La verità ti fa male, lo so…
12 inconfutabili motivi che dovrebbero farvi realizzare come l’alcool assuma un’inquietante importanza nella vostra vita:
1 Mangiate le arance come surrogato del negroni
2 Il vostro drink preferito consiste in un a brocca di gin lemon + jack e coca (shakerati, non mescolati)
3 Il vostro alito è sempre talmente infiammabile che non usate più metano nella calderina
4 Misurate i soldi in “cuba libre equivalenti” (prezzo medio = 4,5 €), i volumi e le capacità [non i μF! (questa la capiscono in due, e mi dispiace proprio tanto per loro…)] in pinte, le distanze in “code per andare al bagno equivalenti ” ed il tempo in “aperitivi equivalenti”. Molto interessanti le grandezze composte. Esempio: velocità = spazio/tempo = code/aperitivi. E così via…
5 Quando sentite pronunciare la parola “ora gin”, vi commovete come un bambino che litiga allo specchio
6 Sapete aprire una bottiglia di birra con qualsiasi mezzo ed in qualsiasi occasione (celebre la vostra danza della pioggia che vi permette di stappare la bottiglietta con un fulmine e di lavarvi contemporaneamente la macchina)
7 Vi piace veramente l’amaro Camatti
8 Il vostro sangue è bloody mary (il che è un problema: tabasco e succo di pomodoro nelle vene fanno male). In compenso dalle analisi risulta che il vostro sangue abbia un numero di ottani superiore alla benzina (alla faccia della crisi energetica, eh!).
9 Il vostro ricordo più tenero circa il vostro passato è una pentola di negroni
10 Le persone che non vi conoscono bene se vi incontrano per strada vi chiedono stupite: “Ma sei ancora vivo?”
11 State raccogliendo firme allo slogan di “Baffo Moretti santo subito”
12 Vi sposate perché il vostro futuro coniuge brandisce, offrendovene, un birra piccola
alcolismo, dodici motivi, gin lemon, negroni, birra, Baffo Moretti, amaro Camatti, jack e coca, cuba libre, bloody mary
A.A.A. futuro cercasi… [a.k.a. buon compleanno (a me)]
“Da piccoli la maestra ci chiedeva cosa volevamo fare da grandi. Tutti rispondevano il medico, l’avvocato, l’ingegnere… Io, invece, la testa di cazzo. Beh, sono l’unico che c’è riuscito!”
Paolo Rossi
26 anni. Uno incomincia anche a farsi delle domande, magari non complicate come “cosa ci fa uno come Mastella al ministero della Giustizia?”, ma comunque di un certo spessore. Diciamo che, già da un bel po’ di tempo in realtà, sto pensando al mio futuro. L’eterna questione “cosa vuoi fare da grande” si sta riproponendo sempre più insistentemente. E le risposte, probabilmente consigliate proprio da Mastella, latitano. Assodato però che “speculatore filosofico intensivo su qualsiasi argomento dello scibile” (ovvero, la versione edulcorata di “testa di cazzo”) non è, a mio avviso inspiegabilmente, una professione riconosciuta dall’INPS (ed io ad un pensioncina ci terrei un pochetto…), mi sono ormai rassegnato a dover ingegnarmi per trovare un lavoro. Il problema è che, forse per il mio animo intimamente statalista-utilitarista, riesco a concepire come seri solo i lavori che hanno un qualche connotato di utilità sociale diretta (insegnante, medico, giornalista, assistente sociale, impiegato statale, ricercatore, scienziato etc…). Alla parola “impresa” vengo colpito da forte nausea e metto mano alla pistola, pur essendo ben conscio che il computer sul quale sto scrivendo (si, sul computer, la tastiera si è rotta… più tardi ne comprerò una nuova e passerò le incisioni che sto facendo sulla RAM su di un file… ma adesso devo seguire l’ispirazione, finché c’è…) provenga da qualche processo industriale. E’ una contraddizione in termini, ovvio. Ma io sono affascinato dalle contraddizioni in termini (il mondo è una contraddizione in termini, se ci pensate bene…). E poi, come diceva sempre la funzione “questo*(1-e-x)”, ognuno ha i suoi limiti, ed il mio è questo (uhm, credo che questa sia la battuta in assoluto più brutta e macchinosa che io abbia mai scritto. Me ne vergogno pure un po’. Ma non abbastanza per cancellarla. E comunque non esiste la gomma per la RAM…).
Fortunatamente, però, circa un mesetto fa ho avuto una presa di coscienza sulla vastità della possibile offerta lavorativa. Girando in centro ho adocchiato un cartellone con scritto “Cerca talenti”, con una scritta parecchio invitante del tipo “Esprimi il tuo talento naturale”. Mi si è aperto davanti un mondo. Quanto ero stato miope in passato, per non vedere tutti quei miliardi di possibilità alla mia portata! Ad esempio non avevo mai pensato di diventare il tizio che attacca i cartelloni in giro.
Ma veniamo alle cose serie (evidentemente no, però piace dirlo). A febbraio mi laureo (finalmente) in ingegneria elettrica. Capite bene che questo tipo di studi cozzi un po’ (eufemismo) con quanto precedentemente riportato circa la mia avversione per il mondo industriale. Ma il mio problema non è solo questo. Il mio terrore è di diventare così:

Avete presente quelle pubblicità nelle quali fanno vedere affabili personaggini in giacca e cravatta con un savoir faire invidiabile, che cercano di convincervi con intensi primi piani di complice intesa che l’azienda tal del tali non lavora per il proprio profitto, ma bensì per il bene della collettività? [Certo! E Bush conosce la tabellina del tre, il nano pelato e piduista è un grande statista e Sharon santo subito (così, per chiudere il quadretto)]. Immagino non avrete fatica a ricordare qualche spot “alla Mulino Bianco” con la faccia di questi porci [con tutto il rispetto per i (san)suini, sia ben inteso!]. C’è un’odiosa ipocrisia di fondo che proprio non capisco. Scopo di un’impresa è fare profitto (cioè soldi per autosostentarsi + utili). Tutto il resto è secondario (le regole di mercato, la concorrenza, impongono proprio questo). Mi piace molto la tecnica, ed ho un’ammirazione smisurata per i “tecnici”, quelli che le cose le sanno fare veramente, visto che io sono particolarmente impedito [ad ora sono riuscito a far funzionare (salcazzo come, credo con un rito voodoo a norma ISO 9001:2000…) le lampadine dell’Ikea ed ho riparato il frigorifero (anche lì non ho ben capito cosa ho combinato…)]. Ma l’idea di lavorare in una ditta che fa, chessò?, inverter proprio mi deprime… (quest’ultimo paragrafo verrà magicamente smaterializzato appena non troverò lavoro…)
Sono anche ingenuo in maniera imbarazzante. Pensate che se qualcuno intitola un post “L’Italia ha aperto gli occhi”, io penso che il suddetto stato sia diventato ateo, democratico ed onesto e che nel 2001 ho votato per Rutelli premier pensando che ce la potesse fare… Quindi, per farmi un’iniezione di realtà, ho deciso di stilare un elenco di lavori per cui mi sento molto portato ma, ahimé!, maligne contingenze impediscono il mio inserimento lavorativo:
- ballerino di musical (sono un tronco di legno)
- scrittore di quarte di copertina (le quarte di copertina devono essere brevi…)
- primo violino alla Scala (non so suonare il violino)
- giornalista di “Libero” (ho un cervello)
- papa (sono ateo)
- parlamentare della casa delle libertà (sono onesto)
Ecco, lo capite adesso il casino che ho in testa?
Per fortuna questa sera suona la Bandabardò al T.d.N… un regalo di compleanno migliore non riuscirei proprio ad immaginarlo (in realtà si, e nemmeno tanto difficilmente… ma questa è un’altra storia…).
26 anni, compleanno, idiozia a profusione, lavoro
Scoop
Venerdì Novembre 24th 2006, 02:33
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Cinema
“Se tutti avessero il senso dell’umorismo il mondo non sarebbe ridotto così”
Woody Allen (da un dialogo del film)
Puntuale come un servizio del tg 2 su di una catastrofe, arriva l’annuale nuovo film di Woody Allen. Ed inevitabilmente, da grande ammiratore del regista newyorkese, non potevo farmelo scappare… Le attese sulla nuova fatica alleniana erano molto alte, soprattutto dopo i fasti dell’acclamatissimo “Match Point”, ma la produzione del talentuoso regista è sempre stata discontinua (sia come risultati che come contenuti), inutile quindi “attendersi” qualcosa sulla base della passata pellicola. Questo lungometraggio infatti, il secondo girato a Londra, è sempre ambientato in ambienti aristocratici, ma si propone come una sorta di giallo molto contaminato dalla commedia. Un possibile paragone potrebbe essere “La maledizione dello scorpione di giada”, che condivide con “Scoop” la presenza di trucchi magici (grande passione di Woody Allen), che comunque risulta forse caratterizzato da dialoghi un po’ più frizzanti.
La storia si svolge ai giorni nostri a Londra, dove un famoso giornalista, Joe Strombel (Jon McShane), riceve, sulla zattera guidata dalla morte che lo sta portando nell’aldilà, uno scoop sensazionale, ovvero che Peter Lyman (Hugh Jackman), rampollo di una famiglia aristocratiche pronto a gettarsi in politica, è implicato nella vicenda del “killer dei tarocchi”. Decide quindi di passare questa notizia ad un giornalista, ma riesce a comunicare solo con una studentessa di giornalismo, Sandra Pransky (Scarlett Johansson). L’apprizione avviene mentre quest’ultima si trova, come cavia dal publico, nello scatolone della smaterializzazione del buffo prestigiatore Sid Waterman (Woody Allen). Sondra convince Sid ad aiutarla nell’indagine ma, nell’intento di approcciare Peter se ne innamora anche. Divertenti complicazioni con Sid che deve pure fingere (malamente) di essere il padre petroliere di Sandra…
Il film è tutto sommato un compitino senza infamia e senza lode. La trama è ben strutturata ed anche gli intrecci “da giallo”, elementari ma efficaci, sono curati con attenzione. Si ride delle inarrivabili battute di Woody Allen, ma più che altro per l’ironia di fondo sottese a certo dialoghi. Gli attori, infine, sono tutti nella parte. Forse quello che manca è solo qualche guizzo in più.
Non è certo quindi il più bel film di Woody Allen, ma merita senz’altro di essere visto.
Scoop, Woody Allen, Scarlett Johansson, Hugh Jackman, Jon McShane, cinema, film
The Departed
Giovedì Novembre 23rd 2006, 01:34
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Cinema
Che cos’è il bene? E che cos’è il male? Quali sono le strade che li fanno incontrare? Fino a che punto la propria volontà riesce a far fingere le persone? Il nuovo film di Martin Scorsese è permeato da questi interrogativi, che vengono esplicitati in un contesto di una duplice sanguinolentamente adrenalinica “caccia alla talpa”. La pellicola, infatti, pur iscrivendosi nel classico filone “storie di polizia e di mafia”, riesce a conferire uno spessore credibile ai propri personaggi (anche grazie alle maiuscole prestazioni del cast), facendo convivere con grande intelligenza suspance da film d’azione con più complessi intrecci narattivi e psicologici.
L’azione si svolge a Boston, dove Colin Sullivan (Matt Damon) e Billy Costigan (Leonardo Di Caprio), entrambi giovani irlandesi, entrano nella polizia. Il primo, però, è in realtà affiliato al boss della mafia irlandese Frank Costello (un Jack Nicholson particolarmente in palla che, al solito, vale da solo il prezzo di più biglietti…), che lo vuole infiltrare nei reparti importanti della polizia. Il secondo proviene da una famiglia problematica (suo padre era un mafioso di serie b) e vuole fare il poliziotto anche per riscattare la suo vita e quella della sua famiglia. I due non si conoscono, ma i loro destini saranno strettamente legati a doppio filo. Sullivan, raccomadato, ha infatti una rapida ascesa ai vertici della polizia di Boston e svolge il lavoro di talpa. Ma anche Costigan, in virtù del suo doppio passato tra libri ed ambienti mafiosi, è assoldato come agente segretissimo sotto copertura con il compito di infiltrasi nel clan Costello. Della sua esistenza come poliziotto sono a conoscenza solo l’anziano capo Oliver Queenan (Martin Sheen) ed il burbero Ellerby (Mark Walberg). Costigan riesce ad infiltrasi ma la tensione è sempre altissima, visto anche che le due talpe sanno dell’esistenza una dell’altra, ed anzi devono proprio scoprire le relative identità. Le loro vite si intrecciano ancor di più, sempre a loro insaputa, quando una psichiatra per poliziotti, fidanzata con Sullivan poco dopo il suo arrivo in dipartimento, prende in cura Costigan, sempre più provato dal suo incarico, e se ne innamora. Seguiranno traffici di microchip, prove di fedeltà, sparatorie, pedinamenti ulteriori intrecci narattivi e molto molto sangue.
Un Martin Scorsese in grande spolvero quindi, che in un continuo gioco di specchi tiene la tensione sempre alta senza ricorrere esclusivamente, da grande cineasta qual è, alle pur molto presenti scena d’azioni, ma spargendo a pieni mani un intrigante alone di dubbio che permea tutta la pellicola.
Uscirete dal cinema cercando di ricostruire la storia, ve lo assicuro…
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Un anno di blog…
“Non vorrei mai far parte di un club che accettasse tra i suoi soci uno come me”
Groucho Marx
Ed un anno è passato. Sembra ieri che vaneggio di fantomatiche olimpiadi di resistenza al vomito, ed invece le lancette del tempo sono arrivate fino ad oggi, al solito inesorabilmente lente e puntuali… il tempo, si sa, mica perde tempo… Capricciose, sono quindi passate quattro stagioni: ma con il sole o la pioggia, il vento o la neve, un coglione alle prese con una tastiera c’era sempre. Con una penna un po’ distratta e partigiana, al servizio di un occhio che vorrebbe essere critico ma ha a che fare una testa decisamente dura. Oltre all’inseparabile filo rosso di ironia che cerca di tenere insieme il tutto e mandare avanti la baracca… C’è chi riconduce il tutto ad una esigenza comunicativa con retrogusto di filantropia. Chi invece diagnostica una preoccupante prematura logorrea senile. Nulla di più sbagliato. Volevo solo trovarmi un hobby alternativo a conteggiare quante volte la parola “soqquadro” sia usata nei testi di filosofia teoretica (comunque mai, per adesso…).
Una anno, si diceva poc’anzi, prima che, come al solito, si perdesse il bandolo della matassa. E’ un bel traguardo, non c’è che dire. L’anno passato, dico, non perdere il bandolo della matassa! Soprattutto per uno che, un anno fa, nemmeno sapeva cosa fosse un blog… Non si possono quindi non alzare al cielo canti di giubilo ancestrali di ringraziamento (magari gospel, che ci stanno sempre bene) a Franco e Roberto (i munifici ed efficientissimi web-mastri sansuini) che hanno proposto, a me e a gli altri scalmanati sansuini (Michele, Simone, Bruno e Davide), di intraprendere questa bella ed utile esperienza. Pensate che ho pure imparato ad usare i feed…
Un anno, quindi… Direi che è il lasso di tempo giusto per tirare qualche somma… Qualche barlume di spunto critico c’è stato o si è naufragato nella noia più totale? In definiva, cosa si può salvare di quest’anno di blog? Beh, tutto sommato mi sembra di aver proposto, a volte, qualche riflessione interessante (dove? Qui, qui, qui, qui, qui e qui) ed aver scritto delle cose che, elaborate meglio, avrebbero potuto pure essere simpatiche (Questo post, e questo). Ma resta emblematico il fatto che il post indubbiamente migliore del blog (per tipo di scrittura, tema affrontato, capacità di analisi etc…) sia anche l’unico non scritto da me, ma dal mio amico Nur (onore al merito, intendiamoci! E poi non c’è gara con un giornalista professionista…).
Ma basta parlare del passato! Perché è il futuro che ci attende! Ed il futuro di Opinioni di un Clown!?TM è più che mai lucente! Preparatevi a nuovi contenuti, nuovi incredibili collaboratori, nuove rubriche, nuove veste grafica (tra poco) e nuovo indirizzo (sempre su Sansuino, ovviamente, ma personalizzato). Tutto nuovo, quindi. A parte il cialtrone che scrive, ça va sans dir.
Immagino che smaniate di sapere… quindi eccovi qualche succosa anticipazione. Verranno introdotte tre fantastiche nuove categorie:
- Traumi infantili (ovvero, se sono così ci sarà anche un motivo…)
- Per quando sarò il capo del mondo (ovvero, post-it per la rivoluzione…)
- Notizie dal futuro (ovvero, smaccato plagio ad un’idea di Luttazzi…)
Nella prima categoria saranno compresi gli articoli nei quali cercherò di farvi credere, in virtù del noto assioma per cui è meglio accusare gli altri che se stessi, che (eventuali) mie attuali tare debbano essere ricondotte a remoti eventi della mia infanzia. Spericolate arrampicate sugli specchi del tipo che non ho ancora finito l’università perché nella salita dove vivevo da piccolo c’erano tossici che si bucavano. Ma nessuno che volesse vendere, cazzo… Se vengono bene li potrei raccogliere in un libro di psicoanalisi fuffa stile “Freud for dummies”…
Gli articolo della seconda categoria sono invece ben descritti dal commento che ho inserito. A cosa servono in fatti i post-it? A ricordarsi le cose da fare. Quindi, visto che per adesso non sono ancora il capo del mondo (ma è ovviamente solo una mera questione di tempo), ho deciso di portarmi avanti con il lavoro, che l’ispirazione arriva quando meno te l’aspetti… Avete comunque avuto modo di assaggiare un piccolo spoiler: le mie illuminati proposte di bloccare le nascite al 2020 e di nuclearizzare gli Usa (aggiungerei, en passant, anche la Knesset in seduta plenaria) si trovano sulla stessa lunghezza d’onda. E comunque l’idea del blocco delle nascite, almeno stante ai commenti dei miei amici, trova sempre più adepti… Comincio a pensare che si tratti di una tra le cose più intelligenti che io abbia mai scritto dopo “Cent’anni di solitudine”, quando ancora usavo quello stupido nome d’arte…
Con gli articoli appartenenti alla terza categoria si inaugura una nuova rubrica che siamo certi appassionerà fortemente i nostri sei fedeli lettori. Si tratta dello spazio, lungamente reclamato e finalmente accordato, affidato al nostro reporter d’assalto Emmanuel Goldstein, che vi proporrà i suoi clamorosi scoop in anteprima assoluta. Ma assoluta in tutti i sensi, visto che trattasi di notizie dal futuro! Ciò è possibile, oltre ai sempre imponenti mezzi sansuini, grazie alla speciale connotazione di tessuto onirico che da sempre contraddistingue gli amici immaginari. Tenetevi forte, quindi, perché si viaggia nel tempo, e senza nemmeno bisogno di fottere il plutonio ai libici… Ah, un’avvertenza… Non provate a commentare questi articoli dicendo che si tratta di uno smaccato plagio a Daniele Luttazzi (vedi Panfilo Maria Lippi e Dingo). In primo luogo, perché è un plagio ad un’idea di Daniele Luttazzi (Le persone possono far valere diritti d’autore. Le idee no.). E popi perché le piccole pulci ammaestrate anarchiche, oltre ad irreprensibili e pungenti croniste, sono parecchio permalose. E sanno essere anche sanguinariamente vendicative: ci dispiacerebbe dover pubblicare il vostro necrologio prima del dovuto…
Per finire questa carrellata di novità vi invito a consultare più spesso la pagina “articoli”, visto che è mia intenzione pubblicare qualche (sedicente) “best of” dei miei articoli “storici”. Si comincia già oggi con un pezzo da novanta, “Teorema del Fascio”, risalente addirittura al temutissimo compitino di analisi tre…
Grazie della pazienza… e… a Sansuino!!!
compleanno blog, delirio acuto, Opinioni di un Clown!?
La rosa purpurea del Cairo
Martedì Novembre 14th 2006, 01:53
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Cinema
“Hanno detto che il tema principale di tutti i miei film è la differenza tra la realtà e la fantasia. In effetti è un tema che ricorre molto spesso, e penso dipenda essenzialmente dal fatto che io odio la realtà. Ma sai, purtroppo la realtà è l’unico posto in cui possiamo mangiarci una bella bistecca per cena”
Woody Allen intervistato da Stig Björkman
Credo basterebbe questa sola frase a descrivere in maniera esaustiva questo capolavoro di Woody Allen. Con questo film, infatti, il grande regista newyorkese tocca uno dei suoi vertici creativi attraverso un commosso omaggio al cinema che gioca in maniera strabiliante con i paradossi al confine tra ciò che è reale e ciò che invece proviene dalla fantasia. Uno dei punti di forza di questa pellicola risiede nella capacità di toccare, magari solo accennandole ma in maniera ugualmente ineccepibile, un gran numero di tematiche attraverso diversi approcci stilistici che però non stridono affatto tra di loro, ma si amalgamano alla perfezione in una trama originale e zeppa di spunti interessanti ma paradossalmente molto semplice ed ingenua.
Anni trenta, periodo della grande depressione. Cecilia (un sempre ottima Mia Farrow) lavora in un ristorante come cameriera insieme a sua sorella. E’ sposata con un disoccupato che perde tempo a giocare a dadi e ad ubriacarsi con gli amici, ed inoltre ogni tanto la picchia. Però Cecilia ha una grande passione che la aiuta ad andare avanti, ed è il cinema. Infatti non si perde mai i nuovi film che proiettano al “Jewel”, la sala di proiezione dove ormai è di casa. Ed infatti non manca alla prima de “La rosa purpurea del Cairo”, film che narra le vicende di un esploratore (Jeff Daniels) che da un giorno all’altro è catapultato dalle piramidi egiziane alla bella vita dei New York. Il lungometraggio le piace talmente, anche per via del sopraccitato esploratore, che ritornerà svariate volte a vederlo. Proprio in una di queste occasioni l’esploratore si ferma ed esce dallo schermo incuriosito da questa donna che lo ha osservato in maniera così attenta. Scappano, tra le lamentele parecchio grottesche degli altri personaggi del film intrappolati ancora sullo schermo, e trovano rifugio in una Luna Park. Cecilia si trova ad avere a che fare con un uomo di fantasia incredibilmente romantico (si comporta infatti come da personaggio) ma che nulla sa della vita reale. Scoppia uno scandalo, ed il più preoccupato, tanto da precipitarsi nella zona del fattaccio, è l’attore che ha recitato il ruolo del personaggio fuggiasco perché, secondo lui, l’ha interpretato così bene da dargli la vita. Cecilia sarà tentata da entrambi. E non vado oltre perché ci sono migliaia di chicche.
L’aspetto di maggior rilievo di questo film è l’incredibile capacità di sintesi cui è giunto Woody Allen, riuscendo a condensare magari in poche ma essenziali battute un’elevata quantità di tematiche e di situazioni. C’è il contrasto tra la fantasia e la realtà, esemplificato nel comportamento buffo dell’esploratore, che si comporta come se vivesse nel film, andandosi però a cacciare in un sacco di guai, ed in quello dell’attore, reale e che cerca di emergere. Di entrambi Cecilia è innamorata, e dovrà fare una scelta. Realtà o Fantasia? Sarà la scelta giusta? In aggiunta a ciò, ci sono stoccate in punta di fioretto ai rispettivi modi di vivere che questi due personaggi rappresentano. Ci sono poi le geniali scene meta-teatrali dei personaggi che non possono continuare il film perché manca un personaggio e continuano ad essere proiettati sullo schermo, dialogando tra di loro e con il pubblico sulla loro essenza, sempre però comportandosi “secondo il personaggio”, in una sorta di stramba rivisitazione pirandelliana. Tutto ciò fa scaturire anche paradossali ma interessanti riflessioni sulla libertà e sulla volontà.
Un film veramente imprescindibile.
La rosa purpurea del Cairo, Woody Allen, Mia Farrow, cinema
Un Ratzinger al mese…
“Scherza coi santi, ma lascia stare i fanti”
Da “Gargantua e Pantagruele” di François Rabelais
La notizia è di quelle veramente gustose. Il Secolo XIX di oggi (giovedì 9) riferisce addirittura in prima pagina (come non ci fossero notizie più importanti da dare…) che il pastore tedesco più odiato del mondo se ne uscirà bel bello con il calendario “Insieme. Un anno con il papa”. Si sarebbe tentati di dire che “non c’è più religione”. Ma il problema adesso è proprio l’opposto…
Questa mossa di marketing proprio non me l’aspettavo… Qua si rischia proprio di mischiare sacro e profano, altro che guerre di religione o scontro di civiltà (spiegatelo a Pera, se ce la fate. Io non credo di esserne in grado. Almeno non senza l’uso improprio di un martello pneumatico.)! Io mi aspettavo una bella offensiva oscurantista vecchio stampo, del tipo chiodi arrugginiti negli inginocchiatoi dei confessionali, lapidazione per le adultere, evangelizzazione a colpi di manganello e serate revival “Santa Inquisizione”. Cose simpatiche così, insomma.
E invece ti salta fuori che si mette a far concorrenza alle bellone di turno. Se non è “invasione di campo” questa… Ma sembra ci sia di più!, Infatti, per non essere da meno alle sue ormai “colleghe”, i maligni riferiscono che alcune foto siano state ritoccate con Photoshop (si vocifera di un crocifisso al collo incredibilmente sinuoso e di un anello papale siliconato). Se così fosse, come potete ben immaginare, sarebbe una gaffe clamorosa. Infatti, ciò che si è sempre ritenuto essere opera del divino (“E’ contro la gravità… solo un miracolo le sta facendo stare su…”), verrebbe riportato nel campo dell’umano. Si sa, dove non arriva l’Uomo, arriva la Tecnica (umana) e non certo dio. Ma che ad ammetterlo, seppur implicitamente, sia addirittura WellSaid16 (nick, sgamato subito, che utilizza per postare i suoi deliri teo-con sul forum di Al jazeera), beh, è stupefacente…
Tra i tanti commenti seguenti l’insolito annuncio, si riscontra la delusione del mondo cattolico-omossessuale alla notizia che il papa, contravvenendo alle regole base dei calendari, ha posato vestito. Speravano infatti che, con questa iniziativa, Ratzinger volesse dare un’immagine di apertura verso posizioni più “libertine”. Secca smentita dello stesso pontefice: “Busoni, brucerete nel fuoco dell’inferno!”.
Ma qual è lo scopo di questo calendario? Ovviamente la beneficenza. No, non per creare un fondo per le spese processuali dei preti pedofili. Servirebbero troppi soldi (ed infatti, negli Stati Uniti, mi sembra che qualcuno abbia chiesto che le curie non debbano pagare i danni, perché se no finirebbero in bancarotta…). Molto più semplicemente (e qui siamo seri) per sostenere la “Città dei ragazzi Nazareth” di Mbare in Ruanda.
Esce il 23 novembre in allegato (+5€) a Famiglia Cristiana… il 25 è il mio compleanno… mi piacerebbe giocare a freccette, ma non ho un bersaglio… ci riuscite a fare 2+2? [Dai, scherzo! Preferisco quello di Ruini… (Gente, sono tutte battute, eh? Manco ci so giocare a freccette…)
Ratzinger, calendario, cloro al clero
Una chiosa su Kyoto?
Non so se lo sapete, ma a Nairobi si sta svolgendo la non-so-quale-numero conferenza mondiale sui cambiamenti climatici (la stessa del famoso trattato di Kyoto del 1997, per intenderci). Avrete visto sicuramente qualche servizio al telegiornale, che avrà sparato qualche titolone su riscaldameto globale, effetto serra, correnti del golfo, scioglimento dei ghiacciai, salinità del mare, 20% del PIL mondiale che dovrà essere impiegato per il risanamento e cose del genere. Il problema è parecchio serio, e si incrocia con molte problematiche a me particolarmente care (scarsità delle risorse fossili nell’arco dei prossimi decenni, nuovi modelli energetici sia sul versante produzione che su quello consumo, geo-politica). Spero di essere smentito, ma non stanno combinado un cazzo. Che poi c’è poco da fare, finchè quelli che emettono di più gas serra continuano a farsi i cazzi loro…
Qualche dato (del 2002, adesso saranno ancor più sbilanciati) sulla percentuale di emissioni di anidride carbonica:
Nord America e Messico = 28% (e secondo voi chi pesa di più tra USA, Canada, Alaska e Messico?)
Europa = 16%
Asia dell’est (Cina e Giappone, più che altro) = 15%
Ex repubbliche sovietiche = 15%
Asia del sud e del sud-est (India…) = 10%
Oceania = 8%
Medio Oriente = 5%
Africa = 4%
America centrale e del sud = 4%
Ora contate che India e Cina sono in crescita verticale… ed in Cina installano, in media, una roba tipo una centrale elettrica al giorno. Ovviamente a carbone, che ce n’è tanto (ma non infinito…) e costa poco… ovviamente mica l’ultima tecnologia disponibile sul mercato (chessò, con caldaia a letto fluido pressurizzato, un gassificatore, almeno un ciclo ultra-super-critico…), ma delle delle schifezze inumani. Il Brasile sembra destinato ad essere il prossimo a fare il botto economico, e di conseguenza ad installare potenza a ritmo forsennato.
Questi stati, però, sono almeno “economie in stato di transizione”. Per dirla male, o si “accontentano” di tecnologie di conversione energetica a buon mercato o non riuscirano mai a sostenere la crescita. Non si possono certo biasimare, basti come esempio riportare il fatto che la “nostra” rivoluzione industriale si è basata sul carbone…
Il problema grosso è quando chi potrebbe fare qualcosa, sta faremo. E mi sto riferendo principalmente agli Stati Uniti (comunque l’Italia, che ha ratificato, non riuscirà ad adempiere alla riduzione, al 2012, del 6,5% delle emissioni di anidride carbonica rispetto al livello del 1990. Adesso, se non sbaglio, siamo a + 12%… Questo comporterà una penale, tra le altre cose…). Che il trattato di Kyoto non sia il mezzo più potenete per combattere i cambiamenti climatici forse è anche vero. Resta il fatto che è l’unico attualmente a disposizione. E l’amministrazione Bush se n’è fatta carta straccia.
Propongo quindi una soluzione finale al problema: lasciamo che l’Iran si dia all’arricchimento dell’uranio, a patto che poi nuclearizzi gli U.S.A. Mi sembra una proposta pacata ed equilibrata. Possibilmente, farei evacuare il anticipo gli indiani delle riserve, in modo che poi possano riprendersi la terra che gli hanno rubato.
In alternativa, alcuni consigli direttamente dai due neuroni, targati Enron, di Bush (esempio incontrovertibile che gli uomini discendono dalle scimmie, con buona pace di quegli invasati dei creazionisti…) o che comunque potrebbero benissimo essere suoi:
- Disboscate i boschi, così non ci saranno incendi (giusto! Io prosciugherei anche il mare, così non ci saranno più affogati)
L’aria è inquinata? Fate come i nostri antenati: respirate di meno! Contribuirete anche a generare meno anidride carbonica! (I nostri antenati fanno ben di più. Non respiarano affatto. Ma hanno la cattiva abitudine di decomporsi.)
Non scoreggiate, generereste metano che ha un fattore di riscaldamento del globo 21 volte maggiore dell’anidride carbonica. [Questo è vero, inoltre è parecchio da maleducati! In Australia comunque, dove evidenetemente hanno tempo da perdere, si sono inventati la tassa sul pascolo delle mucche (il metano si forma nello stomaco per la digestione dell’erba che hanno brucato). Inoltre, è meglio bruciare il metano che lasciarlo in atmosfera (il metano non è assorbito da nulla, l’anidride carbonica conseguente alla combustione magari è assorbita dalle piante in crescita). Ma che non vi venga in mente di alimentare la vostra calderina con un “sottoprodotto” di un’insalatona mista…]
Compratevi il SUV, tanto la super tassa l’hanno levata! [ma pork… una volta che quasi ne azzeccavano una… ma se c’è il lotto ed i gratta e vinci (le cosiddette “tasse sugli idioti”: avete mai calcolato quali siano le reali probabilità di vincita?) perché non possono tassare i SUV (una “tassa sull’inutilità”: cosa te ne fai di un gippone in città per fare la spesa? Che poi sullo sterrato non lo usi che si rovina la carrozzeria? In più consuma uno sproposito di una risorsa geo-politicamente instabile… complimenti…)
Tra un mezzo pubblico ed uno privato, scegliete quello privato: autobus o treni affollati non rendono appetibile il servizio pubblico. (Beh, è un’affermazione granitica: avete mai provato a prendere un autobus all’ora di punta?)
E dopo quest’ennesima filippica, me ne vado a dormire, che forse è meglio…
Nairobi, conferenza internazionale su cambiamenti climatici, trattato di Kyoto, Bush, USA, anidride carbonica
Revelations
Giovedì Novembre 02nd 2006, 23:13
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Musica
“Down on the road the world is floating by
the poor and the undefined left behind
while somewhere you’re trading lives for oil
as if the whole world were blind”
Wide Awake - Audioslave
Matematica e musica non vanno molto d’accordo. Non (solo) perché buona parte dei musicisti in circolazione sono di una ignoranza imbarazzante (da appassionato mi spiace dirlo, ma è così: fare belle canzoni ed avere un cervello non sono necessariamente legati da relazione biunivoca…). Ma non fraintendetemi, quello che intendo dire è che le leggi della matematica non valgono nel mondo della musica. Prendete per esempio la semplice operazione “addizione”. Non è difficile, vero? Scommetto che se vi sforzate un po’ potreste riuscire pure a ricordare quella fredda mattina di metà novembre della vostra prima elementare quando vi hanno insegnato che 3+1 fa 4. Magari vi eravate trasferiti da poco e facevate via Bertani in discesa, con tutte le foglie appassite, un mosaico giallo-rosso-marrone che ancora adesso vi piace così tanto. Probabilmente indossavate un maglione di quelli blu scuro con bordino arancione (quante spaccavate le palle con l’arancione!) che vi faceva la nonna, stretti sulle maniche e fatti con della lana “speciale, così non punge” (scoprite oggi, dopo lo sguardo esterrefatto di una mamma che realizza di avere un figlio incontrovertibilmente idiota, che tale lana non esiste…). Magari avevate pure i capelli un po’ lunghi che s’era da poco comprata casa, soldi non ne giravano parecchi e si economizzava un po’ su tutto. Sicuramente sarete arrivati in ritardo, il vostro hobby preferito da sempre. Bene, prendete questi vecchi ricordi, tutti legati alla nozione “3+1=4”, e teneteli ben stretti. Perché gli Audioslave sono qui apposta a mandare a pallino la suddetta regola matematica.
Prendete ¼ Soundgarden e sommate ¾ Rage against the Machine. Shakerate con vigore (ma nemmeno troppo). Eccovi una super hard-rock band da fare venire i lacrimomi ai nostalgici degli anni settanta. Cioè, esattamente cioè che ci si poteva aspettare. Tutto molto bello. Tutto molto ben suonato. Tutto parecchio potente. Ma dannatamente poco innovativo. Intendiamoci, a me piacciono moltissimo, e motivi per elogiarli ce ne sono a iosa. I riff di Tom Morello non hanno nulla da invidiare a quelli di Jimmy Page e le sue leggendarie “esplorazioni sonore” lo rendono unico nel genere. La voce di Chris Cornell, che il tempo ha reso un po’ più roca (e calda), è quanto di più potente in circolazione. La solidissima sezione ritmica può contare sull’avvolgente suono del bassista Tim Commerford e sul efficiente lavoro del batterista Brad Wilk. E’ vero che non dovrebbe spettare a loro, ma alle nuove leve, rivoluzionare il mondo della musica (banalmente, lo hanno già fatto con le rispettive band di origine..). Ma dai componenti di due dei gruppi più importanti dell’indie rock mondiale degli anni novanta credo sia lecito aspettarsi di più. 3+1, quindi, fa un po’ meno di 4. Che poi non è molto differente da 4. A meno che, come il sottoscritto, non vi aspettaste che 3+1 facesse 5, o addirittura 6…
Perché questa lunga introduzione? Perché questo terzo disco “Revelations”, prodotto da Brendan O’ Brien ed uscito a meno di due anni dal precedente “Out of Exile”, conferma sostanzialmente pregi e difetti della compagine californiana. E’ sicuramente migliore della loro seconda prova (viziata forse da alcuni brani poco incisivi) e consolida ulteriormente l’affiatamento del gruppo. Inoltre vi è un approccio molto più groove oriented (ci sono parti di canzoni quasi soul…) che richiama maggiormente lo stile R.A.T.M. (che io adoro). Ma non è certo un approdo a quella next big thing che auspicavo.
Il disco si apre con “Revelations”, riff martellante nella strofa che viene stemperato nel ritornello: bel biglietto da visita, ma il meglio ha da venire… La successiva “One and the Same” è un po’ l’emblema del “nuovo corso” degli Audioslave: wha wha iniziale, un riff micidiale, ritmica travolgente nella strofa e ritornello che nemmeno gli Earth, Wind and Fire… travolgente. Segue “Sound of a Gun”, con un bel testo (come del resto è abitudine di Cornell) e riff cha sa di blues sporco. Quarta traccia è “Untill We Fall” ballata alla “I am the Highway” un po’ troppo mielosa, per i miei gusti (perché invece di fare ‘ste cose non osano di più con ballate acustiche a due chitarre? Sarei molto più curioso). I ritmi crescono vertiginosamente con il singolo “Original Fire”: gran lavoro di Commerford al basso, per un brano semplice ma con un invidiabile groove. Le atmosfere si fanno addirittura nere con “Broken City”, un funk che sembra uscito dai Red Hot Chili Peppers di “Blood Sugar Sex Magik”: ottimo Cornell sul registro basso. “Somedays” riporta il suono all’ hard-rock: classico brano trainato dal solito funambolico riff di chitarra ed interessanti soluzioni per la strofa. Con “Shapes of Things to Come” siamo dalle parti dei Soundgarden: un Cornell cupo ed introspettivo nella ritornello gioca poi coi tempi sul riff “normale” del ritornello. Gran pezzo. Segue “Jewel of the Summertime”, hard-funk giocato sul delay del basso e della chitarra. La politica entra in maniera esplicita nei testi degli Audioslave con “Wide Awake”, dura reprimenda ispirata al disastro di New Orleans: un bel rock classico, con gli urli finali di Cornell veramente impressionanti. Penultima traccia è la strana “Nothing Left to Say but Goodbye”, un rock quasi da cabaret con la coda strumentale che sfuma nella conclusiva “Moth”, ottimo brano (uno dei miei preferiti): riff pesante come un macigno che si abbina alla perfezione con un Cornell particolarmente incazzato…
Detto questo, a me piace moltissimo e lo sto ascoltando fino alla noia…
Audioslave, Revelations, Tom Morello, Chris Cornell, Tim Commerford, Brad Wilk, Brendan O’ Brien, musica, hard-rock