Tre volte vecchio (storia di due nemici per la pelle)
Venerdì Ottobre 27th 2006, 02:32
Archiviato in: Racconti

Ci sono cose che ti fanno intuire quanto la fine sia imminente. Lo capisci, ad esempio, perché sono passati più di tre quarti d’ora dall’inizio del secondo tempo. Questo, se sei al cinema. Ma la vita non è un film (e comunque, se anche lo fosse, nel film della tua vita l’attore principale sarebbe uno specialista di b movies privo di talento…) E tu non sei svaccato su una poltrona abitabile di un multisala iper-dolbisurraund-sticazzi (al massimo, una poltroncina di quelle rigide e strette, di un cinema parrocchiale “vorrei-essere-d’essai” un po’ fuori mano…). Quindi, non ci sono cazzi, niente finzione. Quel che hai vissuto è proprio vero. Ti sono arrivate, ed in rapida successione, tre revolverate che ti hanno lasciato rigido a terra a soffocare nell’oscurità della tua stessa paura. Non sei morto, ma nemmeno tanto vivo. Aspetti per un tempo che ti sembra un’eternità un colpo di grazia liberatore che però non arriva. Capisci che non arriverà mai, ed allora cerchi di fare il punto della situazione. Ma tremi con magnitudo 10 della scala Richter e ti vengono al massimo delle virgole, più spesso degli ottovolanti tendenti al gotico. Devi fare qualcosa, e questo qualcosa può significare soltanto ricostruire cosa è successo. Devi ricostruire cosa è successo. Devi ricostruire cosa è successo! Cazzo, forse sarai ancora sotto shock, ma ti sembra di sentire distintamente la voce di ogni singola cellula del tuo corpo urlare queste parole!

Effettivamente, qualcosa si muove. E’ che tu non te ne sei accorto, ma pochi millesimi di secondo fa un piccolo gruppo di neuroni organizzati (ribelli sopravvissuti ai feroci massacri che hai perpetrato contro i loro simili e responsabili delle azioni di guerriglia che a volte di fanno dire: “No ragazzi, stasera non esco” oppure “Per me acqua, grazie”), abituato a ben peggio, ha preso in mano la situazione. Ed adesso la macchina organizzativa, imponente, è a pieni giri. Dal ciclostile già caldo da anni di propaganda clandestina inascoltata (“Il pesce fa bene, contiene fosforo”, “Tagliati ‘sti cazzo di capelli”) esce una tiratura record di volantini con un unico perentorio messaggio: “Ricostruire cosa è successo!”. Le sinapsi, come efficientissime staffette partigiane, provvedono ad informare tutte le brigate di neuroni. In pochi microsecondi si prende una decisone all’unanimità: marcia sul cervelletto! Il corteo sfila rumoroso e deciso. Non ci sono bandiere o sigle di partito, solo uno striscione, nero con scritta rossa, alla testa del corteo, tuoneggia: “Ricostruire cosa è successo”. Il cervelletto non oppone resistenza e viene occupato pacificamente. Da qui, gli insorti constatano che la ribellione è estesa a tutto il corpo ed ogni organo ha eletto un suo soviet. Le manifestazioni si moltiplicano, ma lo slogan è sempre lo stesso: “Ricostruire cosa è successo”. La dirigenza del C.N.L. (Comitato Neuronale di Liberazione) si mette in contato con i delegati degli altri organi in rivolta e si decide per una manifestazione globale totale! Al segnale stabilito tutte le cellule urleranno ripetutamente con tutto l’ossigeno che hanno nel citoplasma: “Ricostruire cosa è successo”. Fervono i preparativi. Guybrush Threepwood, il decano dei neuroni ribelli, è stato designato per dare il segnale di via. Tra il suo nucleo ed il suo nucleolo passa il vento freddo dei ricordi degli anni di lotte finite male. Pensa: “Quasi lo odio, quello stronzo” (per inciso, quello stronzo saresti tu…). Ma adesso è diverso. E tocca proprio a lui, il tuo acerrimo nemico, cercare di salvarti. Il silenzio è quello dei momenti solenni. Per una volta, tutto è a favore dell’inaspettata prima vittoria. Ma Threepwood continua rimuginare: “Se solo non fosse così un coglione…” (sei sempre tu, eh…). Annusa l’aria. Somiglia al brodo di cervello di scimmia a tre teste che vendono all’In’s. Si accende un sigaro cubano. Aspira, e gli inebrianti odori delle strade di l’Havana attraversano festosi il suo apparato di Golgi. La cacciata di Batista, la vittoria che fu del Che, la gioia protesa al domani di un popolo che compie la rivoluzione… si ritrova a pensare che tutto questo sarà ancora per poco solo dentro la sua sottile membrana cellulare. E dopo aver espirato fa scattare l’ordine: “Via!”

“Ricostruire cosa è successo!”

Li hai sentiti? Beh, ce l’hanno con te! E si sono sbattuti anche un bel po’, sai? Ci hanno messo solo mezzo secondo ad organizzare tutto. Tu che ti chiedevi cos’era quel formicolio alla testa…

“Ricostruire cosa è successo! Ricostruire cosa è successo!”

Eccolo cos’è! Ammutinamento! Ammutinamento allo scopo di ricostruire quel che è successo. Per rimetterti in sesto. Ti stanno cercando di salvare il culo, ‘sti qua! Te sei li bloccato dal panico e loro pensano a te! Ma non li senti?

“Ricostruire cosa è successo! Ricostruire cosa è successo! Ricostruire cosa è successo!”

Ora li senti. Forti e chiari come un shuttle in partenza che di passa a mezzo centimetro dalle orecchie (sovversive anche loro, ci mancherebbe!). Ti rendi conto che devi loro delle spiegazioni. Ed eccoti quindi mentre sbiascichi quella che tu chiami “la verità che ricordavo” (proprio non ne riesci a fare a meno delle citazioni…). Per l’occasione addirittura alla prima persona singolare. Tanto per farti ricordare chi è l’autore di tutte queste cazzate…

“Beh, si in effetti una decina di giorni fa ho subito un trauma che mi ha profondamente scosso. Sapete, i dilemmi temporali… le domande ontologiche di sempre… Comunque, non giriamoci ulteriormente intorno, è andata così: mi hanno dato tre volte del vecchio. Non in maniera diretta, intendiamoci. Però me l’hanno fatto garbatamente capire. Son cose che fanno male, riuscite a comprendere? Uno può essere garbato quanto vuole, ma la ferita dentro non si cicatrizza velocemente. Ammetto che la metafora delle revolverate forse fosse un po’ forte. Ok, un mezzuccio da saltimbanco alle prime armi funzionale a creare un po’ di suspance scimmiottando ambientazioni noir. Però rendeva bene l’idea! Cazzo, per tre giorni di seguito hanno rigirato il coltello nella piaga! E non era uno scherzo ben organizzato! Prima quei ragazzi pendolari al primo anno di università sul treno per Savona. Ho spostato la borsa (la mia solita borsa militare bucherellata…) per far posto ad un loro amico e quelli mi danno del LEI! Mi avessero dato DELLA lei l’avrei presa con più spirito. Poi, il giorno dopo, quella commessa alla Fnac quando ho rinnovato la tessera. “Non ha più diritto allo sconto giovani, signore…”. Non ho avuto nemmeno la battuta pronta, il che è tutto dire. Infine, il giorno seguente, prendo i biglietti per il teatro e la cassiera, una mia amica, mi dice: “Ema, non ti posso più fare lo sconto sotto i 26 anni…” (a parte che io, ancora per un mesetto, ho ancora solo 25 anni…). Impietosita dal mio sguardo, devo aver acquistato dieci anni in un secondo, mi fa lo sconto ma in un settore di lato. Ecco, signori della giuria, questa è la mia storia. E se forse ho esagerato, ho esagerato a fin di bene. Mi capirete, vista anche la vostra veneranda età. Chiedo l’assoluzione.”

Il tonfo che segue a questa tua strabiliante confessione lo conosci bene. Sai che a breve verrà seguito da un’altro identico. “Distacco testicolare cellulare”, per usare un tec-neologismo di tua fresca invenzione. In soldoni, alle tue cellule, sentendo questa storia, stanno cadendo le palle. Prima una. Adesso l’altra. Ti godi ogni singola nota che produce questa dolce caduta. E’ il suono della resa incondizionata. E’ il suono della tua ennesima vittoria. Cellule disperate cercano di confortarsi tra di loro: “Nooooo! Non può essere così imbecille! Questo coglione ci ha messo in subbuglio perché, al poverino, non fanno più gli sconti! La gente è cortese, e lui si piglia male! Ma è possibile vivere così?”. Altre cellule chiedono l’esilio, tramite trapianto. Alcuni sparuti gruppi di neuroni vanno ben oltre e chiedono a gran voce la lobotomia: “Sarebbe un passo avanti, sai? Meglio scatoletta per gatto che al servizio di ‘sto qui!”. L’unico imperturbabile è Guybrush Threepwood. Lo sguardo assorto nel grigiore del nulla che lo circonda, ripensa alla storia del colonnello Aureliano Buendia e delle sue 32 rivoluzioni perdute. Adesso, sembra addirittura che stia sorridendo. C’è chi dice che questo sia dovuto al fatto che dalle sconfitte tragga la sua leggendaria forza, in quanto l’avvenuta rivoluzione mette inevitabilmente da parte gli instancabili preparatori di rivoluzioni. I suoi detrattori insinuano il maligno sospetto che si tratti di una paresi dovuta all’ennesimo shock. Ma non è nulla di tutto questo. E’ perchè Guybrush ha in mente un nuovo piano. Ed è sicuro che niente riuscirà a fermarlo, questa volta. Sei avvisato…


, , , , ,



Non li sopporto più…
Sabato Ottobre 21st 2006, 00:15
Archiviato in: Cloro al clero

Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione. Voglio la secolarizzazione.


, , , ,



La lunga notte del dottor Galvan
Venerdì Ottobre 20th 2006, 00:36
Archiviato in: Teatro

notte_galvan.jpg

Torna in scena al teatro Modena lo spettacolo tratto dal libro appositamente scritto da Daniel Pennac per l’Archivolto, per la regia di Giorgio Gallione ed interpretato dal bravo Neri Marcorè. La messa in scena è abbastanza fedele all’originale cartaceo, anche se ci sono delle piccole variazioni che appaiono ingigantite dal fatto che il libro era già scritto sotto forma di sceneggiatura. La scenografia è, al solito dell’Archivolto, semplice ma molto efficace, essenzialmente costituita da vecchi letti di ospedale accatastati sulla sinistra ed un “muro” formato da radiografie appese sullo sfondo, oltre a qualche oggetto di scena, come una barella e qualche sgabello, e giocata in buona parte dal sapiente uso delle luci.

La storia presentata è particolarmente semplice e, per non rovinare le sorprese a chi volesse andarlo a vedere, non posso nemmeno raccontarla tutta. Comunque, eccovi almeno l’inizio. Sono passati proprio vent’anni dalla lunga notte che ha cambiato la vita del dottor Galvan, e quindi stasera è in vena di ricordi. Incomincia allora a raccontare di quando era un giovane medico, uscito con il massimo dei voti, con un grande sogno nel cassetto. Per questo sogno aveva deciso di gettarsi a capofitto nel pronto soccorso, e diventare un riferimento incontrastato nella medicina interna. In tal modo avrebbe potuto coronare il suo sogno, cioè guadagnarsi l’agoniato biglietto da visita. Quella sera quindi, di guardia al pronto soccorso, ogni malato rappresentava per lui un piccolo gradino nella scalinata verso il biglietto da visita, chiodo fisso che mai lo abbandonava. Ma, come si può intuire, qualcosa va storto. Un paziente, molto paziente, in coda da due ore sbatte violentemente a terra dopo essere riuscito a sbiascicare la sola frase: “Non mi sento molto bene”. Galvan interviene e traccia una diagnosi. Ma il paziente si rivela essere particolarmente ostico e la determinazione della patologia che lo affligge decisamente impegnativa…

Che altro aggiungere? Lo spettacolo è molto divertente e Neri Marcorè se la cava egregiamente nel dar voce ai pensieri in libertà di Galvan oltre alle brevi battute degli altri personaggi. L’ironia di Pennac è sempre molto acuta e sa far ridere con trovate brillanti (il leitmotiv dei biglietti da visita, il frequente ricorso a situazioni extra-ospedale, la precisa descrizione dei sintomi e delle diagnosi…). Purtroppo però, avendo già letto il libro, alcune parti dello spettacolo mi sono sembrate più lente, forse anche perché funzionali all’introdurre concetti a me già noti.

Comunque a me è piaciuto molto! Se lo andate a vedere fatemi sapere le vostre opinioni!


, , , , ,



Black Holes & Revelations
Mercoledì Ottobre 18th 2006, 19:37
Archiviato in: Musica

muse.jpg

Quarto disco per i Muse, tanto spiazzante quanto vario. Se qualcuno è infatti alla ricerca del muro sonoro che da sempre contraddistingue il terzetto guidato da Matthew Bellamy potrebbe rimanere decisamente deluso dalla nuova fatica del gruppo, che propone praticamente undici pezzi tutti differenti tra di loro e solo in alcune parti facilmente riconducibili alla loro passata produzione. Intendiamoci, il falsetto di Bellamy, insieme all’indiscutibile perizia tecnica dei tre ed una tendenza ad appoggiarsi a soluzioni barocche, sono ormai un marchio di fabbrica assodato. Ma in questo disco c’è molto di più, e cioè il tentativo di spingersi verso nuove direzioni sonore, non ponendosi limiti sugli arrangiamenti (non che in passato abbiano sempre composto canzoni proprio lineari…). Quindi, più largo uso di tastiere e synth, ma anche di archi, che non coprono la sempre perfetta chitarra, ma vanno a rendere il suono molto più pieno. In definitiva meno canzoni spezza-ossa alla “Plug in Baby” o “Hysteria” (che al sottoscritto fanno impazzire, tra l’altro…), in favore di una maggiore varietà di suoni, come se i Muse volessero dimostrare che sanno suonare anche al di fuori dei loro confini. Il più delle volte la sfida è vinta, anche se alcune tracce non convincono del tutto.

Il disco comincia (e finisce) rileggendo in maniera molto appropriata la lezione dei Queen degli anni settanta: l’iniziale (e fantastica) “Take a Bow”, dopo un bel tappeto introduttivo di synth molto magniloquente, esplode come solo il più ispirato Brian May saprebbe fare. La successiva “Starlight” sembra un po’ troppo un singolo ruffiano, complici anche una melodia di pianoforte particolarmente orecchiabile ed una ritmica troppo allegra. Forse però anche per questo si lascia ascoltare senza problemi. Peccato però, perché ripulita da questi orpelli avrebbe un bel suono distorto del basso e le pur sempre divertenti accelerazioni. Il terzo brano, “Supermassive Black Hole”, è totalmente inaspettato: riff di chitarra funk-rock con ritmica quasi elettronica, falsetto particolarmente tirato e gran lavoro ai coretti… Muse irriconoscibili, però il pezzo può piacere. Segue “Map of the Problematique”, secondo me la canzone più brutta del disco. Qui giocano a fare i Depeche Mode (che a me fanno schifo), ma non basta l’ottimo drumming del batterista per risollevare le sorti di un brano che in veste più scarna avrebbe avuto qualche chance. Per fortuna subito dopo c’è “Soldier’s Poem”, un gioiellino acustico (a modo loro… ) di soli due minuti. Anche la seguente “Invincible” è molto bella, prima parte con un’ottima melodia, poi basso distorto ed accelerazione con assolo alla Tom Morello: gran pezzo, c’è poco da dire. Solo alla settima traccia si viene investiti dalla potenza assassina che i nostri sanno sprigionare quando decidono che è l’ora di ricordare al mondo che come muro sonoro non sono inferiori a nessuno: il pezzo, “Assassin”, è come al solito magistrale, ma è anche l’unico pezzo pesante di evidente scuola Muse. “Hexo-Politics”, comunque sempre basata su un bel riff, è un rock più tradizionale di impronta leggermente più elettronica (ma poco poco). La nona canzone, “City of Delusion”, si stacca pesantemente dallo stile Muse: chitarra acustica, arrangiamenti di archi orientaleggianti oltre ad un assolo di tromba… Bella ritmica, esplosioni ben gestite dove l’elettrica si sente, ma si spartisce lo spazio con gli archi (arrangiati da un certo Mauro Pagani, per dire, eh…). Ottimo brano, che dimostra come di creatività ne possiedano a pacchi… Penultima canzone, la strana “Hoodoo”: chitarra elettrica registrata low-fi prima, pianoforte… intimismo in stile Muse? Il disco si chiude con la stupenda (è il mio pezzo preferito) “Knights of Cydonia”, lunga cavalcata dai crescenti toni hard rock anni settanta, che sembra uscire direttamente da “A Night at the Opera” (tra il falsetto ed il martellante mega riff finale ci sono gli estremi della querela…).

Un disco molto interessante, insomma: sarà parecchio divertente vedere come lo eseguiranno dal vivo (visto anche che la loro fama di potentissima live-band è abbastanza consolidata).



Problemi di spazio (ed allocazione mentale)
Lunedì Ottobre 16th 2006, 23:16
Archiviato in: Musica, Personale

Lo so, leggendo questo blog, ormai, siete diventati perspicacissimi. Sapete dipanarvi senza machete nelle mie giungle di virgole e doppi aggettivi, conoscete a menadito i paludosi abissi dei miei incisi e non vi colgono più di sorpresa gli attacchi da guerriglia vietcong delle mie discutibili battute. Non ho quindi dubbio alcuno che tutta questa perspicacia vi abbia portato a capire che ho un problema di spazio. Diciamo di più, per quel che mi riguarda è un problema di spazio vitale. Ma tranquilli, non ho intenzione di invadere la Polonia. O almeno, non ancora. Diciamo che per adesso considero quest’opzione come un piano b: starà a voi fornirmi un soddisfacente piano a. Veniamo celermente al dunque: non so dove e come cazzo mettere i miei cd (ok, cancellate le battute facili). Mi rendo conto che la soluzione più semplice al dove possa essere quella di comprare altri scaffali porta cd, ma sono troppo pigro per andare all’Ikea. E poi questo non risolverebbe, anzi complicherebbe ulteriormente, il problema principale, cioè il come disporre i cd. Immagino comprenderete non si tratti di un problema meramente geometrico-spaziale. Qua si parla di forma mentis, e non ci sono cazzi.

Piccolo inciso: qualcuno di voi avrà letto sicuramente “Alta fedeltà” di Nick Hornby. Ad un certo punto del romanzo il protagonista, Rob, decide di riordinare la sua collezione di dischi in maniera autobiografica, cioè seguendo l’ordine con cui li aveva comprati. Va bene, mettete pure giù la cornetta e non chiamate la neuro, non sono ancora arrivato a questi livelli di pazzia [ok, è solo questione di tempo… e di spazio… (praticamente una questione spazio-temporale…)]. Ma questo non vuol dire che sia disposto ad accettare una catalogazione casuale (eresia!) per i miei dischi!

Ho incominciato utilizzando un metodo, diciamo, in funzione del gradimento: per primi i miei gruppi preferiti fino ad arrivare a quelli che ascoltavo meno. Ma ormai la situazione è al di fuori di ogni possibile controllo. Fino ai miei gruppi preferiti è tutto ok [anche se alcuni stanno ai primi posti più per ragioni storico-affettive che per reali frequenti ascolti (direte, me ne son fatto talmente tante fiale in passato…)], ma già varcata la soglia Led Zeppelin il confronto risulta essere praticamente impraticabile (si, è una cacofonia, e allora?). Vi faccio un po’ di esempi di dubbi che mi assillano.

E’ peccato mortale mettere i Pogues prima dei Pink Floyd (contando che io amo i Pink Floyd…)?
Ok che i Gang han fatto della gran roba, ma siam sicuri che siano meglio di Ben Harper?
Aerosmith – Black Sabbath 1-0 anche se Joe Perry è autodidatta ed hanno fatto della traglia commerciale inascoltabile?
Perché i Muse sono così in basso e Manu Chao così in alto?
I Rancid meglio di Eric Clapton (che fa blues)?
Soundgarden sopra ad Hendrix? Ma siamo impazziti?
Gli Area e la PFM ben al di sotto di Caravanne de Ville ed Africa Unite?

Potrei continuare all’infinito… lotte all’ultimo decibel tra Quintorigo, Afterhours, REM, Sublime, Beth Orton, Norah Jones, Kings of Convenience, Paris Combo, Dave Matthews Band, Saint German, Bob Dylan, Zwan, Pearl Jam, Fat Boy Slim, BB King, Rolling Stones, Dire Stratis, Capossela, De’ Andrè, Jethro Tull, Skunk Anansie, Belle and Sebastian, John Mayall e mi fermo qua prima di intasare ulteriormente questo post… Sviolinata contro assolo di hammond, voce vellutata contro wha wha assassino, jazz soffuso contro campionamento selvaggio, sezione fiati casinara contro pianoforte malinconico: musica contro musica… non mi si può chiedere una scelta così dolorosa…

Quindi, visto che questo metodo di catalogazione è miseramente fallito ne serve urgentemente un altro. Non prendo nemmeno in considerazione l’ordine alfabetico. La divisione in generi sarebbe ancor più complicata (o troppo banale, o troppo settoriale). Ragionavo su una possibile divisione per anno di pubblicazione, ma forse è un po’ troppo asettica. Chi ha qualche idea si facia sentire.

Qualcuno potrebbe obiettare che ormai, vista la diffusione della musica in formato digitale, non dovrebbero esserci più questi tipi di problemi. In parte è vero. Io stesso sono un gran sostenitore della diffusione della musica su internet. Ho pure una ventina di giga di musica sull’hard disk ed anche se un bel po’ proviene dalla trasposizione in mp3 dei miei cd, molta della musica “di nuova aquisizione” non è stata passata su cd. Ma il gesto fisico di mettere un disco (che può contenere anche delle brutte canzoni…) resta qualcosa cui sono ancora molto legato.



Il mattino ha l’oro (saiwa) in bocca
Martedì Ottobre 10th 2006, 00:31
Archiviato in: Cazzate senza ritegno, Personale

“Adoro il sapore del sapone
di Bulgari al mattino…
sa di vittoria…
e di forno a micronde”

Libera interpretazione sul tema
(nel trip da iperventilazione)

Avete presente quando ad un bambino levate il suo orsacchiotto preferitoTM? Si può fare in tanti modi. Rubandolo repentinamente e poi uscendosene candidamente: “Ma non stavi giocando con il tuo orsacchiotto preferitoTM? Forse è scappato perché non gli volevi veramente bene…”. Oppure seminando parti dell’orsacchiotto per la casa in modo da formare un macabro sentiero fino alla testa infilzata di spilli nascosta nell’angolo più buio della cantina, con un bigliettino con scritto “Sogni d’oro” firmato “Uomo nero”. Si potrebbe fare anche solo i sadici e metterlo impiccato bene in vista in un luogo alto e non raggiungibile. Se poi volete creare un mostro ed appioppargli degli squilibri mentali per il resto della vita, potreste inventargli qualche storia senza alcun tipo di logicità stile “è stata al Quaeda”, “sta giocando con gli angeli”, oppure “tu non ora capisci, ma è tutto dentro al progetto più grande di dio”. Comunque lo facciate è sempre divertentissimo. Sempre. A parte quando quel bambino siete voi.

Questo fine settimana per me è stato proprio così. Sono stato in Svizzera, più precisamente a Maloja, ospite nell’albergo per gazilionari di Franco. Tutto molto bello, intendiamoci. Si potrebbe pure dire che mi sia divertito. Ma c’è un però. E questo però pesa come un macigno. Dovete sapere che il sopraccitato albergo è costruito, ovviamente, sopra un cimitero indiano. Devo aggiungere altro? Non vi sareste forse anche voi accertati che alla frontiera vi accettassero l’accettazione per la vostra accetta di fiducia [by the way, lo sapete perché faccio questi orribili giochi di parole? Perché sono un po’ balbuziente: dal vivo non riuscirei mai a farli, allora li scrivo. Me lo ha consigliato il mio analista. O almeno, questo è quello che mi è sembrato volesse dirmi quando mi è saltato in braccio scodinzolando (il mio analista è il mio gatto. Lo pago in scatolette e grattini sotto il collo). Ho provato anche ad andare da una logopedista professionista molto referenziata (ho trovato il suo numero su numerosi bagni di svariati autogrill), però credo ci sia stato qualche fraintendimento, che ha portato ad uno spiacevole inconveniente. La sua morte. Quando dicono gli opposti che si attraggono. Lei non mi accettava. Io si. Ah, le ferite d’amore…]? Ovvio che l’avreste imbracciata come una moderna durlindana e vi sareste lanciati come un novello Jack Nicholson all’assalto di tutte le porte d’albergo che vi si sarebbero poste dinanzi… Insomma… Stephen King, Stanley Kubrick… non si scherza…

Ebbene… già assaporavo l’odore dei cari 8 mm, i movimenti di macchina, l’emozione del primo ciak… Ma tutto questo non c’è stato… La mia idea di un personalissimo remake di “Shining” con me alla regia e nella parte dello spiritato Jack Nicholson [oltre ad un cameo nella scena del triciclo (dopotutto sarei stato l’unico attore professionista)], girato in bianco e nero ed in versione minimal-chic a tratti (ambientazione scarna, ma molte contro scene sullo sfondo esagerate stile con limousine e clown che passano) con sottotesto marxista-leninista (versione maoista) è tristemente naufragata in favore di un divertentissimo finesettima tra amici. Perché tale affronto alla settima arte?

Il mio sfogo di artista creativo incompreso giunge qui al termine. Non senza il rimpianto di non aver visto cioè che le mie indubbie e genuine possibilità espressive avrebbero potuto regalare ad una mia performance nei panni che furono del buon Jack. Guadate un po’… (Come ben saprete, io sono quello di sinistra).

jack.jpgiooo!!!.JPG

PS: Ah, se qualcuno volesse leggere un breve resoconto “vero” della tre giorni svizzera lo può leggere qui, mentre per le foto potete consultare la mitica gallery di sansuino!



Impressioni di (un) settembre (che non c’è più)
Giovedì Ottobre 05th 2006, 00:02
Archiviato in: Musica, Personale

Il titolo del post dice un po’ tutto… comunque qualche infromazioncina su questo gran pezzo della Premiata Forneria Marconi… il testo si capisce lontano un chilometro che è di Mogol, ma la musica… eh eh… inzio (1971) del prog italiano… l’incredibile chitarra di Mussida e, signore e signori, quel polistrumentista della madonna di Mauro Pagani (flauti, violini e bouzouki… “Creuza de Ma” è opera sua… tanto per dirne una… una parte dell’ultimo disco dei Muse l’hanno registrata nei suoi studi, per dirne un’altra…). L’assolo finale di moog è da antologia. Ah, per la cronaca c’è anche una versione fatta da Battiato molto bella, soprattutto quella live.

Quante gocce di rugiada intorno a me
cerco il sole, ma non c’è
Dorme ancora la campagna, forse no
è sveglia, mi guarda, non so
Già l’odor di terra, odor di grano
sale adagio verso me
e la vita nel mio petto batte piano
respiro la nebbia, penso a te
Quanto verde tutto intorno, e ancor più in là
sembra quasi un mare d’erba
e leggero il mio pensiero vola e va
ho quasi paura che si perda…

Un cavallo tende il collo verso il prato
resta fermo come me
Faccio un passo, lui mi vede, è già fuggito
respiro la nebbia, penso a te
No, cosa sono adesso non lo so
sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso
No, cosa sono adesso non lo so
sono solo, solo il suono del mio passo
e intanto il sole tra la nebbia filtra già
il giorno come sempre sarà…



Cronaca di una noia annunciata…
Mercoledì Ottobre 04th 2006, 01:39
Archiviato in: Cazzate senza ritegno, Personale

Oggi  sono in vena di scommesse. Pensate a qualcosa di deprimente, scommetto che quel che ho fatto oggi (ieri per chi legge) lo batte. Ci state? Ok. A cos’avete pensato? Allo stufato di vostra madre? Principianti. Alle vostre fottute ore giornaliere mal retribuite? Cazzi vostri, prossima volta non dite che i sindacati difendono diritti dei lavoratori che si possono modificare (soprattutto se voi siete lavoratori…), comunque non ci siete proprio vicini. Cosa dite? Nick Drake? Beh, va già meglio, ma vi dico che se anche aggiungeste gli Eels sareste comunque lontani. Tempo scaduto. Les jeux sont fait, rien ne vas plus. Tenetevi forte ed abbiate cura di avere i sali a portata di mano, se avete intenzione di continuare a leggere. Beh, oggi… ho fatto shopping a Busalla. Il banco vince. Si ricorda ai gentili clienti che, in ottemperanza ai trattati internazionali su gioco d’azzardo, è possibile pagare in contanti, in bottiglie di vodka o in oleodotti in Afghanistan. Non si accettano invece assegni (anche se non rubati), carte di credito (anche se non clonate) e tango bond.

Io odio comprare. Ho usato il termine shopping (che è palesemete da fighetti) proprio per accentuare ancor di più il senso di ribrezzo e terrore che questa incalcolabile perdita di tempo mi incute. Se non sono in un negozio di dischi o di libri (unici campi in cui credo di sapermela cavare abbastanza), vado nel panico più totale. Perché io non vado a comprare perché voglio, ma perché devo [del tipo che mia madre mi deve dire per due o tre mesi: “Coglione! Non hai più pantaloni!” (io non ci faccio proprio caso)]. La differenza sta proprio qua, però è il centro del dicorso: un disco mi fa sentire bene, un maglione, al massimo, non mi fa sentire freddo. In più oggi ero a Busalla. Non conoscete Busalla? Buon per voi. Ma se volete una descrizione, beh, presto detto. Prendete un posto triste, circondatelo con una raffineria ed un cementificio. Spargete un velo noia e una buona dose di localismo campagnolo. Infornate per quarant’anni. Avrete il classico paese “piccola-cittadina-di-campagna-che-si-atteggia-a-città”. Pietoso. Roba da far sembrare il mercatino di Shanghai come Covent Garden. Ed oggi c’era pure un tempo fastidio: bassa pressione, cielo plumbeo con imboscate di pioggerellina bastarda e clima quasi tropicale (umidità a livelli record!).

Ma vi starete chiedendo com’è che son finito a Busalla… Semplice: per fare il primo tagliando alla macchina (l’abbiamo comprata lì ed il primo tagliando era convenzionato). In più abbiamo vinto un buono in abbigliamento in uno dei negozi di punta della “via Venti busallese”. Muy fashion. C’era della roba che faceva a pugni anche con il più fantasioso degli accostamenti cromatici (oltre che con il buonsenso), pensate gli altri. Ma ho affrontato anche questa sfida e, nonostante la mia riluttanza, mi son buttato nella mischia. Che poi comunque io penso di essere il cliente ideale… vado, dico quel che mi serve e compro. Zero sbattimento, incasso basso ma garantito. Ma vallo a spiegare ai commessi. Questa poi era particolarmente poco perspicace. Guardami un po’ attentamente. Pensi veramente che io sia il tipo che spenderà un centesimo in più di quanto accorda il buono? Ti dico che sono interessato a cose “molto molto semplici”: tiri fuori un maglione da 80 euro perché sei sorda o è un tuo rito propiziatorio? Specifico allora che voglio una tinta unita e mi proponi dei rombi: è un tuo modo per informarmi tra le righe che di geometria non hai mai capito un cazzo o stai cercando di appiopparmi l’invenduto? (Non mi piacerà comprare ma non sono scemo. So quello che voglio. E soprattutto ho studiato geometria). Alle tue spalle c’è uno scaffale di maglioni tinta unita blu scuri e neri, ti chiedo se ne avete di quel tipo semplicemente come domada retorica, quasi per gentilezza. Tu me ne porti uno azzurro: devo intuire che sei daltonica o stai provando, con scarsissimi risultati, a farti assumere come mia curatrice del look? Ripeto, guardami bene. Ti sembra che il fatto che su un maglione assolutamente uguale ad un altro ci sia il bollino di una nota marca possa in qualche modo essere un argomento che possa influenzare la mia scelta (e farmi spendere un fottio di euro in più)?

Alla fine sono riuscito ad ottenere ciò che volevo: due maglioni tinta unita scuri praticamente identici a quelli che ho già. Non che siano merce rara, ma oggi è stata veramente una lotta…



Bei momenti… reprise (questa volta veramente!)
Domenica Ottobre 01st 2006, 01:55
Archiviato in: Personale, Varie ed eventuali

Per chi non avesse intuito… Ho ritrovato la macchina!!! O meglio i carabinieri (per una settimana, quindi, vietate barzellette…) me l’hanno trovata! Non ci speravo più.

La bella notizia è arrivata ieri (sabato) alle 13 e 30. Mi chiamano sul cellulare e mi dicono che hanno trovato la mia macchina alla Foce, vicino a piazza Rossetti. Mi precipito con l’altra macchina e con mia madre e troviamo la pattuglia ad aspettaci. Sorpresa sorpresa… la macchina è perfettamente parcheggiata nelle striscie blu della zona C! All’interno mancano due vecchi maglioni di mio padre e di mia madre (i “maglioni di salvataggio”, geniale idea di mio padre), ma ci sono in più un telo mare ed una felpa taglia M di marca (che non verrà citata in quanto da spocchiosi fighetti del cazzo… mica si fa pubblicità agli stronzi, qui…) molto sporchi, ma non di sangue (per sicurezza li abbiamo comunque buttati via). Ah, c’era anche un prolungamento per le cuffie, del tipo che ha sul filo tutti i comandi (questo invece me lo sono tenuto…). La macchina è stata fatta partire dai ladri con delle graffette al posto delle chiavi (wow…) ed il tappo del serbatoio è rotto perché hanno cercato di sfasciarlo per fare benzina (ovviamente la macchina era in riserva…): adesso c’è ma dobbiamo sostituirlo. Che altro? Forse c’è una riga in più, ma ce n’erano già talmente tante prima che valla a scovare…

La dinamica del furto non mi è ancora molto chiara… molti ragionamenti che ho provato non stanno in piedi in maniera brillantissima… però per oggi chissenefrega… la macchina è tornata e questo è quello che conta… lo Sherlock Holmes che è in me il finesettimana non lavora…