Sull’impiccaggione di Saddam Hussein
Stamattina hanno impiccato Saddam Hussein. George W. Bush ha detto che è stata fatta giustizia. Dovrebbe stare attento con le parole perché, secondo questo suo concetto di giustizia, il prossimo candidato a penzolare da una cappio sarebbe proprio lui. Per fortuna i tribunali internazionali non prevedono la pena di morte (e comunque non sono riconosciuti, preventivamente mi verrebbe da dire, dagli Stati Uniti), perché, come minimo, l’accusa di “crimini di guerra” non gliela toglie nessuno. L’Iraq non possedeva armi di distruzione di massa. L’Iraq non comportava un pericolo per gli Usa. L’intervento delle truppe anglo-americane si configurò come un’aggressione ad uno stato sovrano, per di più camuffato come sedicente lotta contro il terrore da parte dei difensori (auto-prolaclamati) della (supposta, visto i metodi impiegati) democrazia occidentale. Maggiori dettagli li potete trovare, ad esempio, qui (comunque si trovano ovunque, basta cercare. E smetterla di leggere Feltri o Ferrara…).
Ma torniamo a Saddam. Dittatore sanguinario, colpevole di orrendi stermini, non certo quindi una persona della quale si sentirà la mancanza. Soprattutto se, processato da un tribunale internazionale invece di uno fantoccio, avrebbe potuto mettervi nei guai con scottanti rivelazioni. Infatti, che domanda ci esortavano a porci i cari vecchi latini? Cui prodest? Ovvero, in soldoni, chi ci guadagna? (il movente di un qualsiasi giallo di infima qualità…). La “nascente” democrazia iraquena? No di certo. Con il bel clima di guerra civile in atto, dovuto alla balcanizzazione [ovvero la divisione del territorio secondo etnie religiose di appartenenza, assente prima dell’invasione, come fatto precedentemente nei Balcani (con ottimi risultati, tra l’altro…), per poter forzare politiche di influenza] dell’Iraq, la risoluzione della “questione Saddam” con un’esecuzione capitale non farà altro che aumentare gli scontri e gli attentati. Per non parlare dell’impossibilità di processare Saddam, ad esempio, per lo sterminio dei curdi [no scusate mi sono sbagliato, che se lo avessero processato, avrebbero dovuto poi indagare anche la Turchia, che è già abbastanza occupata a negare lo sterminio degli armeni per entrare in Europa (sbagliando tra l’altro… come se a qualcuno fregasse qualcosa di curdi ed armeni…)]. Chi sono quindi gli unici che ne traggono (enorme) giovamento? Gli Usa.
Come ben noto, agli inizi degli anni ottanta l’amministrazione americana finanziò l’Iraq di Saddam Hussein (già allora un sanguinario dittatore, ovviamente) in funzione anti iraniana. Qualcosa si sa, ma molto altro sarebbe stato interessante scoprire a proposito di questi accordi (non ufficiali). E’ davvero un peccato che il principale testimone contro gli Stati Uniti sia morto prima di poter essere giudicato da un tribunale internazionale (un po’ come nella vicenda processuale di Milosevic, scomparsa dai telegiornali quando incominciò a lanciare accuse ben circostanziate… sapete, quando qualcuno cade, non cade mai da solo, anche perché da soli non si arriva alle leve del potere…). Sarebbe tutto molto semplice da realizzare, ma ecco che la precisa azione di propaganda statunitense confonde carte ed invoca morali ingannando il mondo intero colpendolo nelle sue paure più primitive. Nel collaudato schema da fumetti “Buoni vs. Cattivi” (esattamente lo stesso dei cattivi, ovvero “Infedeli vs. Fedeli), ecco spuntare l’Asse del Male, gli Stati Canaglia contro l’Occidente. E, soprattutto, ecco l’incarnazione del Male. Nel 2001 era Bin Laden, ma sapete come sono le mode… Nel 2003 è (ri)diventato Saddam, collegato con prove false alla “guerra al terrore”. Ma tanto è bastato per invadere l’Iraq: quando sia ha a che vedere con il Male in persona non si può certo aspettare il permesso di quei burocrati dell’Onu…
Ed eccoci qui, esattamente come poche settimane fa per Pinochet, a vedere la speranza di giustizia (quella vera, non la vendetta) finire dimenticata dentro ad una bara.
Concludo con un auspicio. Mi piacerebbe che, almeno nei paesi sedicenti democratici, sempre pronti a schierarsi contro la pena di morte (almeno di facciata), la si piantasse di usare il verbo “giustiziare” per indicarla. Così, per un minimo di coerenza…
Saddam Hussein, Bush, Iraq, sedicente democrazia, Usa, pena di morte
La risposta di Gesù bambino
Caro Emmanuele,
immagino tu ti sia divertito un mondo a prendermi per il culo scrivendomi una “pseudo-letterina”. Ho deciso di risponderti (e di non portarti nulla, caro il mio stronzetto…) per due motivi. Un po’ per mettere a tacere la tua fastidiosa e supponente saccenza: sono infinitamente buono, non pirla. E non porgo certo l’altra guancia (‘sta cosa l’ho detta duemila anni fa e se non l’ho più confermata ci sarà un motivo… a tutti capita di dire qualche cazzata ogni tanto, no? Ma voi preferite i dogmi ad usare il vostro cervello…). L’idea che il tuo castello speculativo cada in frantumi mi da pure una qual certa soddisfazione [Sono perfido? Forse. Ma d’altronde voi siete più buoni solo a natale, io tutto il resto dell’anno (parecchio un’inculata, se ci pensi…). E comunque almeno il giorno del mio compleanno faccio un po’ il cazzo che mi pare…]. Poi perché vorrei mettere in chiaro un po’ di cosette. Non è che io possa influire così tanto sul vostro mondo, sai? Il secondo principio della termodinamica vale anche per me (si, l’ho inventato io, ma mi si è rivoltato contro… non avevo pensato a tutte le sue possibili implicazioni… te l’ho detto, tutti fanno delle cazzate, mettetevelo in testa e vivrete più rilassati…). E poi sto ancora imparando tutte le regole del gioco. Per dire, come spargere le malattie per il mondo l’ho capito subito, come mettere gli antidoti no… (credo che abbia a che fare con quella fottuta teoria del collasso entropico dell’universo che ho messo subito… cazzo, suonava bene… “collasso entropico dell’universo”… dai, fa ancora adesso la sua porca figura…). Per adesso me la cavo parecchio bene in fondamentali come addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni e divisioni (di un po’ quel che vuoi… ma non darmi dell’eugenetico), anche se la mia passione sono i trucchetti da prestigiatore con le carte, se mi passi la battuta posso dirti che sono un dio del gioco delle tre carte. Quindi riguardo ai loschi figuri che mi hai citato, che mi stanno parecchio su coglioni anche a me, non posso fare granché, a parte impestarli di dissenteria o robe del genere (cosa sempre divertente, comunque).
Riguardo alla musica hai colpito un tasto dolentissimo, frutto della disinformazione più bieca. Il diavolo non c’entra una beneamata cippa con quei musicisti. Come ti ho già detto sto ancora facendo esperimenti per capire bene come creare un mondo fatto bene (ne ho fatti altri che agli egizi già avevano inventato il rum cooler), però un po’ mi scazza vedervi tristi quindi ogni tanto vi faccio arrivare qualcosa per allietarvi. Avevo scoperto le droghe e l’alcool, ma ho sbagliato il dosaggio e quelle che avete alla lunga vi scassano troppo [quelle che ho io sono un bijou… (tra l’altro, nella realtà Adamo ed Eva non mi hanno rubato una mela, ma una pera… i vostri solerti traduttori hanno poi inventato come loro solito…)]. Allora vi ho mandato la musica. Sono io che ho dato questo dono ai grandi della musica. Il problema è che, affinché il trucco funzioni bene, il soggetto deve essere un po’ rintronato o strafatto (si, il mondo non è giusto, lo scopri ora? Infedeli rimastoni del cazzo diventano idoli delle masse e fedeli servitori muoiono nell’indifferenza più totale… ma è ingiusto anche l’aldilà, tranquillo… ho sbattuto Gandhi e Martin Luther King all’inferno perché erano terribilmente pedanti e mi son fatto su una gruppetto per fare delle jam di blues veramente incredibile… Janis Joplin e Jim Morrison alle voci, Jimi Hendrix e Brian Jones alle chitarre, John Bonham alla batteria ed io al basso). Questo fatto porta però a delle incomprensioni forti, e quei drogati idioti, quando mi sono palesato in borghese, mi hanno scambiato per l’altro pirla (che per altro è stato scacciato proprio per la sua più totale incapacità musicale). Erano veramente ridotti male, soprattutto quelli del blues. Robert Johnson per sdebitarsi mi offrì del whiskey corrosivo, e non ti racconto cosa mi propose Billie Holiday… Ispirai Keith Richards, e quell’idiota di Jagger montò il caso di “Sympathy for the Devil”, quando invece fece semplicemente un patto d’acciaio con un chirurgo plastico… Ma adesso, dopo secoli di discriminazioni razziali nei confronti dei neri, catturati in Africa, schiavizzati, dai loro lamenti ecco il blues ad uso e consumo per i voi bianchi. Ok, forse ci devo lavorare ancora un po’ su, però dai, l’idea di fondo è buona…
Ora è tardi, devo scappare dai bambini buoni e cattolici. Spero che tu abbia compreso il mio aramaico antico.
Ciao
Gesù bambino
PS: Non stupirti se non trovi “Paranoid” dei Black Sabbath, perché te l’ho rubato… Non voglio più rovinare la mia copia originale in vinile ed ho dimenticato la tessera Fnac a casa. Quindi cazzi tuoi, così impari a sfottermi (vai a fare la denuncia, se hai il coraggio…)…
Letterina di Gesù bambino, blues, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Brian Jones, Jim Morrison, Keith Richrds, Sympathy for the Devil, Mick Jagger, Billie Holiday, Robert Johnsonn, Black Sabbath, Paranoid, Gandhi, Martin Luther King, Adamo ed Eva
Canto di Natale
E’ ascoltando perle di canzoni come questa che mi rendo conto che la più devastante defezione dei Modena City Ramblers è stata quella della splendida penna di Giovanni Rubbiani, autore della quasi totalità dei testi (non a caso nel primo disco, “Riportando tutto a casa”, è indicato come “chitarra, cori e poesia”). Certo, questi versi sono più che ispirati dal brano “Fairytale of New York” dei Pogues (capitanati da un certo Shane MacGowan…) ma il testo MCR, pur partendo dalle medesime suggestioni, approda ad una evocativa liricità da brividi, che smaschera in maniera impietosa tutta l’ipocrita aurea magica che circonda in natale… Se tutti sapessero scrivere così…
Signora dei vicoli scuri dal vecchio cappotto sciupato
asciugati gli occhi e sorridi, c’è un altro Natale alle porte
Non senti le grida e le voci e qualcosa di strano nell’aria?
Anche i muri ingrigiti dei vicoli splendono sotto la luna…
Ti ricordi? C’incontrammo in un giorno di neve e di freddo
e la sera ci facemmo un bicchiere di scura ed un giro di walzer
con tanti saluti ad un altro Natale
Signora dei vicoli scuri abbracciami forte stasera
anche i gatti festeggiano a volte e cantano sotto le stelle…
Dimentica il freddo, le lacrime e le scarpe coperte di fango
e il destino di un vecchio ubriacone cullato dal canto del vento
Ti ricordi? C’incontrammo in un giorno di neve e di freddo
e stasera ci faremo un bicchiere di scura ed un giro di walzer
con tanti saluti ad un altro Natale
Signora dei vicoli scuri non mollare la lotta
verranno momenti migliori, il tempo è una ruota che gira…
Vedremo le rive del mare in un giorno assolato d’estate
scoleremo cinquanta bottiglie al riparo di un cielo lontano
Ti ricordi? C’incontrammo in un giorno di neve e di freddo
e stasera ce ne andremo a ballare per strade e a brindare
un saluto e un cordiale ‘fanculo ad un altro Natale
Canto di Natale, Modena City Ramblers, Giovanni Rubbiani
La mia letterina a Gesù bambino
Caro Gesù bambino,
ti ricordi di me? Sono Emmanuele, il tuo quasi omonimo. E’ un bel po’ che non ti scrivo la letterina per natale, ma d’altro canto anche tu non mi hai portato più regali. Spero che questo tua atteggiamento non abbia a che vedere con il mio ateismo, perché saresti un pochetto stronzo, oltre che vendicativo. E non provare ad accampare scuse infantili del tipo: “ma io non esisto!”, perché sarebbe una contraddizione in termini. Quindi siamo pari. Palla al centro e ricominciamo. Come ai vecchi tempi: io scrivo e tu porti. Ad ognuno il ruolo che gli compete, una perfetta catena di montaggio tayloristica. San Giuseppe che smadonna (ante litteram) sul carburatore del furgoncino che s’è inceppato e la Madonna, un po’ incazzata perché i neonati a quest’ora dovrebbero dormire, che posiziona i regali. E poi caffè e biscotti per tutti, che la notte è lunga!
Siamo tutti e due un po’ cresciuti e quindi non cercherò di ammorbarti con quelle ridicole frasi di circostanza del tipo “anche se quest’anno non sono stato particolarmente buono”, anche perché sono una persona sempre più spregevole, ma per contratto non puoi fare distinzioni, quindi cazzi tuoi. Prossima volta leggi meglio le regole di ingaggio. Non starò nemmeno a romperti i coglioni con richieste strappalacrime del tipo “vorrei la pace nel mondo”. E’ palese che non te ne fotta un cazzo, e comunque contrasterebbe con il libero arbitrio. Quindi ti farò banalissime richieste egoistiche, anche se un po’ più complicate rispetto ad un trenino elettrico. Tieni conto che anche ho maturato bel po’ di interessi (e, al tuo contrario, saprei anche quantificarli). Quindi, se non vuoi vedermi veramente incazzato, faresti bene a farmi trovare sotto l’albero domani mattina:
- una chitarra acustica amplificabile (stile quel di Finaz della Bandabardò) con un amplificatore Vox da almeno 150 watt
- Un wha wha Dunlop Cry Baby, un whammy Digitech, un distorsore vintage, un flanger Ibanez, un delay Boss Digital
- Un bouzouki, un banjo, un’armonica ed un tin whistle per ogni tonalità, un bodran, un mandolino, un djembè, un oud, un salterio (che non so che cazzo sia, così lo scopro) e, visto che siamo a natale, un violino ed una fisarmonica (anche se probabilmente non saprei che farmene)
- I poster di tutti i film di Ken Loach autografati
- Un vitalizio per la weiss Paulaner, Kilkenny, Menabrea e Moretti (per coerenza)
Ti risparmio la fatica di impacchettarli, vanno benissimo messi nell’angolo del computer. Inoltre (pensavi fosse finita qui?) dovresti trovare il modo di far crepare il nano pelato e piduista (non per una questione di giustizia, eh? Semplicemente per sfizio mio), magari di qualche morte assurda stile che lo fai diventare allergico all’aria. Sarebbe gradito anche un periodo di inenarrabili sofferenze. Sarebbe poi buona cosa radere al suolo il Vaticano, la Casa Bianca e la Knesset (con tutti dentro, ovviamente). Potresti poi far ricrescere la coda alla mia gatta, che è già abbastanza acciaccata.
Bah, facciamo che per adesso va bene così. Se mi viene in mente dell’altro se ne riparla per la befana. Mi dovresti poi levare una curiosità. Da appassionato di musica mi chiedevo come mai tutti i grandi musicisti abbiano dovuto vendere l’anima al diavolo per suonare da dio. Quello che si sbatte è lui ed il paragone lo fanno con te. Poi si capisce che uno s’incazza e tiene i musi per ere geologiche.
Vabbè, vado a prendermi una Kilkenny. Non far casino quando arrivi che si sveglia il gatto incomincia ad ululare come un caimano per venti minuti e se permetti vorrei dormire.
Ciao
Emmanuele
Letterina a Gesù bambino, Natale
Lettera ad una ragazza della casa dello studente
Carissima,
avrei voluto con tutto il mio cuore avvicinarti per rivolgerti la parola ma, schiavo della mia timidezza, sono solito incespicare nei miei stessi gesti ed ho desistito da tale ardire. Però, memore del famoso detto latino secondo il quale verba volant, scripta manent, ho deciso di fissare in epistola i miei pensieri, auspicando che tale forma di comunicazione, più consona alla mia indole, mi aiuti nell’affannosa ricerca delle parole appropriate per esprimerti con dovizia questo dolente fardello che grava sul mio febbricitante cuore. E che qualche dio delle telecomunicazioni si adoperi affinché queste mie sofferte e solitarie confidenze arrivino fino a te per comporre le note più dolci atte a riscaldare il tuo cuore infreddolito da questo lungo inverno.
Ma partiamo dall’inizio. Tu non mi conosci, probabilmente non mi hai mai nemmeno notato. Poco importa, passare inosservato è quanto di meglio possa desiderare dalla vita. E comunque il fulcro della questione ruota intorno al fatto che io abbia notato te. Posso ricordare ancora con la stessa trepidante emozione la prima volta che ti vidi. Era il 5 dicembre scorso, ed i tuoi lucenti occhi neri, oceani profondi nei quali più di un naufrago alla deriva vorrebbe lasciarsi affondare, diafani brillavano come una salvifica stella polare nella notte più scura. Ma i tuoi occhi, ad essere sinceri, non furono la prima cosa che notai di te. Diciamo che l’esplosiva combinazione della tua fisicità e del tuo stile di abbigliamento (pochi e molto stretti vestiti con lingerie in evidenza), peraltro costante anche in seguito, ebbero il sopravvento sul resto, rendendo di fatto proibitivo, per me ma anche per tutti gli altri ragazzi presenti in aula 6, proseguire lo studio in maniera proficua. Questo fino al 19 dicembre, ultimo giorno che vide la mia (e tua, ovviamente) presenza alla casa dello studente.
Eccoci quindi all’epilogo di questa mia torrentizia lettera. Leggi attentamente queste mie parole. Parlano di me. Parlano di te. Parlano di noi. E’ finalmente giunto il momento di dirti quello che, forse, tu già avrai intuito. Sto prendendo il coraggio a due mani, perché non è facile. Ma ora sento di essere pronto. Quindi, mia cara studentessa, copriti! Fa freddo! Lo dico in prima battuta per te. Come cazzo fai ad andare in giro a pancia scoperta con 10 gradi di temperatura? Capisco che tu voglia vantarti della tua impeccabile abbronzatura caraibica a dicembre, ma il prezzo da pagare saranno terribili agonie intestinali. Sarebbe buffo (oltre che snervante) non riuscire a fruire dei risultati dei tuoi innegabili strumenti seduttori per un improvviso turbamento intestinale, non credi? Ed ora parliamo un po’ di me. Io devo studiare. Venerdì ho dato il penultimo esame (ho preso 30), il 10 gennaio ho l’ultimo esame e devo prendere un altro 30. Sarò ovviamente presente alla casa dello studente a studiare quindi, se proprio della tua salute non te ne frega un cazzo, pensa al mio iter universitario ed agisci di conseguenza. Perché è fottutamente difficile studiare in tua presenza, sai? Cosa credi, che sia insensibile alle tue provocanti grazie? Non è facile stare concentrati quando, semplicemente distaccando leggermente lo sguardo dal libro, vedi apparirti davanti un culo sfavillante stretto in un paio di jeans talmente stretti che potrebbero essere formine e dai quali spunta vistosamente un tanga tachicardicamente microscopio. E’ un problema legato al principio dei vasi comunicanti ed alla conservazione della massa. Il regolare flusso di sangue diretto al cervello subisce un drastico drenaggio verso altri lidi, e non c’è poi da stupirsi se, con il cervello in down, si imbocchi il vicolo cieco dei ragionamenti del cazzo (definizione tecnica, eh…)…
Ti sarei infinitamente grato se potessi accogliere la mia preghiera.
Cordialmente tuo,
Emmanuele
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Daunbailò
Martedì Dicembre 19th 2006, 01:23
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Cinema
Ovvero, Roberto Benigni alla conquista dell’America molto prima dei fasti de “La vita è bella”. L’attore toscano ricopre infatti un fortissimo ruolo di catalizzatore in questo film del 1986 di Jim Jarmusch, ponendosi come un’esilarante discontinuità nell’incedere lento della pellicola. L’opera di Jarmusch, girata in un sempre evocativo bianco e nero, si presenta come una sovrapposizione di generi, e trova i suoi punti di forza nelle intriganti ambientazioni e nelle prestazioni maiuscole dei protagonisti, tutti ottimi caratteristi. Nonostante la costruzione per sequenze infici un po’ la scorrevolezza della proiezione, le ampie improvvisazioni concesse dal regista (sulle quali svetta lo stralunato personaggio di Benigni) rendono per contro “vero” il film.
New Orleans: Jack (Tom Waits) è un dj disoccupato che viene malamente lasciato dalla fidanzata (Ellen Barkin). Mentre riversa nell’alcool i suoi dolori, viene ingaggiato da un delinquente suo conoscente per trasportare una macchina di lusso da un capo all’altro della città. Zack invece è un puttaniere che viene contattato da un suo “amico/nemico” che gli propone di “ingaggiare” una ragazza, e lo indirizza all’hotel dove quest’ultima si trova. Cos’hanno in comune questi due? Beh, sono sostanzialmente entrambi dei poco di buono dall’atteggiamento da duri (ma fino a quanto?). Ah, e finiranno anche entrambi incastrati dalla polizia. Infatti la Jaguar guidata da Jack è fornita di tutto, tra cui l’inevitabile cadavere nel bagagliaio e la ragazza che Zack trova all’hotel è una bambina. Ovviamente una soffiata indirizza al posto ed al momento giusto gli inflessibili tutori della legge, che non ci pensano certo due volte a sbattere i nostri in prigione. Finiti addirittura nella stessa cella, i due vedono arrivarsi uno strambo italiano di nome Roberto (Roberto Benigni), che li travolge con il suo buffo inglese maccheronico toscanizzato… Tenteranno la fuga con un po’ di complicazioni che però farà nascere un legame molto particolare.
I guizzi di Benigni sono da piegarsi un due dalle risate e tendono ad alleggerire una costruzione del film che, in quanto giocata molto su inquadrature e silenzi, non è sicuramente contraddistinta da un ritmo alto. La versione italiana è un po’ deludente: se infatti (fortunatamente) non è stata doppiata (come detto molto effetto comico è dato proprio dall’inglese parlato con cadenza italiana di Benigni, che si sarebbe perso), ha subito per contro un pessimo trattamento riguardo i sottotitoli, ridotti malamente ad una sostanziale (e “censurata”: si son svaniti un centinaio di “fucking” volanti…) traduzione della frase principale del discorso (fumandosi tutti gli incisi o gli intercalari…). Ciò è ancor più grave se si pensa che, svolgendosi l’azione a New Orlenas, la lingua parlata dalle comparse non era certamente quella scolastica da professore di Oxford… Senza contare che i vocioni sbiascicati blues-baritonal-etilici di Tom Waits e John Lurie non aiutavano certo… Menzione d’onore per la colonna sonora, costituita da brani dello stesso Tom Waits (ma qua si va sul semplice…).
Un film molto interessante che merita di essere visto, anche se potrebbe risultare ostico a chi è abitato a ritmi più frenetici (più chiaramente: bello bello bello, ma non affittatelo per una serata casinara con gli amici… qualcuno potrebbe addormentarsi, soprattutto nella prima parte…).
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Luisona day (parte 2 – il resoconto)
“Non ho nostalgia del bar Sport, ma delle storie che ci sentivo. Inventate, raccontate, esagerate, e soprattutto create personalmente. Cominciavano così: “Sentite amici cosa mi è successo ieri”. Adesso entro in un bar e sento: “Sentite amici cos’è successo ieri a Briatore”.
Sarà anche una bella storia, ma io esco”.
Stefano Benni
Che tristezza. Il Luisona Day “organizzato” (le virgolette sono da intendere come polemicamente ironiche) al BerioCafè è stato un naufragio in piena regola. Arriviamo a mezzogiorno e mezza e nulla segnala l’iniziativa. Niente volantini. Niente poster. Niente di niente. Bel modo di cominciare. Ci sediamo ai tavolini che il bar è praticamente vuoto (va comunque fatto notare che si trattava di un sabato nel mezzo di un ponte). Decidiamo sul da farsi, stabilendo di iniziare le lettura sceniche un po’ dopo, aspettando magari l’ora di pranzo, che dovrebbe portare un po’ più avventori. Intanto, tra una lettura del giornale e qualche battuta, ripassiamo un po’ gli stacchi e le entrate.
Arriva l’ora X ed incominciamo. Nur prende il microfono e spiega brevemente agli astanti cosa stiamo per fare. La definisce “una messa laica in onore di Bar Sport”, ma quando chiede se qualcuno ha letto o conosce il suddetto libro un glaciale silenzio cade sulla sala [ok, non è obbligatorio averlo letto (cazzi vostri! Non sapete cosa vi siete persi!), ma speravo che, visto l’evento, accorresse qualcuno interessato…]. Tale silenzio svanisce però prestissimo per fare posto ad un ancor più sgradevole chiacchiericcio disinteressato. E’ una sensazione proprio brutta quella di star facendo qualcosa nel più totale disinteresse generale. Ci avessero urlato: “Piantatela stronzi!” almeno sarebbe stata una reazione. Un tale distacco mi ha veramente impressionato, e resto dell’idea che se l’organizzazione avesse organizzato non ci sarebbe toccato andare praticamente allo sbaraglio nell’indifferenza generale. Comunque ecco la scaletta del nostro spettacolo.
Marta (che assolveva la funzione di voce narratrice) ha incominciato leggendo al microfono una versione tagliata (è saltata tutta la parte sui pirati) dell’“Introduzione storica” con l’innesto finale dell’introduzione alle “Attrazioni”. La prima attrazione, letta da Rossella, è stata “I flipper”, che è stata agganciata alla lettura scenica al bancone de “Il professore”, con Marta voce narrante, Lele nella parte del professore, Nur in quella di Shopenauer ed io nei panni di Hobbes. E’ seguita la seconda attrazione “Il calcio balilla o (nei bar di destra) calcio balilla”, letta da Nur. E’ stata poi la volta della lettura scenica de “Il playboy da bar”, con Rossella come voce narrante e Nur nella parte del playboy Renzo. Conclusione con l’ultima attrazione, “Le cartoline”, letta da Lele.
Vista l’accoglienza calorosa e partecipe non ci siamo nemmeno imbarcati nelle letture condivise, tanto era lo sconforto… Peccato perché l’idea sarebbe stata molto valida… Prossima volta tutti al Mamafeo o al Moretti!
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Pinochet (o di come calpestare la giustizia anche da morti)
“Quel giorno di settembre, ci vennero a rubare
il seme della rosa alla Moneda
Tace il presidente, dopo il temporale
dopo il piombo su Santiago del generale…”
Carretera Austral – Modena City Ramblers
E’ morto Augusto Pinochet, ex dittatore cileno autore del famoso golpe dell’11 settembre 1973, con il quale rovesciò il governo democraticamente eletto del presidente socialista Salvador Allende. Si sarebbe tentati di rallegrarsi per la bella notizia, aspettata con ansia per almeno 33 anni. Peccato che non i sia granchè da festeggiare. Certo, un fascista (e di tale fattura) in meno sulla faccia della terra è sempre buona cosa, ma a conti fatti resta l’amarezza per la sostanziale impunità di cui ha goduto in tutti questi anni. Come spesso accade, infatti, la verità è accessibile a chiunque sappia leggere un libro di storia, ma di giustizia non c’è proprio traccia. Anzi, paradossalmente questa morte, assai magra consolazione per le vittime di assassini, torture e soprusi, non farà altro che porre fine ai procedimenti giudiziari a carico del dittatore, peraltro già mezzi affossati dall’ignavia di una ancor troppo connivente classe politica cilena.
Servirà questa morte a riportare in vita Salvador Allende e tutti i desaparecidos? Lenirà le ferite dei ragazzi e delle ragazze torturati? Certo che no. Sarebbero serviti indagini, processi, sentenze di tribunali. Ma in una squallida cornice di “riappacificazione nazionale” Pinochet è riuscito a sottrarsi alle proprie responsabilità per i brutali crimini da lui perpetrati, uscendone in maniera sostanzialmente pulita. Tutto il mondo sapeva di avere di fronte un dittatore, ma quato non gli ha impedito ad esempio nel 1988, nonostante fosse stato respinto da un plebiscito, di auto-eleggersi comandante in capo delle forze militari. Nel 1987 andò in visita a Santiago il papa (si quello stronzo che vorrebbero “santo subito”), che però non mosse alcuna critica al dittatore in carica, pure quando dal balcone dove si affacciavano si potessero scorgere nitidamente i poliziotti che caricavano chi chiedeva parole di fuoco da parte del pontefice. Otto anni fa entrò in parlamento con il titolo di senatore a vita. Questo è quello che è successo ad un uomo che avrebbe dovuto essere estromesso dalla vita politica e fatto marcire in prigione. Pure adesso c’è chi invoca i funerali di stato, che fortunatamente la presidenta Bachelet non ha concesso. Quando è stato incriminato in Inghilterra per crimini contro l’umanità dal giudice Garzon è risucito ad ottenere chi il governo cileno chiedesse che fosse rimpatriato per venir giudicato in Cile (processo fuffa, ovviamente).
No, non c’è proprio niente da festeggiare oggi. E finchè daranno il nobel per la pace a gente come Henry Kissinger [la “mente” degli aiuti CIA al golpe cileno e del Plan Condor (ovvero l’aiuto, in funzione anti comunista, all’instaurazione in sud America di dittature fasciste in contrapposizione ai nascenti governi socialisti, non graditi da Washington)] invece di portarlo davanti ad un giudice, non ci sarà per un bel po’.
Augusto Pinochet, Salvador Allende, Moneda, Santiago, Cile, Plan Condor, dittatura, Henry Kissinger
Ascensore per il patibolo
Lunedì Dicembre 11th 2006, 01:47
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Cinema
Esordio alla regia, nel 1957, di Luis Malle, questo film si caratterizza per la bella atmosfera noir che avvolge la messa in scena delle due vicende, tra di loro legate, che animano una lunga nottata di un sabato parigino. L’intreccio narrativo è molto interessante e non manca certo una suspance, giocata anche su silenzi e lancinanti sprazzi jazz, ma ciò che consente alla pellicola di non ascriversi solamente a film di genere ma di imporsi come opera a sé stante, sono le attente caratterizzazioni dei personaggi e dei loro pensieri e sentimenti. Menzione d’onore va poi alla famosa colonna sonora jazz, scritta ed eseguita “dal vivo” da Miles Davis dal suo gruppo, che però in realtà accompagna solo brevi spezzoni del film (io invece immaginavo che fosse praticamente onnipresente…).
Julien Tavernier (Maurice Ronet), ex tenente reduce dall’Indocina, è l’amante di Florence Carala (Jeanne Moerau), giovane moglie del suo capo, attivo nel ramo petrolifero. Florence convince Julien ad uccidere il marito, per così poter così fugire insieme. Julien compie l’omicidio e riesce ad escogitare un piano in modo che questo appaia com un “delitto della stanza chiusa” e venga archiviato come suicidio. Sfortunatamente, uscito dal grande palazzo dove lavora, si rende conto di aver lasciato appeso il rampino che ha utilizzato per accedere inosservato all’uffico del cuo capo. Corre indietro e si fionda nell’ascensore senza farsi vedere dal custode che però, preparandosi a chiudere i locali, interrompe l’erogazione dell’energia elettrica, bloccando quindi l’ascensore tra due piani. Julien resta solo e cerca un modo per uscire dalla cabina. Nel frattempo Florence lo attende invano ai tavolini di un bar e, vedendolo tardare, lo cerca disperata per tutta la notte girovagando ansiosamente per i locali che sono usi frequentare. Prima di incominciare la sua ricerca fa però in tempo a vedere passare la macchina di Julienne, che egli aveva lasciato imprudentemente accesa prima di accorgersi del rampino, con a bordo Veronique, la commessa della fiorista nei pressi dell’ufficio di Julien (Yori Bettin), ed un uomo vestito come Juliene. Quest’ultimo è in realtà Louis (Georges Poujouly), delinquente mezza tacca in guerra con il mondo e fidanzato di Veronique, che decide di rubare la macchina. Passerà una lunga notte che vedrà i destini delle due coppie confondersi per poi giungere al tragico epilogo finale.
Come detto il film si distingue per l’alone noir che agisce da trait d’union stilistico dei tre filoni di storia che vengono raccontati. Tenedo sempre alta la tensione, Malle porta lo spettatore ad esplorare tre diverse rappresentazioni dello stesso stato d’animo, l’angoscia. Si va dalla claustrofobia messa in scena della prigionia in ascensore di Julien, alla disperata ricerca dell’amore perduto in una splendida Parigi notturna da parte di Florence, passando per l’irrequitezza ed il senso di estraniazione di Louis.
Ottimo film di atmosfera che riserva più di una sorpresa.
Ascensore per il patibolo, Luis Malle, Maurice Ronet, Jeannne Moreau, Georges Poujouly, Yori Bettin, Miles Davis, noir, cinema, jazz, effetto notte
Concerto Muse
Sabato Dicembre 09th 2006, 22:45
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Musica
“Don’t be afraid of what your mind conceives
you should make a stand, stand up for what you believe
And tonight, we can truly say, together we’re invincible”
Invincible - Muse
E giunse infine la data milanese del tour europeo dei Muse a supporto del loro ultimo disco “Black Holes & Revelations” (recensito qui). Da parte mia le aspettative erano parecchio alte, soprattutto in virtù dei commenti estremamente positivi che mi arrivavano da più parti circa la qualità dei tre inglesi come live band, ma anche per la curiosità legata alla resa dal vivo dei brani contenuti nella loro ultima fatica, caratterizzati da una straordinaria varietà sonora. Fortunatamente, il gruppo passa l’esame a pieni voti, dimostrando una padronanza degli strumenti, anche nei momenti più caotici, decisamente invidiabile. Infatti i Muse dal vivo, indipendentemente dal brano proposto, sono qualcosa di incredibile: precisi e puliti anche quando alle prese con impressionanti muri sonori, non si lasciano scappare un minimo fischio o fruscio (che non sia voluto, ovviamente! Non scordiamoci la loro componente noise..), ma si producono in esecuzioni magistrali dei loro brani. Impressionanti.
In apertura al loro concerto c’è stata l’esibizione dei Noisettes, gruppo che mi ha divertito parecchio con il loro rock anni settanta un po’“ignorante” e di facciata glam. Probabilmente c’è di meglio in circolazione, ma a me son piaciuti un sacco! Il batterista era il classico batterista “suonato”, mentre il chitarrista sembrava uscire direttamente dal 1973 (per i vestiti! Come stile si limitava a costruire riff facendo a pezzi qualche giro blues, in maniera un po’ troppo scolastica, ma divertente). La bassista e cantante, che giocava molto sul cambiamento di registro della voce, era conciata in un modo assurdo, con delle alette rosa da antologia. Diciamo che sarebbero fantastici per un toga party…
I Muse si presentano in formazione allargata con anche un tastierista, in realtà nemmeno presente su tutte le canzoni, ma solo sulle nuove (che effettivamente avrebbero patito parecchio un’esecuzione a tre) ed a volte per dare manforte sulle vecchie. E’ inoltre presente anche un trombettista, che però suona solo (e poco) su due canzoni. La scenografia è imponente anche se il palco è abbastanza spoglio: non ci sono gli amplificatori né del basso né della chitarra, sulla sinistra c’è una sorta di grande tronco di prisma rovesciato (che a me sembrava un panettone…) tutto fasciato di luci, ma non c’è traccia della batteria. Al centro, su di un pedana molto rialzata, c’è il pianoforte di Matthew Bellamy, con vicino una grossa spia bianca. Le due piccole tastierine sono in fondo a destra, dietro al bassista ed insieme al microfono per la tromba.
Il concerto comincia (come supponevo) sulle note di “Take a Bow”, apripista dell’ultimo disco: quando “entra” la batteria il “panettone” incomincia ad alzarsi sbrilluccicoso e si scopre che dentro c’era la batteria… Bellamy canta dalla postazione del pianoforte e quando fa esplodere il pezzo con la sua ottima chitarra viene giù mezzo palazzetto… Segue “Map of the Problematique”, che a me proprio non fa impazzire, ma dal vivo è molto più carica e si lascia ascoltare (impressionante la precisione del batterista). Con la successiva “Butterflies & Hurricanes” si assiste ad un bell’intermezzo di pianoforte che spezza l’andamento più ritmato del brano. Dopo c’è “Supermassive Black Hole”, con un suono un po’ più tirato rispetto al disco, anche se i Muse a far funk-rock proprio non ce li vedo… Fortuna che dopo parte l’inconfondibile giro di piano di “New Born”, giustamente accolto da un boato, e si scatena un macello pesante. Bellamy imbraccia un’acustica ed è il turno della bellissima “City of Delusion”, che pensavo non facessero ed invece c’è pure l’assolo di tromba! Boati accolgono anche “Starlight” che però è un po’ troppo melensa (pensate che Bellamy la dedica alla sua ragazza… ommmiodddio…). Il successivo strumentale inedito “Forced In” non resterà proprio negli annali della musica, ma fa da introduzione ad una “Bliss” che guadagna in potenza (ed un assolino scomposto alla fine). Verso la fine del brano vengono sparati dei palloni gonfiati con dentro dei coriandoli che però poi nessuno fa esplodere in tempo, causando una pausa di qualche minuto per la ripresa dello show. Bellamy se la ride e va al pianoforte per una bella versione di “Felling Good” (è incredibile come il suono del basso riesca a coprire l’assenza della chitarra…), seguita da un “Hoodoo” particolarmente intima. Con “Invincibile” Bellamy ritorna alla chitarra e si lancia in un’accelerazione ed un assolo decisamente magistrali. Penultima canzone della prima parte del concerto è “Time is Running out” che è solo un assaggino del devasto dovuto alla conclusiva “Plug in Baby”, potentissima. I Muse tornano dopo pochissimi minuti per i bis, cominciando con un’ottima “Sunburn” con un bel pianoforte in evidenza, soprattutto quando esegue l’assolo che su disco compie la chitarra. Con le successive due canzoni scatta il degenero più totale perché il terzetto si butta sulla violenza allo stato brado, prima con una potentissima “Hysteria” seguita a ruota da una devastante “Stockholm Sindrome”. Il gruppo esce, ma ritorna subito dopo per concludere con la bellissima “Knights of Cydonia”, che dal vivo spacca ancor di più che su disco e fa pensare di essere di fronte ad una magica unione tra i Led Zeppelin ed i Queen più martellanti. Da brividi.
Dal vivo i Muse sono quindi consigliatissimi, secondo me sono gli unici che sono riusciti ad elaborare in maniera personale ma indubbiamente rispettosa la lezione dei Queen (diciamolo meglio, di un certo stile dei Queen, quello più barocco degli anni settanta…). Le uniche due note stonate riguardano i suoni (la cassa era un po’ troppo alta… nei pezzi più pesanti sembrava di essere sotto bombardamento…) ed il fatto che abbiano suonato (al netto) solo un’ora e mezza (18 canzoni) pur avendo ben quattro dischi all’attivo… Quattro o cinque brani in più (magari dal primo disco, dal quale hanno pescato solo un brano) non avrebbero certo guastato…
Muse, concerti, musica, Noisettes, Matthew Bellamy, Queen, Led Zeppelin