a creare quella sorta di spaesamento narrativo dovuto principalmente al continuo gioco di specchi tra realtà e finzione. Infatti, dove finisce una e comincia l’altra? Nel teatro di Piarendello, come è noto, la linea di demarcazione che le divide non è mai ben definita. Anzi, questa sua continua oscillazione è spesso la chiave di volta della narrazione, che rende possibile la felice convivenza di spassosissime battute in assurdi contesti con scene dall’elevato pathos e forti significati.

Si parte già alla grande: gli attori entrano in scena e si mettono a chiacchierare tra di loro come se fossero alla fermata del tram, ma le luci sono accese e non si sente niente. Dopo qualche minuto le lui si abbassano ed il pubblico si zittisce. Appena le luci sono spente si cominciano a sentire le voci degli attori. Entra il regista (il regista anche dello spettacolo vero, un istrionico Carlo Cecchi che gigioneggerà per tutta la serata: strepitoso!) e si capisce che si sta assistendo alle prove di una compagnia alle prese con il secondo atto del pirandelliano “Gioco delle parti” (fulminante l’autoironica battuta fatta dire al regista: “Non è colpa mia se dalla Francia non ci passano più nulla di buono e dobbiamo mettere in scena cose di ‘sto Pirandello!”). Dopo pochi minuti di prove, a seguito di un movimento sbagliato della scenografia, compaiono sei personaggi vestiti di scuro. Chiedono spazio. Cercano di raccontare la loro storia. Loro, perché riguarda tutti e sei i personaggi. Ma loro anche perché ognuno ha una personale visione dei fatti. E poi, sono nati personaggi, destinati (o desiderosi?) a trovare un autore che sappia mettere in scena il loro dramma. Riescono così a convincere il regista e la sua compagnia ad occuparsi della loro storia, ma qui sorgono i problemi. L’interpretazione degli attori non soddisfa i personaggi che non vedono ricreato in maniera esaustiva il loro dramma. Si pone l’eterno dilemma del rapporto tra realtà e finzione. Che cos’è il teatro? Fin dove può aspirare nel rappresentare la realtà?

Ben recitato, divertente e profondo. Uno spettacolo da lode, anche se, in quanto “classicone”, perde un po’ di smalto nell’esposizione di concetti già noti (del tipo: tutti siamo andati a scuola e sappiamo qual’era il Pirandello pensiero…).


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Ti ricordi di Dolly Bell?
Lunedì Marzo 13th 2006, 22:37
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Ti ricordi di quando c’era la Jugoslavia? Il cinema di Kusturica è sempre stato pervaso dal tema del passato della sua patria, ma se, ad esempio, nel suo capolavoro “Underground” il tono ero molto più didascalico, in questa sua prima opera il regista si lascia “semplicemente” andare ad una dolce malinconia del passato fornendo uno spaccato della Sarajevo anni 60 che lascia veramente il segno. Protagonista della storia è Dino, adolescente alle prese con i problemi tipici della sua età, che vive alla periferia di Sarajevo con una famiglia un po’ particolare ed un padre che definire eccentrico è poco. Quest’ultimo, sebbene sovente ubriaco, organizza la vita familiare come delle riunioni di partito (che risulteranno comicissime), in nome della sua visione personale del comunismo. Anche Dino, in contrasto con il padre, cerca la sua via per il comunismo, ma questa volta attraverso l’ipnosi, perché “solo controllando le proprie emozioni si giungerà al comunismo”, ma l’incontro con una prostituta gli farà cambiare idea…

Anche se la storia non brilla certo per originalità, il film ha la sua carta vincente nella descrizione dei tutto ciò che circonda Dino (la vita a Sarajevo, le discussioni alla casa del popolo) e nello stile registico incredibilmente “dolce”, grazie al quale sono ben pochi i personaggi verso i quali non si sente uno scatto di tenera simpatia.

Da vedere.

PS: W il compagno Ciccio!


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Nero+ (reprise)
Venerdì Marzo 10th 2006, 23:36
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In un mio post precedente vi avevo parlato della presentazione di un libro, Nero+, opera prima di Edoardo Cavazzuti illustrata da Daniele De Battè. Beh, non vi starò a fare un finta recensione seria, visto che l’autore (da qui in avanti, semplicemente Edo) è mio amico, vi basti sapere che i racconti che costituiscono il volume mi hanno sinceramente colpito. Più delle sue leggendarie caraffe di negroni [e vi assicuro che sono delle bombe! Le avessero trovate in Iraq non potremmo più rompere i coglioni (no, non Cheney e Rumsfeild… intendevo bel senso figurato…) a Bush…].

Avevo già avuto modo di constatare il suo talento in occasione della messa in scena di “Memorie del 25 aprile”, suo breve testo teatrale appositamente scritto per la Compagnia del Cappotto (Non li conoscete!? Dio vi punirà!!! Ah ah, ne sentirete spesso parlare, su questo blog…), contraddistinto da una caratterizzazione dei personaggi veramente toccante. Ed adesso questo bellissimo libro di racconti, sublimato (per usare parole sue) in maniera molto evocativa dai disegni di Daniele Battè.

Per adesso l’ho letto due volte. Alla prima lettura, veloce per la curiosità, mi è piaciuto. Subito dopo l’ho riletto, cogliendone meglio le sfumature, e mi ha definitivamente conquistato. Da lode “Black Out America”, ma anche tutti gli altri racconti non sono da meno, sempre caratterizzati da personaggi tratteggiati con uno stile personale e difficile da dimenticare.

Se volete farvi (o fare) un bel regalo, avete trovato quello che cercavate. Tra l’altro, se passate sabato 11 alle 18:00 alla libreria del porto antico, potrete assistere alla nuova presentazione del libro, farvi firmare la vostra copia dagli autori ed assistere all’attesissima performance della Compagnia del Cappotto, che si cimenterà nella lettura scenica di brani scelti tratti dal libro (e/o in feroce guerriglia, in realtà non lo so. In caso di guerriglia, sarò anch’io nella mischia).


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Per non dimenticare….
Venerdì Marzo 10th 2006, 01:12
Archiviato in: Politica ed informazione, Piccoli sfoghi contemporanei

Ragazzi, tra un mese si vota…

Se vince ancora quel nano pelato piduista potrei non essere più responsabile delle mie azioni… vediamo di dargli un calcio in culo che se lo ricordi, quando marcirà a san Vittore. Lui e quel suo branco di fascisti in libera uscita…

Nel segreto dell’urna elettorale, ricordatevi, ad esempio, di questa gigantesca figura di merda che ci viene rimembrata dal buon franco

A buon intenditor…


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