Concerto Pearl Jam
Giovedì Settembre 28th 2006, 01:55
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Musica
“He floated back down
cause he wanted to share
this key to the locks on the chains
he saw everywhere…”
Given to Fly - Pearl Jam
Un giorno scenderanno dal cielo gli alieni, è solo questione di tempo. Sbarcheranno con le loro belle astronavi tutte sbrillucicose di colori e dovremo solo sperare che ci abbia preso più Spielberg che Ridley Scott… A dir la verità, dovremmo sperare anche che non assomiglino a noi, almeno per il senso di tolleranza, altrimenti… beh, sapete… insomma, diciamo che gli Inca e i Maya (tanto per dirne due, eh…) avrebbero avuto qualcosa da insegnarci al rigurado, ma abbiamo pensato bene di sterminarli… Comunque, poniamo che arrivino senza intenzioni bellicose e che addirittura vengano messi a tacere gli inevitabili generali americani da film (magari ci fossero solo lì…) intenzionati a nuclearizzare i nostri vicini di universo: non resterebbe altro da fare che cucinare una carbonara non solo metaforicamente galattica e, tra un pezzo di pancetta affumicata ed un sorso di weiss, parlottare del più e del meno (ovvero, sui massimi sistemi), scambiandosi informazioni su come “funzionano” i rispettivi “paesi”. E’ una tra le cose più divertenti da fare quando si incontrano persone provenienti da un altro luogo (città, regione, stato, sistema solare… poco importa… anzi, maggiori sono le distanze più cose buffe escono fuori… dubito però che anche gli alieni abbiano una loro versione di “Holly e Benji”…). Ad un certo punto, poi, si arriverà sicuramente all’argomento musica, e bisognerà rispondere in maniera comprensibile a domande semplici e dirette ma insidiose come: “Ok, va bene la chitarra elettrica e tutto il resto, ma… che cos’è il rock?”. Per essere brevi ma esaustivi, bastano due parole: Pearl Jam.
Non perché il gruppo di Seattle sia il più bravo in circolazione. Figuriamoci. E nemmeno perché Vedder e soci possiedano tutte le caratteristiche del gruppo rock. Ma, semplicemente (semplicemente!?), perché incarnano tutto ciò che di positivo è stato ed è nel rock. Intendiamoci, quando dico rock, intendo rock. Non nu-, né post-. Nemmeno hard-. Semplicemente rock. Quello con le chitarre belle in evidenza e magari un cantante con la voce spaccaculi, ovvio. Ma anche quello che parla di di emarginazione, di temi politici e sociali con una rabbia ed una dolcezza da pelle d’oca. E che ha un rapporto simbiotico con i propri fans.
Il concerto di mercoledì scorso a Pistoia, ultima delle cinque italiane, è stato la dimostrazione di tutto questo. Sapete, io non sono un gran fan dei Pearl Jam. Si, li conosco, ho qualche disco, conosco le loro canzoni più famose (ma, per dire, chi non conosce almeno “Alive” o “Jeremy”?). Li stimo parecchio per il loro essere, a mio avviso, una delle poche band realmente indie, l’unica nel circuito mainstream. Non tanto per la musica che propongono, ma per il loro modi di porsi nei confronti del baraccone musicale. Dove altri si adeguano alle regole di mercato, loro pubblicano un disco per ogni concerto che fanno. Danno battaglia sui costi della prevendita. Cedono rarità ad etichette indipendenti per farle crescere. Si schierano, da sempre, con la sinistra americana (si, esite la sinistra americana, lo sapevate?): pensate che hanno deciso di donare 100000 dollari a diverse organizzazioni per lo sviluppo di energie rinnovabili e per combattere l’inquinamento come risarcimento per le emissioni inquinanti che hanno prodotto durante gli spostamenti del loro tour estivo del 2006. Ogni data del tour ha una scaletta ampia (una trentina di pezzi, circa due ore e mezza) e quasi irriconoscibile ripetto alla data precedente (e non solo perché “rimescolata”, in media cambiano metà delle canzoni da una data all’altra…), dimostrando una padronanza del proprio repertorio molto raramente riscontrabile in altri gruppi. E poi, altra cosa non così ovvia come si potrebbe credere, si divertono, e parecchio aggiungerei, a suonare, dimostrandosi dei splendidi quarantenni.
Non mi dilungherò quindi, anche perché l’ho già fatto abbastanza cazzeggiando sugli alieni, in una accurata analisi del concerto, perché moltissimi sono stati i brani eseguiti che non conoscevo. Quello che mi preme dire è che lo spettacolo offerto è stato di altissimo livello, non tanto per la levatura tecnica (comunque buona, intendiamoci! Non vorrei che si pensasse che i Pearl Jam siano delle pippe…), quanto per l’immensa forza “comunicativa” che sanno far sprigionare sul palco… su tutti Eddie Vedder (osannato quanto il papa), un trascinatore d’altri tempi e Mike McCready un gigioneggiatore d’alta scuola.
Keep on rockin’ in a free world!!!
PS: Ritornando un secondo agli alieni dell’inizio… Se per caso non gradissero la carbonara, lapalissiano sintomo di intollerabili gusti culinari, forse è d’uopo stare ad ascoltare i generali e passare per le armi gli ospiti dallo stomaco tanto ingrato. Ma, non sia mai!, tramite bombe nucleari: sarebbe troppo poco. Meglio la sofferenza fisica e prolungata: una settimana a montare mobili dell’Ikea dovrebbe bastare…
Thousands are sailing
Anche quest’estate ci sono stati molti sbarchi di clandestini sulle coste italiane. E, come ormai ci siamo abituati ad apprendere, molte sono state anche le persone che hanno perso la vita durante queste traversate, generalmente effettuate su bagnarole arrugginite o addirittura su gommoni. L’ipocrisia, in questi casi, tracima gli argini del sopportabile. Ai lacrimosi commenti dei telegiornali ed alle indignate reazioni del mondo politico non sono infatti (ovviamente?) seguite azioni che si proponessero di affrontare in maniera efficace questo problema. Che, è bene ricordarlo, è di tipo strutturale, essendo l’Italia, di fatto, un porto naturale, attracco obbligato per chiunque voglia cercare fortuna nel vecchio continente. Tutto quello che sappiamo fare è rinchiuderli nei CPT e rispedirli a casa, o pianificare azioni sinergiche per far si che non partano. Tutto ciò non coglie assolutamente l’essenza del problema, cioè le condizioni di vita nei loro paesi di origine, che spinge le persone a scappare. E’ palese a chiunque si sforzi di guardare pochi metri più in là del suo mondo che è impensabile continuare a millantare le virtù della società occidentale (opulente, ricca di opportunità per tutti, giusta, in una sola parola migliore), e poi stupirsi che anche altri vogliano entrare a farne parte. O molto più spesso, accontentarsi delle briciole. E per questo rischiare la morte. A tutti quelli che dicono: “Potrebbero restare a casa loro” mi piacerebbe ricordare che nessuno affronterebbe un’odissea simile per lasciare una situazione agevole.
Due anni fa avevo assistito al bellissimo spettacolo di teatro “civile” “La Nave Fantasma”, di e con Bebo Storti e Renato Sarti, che trattava appunto del tema dell’immigrazione prendendo spunto da un fatto di cronaca (una nave di clandestini affondata e mai recuperata). L’ultima parte dello spettacolo consisteva nella messa in scena dell’affondamento della nave, con la partecipazione di tutto il pubblico, in una sorta di “funerale laico”. Allora, visto che nessuno, almeno nel nostro civile Occidente, si ricorderà mai di questi morti, ho pensato di farlo in questo blog. A modo mio, ovviamente.
Copio&incollo quindi il testo di una bellissima canzone dei Pogues, che proprio quest’estate mi è capitato di ascolte molte volte, che parla dell’immigrazione irlandese negli Stati Uniti. L’esodo di irlandesi che salpavano da un’Irlanda percorsa dalla fame verso New York e la comunità di irlandesi americani (da cui sarebbe nato John Fitzgerald Kennedy) risale al XIX secolo. Quell’esodo è continuato, ininterrotto, anche nel XX secolo. Il testo non è, come si potrebbe pensare vista la poeticità dei versi, opera di Shane MacGowan, ma bensì di Philp Chevron, chitarrista del gruppo. La musica, molto appropriata ed evocativa, è invece una unchained melody “rubata”, come consuetudine, dal gruppo alla tradizione irlandese.
Che sia, per il poco che può valere, come una piccola corona di note, persa in questo mare virtuale.
The Island it is silent now, but the ghosts still haunt the waves
and the torch lights up a famished man, who fortune could not save
Did you work upon the railroad? Did you rid the streets of crime?
Were your dollars from the white house? Were they from the five and dime?
Did the old songs taunt or cheer you? And did they still make you cry?
Did you count the months and years? Or did your teardrops quickly dry?
Ah, No, says he ‘twas not to be, on a coffin ship I came here
and I never even got so far, that they could change my name
Thousands are sailing, aross the Western Ocean
to a land of opportunity, that some of them will never see
Fortune prevailing, across the Western Ocean
Their bellies full and their spirits free
they’ll break the chains of poverty
and they’ll dance
In Manhattan’s desert twilight, in the death of afternoon
we stepped hand in hand on Broadway, like the first man on the moon
And “The Blackbird” broke the silence, as you whistled it so sweet
and in Brendan Behan’s footsteps, I danced up and down the street
Then we said goodnight to Broadway, giving it our best regards
tipped our hats to Mister Cohan, dear old Times Square’s favourite bard
Then we raised a glass to J.F.K., and a dozen more besides
when I got back to my empty room, I suppose I must have cried
Thousands are sailing, again across the ocean
where the hand of opportunity, draws tickets in a lottery
Postcards we’re mailing, of sky-blue skies and oceans
from rooms the daylight never sees
where lights don’t glow on christmas trees
But we dance to the music, and we dance
Thousands are sailing, across the Western Ocean
where the hand of opportunity, draws tickets in a lottery
Where e’er we go, we celebrate, the land that makes us refugees
from fear of priests with empty plates
from guilt and weeping effigies
And we dance
Bei momenti…
Una convention di trapanatori assassini che si accaniscono dentro alla mia testa, napalm di nausea e bombe a grappolo di apatia (e mica per postumi da alcool!): non c’è dubbio, venerdì è stata proprio una piacevole giornata. Ah, mi hanno anche rubato la macchina.
Due notizie positive. La prima è che la sera del fattaccio nessun estraneo ha spento le sue sigarette su di me. Ammetto che sarebbe stata una degna conclusione del bel giorno che volgeva al termine, ma non credo avrei retto bene il fatto di veder marchiata a fuoco la mia sfiga. Non in quel modo. Almeno con dei sigari cubani.
L’altra (se notizia positiva si può definire) è che hanno rubato la Y10, che è vecchia e scassata, e non la Punto nuova (vabbè, di due anni).
Perché rubare la Y10 è un po’ un mistero. E’ rigata ed in condizioni ridicole: le uniche due caratteristiche appetibili sono il fatto che è 4×4 (per i pezzi di ricambio…) e che ha due ruote nuove…
‘Sta cosa del furto mi ha fatto pensare all’impellente necessità di una “enciclopedia delle imprecazioni”, una sorta di manabile, quindi di facile consultazione e ridotte dimensioni, che aiuti a non restare a corto di parole in momenti così delicati. Ho notato infatti che il torpiloqio di uso comune risulti monotono e poco fantasioso, limitandosi all’utilizzo delle solite stantie locuzioni correlate a bolse parole ed ormai canuti santi e madonne. Non ci farebbe invece pensare di affrontare ad armi pari il nostro fato il fatto di non farci cogliere alla sprovvista, inveendo a tema e con minuziosa dovizia di particolari, contro la mala sorte? Io credo proprio di si: non c’è nulla di meglio di una dettagliata ed iperbolica sequenza di improperi, possibilmente nella metrica del greco antico, per scaricare la frustrazione dovuta a qualcosa che va storto.
Ah, se per caso vedete in giro una Y10 1100 4×4 verdescuro metallizzata di traga GE E53001, fate un fischio, anzi chiamate i carabinieri…
Concerto Afterhours
Venerdì Settembre 15th 2006, 01:44
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“… nel tuo piccolo mondo
fra piccole iene
anche il sole sorge
solo se conviene…”
Ballata per la mia Piccola Iena – Afterhours
A me sono sempre piaciuti gli psicopatici della musica. Cosa ci volete fare? “De gustibus non disputandum esse”, dicevano i latini, no? Facile quindi intuire che, dopo gente dal carattere insopportabile e dall’ego smisurato come Billy Corgan e Roger Waters, finissi nel tunnel di Manuel Agnelli, leader degli Afterhours. Personaggio che non ha nulla da invidiare, sotto tutti i punti di vista, ai due molto più famosi colleghi precedentemente citati. Talento e capacità di scrittura elevatissime ed in continuo affinamento, manie di grandezza e fissazioni da malato di mente. Un bel programmino, non vi pare? Uno dei classici tipi che si negano: prima scrive inni generazionali con testi che prima o poi finiranno sulle magliette, e poi è buonissimo a proporre una scaletta isterica senza grandi classici, chiedendo alla gente di non pogare e di ascoltare in silenzio “la loro arte”, magari cantando in inglese anche se sono in tour in Italia… Quindi un po’ di apprensione circa il tipo di concerto cui sarei andato incontro c’era, visto anche che l’ultimo mio concerto (impressionante) degli Afterhours risaliva al 1999, durante il tour di “Non è per Sempre”, quando nel gruppo militava ancora quel gran chitarrista rumorista di Xabier Iriondo (i suoi guizzi geniali sono una delle cose che più mi mancano nei “nuovi” Afterhours), e la breve esibizione cui avevo assistito due anni fa al Tora Tora mi aveva lasciato un po’ deluso.
Per fortuna sono stato smentito ed il gruppo, in forma smagliante, ha proposto un spettacolo veramente entusiasmante, con una scaletta di grande effetto che, nonostante fosse mancante di un buon numero di pezzi “imprescindibili”, ha delineato in maniera trascinante l’Afterhours-pensiero: ironia e tristezza, rumore e melodia, potenza e dolcezza. La forza del gruppo, in line-up allargata con un nuovo bassista ed un tastierista stabile, è stata proprio quella di pescare con grande acume e libertà brani del loro repertorio per comporre uno spettacolo lontano dall’effetto “Vasco”, ma non per questo meno godibile. Ed Agnelli era pure in serata buona… addirittura ha fatto una battuta sull’acustica, ed ha ringraziato più volte il pubblico… la fine del mondo è vicina…
Batteria tribale e si comincia violenti con “E’ la Fine la più Importante”, seguita dalla bella “La Vedova Bianca”, contraddistinta da interessanti soluzioni ritmiche. Seguono, sempre dall’ultimo disco, “La Sottile Linea Bianca” e, mi sembra, “Ci sono Molti Modi”. Poi gli Afterhours piazzano un uno due da mandare al tappeto il Tyson dei tempi migliori: prima, accolta da un boato, una “Dentro Marilyn” da brividi, seguita a ruota dalla sempre emozionante “Non è per Sempre”. Dieci secondi per riprendersi e “Ballata per la mia Piccola Iena” da il ko definitivo. Con il pubblico ormai vinto, quel pazzoide di Agnelli che ti mette in scaletta subito dopo? Una pazza (appunto…) “Milano Circovalazione Esterna”! Il concerto continua con “Male in Polvere” e le belle e potenti “Non Sono Immaginario” e “Il Sangue di Giuda”. C’è tempo per una dolcissima “Come Vorrei” (altra piacevole sorpresa, eseguita in maniera formidabile) e “Varanasi Baby” e la prima parte del concerto volge al termine con l’inno “Sui Giovani d’Oggi ci Scatarro su” (giuro che pensavo non la facessero più!), “1.9.9.6.” e la conclusiva “Oceano di Gomma”. Il gruppo torna sul palco con “Carne Fresca”, seguita da “Cose Semplici e Banali” e da “Quello che non c’è”. Finale (finto) con l’ottima “Bye Bye Bombay”. Secondo bis con un pezzo che non ho capito e la geniale “Male di Miele”.
Ottima esibizione, quindi. Anche se, come accennavo in precedenza, il vuoto lasciato da Iriondo, almeno per i miei gusti si sente: inutile dire che preferisco gli Afterhours fino a “Non è per Sempre” anche se palesemente meno maturi come cifra stilistica. Ed è inutile anche dire, quindi, che, nonostante i miei precedenti elogi alla scaletta, un po’ di “effetto stadio” con uno o due brani tra, ad esempio (tanto per fare un “mio” greatest hits…), “Voglio una Pelle Splendida”, “Rapace”, “Non si Esce Vivi dagli Anni ’80”, “Bianca”, “Baby Fiducia”, “La Verità che Ricordavo”, “Germi”, “Siete Proprio dei Pulcini”, “Ossigeno” o “Lasciami Leccare l’Adrenalina” l’avrei anche sopportato…
Million faces petition for arms control
Con “soli” quindici giorni di ritardo vi segnalo una bella iniziativa di Amnesty International per la sensibilizzazione sul tema del controllo delle armi. Si tratta di riempire uno stadio virtuale della capienza di un milione di posti. Qui potete unirvi anche voi e prendere il vostro posto.
Si tratta di un gesto simbolico, è vero. Però su temi così importanti è bene essere un minimo informati e prendere posizione, per quanto, a mio avviso, gli enormi interessi politico-economici che stanno dietro al commercio delle armi rendano assai difficile, almeno nel breve periodo, un reale e non solo sbandierato cambiamento di rotta. Per dirla un po’ più polemica: finchè tra i maggiori finanziatori delle campagne elettorali statunitensi ci saranno produttori di armi.
Ma per una volta non sprecherò troppe parole: la procedura di accesso è molto semplice ed, ovviamente, gratuita. Io sono seduto al posto N16R4C45 con la buona compagnia di chi mi ha preceduto (ci sono Franco, Michele, Roberto, Valentina e Simone) e di chi ci ha raggiunto (Agnese, Vincenzo, Matteo e Federica). Avanti che c’è posto!
PS per i pignoli: lo so benissimo che “insieme” in inglese si scrive “together” e non “togheter”…
Trenitalia sucks [aka London (was) calling…]
Molti di voi si ricorderanno del fatto che ormai più di due mesi fai sarei dovuto andare a Londra a trovare Franco, e di come circostanze avverse mi abbiano impedito il tanto agoniato viaggetto oltre Manica. Bene, oggi (martedì) la farsa ha raggiunto il suo culmine: ho infatti ricevuto il rimborso! Piccolo spoiler: trattasi di situazione archiviabile con il più classico dei “oltre il danno, la beffa”.
Ma procediamo con ordine! Dopo lunghe consultazioni di voli low cost e cambi di date finalmente si decidono i dettagli del viaggio: partenza lunedì 3 luglio nel tardo pomeriggio con arrivo a Londra centro per le due di notte, ritorno giovedì 6 luglio in serata con partenza da Londra nel primo pomeriggio. Soggiorno un po’ risicato ma entusiasmo alle stelle! Biglietti ovviamente già comprati per un totale di 108 euro (Orio al Serio – Luton + Stansted – Orio al Serio + pullman da Luton al centro di Londra). Ma adesso cominciano i casini…
Si parte già male. Il treno Euro City 146 delle 17:21 che mi avrebbe dovuto portare da Principe a Milano è in ritardo di mezz’ora. Poco male. Me la sono presa sicura e con questo treno sarei arrivato a Milano un’ora prima della partenza del pullman che mi avrebbe portato all’aereoporto di Orio Al Serio un’ora prima della chiusura del mio check in. C’è da stare tranquilli, no? Evidentemente no. Il treno arriva ma in seconda classe non funziona l’aria condizionata. Vabbè. Quando siamo sotto la galleria di Mignanego si ferma. Gli altoparlanti ci informano che per un guasto si starà fermi per dieci minuti. Ne passano trenta. Nei vagoni il caldo si fa insopportabile ed una donna si sente pure male. Si risentono gli altoparlanti che ci informano che il locomotore si è fottuto e ne arriverà uno nuovo tra un’ora che ci porterà alla stazione più vicina per un trasbordo. Mentre i passeggeri rumoreggiano accusando che i guasti c’erano già a Ventimiglia, io mi sposto in prima classe e attacco bottone con due canadesi (semplicemente perché ormai ero lanciato sul parlare inglese…). Si riparte e ad Arquata Scrivia ci fanno salire su di un interregionale diretto a Milano Centrale ma che, alla fine, si ferma a Lambrate. Provo ad arrivare alla Centrale ugualmente sperando in un ritardo mostruoso del mio aereo, visto che il buon Franco mi teneva aggiornato. Ma non c’è niente da fare. Genova Principe – Milano Centrale completata in 232 minuti: un record. Richiedo i moduli per il reclamo ed il rimborso, mangio un panino e prendo un treno per Genova, che è malignamente in orario. Torno a casa. Incazzatura globale-totale. Voglia di genocidio. Meglio andare a dormire, su…
Nei giorni dopo vado allo sportello dell’assistenza clienti: per il rimborso del biglietto del treno basta presentare domanda con il biglietto, per il rimborso dei biglietti aerei devo fare un reclamo, ma non è detto che mi ridiano i soldi. Wow. Faccio comunque tutto e spero nella fortuna (fortuna? Beh si, dovrei essere in credito, no?).
E adesso viene il bello. Il 24 agosto ricevo questa lettera:
Gentile Cliente
In riferimento alla Sua cortese segnalazione, ci scusiamo per il ritardo nel rispondere e tanto più per i disagi arrecati dal guasto cerificatosi all’EC 146 del 3 luglio u.s. ed il conseguente trasbordo resosi necessario in tale occasione.
Le ricordiamo che, pur non potendo accogliere la Sua richiesta di rimborso dei biglietti aerei, per il caso specifico è previsto il rilascio del Bonus per il ritardo del treno. Per l’emissione del bonus è necessario presentare la domanda, correlata dagli originali del titolo di viaggio utilizzato comprensivo della prenotazione, entro 30 giorni dalla data di effettuazione del viaggio stesso, presso le nostre biglietterie.
Rinnovando le nostre scuse, cogliamo l’occasione per porgere i più cordiali saluti.
Uh, che simpatiche facce di culo. Si scusano per il ritardo e per il disagio, le anime candide, ma i soldi col cazzo che me li danno. Capico che non ne abbiano, se no i locomotori non fonderebbero. Almeno non con questa frequenza, dico. E poi c’è il capolavoro! Mi informano che posso richedere il Bonus (con la b maiuscola! Chissà quanti soldi!) presentando la documentazione necessaria entro trenta giorni dal viaggio. Immagino che il fatto di informarmi di questo cinquantadue giorni dopo il viaggio rientri nel personalissimo tipo di umorismo di Trenitalia (un po’ alla Elio: “Sai chi di saluta un casino?” “No, non lo so!” “’Sto cazzo!”). Per fortuna che mi ero preventivamente informato e la richiesta l’avevo già presentata subito. Fine della faccenda? Purtroppo no…
Arriviamo ad oggi (ok, ieri per chi legge…), martedì 12 settembre. Un’altra posta per me da parte di Trenitalia! Hey! Allora è una cosa seria! Non sarà mica ammmmooore?
Gentile Cliente,
Rispondiamo alla Sua Richiesta per il ritardo del treno 145 utilizzato il giorno 03/07/2006 e arrivato a Milano Centrale con 232 minuti di ritardo.
Le porgiamo le nostre scuse per il disagio subito e Le inviamo il Bonus n. XXXXXXX di Euro 4,16 pari al 30% del biglietto.
Le ricordiamo che il bonus ha validità di sei mesi dalla data di emissione e può essere utilizzato presso qualsiasi stazione o agenzia viaggio FS, per l’acquisto di biglietti validi su tutto il territorio nazionale e per un importo pari o superiore al suo valore.
I biglietti per la parte acquistata con bonus non sono rimborsabili.
(…)
Nell’assicurarLe che continuiamo a impegnarci per raggiungere un livello qualitativo dei nostri servizi sempre più vicini alle giuste aspettative dei clienti (quest’ultima frase grida vendetta, quant’è vero che Mastella è mafioso! ndA), Le porgiamo cordiali saluti.
Si, avete letto bene. 4,16 fottutissimi euro. Sotto la magica forma di buono non rimborsabile. Non posso nemmeno andare in stazione a fare colazione. Meglio. Non avrei saputo dove mettere questa cifra da capogiro nel mio portafoglio.
Ma la storia è maestra e quindi da ogni disgrazia si può trarre un insegnamento. Qual è quello di questa vicenda? Che mercoledì 13 settembre 2006, in nottata, potrebbe non essere saggio trovarsi nei paraggi delle abitazioni del top management di Trenitalia senza impermeabile, occhiali da sole e crema protettiva. Perché potreste incidentalmente essere raggiunti da resti volanti dello scempio compiuto dal lanciafiamme e dalla sega elettrica (avete presente “L’Armata delle Tenebre?”) di un esagitato genovese…
Giulietto Chiesa
Oggi è l’11 settembre. 5 anni fa morivano quasi 4000 persone nell’attentato (controverso. Date una letta qua) alle torri gemelle. Nel 1973, in Cile, la CIA aiutava segretamente Pinochet a rovesciare il governo democraticamente eletto di Salvador Allende, che ha bombardato, tra le altre cose, la Moneda, il palazzo del presidente della repubblica. Si trattava della messa in pratica del piano ideato da Henry Kissinger (vincitore, ironia della sorte, di un premio Nobel per la pace…). Oggi, quindi, è un giorno pieno di significati, che getta una luce particolarmente oscura sull’operato delle varie amministrazioni che si sono succedute alla guida degli Stati Uniti. Per meglio comprendere, o forse per aumentare i punti di vista, sull’attuale politica statunitense copio&incollo questo articolo, al solito geniale, di Giulietto Chiesa sugli attentati sventati il 10 agosto scorso, pubblicato su Megachip (gran bel sito, costantemente aggiornato). Buona lettura.
Sono in molti a chiedersi che cosa ci fosse, davvero, sotto l’ormai famoso “complotto del terrore” aereo, “scoperto” con grande clamore mediatico, grande paura planetaria, grandi contromisure mondiali, il 10 di agosto 2006. Per inciso: mentre Israele bombardava senza tregua il Libano e la striscia di Gaza, attirandosi addosso l’esecrazione di una larga maggioranza di cittadini di ogni latitudine. Comincerei da lontano: dal programma del Pentagono denominato P2OG. La sigla sta per Proactive Preemptive Operations Group. L’esistenza di questo programma, la cui data di nascita è sconosciuta, emerse dai fondali nell’agosto 2002, perché notizie che lo riguardavano vennero pubblicate dal Comitato Scientifico di Difesa del Pentagono. Non è escluso, ma non è sicuro, che un tale programma fosse esistente da più tempo. Per esempio da prima dell’11 settembre. Ma, in sostanza cosa c’è nella scatola? Operazioni clandestine di elevata sofisticatezza realizzate dai servizi segreti per “stimolare reazioni” nei gruppi terroristici. Cioè: penetrazione nei gruppi con agenti provocatori, per spingerli ad azioni errate che permettono, dopo essere state “scoperte”, di sgominarli o di ricattarli.
Non è un’idea originale? Il fatto è che Seymour Hersh, Dio lo benedica per la sua tenacia, ci ha informato, nel gennaio del 2005, con un articolo sul New Yorker, che il P2OG è stato rimesso in funzione. “Mi è stato riferito (da fonti del servizi americani, ndr) che agenti militari sarebbero stati preparati per fingersi uomini d’affari corrotti, che cercano di comprare pezzi che possano essere usati per costruire bombe atomiche. In certi casi cittadini locali (cioè non americani, ndr) potrebbero essere reclutati per entrare a far parte di gruppi guerriglieri o terroristici. Con il compito potenziale di organizzare ed eseguire operazioni di combattimento, o perfino attività terroristiche” (il corsivo è mio).
Adesso torniamo al complotto “globale” del 10 agosto. Da dove sono venute le informazioni? Dai servizi segreti militari del Pakistan, l’ISI. Cioè i signori che crearono dal nulla, tra il 1994 e il 1996, il regime dei taliban in Afghanistan. I quali avrebbero catturato Rashid Rauf, la cosiddetta “mente” dell’intera operazione che avrebbe dovuto far saltare per aria una decina di aerei diretti da Londra verso gli Stati Uniti. E insieme a Rashid, un discreto gruppetto di complici.
Ma quando gli attentati? Non certo in prossimità del 10 agosto, perché a quella data i sospetti, cioè i 24 arrestati, non avevano ancora nemmeno comprato i biglietti aerei. E molti di loro non avevano nemmeno i passaporti per andare negli Stati Uniti. Questa notizia è stata data alla NBC News da una fonte ufficiale britannica. Un’altra fonte dei servizi britannici ha riferito inoltre che molti dei sospetti erano sotto stretta sorveglianza da più d’un anno, cioè da prima degli attentati del luglio 2005. Ma, se erano sotto vigilanza, da dove viene la sorpresa e il clamore? E perché spiattellare tutto proprio alla vigilia del 10 agosto? Sempre NBC News rivela che la decisione di arrestarli subito, sebbene non ci fosse nessuna evidenza di pericolo immediato, “fu imposta dai funzionari di Washington”.
Ma cosa era accaduto, nel frattempo? Che, a Islamabad, Rashid Rauf aveva confessato. Perfino i giornali pakistani riferiscono che il giovanotto “è crollato” sotto gl’interrogatori. E tutti noi capiamo come vengano condotti gl’interrogatori della polizia politica pakistana. In altri termini: tortura. Il fatto che gli agenti americani e britannici non abbiano mosso ciglio di fronte a una confessione sotto tortura non deve destare stupore: è quello che loro stessi hanno fatto – o hanno permesso che si facesse a Guantanamo Bay, in Uzbekistan (rivelazioni molto dettagliate dell’ex ambasciatore britannico a Tashkent, Craig Murray), ad Abu Ghraib, a Damasco, al Cairo, a Kabul, etc.
In quelle condizioni si confessa qualsiasi cosa, ovviamente. E Rashid Rauf non poteva fare eccezione. Confessa anche, ad esempio, che gli aerei li avrebbero fatti saltare in aria fabbricando, sempre in aria, un esplosivo denominato TATP. Cioè perossido di idrogeno, acetone e acido solforico. Secondo la versione fornita dagl’inquirenti, i terroristi sarebbero saliti a bordo con questi tre elementi separati, tutti e tre liquidi, per sfuggire ai controlli dell’aeroporto. I componenti sarebbero poi stati mescolati insieme in una toilette dell’aereo, per produrre il micidiale esplosivo.
Sfortunatamente questa storia è totalmente impossibile, come hanno clamorosamente dimostrato gli esperti di esplosivi e come ha, con grande spirito umoristico, raccontato il giornalista americano Thomas C. Greene. Perché mettere insieme perossido di idrogeno (nella dovuta concentrazione, altamente infiammabile), con acetone, si può fare, ma richiede obbligatoriamente una temperatura inferiore ai 10 gradi centigradi , altrimenti il liquido risultante s’incendia subito. E l’incendio può ustionare il portatore, o i suoi vicini di sedile, ma non è un’esplosione e non può far cadere l’aereo. D’altro canto tenere sotto controllo una tale soluzione per diverse ore, in aereo, implica un sistema di refrigerazione molto preciso e anche molto ingombrante. Da portare, per giunta, nella toilette insieme ad alambicchi vari. Perché adesso viene in bello. Cioè il versamento dell’acido solforico nella data soluzione.
La qual cosa richiede, come minimo e preliminarmente, una maschera antigas e un paio di occhiali da subacqueo, perché il gas che ne fuoriesce è altamente corrosivo per gli occhi e letale se inspirato. Non solo, ma l’intera operazione, per raggiungere la quantità di esplosivo necessaria, richiede parecchie ore. E poi comporta altre due ore e mezzo circa di attesa affinché il composto chimico riesca a seccare, trasformandosi in piccolissimi cristalli simili a neve, prima di poter essere fatto detonare con un impulso elettrico.
Tutto questo, com’è evidente, richiede che, nel corso dell’intero volo, nessun passeggero venga a bussare alla porta della toilette; che nessun membro dell’equipaggio si insospettisca vedendo un passeggero entrare nella toilette con ingombranti apparecchiature, e poi assistendo, dall’esterno a una tale prolungata diarrea; che i fumi del gas letale, dall’odore caratteristico di acido solforico, non escano dalla toilette, soffocando i passeggeri dei sedili situati in prossimità della detta toilette.
Il mondo intero – come ha scritto Green – “è stato raggirato con un mito hollywoodiano di liquidi esplosivi binari, che ha guidato interi governi e determinato politiche. Cioè noi abbiamo reagito a un complotto cinematografico”. Pura fiction, evidentemente di grande successo.
Chi l’ha prodotta? Ecco, non sarebbe male ora tornare a bomba, come si usa dire, al progetto P2OG. Ce ne sono i motivi. Secondo la dettagliata analisi di Nafeez Mossadeq Ahmed, che cita a sua volta il capo del bureau pakistano di Asia Times, Syed Shahzad, i cittadini britannici di origine pakistana arrestati a Lahore e Karachi in connessione con il complotto, erano tutti membri attivi del gruppo islamico britannico clandestino Al Muhajiroun, il cui capo è Omar Bakri Mohammed. Costui è ora in Libano, dove è stato “esiliato” dalle autorità britanniche sebbene figuri tra i sospettati per le esplosioni del 7 luglio 2005 a Londra. Non vi sembra strano che, avendolo in mano, gl’inglesi se lo siano fatto scappare? Risulterà meno strano quando si sappia che Omar Bakri Mohammed era un agente dell’MI6 britannico, reclutato alla metà degli anni ‘90 per reclutare, a sua volta, combattenti islamici per il Kosovo. Sempre secondo la stessa fonte sia la CIA che l’MI6 avrebbero da tempo loro agenti infiltrati all’interno del gruppo Al Muhajiroun.
Il tutto appare straordinariamente simile alla mission del gruppo P2OG: organizzare finti o veri attentati terroristici, penetrare all’interno dei gruppi terroristici per usarli a proprio piacimento. Ecco da dove viene la fiction nella quale tutti i media principali hanno immediatamente creduto, rivendendocela come realtà effettuale, contribuendo a organizzare la diversione.
Poi che succede? Che le prove non ci sono, che la “mente” del complotto, torturato a dovere, non viene neppure estradato in Inghilterra, forse perché non lo si può far vedere in pubblico. E succede anche che dei 23 arrestati solo 11 vengono formalmente incriminati, con accuse molto generiche di possesso di elementi atti a costruire bombe e possesso di video estremisti inneggianti al martirio. Due sono rimessi addirittura in libertà, gli altri 11 sono trattenuti in base alla legge antiterrorismo che prevede 28 giorni di detenzione anche senza un’accusa formale. Il ministro dell’interno britannico, John Reid, sta cercando di far passare un piccolo Patriot Act d’oltre Manica, per prolungare il fermo fino a 90 giorni, ma non risulta abbia chiesto l’estradizione di Rashid Rauf. Ma ciascuno di noi dovrebbe sapere che è possibile, teoricamente, la sua incriminazione per terrorismo. Infatti potrebbe avere dell’acetone in bagno, per sciogliere lo smalto sulle unghie, e dell’acido solforico per sturare i lavandini, e del decolorante per capelli, che contiene, insieme al 97% di acqua, anche del perossido d’idrogeno. Infine tutti abbiamo un telefonino, potenzialmente adatto a innescare l’esplosivo risultante.
Resta una domanda, che spesso mi viene fatta quando cerco di spiegare che anche l’11 settembre è una colossale menzogna: “ma possibile che chi organizza questi spettacoli sia così stupido da lasciarsi dietro tante incongruenze?” La domanda è legittima, ma ingenua. Le incongruenze sono evidenti, ma le conosceranno in pochi. Quello che passa è la versione ufficiale, che crea l’ondata di panico opportuna per l’uso da parte dei poteri. Chi organizza queste cose non è affatto stupido: conosce il funzionamento dei media meglio di noi e anche meglio di molti direttori di giornali e di telegiornali.
A volte ritornano…
“Riflettere aiuta ad essere lucidi
ma anche essere lucidi aiuta a riflettere
(ad esempio la luce del sole)”
Io e le mie varie sfaccettature in seduta plenaria
(contemplando l’ingiustizia di una Moretti da 66 ormai vuota)
Come i più perspicaci di voi avranno intuito, questo blog si è preso una lunga vacanza. Sfortunatamente, il suo titolare no… Infatti il fatto che per un mesetto e mezzo i bit soliti rallegrare le vostre tristi giornate se ne stessero, per copiare le parole di un celebre giornalista, in panciolle a sorseggiare cocktails all’ananas commentando tra frizzi, lazzi e battutacce da caserma le rotondità delle stringhe di comando di passaggio, non era in nessun modo correlato ad una mia prolungata assenza causa mega viaggione. La mia estate l’ho passata principalmente a Genova [a parte dieci giorni di buen retiro in quel di Frassineto di Valbrevenna, l’unico posto al mondo al cui confronto la cremazione (da vivi) è un’ipotesi allettante…] a perdere tempo con la tesi, cavandone, tra le altre cose, ben poco. Ma non siate tristi! Sebbene sostanzialmente infruttuoso dal punto di vista universitario, questo lasso di tempo mi è stato incredibilmente utile per progettare attività, diciamo così, non prettamente “scolastiche”. Ho infatti potuto elaborare numerose idee per la sceneggiatura di un film, di due libri, e di tre dischi. Ho in mente di realizzare due rassegne cinematografiche, oltre ad un progetto multi-purpose sugli odiati anni ottanta. Tra le altre cose ho trovato la soluzione a tutti i miei problemi ed a quelli del mondo. Più in generale, come si può evincere dalla auto-citazione iniziale, ho lungamente riflettuto. Molteplici sono stati infatti i soliloqui che hanno portato ad elevarmi dalla squallida mediocrità della gente comune. Ormai la solida consapevolezza di essere superiore si è instaurata in me inevitabile come il fatto che il computer si pianti ogni cinque micro secondi dopo aver installato Windows. E poco importa che la tesi sia piantata più di una quercia centenaria, che il mio fegato abbia aperto una distilleria clandestina e che per pagare il conto del bar abbia ipotecato la casa (che non ho).
Tra le grandi verità cui sono giunto, ce ne sono alcune che voglio esporvi. Innanzi tutto, dopo il luglio iper afoso di quest’anno, ho finalmente compreso la pericolosità del temutissimo “fattore cappa”: il caldo dava talmente alla testa che, per trovare rifugio dalla calura, mi sono chiuso qualche giorno nel frigorifero, cibandomi di surgelati ed uscendone in tempo per l’approvazione della legge sull’indulto sbiascicando frasi deliranti come: “Previti santo subito!” e “Andreotti dopotutto è una brava persona!”. Immagino che avrei dovuto leggere la data di scadenza, su quei dannati surgelati all’oppio.
Ho inoltre avuto modo di elaborare il lutto dei mondiali (io tifo Inghilterra), giungendo alla conclusione che Ciampi ha sbagliato tecnica, nel suo settennato: per far imparare l’inno nazionale [che, per inciso, non è (ancora) “Seven Nation Army” dei White Stripes…] agli italiani, invece di tanti discorsi ampollosi, sarebbe bastato far vincere all’Italia il mondiale un po’ prima.
Infine ho, come precedentemente già anticipato, trovato la soluzione a tutti i problemi del mondo con un audace progetto dal titolo “Sviluppo sostenibile? No grazie!”. Una breve spiegazione è d’obbligo. Dunque, avete qualche amico, probabilmente sinistrorso-catasrofista, che continua a rovinarvi la digestione assillandovi ad ogni cena sulla futura crescente scarsità di risorse energetiche, magari lanciandosi in improbabili filippiche sull’importanza del risparmio energetico? Bene, adesso potete dirgli di andare affanculo! Da ora in avanti il motto sarà (o meglio, continuerà ad essere) “consuma come se non ci fossero limiti!”. Dove sta il trucco? Semplice! Qual è il problema? Il fabbisogno energetico dell’umanità, che circa dopo il 2050 potrebbe risulare troppo elevato per riuscire ad essere soddisfatto. Quindi si dovrebbe ridurre i consumi, che però significa sbattersi tutti di più, nuove tecnologie pulite, abbassare il nostro tenore di vita: che palle! Tutto questo per dare un mondo vivibile ai nostro figli! La soluzione è quindi colpire alla radice il problema, eliminando il fabbisogno energetico. Come? Fissando preventivamente la fine del mondo! Non nel senso di nuclearizzare la terra ad una data stabilita, semplicemente smettendo di avere figli diciamo dal 2020, in modo che per il 2140, non essendoci più esseri umani, la terra dovrebbe ritornare ad essere dominata dalla razza più importante, ovvero i gatti. Questo sistema comporta moltissimi vantaggi. Eliminando di fatto il futuro ed essendoci energia in abbondanza per tutti cesserebbero istantaneamente le guerre! Perché starsi a sbattere se tra soli 120 anni tutto è finito? Con lo sfruttamento intensivo di TUTTE le risorse si potrebbe garantire un altissimo standard di vita a tutti; in più le ultime generazioni vivrebbero con una quantità esagerata di energia pro capite! Tutti i grandi artisti sanno che bisogna ritirarsi quando si è all’apice della propria carriera: il genere umano potrebbe lasciare testimonianza agli alieni della propria raffinatezza intellettiva auto-estinguendosi in maniera non violenta. (Nota seria: questo progetto è talmente delirante che spero non venga mai tradotto in inglese e sottoposto a qualche neo-con dell’amministazione Bush, perché potrebbero trovarlo geniale…)
Concludo citando il mai abbastanza compianto John Belushi, che diceva: “Se credi che nessuno si ricordi di te, prova a non pagare la rata della macchina per un mese…”. Beh, per fortuna che esiste la posta elettronica, perché io non sono stato a Genova per dieci giorni ed al mio ritorno non c’era posta nella cassetta, non c’erano messaggi in segreteria ma ben 130 e-mail. E’ bello vedere che la gente si ricorda di te. Un po’ meno quando realizzi che tutte le e-mail sono pubblicità di viagra o simili. Più che altro perché pensi: “Cazzo, un’altra fuga di notizie!”