Avanti Savoia?
Venerdì Giugno 23rd 2006, 11:32
Archiviato in: Piccoli sfoghi contemporanei

Ci risiamo. In Italia pur di parlar di cazzate ci si aggrappa a qualsiasi cosa. Vittorio Emanuele di Savoia in manette per sfruttamento della prostituzione ed associazione a delinquere. E allora? Cosa c’è di strano? Un (da poco) libero (mica tanto, adesso…) cittadino della repubblica italiana è stato arrestato con le accuse sopra menzionate. Dove sta la notizia da riempire le prime pagine dei giornali? Ovviamente non c’è. Ma Vittorio Emanuele sarebbe il re d’Italia. Peccato che l’Italia non sia più una monarchia da sessant’anni… Qualcuno dovrebbe spiegare alla gente che i titoli nobiliari contano ormai come il due di picche. Nei tribunali italiani c’è scritto a chiare lettere: “La legge è uguale per tutti”. Forse sarebbe bene ricordarselo prima di parlare a vanvera. In seguito all’arresto c’è stato un susseguirsi di dichiarazioni di politici circa l’estraneità di Vittorio Emanuele ai fatti. Ma che cosa ne sanno loro? In realtà, visto che c’è finito dentro pure Sottile, il portavoce di Fini, sarebbe divertente saperlo…

Ma a parte questo una delle cose che mi ha fatto più schifo di questa vicenda è  stata il trattamento mediatico riservato all’accusato. Prime pagine dei giornali, interviste, dichiarazioni di “sconcerto” ai telegiornali, espressioni di solidarietà. Se al posto del cagacazzi (l’hai voluta la bicicletta? Mo’ pedala…) di casa Savoia ci fosse stato una persona qualsiasi non avrebbe avuto tutto questo spazio per le repliche. Se fosse stato uno straniero (di quelli “cattivi”) forse la notizia non sarebbe nemmeno ancora passata. Ed addio avvocati che battagliano in tv. Certo, questa disparità di trattamento avviene ogniqualvolta un potente viene messe sotto accusa. Ed in Italia i casi pullulano: non siamo forse il paese delle “toghe rosse” o di “Cogne a Porta a Porta”? Sarà forse inutile incazzarsi, ma continuo a sentire questo atteggiamento odiosamente discriminatorio. Che si celebri in santa pace un processo e si lasci fare ai giudici e magistrati il loro lavoro: i conti si faranno alla fine, magari prendendosi la briga di leggere i verbali e non limitandosi a riferire le dichiarazioni rilasciate in televisione… Non esistono intoccabili che, in base al loro status, non possono in quanto tali essere messi sotto accusa.

Chiudo con un siparietto molto divertente. Due giorni fa prendevo un po’ per il culo mia madre su questi argomenti. Mia madre si definisce “monarchica di sinistra” (che è una bella gara…  un po’ come dire “Stalinista libertario”): non mi sono quindi lasciato perdere l’occasione di punzecchiarla sul caso Savoia. Ha abbozzato qualcosa stile “E’ avvilente, uno con sangue reale non può cadere così in basso”. Ho replicando che il concetto di sangue reale è fuorviante. Innanzi tutto sangue reale vuol dire accoppiarsi tra simili, cosa che, basta aprire un libro di storia, porta semplicemente ad aumentare la probabilità di generare figli con malattie genetiche. Ma non è questo il caso. A meno che andare a puttane o truffare con i videopoker sia riconducibile a qualche patologia genetica. Inspiegabilmente non c’è traccia di nessi di questa specie nella letteratura scientifica (controllerò meglio, comunque…). C’è poi da riportare quale sia un altro esempio di gente dal sangue purissimo, visto che si accoppiano tra di loro: gli zingari. Ora, a me un po’ di aspetti della loro vita mi stanno pure simpatici (vivere da parassiti della società, sfottersene delle leggi…), però sono generalmente mal visti, almeno come luogo comune. Credo che questo dovrebbe fare un po’ pensare tutti quelli che danno ancora un valore ai titoli nobiliari…


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La leggenda del re pescatore
Mercoledì Giugno 21st 2006, 19:16
Archiviato in: Cinema

Terry Gilliam è un pazzo visionario. Sarà forse per questo che si trova così a suo agio nella follia.  Che sia sotto le vesti della comicità devastante dei Monty Python, del tetro mondo di “Brazil” o in quello ansiogeno de “L’esercito delle dodici scimmie”, un forte alone di irrazionalità ha sempre contraddistinto tutte le produzioni cui ha preso parte. Questo film del 1991, ovviamente, conferma la regola, riproponendo tutte le tematiche a lui care, in questo caso però presentate tramite uno spartito addolcito che si configura come una sorta di fiaba moderna. Il ricorrere ad uno schema “classico”, soprattutto per un inventore di razza come Gilliam (per questa pellicola “solo” regista), comporta qualche caduta buonista di troppo e snodi narrativi, almeno alla fine, un po’ troppo prevedibili. Ma dopotutto non si può chiedere ad una fiaba di essere cattiva… pungente magari si, ma cattiva cattiva proprio no…

Ecco la storia: Jack (Jeff Bridges) è un dj radiofonico di successo, che viene cacciato a causa di uno scandalo da lui provocato. Dopo un anno lo troviamo ancora in collera con il mondo mentre da una mano (molto maldestramente) nella gestione del negozio di videocassette di proprietà della sua compagna Anne (Mercedes Ruehl, premio Oscar per questa interpretazione). La sua vita però arriverà ad un punto di svolta e verrà messa sottosopra grazie all’incontro con Parry (Robin Williams), uno strambo barbone convinto di essere uno cavaliere alla ricerca del graal. Pur tra qualche difficoltà nasce un legame forte che porterà Jack ad aiutare Jim sia nella ricerca del graal sia nell’approccio ad Lydia (Amanda Plummer), una svanitissima impiegata di cui Jim si invaghisce.

Una trama del genere nella mani di un regista qualsiasi sarebbe facilmente naufragata in un mare di luoghi comuni, impantanandosi in soluzioni ad alto tasso di melassa. Ma per fortuna, come scrivevo all’inizio, Terry Gilliam è pazzo e riesce quindi a gestire tutti questi inevitabili elementi in modo non convenzionali. I pilastri del Gilliam-pensiero ci sono tutti: la follia dell’uomo, l’immaginazione come via di fuga, il rapporto simbiotico con gli emarginati. Alfiere della visionarietà al potere, l’ex Monty Python dispensa alcune scene molto evocative (quella del valzer su tutte) e tratteggia in maniera esemplare con il suo inconfondibile estro sia i barboni che i malati di mente, la minuziosa e provocatoria messa in scena dei quali fa da perfetto “sfondo” alla caotica narrazione.

Un buon film quindi, che bilancia alcune cadute retoriche con le belle prestazioni degli attori.


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Fratelli d’Italia!?
Sabato Giugno 17th 2006, 16:23
Archiviato in: Varie ed eventuali

La creatività latita? Bene, ripartiamo dai maestri… Eccovi il solito geniale intervento di Stefano Benni (rubato da “La Repubblica”)!

Il commentatore bipartisan

Dopo l’esplosione di Calciopoli, sono già nati due gruppi di ultrà: quelli della condanna e quelli del perdono. La nuova linea “tutti colpevoli, nessuno colpevole” sta fronteggiando l’indignazione iniziale. Ovviamente l’esito dei mondiali influenzerà le decisioni future. Piazza pulita o amnistia? Come abbiamo già fatto nei campionati passati, presentiamo una soluzione bipartisan. Cioè due pezzi, uno da leggere in caso di eliminazione rapida dell’Italia, e un altro in caso di passaggio al turno successivo.

Articolo uno (in caso di eliminazione al primo turno)

Un manipolo di mercenari guidati da uno stolto incompetente, espressione di un campionato corrotto e guasto, hanno consumato in Germania l’ultimo atto di una catastrofe che noi avevamo previsto da tempo.

Il calcio che esce pieno di vergogna da questo Mondiale è il calcio dei Moggi, dei De Santis, dei Galliani e dei Carraro, tutti idealmente corresponsabili del dileggio di cui il mondo ora ci fa oggetto.
Uomini che non si sono fatti scrupolo di creare un perverso reticolo di telefonate subdole, di ricatti, di sorteggi truccati, di favori a figli e nipoti, fino alla farsa di chiudere arbitri negli spogliatoi e regalare automobili e orologi a guardalinee e giornalisti, in un’indecente escalation di corruzione.
Questo veleno poteva avere un solo effetto: e cioè l’eliminazione della nazionale italiana dai mondiali.

I giocatori azzurri hanno mostrato sul campo la loro fiacca pochezza di miliardari viziati mossi non da passione calcistica, ma da sfrenato esibizionismo, onnipresenti in spot ossessivi e volgari pubblicità dove mostrano i corpaccioni nudi e anabolizzati in sordidi spogliatoi, per sostenere un ormai spento e pacchiano Made in Italy. E così li abbiamo visti trascurare gli allenamenti per trastullarsi in conversazioni con passerotti, sfornare libri di battutacce e collezionare amorazzi con veline.

E che dire dell’omertà, delle scommesse, e del doping? Si vergogni chi ha taciuto!

Ma oggi la realtà del calcio moderno ci punisce. Avevamo deriso e sottovalutato il crescere gioioso del calcio africano, l’entusiasmo dei gagliardi marines del soccer Usa e la grande tradizione ceca.

Sul campo si è visto come il nostro calcio, senza la protezione di arbitri compiacenti e di camarille, sia ben poca cosa. Dov’è finita la fantasia italica, se i nostri giocatori nel tempo libero sono ormai onanisti da playstation?

Ora una sola è la parola d’ordine: punire i colpevoli.

È necessario un vero repulisti. Stipendi decurtati, indagini a tappeto su contratti e bilanci e soprattutto punizioni esemplari. Condanne severe per chi ha distrutto il calcio italiano. Moggi, De Santis e Galliani radiati a vita. Juventus, Milan e Lazio e compagnia bella in serie C, anzi nelle interregionali. Moviola in campo, negli spogliatoi e nelle discoteche, arbitri esteri che sostituiscano la corrotta classe arbitrale nostrana. E come giornalisti, ci impegniamo fin d’ora affinché questo accada, senza favoritismi di sorta. E se a Natale qualcuno di noi riceverà non dico un orologio Rolex, ma anche un semplice panettone, lo rispedirà al mittente con la motivazione: «Adesso basta!».

Pezzo due (in caso di passaggio del turno)

Un manipolo di eroi guidato da un Napoleone del calcio, espressione di un glorioso campionato più forte dei sospetti e della caccia alla streghe, hanno consumato in Germania il riscatto morale e tecnico che noi avevamo sperato e previsto da tempo.

Il calcio italiano che esce da questa meravigliosa impresa non è il calcio dei corvi e dei mestatori, ma il calcio che anche i tanto vituperati Moggi, Galliani e De Santis, hanno tenuto in vita, forse con qualche esagerazione e birichinata, ma sempre dettata dalla passione sportiva.

Uomini che sono stati crocefissi per qualche telefonata di cui era evidente l’intento conviviale e goliardico, colpevoli solo di essersi preoccupati dell’avvenire dei loro figli, additati al ludibrio per qualche innocua burla e la propensione a donare.

Ma questo veleno non ha intaccato la saldezza morale degli azzurri che hanno mostrato sul campo come non siano i miliardi, ma l’amore patrio a guidare piedi e cuori. Calciatori moderni che sanno interpretare con intelligenza il loro ruolo di testimonial, fino a esibire la loro maschia bellezza per propagandare il sempre fresco e inventivo Made in Italy. Ma anche capaci di parlare con gli animali, di pubblicare deliziosi florilegi di battute e pronti a ricordare al mondo la superiorità dell’amante latino al fianco di giovani artiste belle e promettenti.

E che dire sulle presunte omertà, sulle scommesse, sul doping? Si vergogni chi ne ha parlato.

Ma il calcio moderno ci ha dato ragione. Qualcuno aveva sopravalutato e agitato come spauracchio lo sgangherato calcio africano, il ridicolo tentativo americano di giocare a baseball coi piedi e l’ormai bolso calcio cecoslovacco.

Sul campo si è visto come non sono gli arbitri o le camarille a determinare il risultato, ma la tecnica e gli attributi. E all’estro del nostro calcio, abbiamo unito i fulminei riflessi allenati dalla pratica dei videogiochi.

Ora una sola è la parola d’ordine: punire i colpevoli.

È necessario un repulisti. Via gli accusatori e i mestatori. Querele e multe a chi ha sparso fango, sanatorie per i bilanci.

Certo qualche piccola irregolarità c’è stata, e non vogliamo il solito insabbiamento. Perciò lanciamo una proposta di indiscutibile limpidezza: il prossimo anno tutte le squadre di serie A, partiranno da meno quindici punti. Con questa giusta penalizzazione, nessuno potrà dire che il campionato non nasca regolarmente.

Ma soprattutto, siano comminate condanne severe a chi ha calunniato. Radiati dall’albo Zeman, Rivera e Borrelli. Moggi Galliani e Carraro senatori a vita, a parziale riparazione dei torti subiti.

Per finire, come giornalisti, sorveglieremo che niente più turbi il campionato più bello del mondo. E se a Natale qualcuno riceverà non dico un orologio, ma un solo panettone, lo rispedirà al mittente con questa motivazione: «Cazzo, mi avevate promesso una Fiat Croma!».



Bendix: il blog di Lia Celi
Mercoledì Giugno 07th 2006, 23:38
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Di solito non faccio pubblicità ai cambiamenti che apporto al blog, ma questo merita veramente!

Ho infatti aggiunto un po’ di link, tra questi uno veramente esplosivo, cioè quello relativo all’esilarante blog di Lia Celi, da me sfortunatamente scoperto solo da poco (in compenso son due giorni che rido come un disperato…).

Se non sapete chi sia Lia Celi, vergognatevi uno po’… vi basti sapere che era una delle firme satiriche più brillanti ed autorevoli di “Cuore”… se non sapete nemmeno cos’era “Cuore” o chi sia il suo direttore storico Michele Serra (la sua rubrica “L’amaca” è l’unico valido motivo per comprare “La Repubblica”) vi prego di prendervi cinque minuti per pensare all’inutilità della vostra esistenza…

E se ancora non vi fidate dei miei consigli (ingrati…) eccovi copia&incollato (‘fanculo il copyright!) il suo ultimo geniale post (datato 19 maggio… non è grafomane come me…):

Da Allah a qua: ci ritireremo dall’Iraq, ma l’Iraq si ritirerà dall’Italia?

“Un ex tiranno assetato di rivincita, un povero premier circondato da capitribù litigiosi, una democrazia fragile, divisioni insanabili, un clero invadente: meno male che non abbiamo il petrolio, altrimenti Bush ci avrebbe già invaso. Ma purtroppo nemmeno il fosforo di tutte le bombe Usa basterebbe a rendere un po’ più intelligente Alfonso Pecoraro Scanio. Il neoministro Clemente Mastella rivendica la sua profonda conoscenza della Giustizia: «E’ una vita che la fotto». Massimo D’Alema smentisce l’accusa di essere lui il vero presidente del Consiglio: «Non ho tempo, sono già il vero presidente della Repubblica». Romano Prodi tranquillizza le donne deluse per la scarsa rappresentanza femminile al governo: «Niente paura, pur di ottenere una poltrona molti ministri maschi mi hanno promesso di cambiare sesso». Ma il secondo governo del Professore può durare sul serio cinque anni: solo il discorso per la fiducia è durato un mese.”



Considerazioni sparse sul più e sul meno

Opinioni di un clown!?TM productions è lieta di presentarvi questa sera “Considerazioni sparse sul più e sul meno”. Se ricercate invece l’intrattenimento intelligente, potevate guardare Raitre che c’era Ballarò

1. Se sento ancora una volta la frase “Il paese è spaccato in due” potrei non essere più responsabile delle mie azioni! Chi l’ha messa in giro questa cazzata? In Italia c’è il sistema maggioritario da più di dieci anni… il paese è sempre stato spaccato in due… Dal 1996 le percentuali sono sempre state molto simili… va bene che questa volta si è proprio appiccicati, però che differenza c’è tra un 50 a 50 ed il 53 a 47 che veniva pronosticato? Sarebbe più corretto dire che il senato, grazie ad una legge elettorale fatta da un cialtrone (il “cappellaio pazzo” Calderoli), è spaccato in due…

2. Giorgio Napolitano è il primo iscritto al PCI diventato presidente della repubblica. Felicità da parte della sinistra post (o ancora) comunista per il superamento del “fattore K”. Credo che abbiano fatto confusione… Comunismo si scrive (lo vedete anche voi, no?) con la “C”. “K” sta per Kesller. Napolitano è infatti il primo presidente della repubblica formalmente appoggiato dalle gemelle Kessler. Personalmente non sono molto soddisfatto della scelta, avrei preferito una personalità di spicco e veramente bipartisan, in grado di sintetizzare al meglio le virtù italiche. Baffo Moretti, ad esempio. Dal punto di vista costituzionale sarebbe stato indiscutibile: il suo motto non è “Viva la sincerità”? Secondo me dovrebbe anche essere rivisto il meccanismo di elezione. Il voto mi sembra uno strumento superato. I candidati dovrebbero sfidarsi in un estenuante torneo di birra e salsiccia. Non so voi, ma io mi sentirei maggiormente rappresentato…

3. Ken Loach ha vinto Cannes! Ripeto! Ken “il rosso” Loach ha vinto Cannes! Forse non ci siamo capiti! Il compagno Ken “il rosso” Loach ha vinto Cannes! Dopo tante nominations finalmente l’autore di capolavori come “Terra e libertà”, “My name is Joe”, “Bread and Roses” ce l’ha fatta! Il suo film in concorso si chiamava “The wind that shakes the barley” e parla della guerra d’indipendenza irlandese degli anni ‘20 come metafora della situazione irakena attuale. Vi risparmierete la mia inevitabile recensione su blog, tanto sarà un gioiellino come al solito. Grande Ken Loach! Non vedo l’ora che il film esca in Italia…

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4. Due settimane fa la mia vita avrebbe potuto cambiare. In meglio. Avrei potuto assaporare un’esperienza mistica e trascendentale che mi avrebbe allargato incommensurabilmente l’orizzonte delle percezioni mentali (e non sto parlando di droghe…). Già ne gustavo il conseguente elevamento etico e morale. Ed invece nulla. I quattro film indiani di Bollywood presenti nel dvd prestatomi da Franco (recentemente nella grande madre Russia per studiare trasporti alternativi, mi sembra…) non erano sottotitolati in inglese! Cioè, uno si ma sottotitolato male. Grande è stata la delusione, perché grandi erano le aspettative di accrescimento culturale. Dovete sapere che tali lungometraggi mi erano stati descritti come una sorta di sagra della boiata, il non plus ultra dei luoghi comuni esterofili, il K2 delle vette di kitch mai raggiunte nella storia dell’uomo. Esteticamente parlando, si tratta di capolavori, perché in essi c’è tutto. Il bullo della scuola, la bellona, lo sfigato che alla fine vince, mafia, l’alieno… tutto compresso (compresso???) in quattro leggere ore di proiezione… Il motto potrebbe essere “Non facciamoci mancare nulla!” oppure “Tutto, è tutto, vuol dire tutto, quindi anche brutto” come cantavano i Bluvertigo (anche se secondo me non l’hanno mai capita molto bene nemmeno loro ‘sta frase…). In seguito a questo grande vuoto che mi si è formato proprio al centro dello stomaco, credo che mi farò portare una pizza.


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Festival delle periferie
Martedì Giugno 06th 2006, 00:01
Archiviato in: Musica

Giovedì scorso ho assistito con Roberto e Michele alla prima serata del “Festival delle Periferie”, una quattro giorni ad ingresso gratuito di musica, dj set e cultura organizzata dall’associazione Metrodora presso il parco di villa Rossi a Sestri Ponente. Visto che i gruppi (cinque per serata) che si sarebbero dovuti esibire erano band locali e per lo più a me sconosciuti, non ero, per dirla con un eufemismo, proprio certo dell’elevata qualità della proposta musicale… Ero sicuro che i due gruppi caldeggiati da Roberto (“sponsor” della serata) sarebbero stati sicuramente validi (e comunque dopo la rivelazione A Silver Mt. Zion sarebbe “andato in pari” anche con una serata di sole nacchere siberiane scordate…), ma rispetto agli altri tre diciamo che mi aspettavo fossero dei puzzoni della musica… Ok, sono un po’ digiuno di concerti di “gruppi emergenti”, ma gli ultimi cui avevo assistito si erano rivelati imbarazzanti… una sorta di revival dei “concerti parrocchiali” (ma non più tollerabili… il giro di Do prima o poi lo imparano tutti…), con gente che non sa nemmeno farsi i suoni da sola, ritorni impazziti ed imperizia che la fa da padrona… Ed invece, sono stato fortunatamente smentito! Tutti e cinque i gruppi hanno dimostrato di essere assolutamente seri: indipendentemente dalla tecnica dei singoli (utile ma non imprescindibile risorsa), ciò che più mi ha felicemente impressionato è stata la solidità della proposta musicale di tutti i gruppi, completamente a loro agio sul palco. E ciò è ancor più encomiabile data la precarietà dei mezzi tecnici messi a loro disposizione: unico amplificatore per il basso, così come per la batteria (cambiava il rullante e poco altro…) ed unico tecnico del suono (avere il proprio fa la differenza…). Nonostante ciò la resa sonora è stata ottima. E questo, indipendentemente dal giudizio sulle singole performance, vuol dire solo una cosa: essere bravi.

Ma parliamo un po’ del concerto! I primi a salire su palco sono stati i Cut of mica, trio che si è contraddistinto per il bel incrocio di basso distorto, notevoli fraseggi di chitarra elettrica e batteria martellante. Potenti, precisi e vagamente psichedelici: indubbiamente i migliori della serata. Se cantassero in italiano sarebbero pure più bravi. Dopo di loro si sono esibiti gli Adele, quartetto standard (basso, batteria, due chitarre elettriche di cui una voce) che è partito in sordina per poi migliorare verso la fine. “Vorremmo-essere-gli-Afterhours” per quanto riguarda i testi (ma di Manuel Agnelli ce n’è uno solo…), dal punto di vista musicale proponevano un rock più tradizionale comunque sempre legato alle ultime produzioni del gruppo milanese o ai brani meno abrasivi dei Marlene Kutz. Secondo me dovrebbero prendere un cantante vero e cambiare nome (c’è poco da fare… a me non piace…). La terza esibizione è stata quella dei Visionnaire: cantante (anche alla chitarra elettrica) dotato di una gran voce bassa che da sola rende ascoltabile qualche caduta di stile (il pezzo lento ad esempio…), basso e batteria che fanno il loro e bel lavoro alle tastiere, a volte però un po’ troppo pompate. Da qualche parte vicino ai Muse, ma più pop: una maggiore aggressività gioverebbe. Penultimo gruppo a suonare sono stati i Banshee, perfetti e coinvolgenti nel loro sound e look british. Pure troppo, visto che sembrava di ascoltare un disco dei Franz Ferdinand… e se questo è un pregio (ci fossero gruppi bravi come quelli…), è al contempo un difetto: una maggiore originalità non gusterebbe. Ed infine i Blown paper bag, il gruppo più pazzo della serata! Cinque elementi sul palco per un suono elettronico suonato (e molto!), ritmico ed originale, assolutamente non convenzionale! Molto interessanti i giochi con le voci, oltre che l’insistente indole percussiva ed al contempo rumorista. Vi spiego come stanno sul palco che faccio prima… C’è una bassista che canta anche, il cantante o maltratta una chitarra elettrica (parecchio effettata) o un synth, un’altra ragazza suona un organo (che purtroppo si sentiva male) oltre a cantare (a volte con un megafono…), il batterista insegue questo gruppo di scappati di casa, insieme al tastierista-uomocampionatore-etc che suona spesso anche una batteria elettronica… Pazzi furiosi e trascinanti con energia da vendere…


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Considerazioni di un certo livello…
Domenica Giugno 04th 2006, 23:46
Archiviato in: Musica, Piccoli sfoghi contemporanei, Personale

“Hey Bobby Marley! Sing something good to me!
This world goes crazy, it’s an emergency!”

Mr. Bobby – Manu Chao

Un saggio di nome Nino, una volta scrisse sul suo blog: “Quanto a me penso sono arrivato a pensare che l’unica utopia politica attuabile sia la musica reggae”. Dopo la delusione del dj set di ieri sera, non mi resta quindi che aggiungere:

PIU’ REGGAE PER TUTTI!!! E possibilmente roots

Qualcuno capirà il motivo di questo mio lamento, altri no. Non importa.

Saluti in one-drop



Non buttiamoci giù (A long way down)
Sabato Giugno 03rd 2006, 01:19
Archiviato in: Libri

hornby_nonbuttiamoci.jpg

Il nuovo libro di Nick Hornby non tradisce le aspettative, ma anzi stupisce per la disinvoltura con cui l’autore riesce a tratteggiare i quattro protagonisti di questa storia, tutti diversissimi tra di loro e così veri, come solito nella scrittura di Hornby, da risultare credibili pure nelle situazioni più assurde. Qualcuno dice che i libri di Nick Hornby siano basati sui personaggi. Nulla di più vero. Aggiungerei anche che le caratteristiche salienti della sua narrativa risiedono nel saper dosare abilmente acutissimo humor (spesso con ragionamenti iperbolici veramente spassosi) con un’analisi molto attenta della realtà che lo circonda. Ed anche quest’ultima fatica dello scrittore britannico ne è la conferma, senza per questo rischiare il “già letto”. Infatti l’autore dell’acclamato “Altà fedeltà” abbandona, almeno in parte, il classico schema di narrazione affidata al protagonista. Almeno in parte perché in questo libro i protagonisti sono quattro, che raccontano la loro vicenda “passandosi il testimone”. Questa scelta, vista la già cita diversità dei personaggi, crea dei bruschi cambiamenti di registro che però Hornby gestisce in maniera eccellente, facendo spesso leva, sia in chiave comiche che drammatica, sull’effetto contrasto. Inoltre le tematiche affrontate riprendono, allegerendolo, il discorso incominciato con “Come diventare buoni” (il libro precedente, più “triste” rispetto agli altri), ma in maniera meno ostica per il lettore.

La storia, al solito, è molto semplice. Londra, notte di capodanno: sul tetto della “Casa dei suicidi” si trovano quattro persone, agli antipodi come vita e personalità. Martin è un famoso ex-presentatore di programmi televisivi che si è visto sgretolare davanti il matrimonio, la famiglia e la carriera dopo una scappatella, pagata con il carcere, con una quindicenne. Maureen è una cinquantenne che ha passato la sua intera esistenza ad accudire il figlio Matty, in stato vegetativo dalla nascita. Jess ha diciott’anni ed è molesta, sboccata e parecchio svitata: vuole farla finita perché il sua ragazzo non la vuole più vedere. L’americano JJ, invece, vive per il rock, ma il gruppo dove suonava con il suo grande amico Ed si è sciolto, facendo svanire i suoi sogni; in più la sua ragazza Lizzie, motivo della sua presenza a Londra, lo ha lasciato. Tutti e quattro hanno i loro buoni motivi per buttarsi giù, ma dopo una discussione decisamente atipica decidono di non uccidersi e di fare una sorta di aiutarsi a vicenda, a modo loro ovvio, dandosi regolari appuntamenti. Ma attenzione, perché il prosieguo narrativo evita in maniera decisa un fastidioso buonismo, per regalare una storia dove di “svolte banali” proprio non ce ne sono.

Come già detto la forza di questo libro, e dei libri di Hornby in genere, non sta tanto nella storia proposta, che ha più la funzione di sfondo dove prendono vita i pensieri e le congetture dei protagonisti. Da questo di vista, è come se si assistesse ad un flux of thought riveduto e corretto (diciamo molto più fruibile…) rispetto a quanto proposto da James Joyce. In questo caso il risultato è decisamente encomiabile perché non solo Hornby si allontana (come già in “Come diventare buoni”) da personaggi facilmente riconducibili a se stesso, ma addirittura quadruplica gli sforzi producendosi in quattro credibilissimi personaggi, senza cercare per questi ultimi la facile comprensione da parte del lettore, ma mettendoli in scena senza tentativo di giustificazioni. Il risultato è, al solito, emozionante.


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