Dio
Ed alla fine, nonostante svariati problemi sia organizzativi che tecnici, si è andati in scena! Infatti, dopo i fasti della tre giorni del luglio scorso al Buridda, la compagnia del Cappotto ha riproposto, questa volta al teatro Albatros in occasione della rassegna “La casa di Cenerentola”, “Dio”, commedia scritta da Woody Allen. Ed eccomi quindi rivestire i panni di Zeus (ma quest’anno anche di Bursite!), “dio degli dei, creatore del mondo e prodigatore di miracoli”… Rispetto all’anno scorso ci sono stati un po’ di cambiamenti di vario genere. Innanzi tutto, complici le defezioni di Ana e Carla, alcuni ruoli sono stati ripartiti in maniera differente, grazie anche al contributo di Edo. Inoltre le psicologie dei personaggi, almeno di quelli più frequentemente in scena, sono state abbastanza ribaltate. Il testo è stato riadattato alle nostre esigenze questa volta partendo dalla traduzione di Daniele Luttazzi (“allenniano” di lunga data…), mille volte più precisa rispetta a quella precedentemente pubblicata. Infine ci siamo affidati, per la scenografia, all’estro di Daniele De Battè, che ci ha regalato una sua particolare ma bellissima rilettura dell’antica Grecia con dei fondali animati da proiettare.
Tutto rose e fiori, quindi? Non proprio. Perché qui arrivano i problemi… Grazie alla lungimirante ed oculata organizzazione ci piazzano le prove generali sabato dalle 12 alle 14… peccato che alle 13 il tecnico luci sia in pausa pranzo. Morale: riusciamo a fare un’unica prova senza tecnico, con le luci piazzate a caso e sapendo già in partenza che non avremo il tempo per fare un puntamento luci, adattatandoci quindi a quelle dello spettacolo precedente… Ma i casini, ovviamente, non finiscono qui… Avremmo dovuto essere in scena alle 22:30, ma visti grossi ritardi (ad esempio, perché lo spettacolo delle 20:30 è iniziato un’ora dopo?), slittiamo miseramente a mezzanotte, in modo che solo pochi irriducibili si trattengono per il nostro spettacolo… che organizzazione di cialtroni…
Ma veniamo alla performance! Personalmente ritengo che avremmo potuto fare molto meglio… rispetto alle prime due serate al Buridda mi aspettavo un netto salto di qualità… attendo qualche giudizio (imparziale, per favore! Sono questi quelli che ci servono!) dai presenti che bazzicano questo blog, ma la mia impressione, viziata forse da una conoscenza un po’ troppo approfondita del copione, è che siamo riusciti a fare emergere solo un piccola parte delle potenzialità di questo testo. Forse qualche prova in più avrebbe giovato, ma ormai non riesco più ad essere oggettivo su questo spettacolo… mi rimetto al giudizio del pubblico…
Ringrazio di cuore chi ci è venuto a vedere ed ha avuto l’enorme pazienza non solo di aspettare l’inizio dello spettacolo (mia sorella Agnese, Vincenzo, Licia ed Andrea) ma che ha anche subito la nostra lentezza molesta da post spettacolo (Roberto, Valentina e Maria Paola)… siete stati veramente gentilissimi…
Dopo lo spettacolo siamo andati a mangiare un panozzo mitologico da Orazio, un bar in fondo a corso Sardegna… il problema è che avevo ancora il trucco di scena… Dovete sapere che per la mia parte mi è toccato farmi truccare, come tutti, gli occhi con la matita e un’altra roba che non so in faccia, ma in più chili di borotalco in testa per effetto grigio… quando sono uscito c’è chi mi ha paragonato al cantante dei System of a Down, altri ad un travestito… non so a chi credere… ah, aggiungete numerose Moretti (dalle 21 non s’è fatto altro…) ed un negroni post spettacolo… diciamo che non avevo una bella cera?
Un doveroso ringraziamento finale alla Ale, Gogo, Lele, Marta, Nur e la Ro per avermi dato anche quest’anno la possibilità di essere un “membro aggiunto” della compagnia del Cappotto e per i bei momenti passati insieme (in quanto compagnia di cappottati, ovvio…).
Dio, compagnia del Cappotto, Woody Allen, teatro, Zeus, La casa di Cenerentola
Concerto Vinicio Capossela
Lunedì Maggio 29th 2006, 01:24
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Musica
Vinicio Capossela lo si può definire in tanti modi. Ad essere riduttivi, un ubriacone. In maniera retorica, un poeta ubriacone (come se fosse l’unico… e comunque prima di togliere lo scettro a Shane MacGowan ce ne vuole…). Esagerando, un genio ubriacone. Per me rientra in quella schiera di gente da catalogarsi con la parola personaggi. Avete presente quelle persone troppo assurde da poter pure esistere nel mondo reale, generalmente protagoniste di storie al limite dell’invenzione? Quelle che potrebbero vivere al massimo in un cartone animato (in questo specifico caso, come da ammissione dell’interessato, un cartone da 24 di Forst da 33 animato…). Da questo punto di vista, Capossela è indubbiamente un personaggio, ovviamente ubriacone: basta sentirlo sbiascicare le sue elucubrazioni o ascoltare le sue canzoni e le storie in esse contenute.
Ovvio quindi che un suo concerto riservi molte sorprese, perché al Vinicio musicista (ed al suo impeccabile gruppo…) si affianca inevitabilmente il Vinicio autore ed intrattenitore, e la miscela rischia di essere veramente esplosiva… Il concerto al Carlo Felice di giovedì scorso ne è stata l’ennesima dimostrazione, proponendo un concerto di quasi tre ore principalmente basato sui brani del nuovo disco “Ovunque proteggi”, eseguito integralmente nella prima parte, ma che non ha trascurato tutte le fasi dell’evoluzioni del suo percorso musicale. Alle sonorità del nuovo disco, una sorta di estremizzazione delle atmosfere bislacche del precedente “Canzoni a manovella”, si sono infatti affiancati senza alcun problema i richiami a Tom Waits e Paolo Conte degli inizi e gli echi balcanici a la Goran Bregovic di medio termine. Altra peculiarità del concerto è stata la struttura quasi a “spettacolo”, con frequenti cambi di vestiti per meglio adattarsi alla scenografia, studiata canzone per canzoni con anche belle scelte di luci.
Inizio del concerto più che mai movimentato, infatti i primi quattro brani seguono l’ordine del nuovo disco: alle tribali (con Capossela travestito da una specie di yeti o qualcosa del genere…) “Non trattare” e “Brucia Troia” seguono “Dalla parte di Spessoto” (introdotta da una lunga digressione su Jona e su come venne espulso dalla balena…) e “Moska valza” (una sorta di polka in russo con ampissimo uso di basi elettroniche). Le atmosfere si quietano in “Medusa cha cha cha”, per rallentare ancora di più su “Nel blu”. Incomincia adesso la parte più raccolta ed intimista del primo spezzone di concerto. Con un’interminabile introduzione parlata con accompagnamento di pianoforte Capossela spiega “Dove siamo rimasti Nutless”, con a seguire “Pena de l’alma” (che sembra uscita da Buena vista social club!). Il concerto continua con le sofferte interpretazioni di “Lanterne rosse” e “Ss. dei naufragati”. I ritmi ritornano poi a salire vorticosamente con “L’uomo vivo (Inno alla gioia)” e “Al Colosseo” che chiude la prima parte con una presentazione in stile “Il Gladiatore” dei musicisti del gruppo. Capossela annuncia una pausa di cinque minuti per uno dei tanti cambi di vestiti e poi ritorna per una micidiale “Marajà” ed il classicone “Che cossè l’amor”. Altra piccola pausa e Vinicio torna per due canzoni solo pianoforte e voce: “Stanco e perduto” e “Non è l’amore che va via”. Torna anche il gruppo ma le atmosfere restano malinconiche e rarefatte con le dolenti note della bellissima “Morna” [con un mandolino quasi dub (?!?) fantastico]. Finta pausa e si ritorna al casino con una devastante “Il ballo di san Vito” seguita da “Canzone a manovella” e “Al veglione”. Finale con “Ovunque proteggi” e l’ultimo bis “Con una rosa”, eseguita perché “nella città di chi cantava delle Boccadirosa usiamo solo le rose che abbiamo”.
Concerto emozionate, contraddistinto però da alcune pecche. Innanzi tutto, strano a dirsi ma vero, nelle canzoni veloci si sentiva male: il Carlo Felice non è proprio fatto per un’amplificazione da concerto… Poi c’era un’adorazione per Capossela ameno a mio parere indiscriminata… nemmeno regalasse soldi… Aggiungete pure il fatto, questo si completamente inspiegabile, che Capossela non era gonfio… cioè, non fosse che per definizione Capossela è ubriaco, dava l’impressione di essere sobrio…
Vinicio Capossela, Ovunque proteggi, concerti, musica, personaggi, alcolismo
Polvere alla polvere
Sabato Maggio 27th 2006, 18:49
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Teatro
Per il secondo appuntamento della rassegna “Mises en espace” del teatro Stabile va in scena fino a sabato il testo “Dust to dust” dell’irlandese Robert Farquhar, nella versione italiana di Massimiliano Farau e per la regia di Flavio Parenti. Lo spettacolo, molto bello, è caratterizzato da una scenografia molto particolare nella sua semplicità: spicca infatti la totale mancanza di oggetti scenici. Tale mancanza è paradossalmente riempita dall’uso insistente di luci bianche, il cui effetto è accentuato dal “pavimento-tappeto” bianco, oltre che dalla particolare cura riservata ai movimenti dei tre attori.
La vicenda raccontata non è certo delle più originali: Mick, bevitore incallito e di lunga data, cade dalle scale e muore. La notizia raggiunge Harry, Kev ed Holly, sua ex moglie. Ognuno rimane a suo modo colpito dall’accaduto e, dopo un battibecco parecchio alcolico al pub dove era solito recarsi Mick, le loro vite si uniranno, almeno temporaneamente, per organizzare l’ultimo saluto a Mick. E con il ricordo dell’amico scomparso, alone nostalgico sempre presente nei loro incontri, riveleranno aspetti della loro vita che non avevano ancora esplorato.
Il punto forte dello spettacolo risiede nella sceneggiatura veramente di ferro, che procede alternando senza stridere, ma anzi con un’abilità veramente invidiabile, tra registro drammatico e farti dosi di humor (e di birra, per dirla tutta…). Si passa infatti da “dialoghi indiretti” tra personaggi che non possono fisicamente comunicare (molto bella ed intensa la scena dello specchio) a parti più leggere (Harry nel locale), con una tessitura narrativa notevolissima: non c’è una battuta od un stacco fuori posto, praticamente un ingranaggio oliatissimo! Il tutto è interpretato in maniera molto appropriata dai tre attori in scena, impegnati nel difficile compito di recitare senza riferimenti spaziali e in un ambiente così spaesante in quanto fortemente giocato sulle tonalità del bianco (sempre che questa ultima frase abbia un senso…).
Proprio bello!
Dust to dust, Polvere alla polvere, piccola Corte, teatro Stabile, Robert Farquhar, Flavio Parenti, birra, alcolismo, funerale
Di eroi, di spie e di altri fantasmi
Mercoledì sera ho assistito al primo spettacolo della rassegna “Mises en espace”, ciclo di tre rappresentazioni gratuite che hanno luogo alla Piccola Corte, anfiteatro appositamente “costruito” sul palco del teatro della Corte. La peculiarità di questi spettacoli è l’essere una sorta di “saggio finale” degli alunni della scuola di recitazione dello Stabile, messi in scena in versioni, dal punto di vista scenografico, minimali.
“Di eroi, di spie e di altri fantasmi”, testo appositamente scritto da Nicola Pannelli e Carlo Orlando (ex allievi della scuola di recitazione dello Stabile) per la rassegna e liberamente tratto da “Colpirne uno educarne cento” e da “Sguardi Ritrovati” (edizioni “Sensibili alle foglie”), mette in scena la storia “pubblica” di Guido Rossa, intrecciando ad essa le vicende private sue e degli altri personaggi che vedranno, chi per una ragione chi per l’altra, la propria storia incontrarsi con la sua. I brigatisti del commando che lo uccise ed anche l’operaio da lui giustamente denunciato, certo. Ma anche gli avvocati di “Soccorso Rosso”. E, su tutti, la figlia Sabina, che risulta forse il personaggio chiave del dramma: è infatti a lei, l’unico personaggio che nell’introduzione non viene definito comunista, che vengono affidati i passaggi più drammatici ed emozionati dello spettacolo.
La struttura della messa in scena è abbastanza canonica nella sua non linearità: cinque attori, alcuni dei quali ricopriranno più ruoli, si alternano alla parola, talvolta dialogando, per dar voce ai personaggi o all’evolversi della narrazione, seguendo un schema classico di teatro politico che prevede l’alternanza di spiegazione dei fatti e descrizione di sentimenti personali.
Il risultato è veramente notevole e, anche trascurando le sbavature degli attori (comprensibilmente tesi), resta uno spettacolo emozionante e coinvolgente, che sa far indignare e riflettere, enfatizzando il lato umano della vicenda (lunghe sono le digressioni su “Soccorso Rosso” e le condizioni carcerarie) senza scadere in un becero buonismo.
In sintesi, la vicenda. Guido Rossa era un operaio sindacalista della CGIL che lavorava all’Italsider. Un giorno scopre un suo collega con dei volantini di propaganda brigatista. Decide di denunciarlo, ed in questa scelta è lasciato solo. Dopo un po’ di mesi, il 24 gennaio 1979, viene ucciso dalle brigate rosse davanti a casa sua. Le BR, cosa assolutamente inedita, non rivendicano subito l’omicidio, anzi si susseguono conferme e smentite. Ma non c’è da stupirsi: mai e poi mai qualcuno avrebbe pensato che le BR uccidessero un operaio. Alla fine la rivendicazione arriva, ma specifica che l’intenzione era gambizzarlo. L’assassinio di Rossa fatto fa crescere nell’opinione pubblica, anche quella di sinistra troppo fredda al problema brigate rosse, la consapevolezza di essere di fronte ad una situazione non più tollerabile. Al funerale di Rossa, cui partecipò anche Pertini, accorsero 250 mila persone.
Di eroi di spie e di altri fantasmi, Guido Rossa, Nicola Pannelli, Carlo Orlando, Piccola Corte, teatro, terrorismo, brigate rosse
Concerti Fiamma Fumana e A Silver Mt. Zion
Lunedì Maggio 15th 2006, 23:36
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Musica
Domenica è stata una giornata all’insegna della musica particolare. Alle 18:00 c’è stato alla Fnac lo show case dei Fiamma Fumana per la presentazione del loro terzo disco, “Onda”. I Fiamma Fumana sono un gruppo di folk elettronico, il cui intento è svecchiare la tradizione innestando appunto basi elettroniche su sonorità folk-tradizionali. Il progetto, avvincente ed al contempo impegnativo, parte nel 2000 da Alberto Cottica, storico ex-fisarmonicista e fondatore dei Modena City Ramblers, che fonda il gruppo insieme a Fiamma (voce) ed a Marco Bertoni (programmazioni). Realizzato il primo disco, “1.0”, Revelli non partecipa al tour ed esce di scena, ma il gruppo si amplia con le presenze femminili di Lady Jessica Lombardi [piva emiliana (cioè una cornamusa), flauto, basso e cori] e Medhin Paolos (dj e cori). Ottengono i primi consensi all’estero dove girano un sacco (Stati Uniti, Nord Europa) per festival folk. Con questa formazione registrano anche il loro secondo disco, “Home”, sempre intriso di tradizione ed elettronica, ma devono poi subire la defezione di Fiamma e anche dell’altra cantante chiamata a sostituirla. Adesso arrivano al terzo disco con alla voce tale Elisa Kant, che ha una gran voce ma con il gruppo secondo me non c’azzecca un cazzo (oltre ad avere una pettinatura che spero sia una parrucca…). Ho ascoltato parte del disco e la breve esibizione ed il mio commento è che hanno fatto schifo. Mi piange veramente il cuore vedere come Alberto Cottica abbia lasciato i MCR (e come si sente la mancanza della sua fisarmonica!) per questo progetto così imbarazzante… Io speravo facessero elettronica seria con forti innesti folk, invece le canzoni presentate erano, a parte i tradizionali, banalissime canzoni pop. Ma pop di quello commerciale da vergognarsi! Il singolo “Onda” potrebbe cantarlo Laura Pausini… La commistione folk (musica grezza e da far casino) con elettronica poteva essere una gran cosa, ma domenica sembrava di ascoltare Hevia (quello della pubblicità di una macchina…)… altro che “world music”, con buona pace di Peter Gabriel… [notizia correlata: il produttore del loro ultimo disco, Peter Walsh, già produttore anche di Gabriel, Simple Minds (?!?), e PGR, produrrà il nuovo disco dei miei amati Modena… incomincio ad avere seriamente paura…].
Dopo queste aspettative andate in fumo, per fortuna la giornata ha preso un’altra piega. Diciamo diametralmente opposta, visto che ho assistito ad un concerto fantastico. A villa Croce, in occasione di “Mu mù – musica nei musei” c’è stata l’esibizione (per di più gratis) degli A Silver Mt. Zion, ovvero i Godspeed you! Black Empereor riveduti e corretti. Il gruppo ha proposto sonorità davvero interessanti, caratterizzate da un padronanza veramente incredibile da parte dei musicisti, oltre che dei rispettivi strumenti, anche di tutti gli effetti (molti delay, echi e sequencer) ad essi collegati, fatto ancor di più accentuato dall’impianto non certo all’altezza (il mixer era insufficiente… un gruppo del genere meriterebbe una cura esterna dei suoni maggiore…) oltre che dall’ampiezza ridotta del palco che ha causato come sottofondo, visti i molti microfoni presenti, il costante fruscio dovuto dai ritorni. Ma nonostante questo l’esibizione del gruppo è stata assolutamente entusiasmante. Sul palco erano in 7: un quasi quartetto d’archi (due violiniste, una violoncellista ed un contrabbassista) due chitarristi elettrici ed un batterista che suonava anche alcune parti di chitarra semi-acustica. Definire il genere da loro suonato mi è proprio difficile… diciamo che proponevano lunghe suite “d’ambiente” contraddistinte da una spiccata attitudine rumorista oltre che da un uso straordinario delle voci (cantavano tutti oltre al cantante principale), che producevano armonizzazioni così belle da far accapponare la pelle. Niente di molesto, quindi, anzi i toni erano per lo più lenti e soffusi, ma il risultato è musica sicuramente differente da quella normalmente proposta. E’ anche vero che, visto che dal vivo mi piace praticamente tutto, probabilmente su disco li apprezzerei meno, ma resta il fatto che il concerto di domenica mi ha soddisfatto completamente: era un bel po’ di tempo che non sentivo qualcosa di così interessante.
musica, concerti, Fiamma Fumana, folk, elettronica, mu mu, villa Croce, A Silver Mt. Zion, Godspeed you! Black Emperor
Mercenari s.p.a.
Lunedì Maggio 15th 2006, 01:24
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Teatro
Lo spettacolo della compagnia del teatro Cargo cui ho assistito sabato sera era parecchio strano, caratterizzato dall’essere di difficile collocazione in un genere univoco. Non si tratta certo di una storia, e non solo perché la narrazione, procedendo a sbalzi, risultava essere fortemente non lineare, semmai di frammenti, o meglio schegge impazzite, di storie che gravitano, con un’orbita assai irregolare ma non incerta, nell’universo dei mercenari.
Si parte con una voce registrata che enumera le definizioni di mercenario, poi si apre il sipario e ci troviamo al cospetto di tre uomini in giacca e cravatta in ginocchio che, eseguendo movimenti assurdi, recitano dialogando una specie di mantra del mercenario. Sul fondo si vede un batterista, che avrà per tutta la durata dello spettacolo la funzione (svolta egregiamente) di rumorista. Entrerà anche in scena una cantante (credo sia quella delle Voci Atroci) per alcune parti musicali. La scenografia, scarna ma efficace, prevede anche la caduta dall’alto di molto oggetti legati a delle corde, cosa che contribuisce ad aumentare l’apparente disordine narrativo, peraltro enfatizzato dall’uso quasi ossessivo degli spazi da parte della marcata fisicità che contraddistingue l’interpretazione degli attori.
Lo spettacolo è diviso in tre parti. Nella prima si da spazio alla descrizione del mondo manageriale che ha creato il business della milizia privata, vera e propria miniera d’oro per gli investimenti. Questa è la parte più didascalica, anche se viene proposta con lo stessa schema narrativo delle altre. Nella seconda parte si entra nello scenario di guerra e si da la voce ai mercenari, mentre nella terza (la più confusa) le voci e le storie delle vittime di guerra vengono mischiate in un crescente delirio che crea un forte (forse esagerato) effetto di spaesamento.
Lo spettacolo è molto bello, oltre che “educativo”, e trae molta della sua forza dalla struttura inusuale fatta di continui salti narrativi, ben assecondati dall’ottima prestazione degli attori. Soffre però, a mio avviso, di alcune sbavature. La prima è sul modo con il quale viene trattata la spinosa vicenda Quattrocchi, che non appare sviluppata in maniera esaustiva. La seconda è il finale, forse un po’ troppo pretenzioso e lungo (o magari sono io che non capisco le metafore…).
Comunque, nel complesso, giudizio molto positivo. Se andrà in scena anche il prossimo anno ve lo consiglio.
Mercenari s.p.a., teatro Cargo, Laura Sicignano, Alessandra Vannucci, contractors, guerra
Giorni
Giovedì Maggio 11th 2006, 23:57
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Personale
“C’è un tempo per andare dritti giù all’inferno
C’è un tempo per tornare a saldare il conto…”
Giorni - Gang
Martedì mattina levataccia ad un’ora apocalitticamente antelucana: 6:45. Infatti, non so se ve ne eravate accorti [sicuramente i lucenti ingegneri dallo stipendio di giada che vanno a lavorare a Casella…], per la stessa ora c’è stata una grandinata epica… segno che una coerenza intrinseca, l’universo, ce l’ha ancora… Mi rendo conto che tutto ciò può risultare irritante per tutti quelli che, lavorando veramente, da sempre si alzano ad orari normali. Sorry. Ma per adesso sono ancora un fottuto studente-universitario-che-vive-a-casa, una tra le la categorie più paraculate e parassitarie del pianeta, e lo svegliarsi a questi orari, tanto più che sto facendo la tesi, è un evento da riservare ad avvenimenti speciali, come ad esempio la morte di ex premier. E poi, andando a dormire la sera prima alle 2:30, le ore di sonno erano veramente poche…
Comunque… martedì mattina ho accompagnato mio papà alla ASL dell’istituto D’Oria a Prato, perché doveva esserci alle otto e mezza per fare dei raggi (conoscendolo sarebbe arrivato con un ritardo vergognoso… invece abbiamo accumulato solo un ritardo normale…). Saranno stati otto anni abbondanti che non mettevo piede alla D’Oria e francamente non me la ricordavo così deprimente. Cioè, un istituto per anziani non è certo un villaggio vacanze, però quel posto mi ha messo una tristezza pazzesca. E’ la classica struttura ottocentesca che sta in piedi per miracolo, ci sono un sacco di finestre, nel corridoio dell’ingresso, rotte e non riparate. Tutto l’insieme da un senso estremo di trascuratezza ed abbandono. All’interno ci sono pure delle specie di giardinetti che sono veramente allo sfascio, con ferraglia varia lasciata arrugginire senza alcun tipo di remora: praticamente una discarica. E purtroppo, vedendo l’espressione triste dei pochi “ospiti” che giravano a quell’ora, ho avuto come l’impressione che fosse pure una discarica di persone, vuoti a perdere ammassati per non dar fastidio. Non so proprio come facciano a viverci. Io ci son stato mezz’ora e mi son depresso per due giorni…
Dopo sono andato a casa di mia sorella a trovarla perché aveva la febbre: le ho fatto un minuscola spesa ed ho aspettato che tornasse suo marito Vincenzo. Nel mentre ho abusato impunemente della sua casa altamente tecnologica… Ciò mi ha permesso di rompere i coglioni su msn alla Vale, che era all’università a fare credere di saper usare matlab ad un prof iraniano (in Italia per arricchire uranio, almeno a detta di Bush…), oltre che comunicare, sempre su msn, con sir Franco, fresco di nomina a baronetto, impegnato nello spiegare agli inglesi come la Smart sia un’automobile e non una scatola di sardine con le ruote (con il volante dalla parte sbagliata, per altro…). Alla fine sono pure riuscito, grazie ad un servizio via computer che non vi sto a spiegare, a telefonare gratis a Madrid! Così ho chiamato a casa Marco, un mio amico spagnolo, che tra l’altro stava ospitando una mia amica italiana, Monica, a Madrid per lavoro. E’ stato proprio divertente, anche se si sentiva un po’ male…
Mercoledì ed oggi, invece, nulla di particolare… Ho pagato il dentista, ritirato lo stipendio da scrutatore, dato un po’ di ripetizioni di matematica, deciso di andare a vedere i Pearl Jam (domani comprerò il biglietto!) a Pistoia a settembre, fatto un po’ di tesi e prove di teatro. Tutto nella norma, senza alti ne bassi.
Vabbè, sulle note finali di “Shine on You Crazy Diamond (Part I - V)”, la pianto qui, che riesco a scrivere tanto anche quando non ho nulla da dire…
sveglia, ospizio, msn, cazzi miei, Pearl Jam, Pink Floyd
Romance & cigarettes
Lunedì Maggio 08th 2006, 23:31
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Cinema
Si respira molta aria “Coen” nel nuovo film di John Turturro (regia e sceneggiatura), che dei talentuosi fratelli (in questo caso “solamente” produttori) è uno degli attori simbolo. A partire dalle belle intuizioni registiche (la scena iniziale, per esempio o alcune inquadrature molto suggestive) fino alla divertente storia, zeppa di trovate grottesche e demenziali, per non parlare della perfetta caratterizzazione dei personaggi (in puro stile Coen, appunto) dotati di una loro credibilissima umanità anche quando agiscono ben oltre il limite dell’improbabile.
Ma, a ben vedere, oltre il limite dell’improbabile lo è tutta la pellicola, che narra una storia tutto sommato non nuova (marito + amante + moglie incazzata) in una maniera così poco convenzionale da lasciare stupiti. Gli elementi cardine del film sono l’uso ricorrente del registro grottesco e sboccato, i personaggi (e tutti: dai protagonisti fino ai ruoli più brevi) sempre perfetti, le inevitabili scene oniriche (“marchio di fabbrica” della scuola Coen…) ed il ricorso, quasi come trait d’union, a svariate scene musical. L’utilizzo delle scene di musical, però, è assolutamente non convenzionale. I brani proposti, infatti, sono canzoni già famose (Bruce Springsteen, Janis Joplin, Elvis…) ed hanno la funzione di valvola di sfogo per i personaggi, che, quando qualcosa va storto (e succede spesso, in questo film..) si lanciano nel più liberatorio dei canti: quasi una parodia di musical, quindi, che non fa altro che accentuare l’effetto stralunato che già di per sé il musical comporta.
Nick (James Gandolfini) è un operaio che ripara e costruisce ponti. E’ sposato con Kitty Kane (Susan Sarandon), sarta, dalla quale ha avuto tre figlie (tre personaggi indimenticabili! Formano una rock band con brani come “Siamo arrabbiate” che suona nel cortile… alcune scene sono memorabili!). Tutto bene? No! Perché Nick prende una sbandata pesante, assolutamente ricambiata, per la giovane, conturbante e rossa Tula (Kate Winslet), focosissima amante dal linguaggio parecchio esplicito (mi ha ricordato, amplificata al massimo, Mira Sorvino in “La Dea dell’Amore” di Woody Allen). Però Kitty un giorno scopre tutto e parte alla ricerca dell’amante di suo marito, aiutata da Bo (Christopher Walken), cugino che si esprime solo con versi di Elvis. Intanto Nick chiede consigli al suo amico e collega Angelo (Steve Buscemi), visto che Tula gli chiede più garanzie… come finirà?
Certo, non siamo ai livelli dei Coen, però il divertimento è assicurato. Ed attenzione. Perché il film propone molte più sorprese di quelle che ci si aspetta…
Romance & cigarettes, John Turturro, James Gandolfini, Susan Sarandon, Kate Winslet, Christopher Walken, Steve Buscami, fratelli Coen
Acoustic night 6: Men of steel – il ritorno
Lunedì Maggio 08th 2006, 01:28
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Musica
Venerdì ho assistito ad un concerto da fighetti. Il tipo di concerto in cui vai a vedere gente bravissima con tecnica paurosa anche se sai già che non ci capirai praticamente un cazzo di quello che eseguiranno. Sono troppo bravi. Però sai anche che sarà un bello spettacolo. Quello che non sai è se sarà semplicemente un bel concerto oppure se avrà qualcosa in più. Perché prendere quattro virtuosi della chitarra acustica (steel strings guitar, da qui il nome del “gruppo”), buttarli su un palco e farli esibire può risultare un po’ troppo facile… è ovvio che suoneranno benissimo, ma questo accadrebbe anche se improvvisassero lì sul momento il classico bluesaccio… e lo spettacolo avrebbe comunque proposto musica di qualità più alta di quella che si sente normalmente in giro… Il qualcosa in più si ottiene solo quando le anime soliste dei componenti si fondono realmente nella costruzione di un vero gruppo, e lo spettacolo ne risente ovviante in maniera estremamente positiva.
Fortunatamente l’esibizione dei Men of steel (il genovese Beppe Gambetta, il canadese Don Ross, lo scozzese Tony Mc Manus e l’americano Dan Crary) è stata decisamente più spostata verso la seconda opzione. La prestazione del quartetto è sempre risultata sopra alle aspettative, evitando scelte facili anche nei brani più veloci e ritmati. Certo, il vertiginoso tasso tecnico dei quattro chitarristi è stato esibito in tutto il suo virtuosismo, ma quasi sempre in maniera da risultare funzionale e coerente con il brano proposto (niente assoli velocissimi di 15 minuti, per intederci…).
Il concerto era strutturato come un susseguirsi di brani (per lo più senza parti vocali) variamente eseguiti: tutti e quattro i chitarristi sul palco, duetti o brani solisti (uno a testa). C’e stata inoltre la presenza per due brani di Filippo Gambetta, il figlio di Beppe, all’organetto. Le musicalità proposte spaziavano tra composizioni di ispirazioni country-blues a melodie dai forti echi della tradizione celtica, ma è molto difficile descrivere a parole la varietà di suoni che quei quattro mostri riuscivano a far uscire dalle loro chitarre… Don Ross è stato quello che mi ha impressionato di più… a parte l’originalità del tocco chitarristico, ha dimostrato di saper dosare sapientemente virtuosismo estremo ad azzeccate scelte melodiche (il brano da lui proposto è stato incredibile… una sorta di funk acustico con tiro da vendere… con un’elettrica sarebbe un riff-maker invidiabile…). Tony Mc Manus mi ha invece affascinato con le sue sonorità celtiche sempre molto evocative, il suono della sua chitarra, molto acuto, ricordava molto, e credo non a caso, quello di un bouzouki. Beppe Gambetta è sempre in forma ma, forse per fare gli onori di casa, ha lasciato molto spazio agli tre musicisti, anche se non sono mancate molte sue bellissime “pennellate”. Dan Crary, invece, è rimasto nel suo immobilismo per tutta la serata e, nonostante l’innegabile perizia tecnica, non ha certo uguagliato le prestazione dei suoi compagni.
Gran bello spettacolo! Il prossimo anno, di nuovo!
Acoustic Night, Men of steel, Beppe Gambetta, Don Ross, Tony Mc Manus, Dan Crary, chitarra acustica, concerti
Il divo Giulio…
E poi c’è ancora qualcuno che si stupisce che quei mafiosi della coalizione del nano pelato e piduista abbiano candidato Andreotti come presidente del senato…
Visto che in Italia nessuno si prende la briga di leggere le sentenze, e la prescrizione di Andreotti è passata come fosse un’assoluzione, vi invito a leggerne una parte, quella pubblicata su Repubblica (e ripresa da Megachip) da Marco Travaglio.
La Corte , visti gli artt. 416, 416bis, 157 e ss., c. p.; 531 e 605 c. p. p.; in parziale riforma della sentenza resa il 23 ottobre 1999 dal Tribunale di Palermo nei confronti di Andreotti Giulio ed appellata dal Procuratore della Repubblica e dal Procuratore Generale, dichiara non doversi procedere nei confronti dello stesso Andreotti in ordine al reato di associazione per delinquere a lui ascritto al capo A) della rubrica, commesso fino alla primavera del 1980, per essere lo stesso reato estinto per prescrizione; conferma, nel resto, la appellata sentenza (…). Quanto fin qui si è venuto illustrando indica con chiarezza che la Corte ritiene che una autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi si sia protratta… (fino alla) primavera del 1980 (…)
La Corte ha ritenuto la sussistenza:
- di amichevoli e anche dirette relazioni del sen. Andreotti con gli esponenti di spicco della cosiddetta ala moderata di Cosa Nostra, Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, propiziate dal legame del predetto con l’on. Salvo Lima, ma anche con i cugini Salvo, essi pure organicamente inseriti in Cosa Nostra”;
- di rapporti di scambio che dette amichevoli relazioni hanno determinato: il generico appoggio elettorale alla corrente andreottiana; il solerte attivarsi dei mafiosi per soddisfare, ricorrendo ai loro metodi, talora anche cruenti, possibili esigenze - di per sé, non sempre di contenuto illecito - dell’imputato o di amici del medesimo; la palesata disponibilità e il manifestato buon apprezzamento del ruolo dei mafiosi da parte dell’imputato”;
- della travagliata, ma non per questo meno sintomatica ai fini che qui interessano, interazione dell’imputato con i mafiosi nella vicenda Mattarella, risoltasi, peraltro, nel drammatico fallimento del disegno del predetto di mettere sotto il suo autorevole controllo la azione dei suoi interlocutori ovvero, dopo la scelta sanguinaria di costoro, di tentare di recuperarne il controllo, promuovendo un definitivo, duro chiarimento, rimasto infruttuoso per l’atteggiamento arrogante assunto dal Bontate…” .
(sentenza della Corte d’Appello di Palermo, presidente Salvatore Scaduti, a carico di Andreotti Giulio, 2 maggio 2003, poi resa definitiva dalla Corte di Cassazione il 15 ottobre 2004)
Viviamo in un paese dove un personaggio del genere, più volte presidente del consiglio, è considerato un “grande statista” e detiene la carica di senatore a vita… e vi stupite ancora che il nano prenda così tanti voti?
Andreotti, mafia, prescrizione, Travaglio, Megachip