California dreaming [si va?]
“It has to start somewhere… It has to start sometimes…
What better place than here? What better time than now?”
Guerrilla Radio - Rage against the Machine
Vorrei solo farvi notare il nome degli headliners della terza serata… una reunion che ha dello stellare… uno dei migliori e più influenti gruppi della musica alternativa degli anni novanta… un riferimento imprescindibile per qualsiasi gruppo “militante”… ufficialmente per adesso si sa solo di questa data, anche se si vocifera addirittura di un nuovo disco. Mi sembra un po’ improbabile perché, anche se adesso Chris Cornell sta lavorando sul suo secondo dico solista (su Rock Fm passano il singolo… nulla di particolare…), gli Audioslave hanno da poco pubblicato il disco nuovo, che è molto carico: non vedo quindi motivi per uno scioglimento.
Giuro che darei quanto di più caro per vedere i RATM in concerto, Zack de la Rocha, con i suoi testi incendiari, dal vivo deve essere una forza della natura, senza parlare di quel genio di Tom Morello che può fare ancora di più il dj con la sua chitarra sulle incredibili ritmiche che tengono Tim Commerford e Brad Wilk…
Se vinco al superenalotto appena finito il concerto di Bob Dylan a Milano volo in California, altro che…
Rage against the machine, Zack de la Rocha, Tom Morello, Tim Commerford, Brad Wilk, Audioslave, Chris Cornell, California, Coachella festival, musica
The prestige
Sabato Gennaio 20th 2007, 13:53
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Cinema
“La magia ha sempre fatto leva sul desiderio del pubblico di essere ingannato e divertito. In questo non è diversa dal cinema”
Christopher Nolan (regista del film)
In questa frase è contenuta l’essenza stessa di questo intrigantissimo film, condotto con superba maestria dal talentuoso regista Christopher Nolan, che firma con il fratello Jonathan la sceneggiatura, tratta da un libro, inedito in Italia, di Christopher Priest. La pellicola, perfetta e coinvolgente, orbita intorno ai due fuochi dell’illusione e dell’ossessione, veri e proprio fili rossi che permeano tutta la narrazione, facendo sfumare in maniera esemplare tra mistero e stupore (e viceversa) lo scorrere a salti ed a flashback degli eventi. Si potrà obbiettare che “la storia” (che incanta con tutti i suoi precisi incroci, rimandi e labirinti narrativi) sia già solida “in partenza”, essendo tratta da un libro, e che quindi il regista abbia semplicemente effettuato una trasposizione cinematografica. Non avendo letto il libro è difficile da valutare, ma ciò che traspare chiaramente è che la regia di Nolan sia incredibilmente funzionale a rendere vivi e credibili tutti i personaggi, offrendo, almeno per i due protagonisti, uno spaccato psicologico molto complesso.
Londra, fine dell’ottocento. Due giovani illusionisti, Robert Angier (Hugh Jackman) ed Alfred Borden (Christian Bale), lavorano come assistenti per lo stesso illusionista. A causa di un incidente a Julia (Piper Perabo), la moglie di Robert, la rivalità tra i due si fa sempre più aspra, fino ad oltrepassare ogni possibile demarcazione etica. Ma sarà il numero della “trasporto umano”, inventato da Alfred e della quale Robert vuole capire i segreti, a far toccare il culmine delle contese tra i due.
Più elementi della trama non posso proprio scriverli, se non rovinandovi la visione. Dopo cinque minuti dall’inizio la faccenda incomincia già ad infittirsi… Quello che però posso far notare è la struttura assolutamente geniale con la quale la storia viene narrata. I continui flashback e sbalzi temporali creano, almeno inizialmente, un po’ di confusione, ma questa è gestita in maniera funzionale a generare nello spettatore un’attesa ampiamente ricambiata dai curatissimi snodi narrativi. Menzione poi d’onore per la scelta di costruire un film sull’illusione che di questa viene permeato. L’aspetto umano è inoltre trattato con molta intelligenza, ma questo anche grazie alle superbe interpretazioni degli attori, sempre nella parte. Il film, come detto, tratta anche dell’ossessione, e questo argomento non è di certo secondario rispetto a quello dell’illusione, ma ne risulta anzi il complemento. L’ossessione spinge Robert a rivolgersi a Nikola Tesla (David Bowie) per fabbricare il suo ultimo “trucco”, facendo a meno del suo costruttore di fiducia Cutter (Michael Caine) ed abbandonando la sua assistente Olivia (Scarlett Johansson). Per lo stesso motivo Alfred non riesce a scegliere quale vita voglia per sé, continuare a sfidare il rivale illusionista o lontano dalle scene con sua moglie Sarah (Rebecca Hall) la figlia.
Un film geniale. Correte a vederlo e non perdetevi nemmeno un fotogramma!
The Prestige, Christopher Nolan, Jonathan Nolan, Christopher Priest, Hugh Jackman, David Bowie, Michael Caine, Scarlett Johansson, Rebecca Hall, illusionisti, magia, cinema, film, illusione, ossessione
Scomparse le molotov della Diaz
Spero di venir celermente smentito e che le righe qua sotto si possano presto archiviare nel novero dei “deliri paranoici cospirazionisti”. Preferirei dover ammettere un errore grossolano dovuto all’impulsività che accettare l’unica spiegazione logica a questa vicenda.
Ricapitoliamo: 21 luglio 2001, giorno di conclusione delle manifestazioni anti-G8 qui a Genova. Nella notte ci fu la famigerata irruzione “cilena” della polizia alla scuola Diaz, finita in una sanguinosa mattanza da parte degli agenti e che portò all’arresto di 93 ragazzi, 63 dei quali feriti. Le motivazioni che portarono a tale intervento furono la convinzione della presenza di parte del “black bloc” all’interno della scuola ed una presunta sassaiola proveniente dall’edifico contro una pattuglia. Tale sassaiola non fu mai confermata e non si trovò traccia di “black bloc”. La mattina dopo in questura vennero presentate le “prove” sequestrate durante l’irruzione della era prima. Tali oggetti, chi si ricorda le immagini avrà memoria del fatto che non fossero ancora archiviate (mancava il tagliandino), comprendevano in larga misura libri, macchine fotografiche ed altre pericolosissime oggettistiche personali in genere. Ma c’erano anche i pezzi da novanta: attrezzi da lavoro (piccozze, martelli…) e due molotov pronte per l’uso. Peccato che i primi appartenessero ai muratori che in quel periodo effettuavano alcuni lavori nella scuola (fatto subito confermato dagli stessi interessati) e che, come si venne a sapere in seguito, le molotov, sequestrate durante il corteo del pomeriggio, furono portate nella scuola appositamente dagli agenti per giustificare l’altrimenti immotivabile pestaggio selvaggio che caratterizzò l’operato delle forze dell’ordine. Su quest’ultimo punto ci sono video (due agenti con il sacchetto incriminato) e testimonianze ormai accertate. Tutto ciò si copre dell’ulteriore fosco velo dell’azione sistemica se si pensa che nell’irruzione vennero sfasciati selettivamente tre dei cinque computer presenti nel Media Center (quelli contenenti le denunce sugli abusi della polizia nelle manifestazione dei giorni precedenti) e che tali computer non furono mai “presentati” dalla polizia [in pratica, quei computer non esistono (sembra inquietantemente 1984, non vi pare?)].
Dopo lunghi strascichi polemici si era finalmente giunti ad un processo, con 29 imputati tra agenti semplici e dirigenti (che da allora furono semplicemente spostati ad altri incarichi). Ma da ieri le molotov non si trovano più, ed essendo la principale prova a carico degli accusati, il processo risulta rinviato, mentre la difesa esulta ed afferma che il processo è ormai chiuso (le foto delle prove non possono rappresentare le prove stesse). Sembra una storia già sentita, anche perché il triste ma ormai consueto balletto su chi fosse il reale responsabile del mantenimento di tali prove assomiglia in maniera imbarazzante al deprimente loop di scaricabarili interni alla “catena di comando” di quella tragica notte. Ed ho come il sentore che le analogie non finiscano qui.
Tutto questo non sarebbe successo se si fosse da subito inquadrata la gravità della situazione istituendo un commissione di indagine parlamentare. E’ ovvio che le vicende del G8 non possano essere semplicemente ricondotte ad atti giudiziari per individuare singole e specifiche responsabilità, quando è sotto gli occhi di tutti la presenza di una regia politica che ha facilitato, se non addirittura predisposto (quel che penso io), la degenerazione delle manifestazioni di piazza. Il centro sinistra italiano, da questo punto di vista, ha molte responsabilità. Quando si trovava all’opposizione non ha mai cercato di confutare in maniera forte e decisa la logica, imposta dall’allora governo, del “punire le mele marce che hanno però agito in un contesto normale”. Cazzate. Chiedetelo a tutti quelli che sono stati pestati nelle strade e nelle carceri, che hanno dovuto subire angherie e soprusi, violazioni alla propria dignità dovute (parole di Amnesty International) “ad una temporanea soppressione dell’ordine democratico”. Parole pesanti come macigni, che anche in questi primi mesi di “governo amico” sono state ignorate.
Il prossimo che mi viene a parlare di fiducia nelle istituzioni verrà sotterrato vivo dagli insulti.
G8, Genova, molotov, scuola Diaz, irruzione, polizia, processo, 22 luglio 2001
New british blend
Giovedì Gennaio 18th 2007, 02:12
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Libri
Ogni dieci anni Granta (il Sunday Times l’ha definita “di gran lunga la migliore rivista letteraria contemporanea”… io ne ho scoperto l’esistenza leggendo la quarta di copertina…) pubblica un libro contenente racconti di autori sotto i quarant’anni che, ad insindacabile giudizio dei cinque esperti scelti dalla rivista, rappresentano “il meglio della nuova letteratura inglese”. La supponenza di un presupposto del genere potrebbe far storcere più di un naso, anche perché tale dicitura appare quasi senza possibilità di scelta, come se si traducesse in un perentorio: “Questi sono i migliori venti, prendere o lasciare!”. Fastidioso, non vi pare? Beh, ho una buona notizia: il fastidio provocato da tale (voluta?) saccenza svanisce appena terminate le prime righe della prima pagina. Non so dire se questi autori sono veramente i migliori come recita il sottotitolo del libro, ma cazzo se scrivono bene!
La notizia diventa pure ottima se si considera che il loro scrivere bene non è un lezioso mostrare i muscoli, ma è semplicemente una straordinaria attitudine a narrare, magari anche cose molto semplici e insignificanti (‘sti qua son tutta gente che saprebbe raccontare bene il lavarsi i denti alla mattina…), con uno stile asciutto ma molto coinvolgente. Niente “effetto Baricco(1)”, quindi. Purtroppo le buone notizie finiscono qui, perché c’è un piccolo particolare che rende un po’ meno fruibile la lettura del libro. I racconti in esso contenuti, infatti, solo raramente sono veri racconti, ma nella maggior parte dei casi sono estratti da romanzi in lavorazione o già pubblicati. Questo limita, di fatto, il piacere della lettura, presentando praticamente degli “assaggi” un po’ decontestualizzata, seppur molto gustosi e di elevatissima fattura, delle capacita degli autori proposti. Forse sarò un po’ paranoico, ma a me piacciono le cose quando hanno [(auto)-cito] “un inizio, un centro ed una fine” (“ed il cerchio, allora?” “Nessuno pagherebbe per vedere un cerchio!).
I racconti che ho apprezzato maggiormente sono stati “A tutto gas, ragazzi” di Andrew O’ Hagan, “La lepre” di Toby Litt, “Charter” di Alan Warner, “Protagonisti” di Peter Ho Davis, “Stanza 536” di A.L. Kennedy, “Lila.exe” di Hari Hunzru, “I sognati” di Robert McLiam Wilson. Ma questi sono gusti personali, ovviamente. Ah, il libro è stato pubblicato nel 2003 dalla Minimum fax.
Consigliato se volete spaziare con la lettura e non vi incazzate troppo se non vedete la fine di una storia. Magari poi potete andare a cercare altri libri scritti dagli autori che vi hanno più favorevolmente colpito.
(1) Per me Baricco è un grande scrittore, veramente molto bravo. Ho letto “Oceano Mare” e “City” e li ho apprezzati enormemente, in particolar modo il secondo. Ma mi da l’impressione di uno che tende a far pesare il fatto di essere bravo. In certe parti dei suoi libri sembra che voglia dire: “Ok, adesso nel prossimo capoverso vi faccio vedere come sono bravo”. Un po’ come certi virtuosismi auto-compiacenti nella musica jazz (che pure ascolto con piacere. Per dirla con i Bluvertigo: “Mi piace la bravura / ma a volte il jazz / serve solo per il mio mal di testa”). Da questo punto di vista, per me Baricco è “jazz”. Ma io preferisco il blues. Più grezzo. Più sporco. Più sudato. Più vivo.
New british blend, Granta, Minimum Fax, Andrew O’ Hagan, Toby Litt, Alan Warner, Peter Ho Davis, A.L. Kennedy, Hari Hunzru, Robert McLiam Wilson
Concerto Hermitage + Fase Cronica
Mercoledì Gennaio 17th 2007, 01:25
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Musica
Serata “Second Skin” sabato scorso al C.S.O.A. Zapata, con doppio concerto di due gruppi emergenti genovesi legati a sonorità strumentali molto interessanti. I primi a salire sul palco, e senza ombra di dubbio i migliori sotto tutti i punti di vista, sono stati gli Hermitage, band di pischelli (spero non si offendano) ma con talento ed attitudine da vendere. Hanno suonato solo 3 brani (perché lunghe suite strumentali) con una perizia tecnica ed una padronanza degli strumenti decisamente invidiabili. Il gruppo è composta da due chitarre elettriche, basso, batteria, tastiere, trombone ed violino (assente sabato sera). Il genere proposto è difficile da spiegare… si potrebbe dire “post-rock” come si definiscono loro, ma in realtà non vuol dire granché… diciamo che le loro fiale di Pink Floyd se le sono sparate, ma i loro orizzonti sono molto più ampi e spaziano dai Godspeed you! Black Empereor ai Radiohead. Il brano più debole forse è stato il secondo, dove comparivano alcune derive simil fusion del tipo che il brano suonato (e, ripeto, anche molto bene!) ad un certo punto gli è un po’ scappato di mano, dal punto di vista dell’arrangiamento intendo, e compensavano con alcune (pur lodevoli) leziosità il deficit di coerenza interna della composizione. Capita, quando si affrontano lunghi strumentali, di perdersi all’interno del groviglio di note e di non trovare più la dimensione che si era intenti a conferire alla canzone. Ma questi ragazzi, secondo me, hanno una potenzialità inespressa ed una creatività veramente enormi e devono solo concentrarsi ad indirizzarla nella giusta direzione. Ed è chiaro, anche solo attenendosi alla folle e sfrontata spregiudicatezza con la quale hanno proposto l’introduzione “rumorista” (Syd Barrett avrebbe apprezzato) del terzo brano, che hanno tutte le carte in regola per ambire ad un futuro roseo. Dipende solo da loro.
Discorso differente per i Fase Cronica, decisamente più di facciata e meno solidi rispetto al gruppo che li ha preceduti. Terzetto dedito “classico-contaminato” [basso (e tastierina), batteria e chitarra elettrica (e tastiera) + campioni vari] allo “space rock”, si sono fatti notare più per la cura accordata all’esteriorità (effetti scenici, luci su palco) che per la solidità della proposta musicale, interessante ma alla lunga ripetitiva. I brani proposti si basavano infatti essenzialmente su dei “vorrei-essere-un-riff” di chitarra decisamente dozzinali (ma, almeno inizialmente, efficaci) giocati più sull’elevata distorsione dello strumento che su una reale potenza, e quindi inutilmente chiassoni. Però, per una di quelle combinazioni che è difficile spiegare, la resa d’insieme del gruppo si fa più attraente, se non altro per le ottime prove del batterista (che non perde un colpo) e del bassista, abile ad imbastire granitici giri e ad utilizzare al meglio la sua effettistica. Viene quindi da chiedersi cosa sarebbe il gruppo se avessero un chitarrista vero al posto del cialtrone attuale, troppo impegnato ad esibirsi per rendersi conto che, forse, tutto quelle mossette, smorfie ed ammiccamenti sono spropositati per la sostanziale ed imbarazzante nullità che proviene dal suo amplificatore (cazzo, non che fosse un incapace senza speranza, ma faceva un mi minore e si atteggiava come avesse fatto un pezzo dei King Crimson a tripla velocità…). O forse il gruppo è in realtà uno stratagemma dei servizi sociali per curare la “sindrome da bambino esibizionista con la chitarra elettrica1” cui il nostro è certamente affetto. Non so cosa sperare…
(1) Sindrome che attanaglia tutti i primi approcci alla chitarra elettrica (generalmente una fuffa da 300 mila lire). Buttando la distorsione a palla sembra infatti,al neofito, di diventare il paldino del metallo pesante, pur eseguendo (anche male) due accordi. Da lì l’esaltazione come se si sapesse realmente suonare…
Hermitage, Fase Cronica, musica, concerti, post-rock, CSOA Zapata, Second Skin
Modern Times
Domenica Gennaio 14th 2007, 23:18
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Musica
“The whole world is filled with speculation
The whole wide world which people say is round
They will tear your mind away from contemplation
They will jump on your misfortune when you’re down”
Bob Dylan – Ain’t Talkin’
Nuovo, acclamatissimo, disco per Bob Dylan, menestrello che ha incantato più di una generazione ed autore di una quantità impressionante di canzoni entrate giustamente nel novero dei classici della musica. Questo “Modern Times” arriva a cinque anni dalla pubblicazione di quel “Love and Theft” che aveva sancito il ritorno della vena artistica per un Dylan quasi dato per morto [le opache produzioni degli anni ottanta e novanta (vent’anni…) sono state interrotte solo da “Oh Mercy” (1989) e “Time out of Mind” (1997)… un po’ poco, se permettete…]. Questa volta il buon Robert Zimmerman, fedele al suo anticonformismo di vecchia data che lo ha fatto amare/odiare dal mondo intero, gioca un po’ di rimessa sfornando dieci canzoni, per poco più di un’ora di (bella) musica, che hanno spesso a che fare con il blues, genere cui il nostro è da sempre legato, ma che in questo disco esce allo scoperto in maniera molto più marcata. Soprattutto nei brani più ritmati, sembra di sentire il nostro, accompagnato dal suo mai invadente ed al contempo preciso e puntuale gruppo, divertirsi a proporre le sue personali riletture dei classici giri blues – rockabilly – rock’n’roll: ad un primo ascolto ci si potrebbero sorprendere a canticchiare qualche altra canzone… Ciò nonostante (anzi!) il disco nel complesso si presenta come estremamente godibile anche se ovviamente poco originale (ma non è certo Bob Dylan che si deve chiedere di rivoluzionare il mondo della musica… l’ha già fatto fin troppe volte…), ed almeno due ballate regalano più di un brivido, riportando la mente al periodo d’oro del grande cantautore.
Le danze (è proprio il caso di dirlo) incominciano con “Thunder on the Mountain”, rock’n’roll “scolastico” intinto nel blues di grande presa. I ritmi rallentano con la ballata quasi jazzata “Spirit on the Water”, dalla bella coda strumentale. Si ritorna al movimento con il veloce blues in punta di lap steel di “Rollin’ and Tumblin’”, il brano più sparato del disco. Seguono l’avvolgente lento “When the Deal Goes down” ed il blues meno sincopato di “Someday Baby”. Un bel giro di pianoforte introduce e guida il dolce incedere “Workingman’s Blues #2”, mentre “Beyond the Horizon” ricorda quasi qualche jingle degli anni 30. Ma è con l’ottavo brano, “Nettie Moore”, che Bob Dylan compie un miracolo dei suoi trasformando un semplice incrocio di chitarra acustica e pianoforte su di una ritmica minimale in un gioiellino impreziosito dal timido capolino di una viola. Penultima traccia è l’ennesimo blues-rock’n’roll “The Levee’s Gonna Break”, ma è con la conclusiva “Ain’t Talkin’” che si assiste al capolavoro del disco: ottima ballata dall’andamento quasi tzigano dove la voce ormai roca di Bob Dylan fa da ottimo contrappunto alla visionarietà del testo.
Amanti del blues e della buona musica fatevi avanti! Bob Dylan è tornato ed è più in forma che mai! Magari non si griderà al miracolo (e non si tratta certo di tempi moderni…), ma se siete estimatori del cantautore statunitense non dovreste lasciarvi proprio perdere questo disco!
Modern Times, Bob Dylan, blues, rock’n’roll, rockabilly, musica
We shall overcome - The Seeger sessions
Venerdì Gennaio 12th 2007, 01:08
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Musica

Ovvero, benvenuti alla festa di un sindacato statunitense tra gli anni 40 e 50! L’ultima fatica di Bruce Springsteen è infatti un omaggio al grande cantante e musicista folk, oltre che attivista dell’estrema sinistra, Pete Seeger ed alla sua preziosa opera di recupero ed innovazione della tradizione musicale popolare americana. Sodale del maestro Woody Guthrie (chiedete a Bob Dylan, Joan Baez, Ramblin’ Jack Elliott, U2, John Mellencamp, Ani Di Franco, Billy Bragg, tanto per citare i più famosi…), Seeger ha abbracciato da sempre, insieme al suo banjo, la causa dei lavoratori e delle loro lotte sindacali, divenendo uno dei più apprezzati compositori di canzoni di protesta. Il grande merito di Seeger è stato quello di dare nuova vita alle migliaia di union songs che percorrevano gli Stati Uniti, raccogliendo e denunciando il malcontento e la miseria che attanagliavano l’allora classe operaia statunitense. Così come il blues era figlio dei lamenti dei neri al lavoro nei campi di cotone, queste union songs raccontavano le storie di ordinari soprusi e massacranti turni di lavoro e si appoggiavano, a livello musicale, su melodie tradizionali e popolari. Seeger recuperò tutto questo importante bagaglio storico, riproponendo quei brani storici ma di una scottante attualità.
Bruce Springsteen è riuscito a ricreare l’atmosfera di quei giorni registrando questo disco di brani appartenenti al repertorio di Seeger (anche se in realtà la loro origine si perde nella notte dei tempi) in una maniera molto particolare. Accantonata la storica E-Street band, Springsteen si è circondato di musicisti amici per formare un gruppo di derivazione bluegrass: ecco quindi spuntare ottoni, banjo, fisarmonica, violini e contrabbasso ad accompagnare la roca voce di Springsteen e la sua chitarra acustica. Il risultato è eccezionale e guadagna ancor di più in genuinità per la scelta di registrare il tutto in presa diretta nella casa di compagna dello stesso Springsteen: si sente proprio che il disco è sudato e vivo, e non potrebbe che essere così, visti i temi trattati. Tra i tredici brani proposti, in media di estrazione abbastanza varia, si ricordano una toccante “Mrs. McGrath”, una madre che vede tornarsi mutilato il figlio da una guerra, e la bella “Eyes on the Prize”, oltre a “We shall Overcome”, divenuto poi un inno nelle manifestazioni degli anni 60.
Un disco proprio bello, dotato di una forza trascinante invidiabile. Non sono un fan di Springsteen ma devo ammettere che questo lavoro mi abbia decisamente colpito.
We shall overcome, the Seeger sessions, Bruce Springsteen, Pete Seeger, Woody Guthrie, banjo
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Mercoledì Gennaio 10th 2007, 16:07
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Università
Dietro alla cripticità del titolo del post c’è un importante dato di fatto! E’ finalmente giunto uno dei fatidici momenti! Ho finito gli esami (0) e tra un mese (-1), più precisamente il 15 febbraio, mi laureo! Stamattina ho infatti sostenuto l’ultimo esame, uscendone vincitore con un bel 30 e lode (frutto delle mie risposte a ben due domande “stellina” ed una “doppia stellina”… per chi capisce di cosa stia parlando…), quindi tra poco la farsa toccherà il suo culmine ed andrò ad arricchire la schiera di lucenti laureati specialistici in ingegneria elettrica alla ricerca di un’occupazione. Anche se, in sincerità, preferirei scatenare qualche guerra preventiva a caso (che comunque fa curriculum).
Aver dato l’ultimo esame oggi ha comportato anche una curiosa coincidenza. Il 10 gennaio del 2000 (7 anni fa, cazzo come passa il tempo, sarò banale ma per certi versi mi sembra veramente ieri…) superai infatti il mio primo esame, “Economia ed organizzazione aziendale 1”. Visto che sono in vena di amarcord vi racconto come andò quell’esame.
Come credo ben saprete, io e l’economia non andiamo molto d’accordo (anche se negli ultimi anni mi sono sforzato di farmi entrare in testa un po’ di concetti). Io ed il mondo aziendale pure peggio. Il corso ce lo faceva un dirigente dell’Ansaldo teorico dello scappare a Santo Domingo, in caso di problemi di bilancio, “perchè non c’è l’estradizione”. Bei momenti. All’esame mi chiese come avrei potuto risanare uno specifico bilancio. Le opzioni che mi si paravano davanti erano due: o licenziare delle persone oppure tagliare lo stipendio al capo. Secondo voi cosa risposi? Vi do un aiutino. Testimoni (non confermati, anche perché noti alcolisti), tra i quali mi piace ricordare la carismatica figura del generale Pippo Pappo, asseriscono che, quando risposi, per un interminabile secondo cadde nell’aula un gelo siberiano, mentre le crepe dell’umidità, sottoposte allo shock termico, composero sulla parete frontale l’inequivocabile faccione con folta barba bianca (non babbo Natale! L’altro…) che compare nei libri di storia e filosofia. Inoltre, per una particolare convergenza astrale di casualità e microclima, i segni di gesso alla lavagna, residui della non perfetta cancellazione della stessa, si prestavano ad essere scambiati, filtrati com’erano dalla luce gelida che s’impossessò dell’aula, per una approssimativa, ma netta, falce e martello, con sopra la scritta latina “In hoc signo vinces”.
Il secondo passò, tutto tornò normale e mi accontentai, a testa alta, di un misero 26 (era un esame fuffa…). Quando si dice essere delle teste di cazzo…
università, tesi, ultimo esame, generale Pippo Pappo, laurea specialistica, ingegneria elettrica
Il vento che accarezza l’erba
Mercoledì Gennaio 03rd 2007, 22:39
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Cinema
“È facile sapere contro cosa si combatte. Più difficile è sapere in cosa davvero si crede”
(da un dialogo del film)
Sarò anche di parte (è uno dei miei registi preferiti), ma secondo me Ken Loach ha firmato il suo ennesimo capolavoro. Strameritata palma d’oro all’ultimo festival di Cannes, “Il vento che accarezza l’erba” (il titolo originale, “The wind that shakes the barley” si riferisce ad un verso di una canzone del XIX secolo di Robert Dwyer Joyce) colpisce per la lucida messa in scena che si presta a tre differenti piani di lettura. Il film infatti, ambientato in Irlanda durante la guerra d’indipendenza irlandese (1919 - 1921) e la conseguente guerra civile (1922-1923), si configura come testimonianza didascalica della lotta di indipendenza irlandese contro l’invasore inglese (evidente il pesante intento accusatorio allo scellerato intervento in Iraq che Loach riserva al proprio governo). Ma la contempo porta lo spettatore a riflettere sulle devastazioni della guerra civile ed a porsi inquietanti interrogativi sulle conseguenze delle proprie convinzioni.
Avviso spoiler: da qui in avanti sono raccontate svolte narrative cruciali del film, siete avvisati… (quindi, fossi in voi, lo andrei a vedere prima di leggere, anche perché merita proprio tanto…)
Irlanda, 1920: Damien (Cillian Murphy), giovane medico, sta per partire per Londra dove andrà a lavorare nel più prestigioso ospedale. Durante una “retata” dell’esercito inglese, dovuta alla legge che sancisce il divieto di adunate pubbliche (tra le quali partite a hurling), assiste al violento linciaggio dell’amico Mihol, colpevole di essersi rivolto ai soldati britannici in gaelico. Questo episodio, insieme alla visione della violenza con la quale i soldati rispondono alla protesta dei ferrovieri che si rifiutano di trasportare soldati britannici ed alle pressioni di suo fratello maggiore Teddy (Padraic Delaney) e di Sinead (Orla Fitzgerald), sorella del defunto Mihol, convincono Damien a restare ed a prendere parte alla guerriglia dell’IRA. Il fronte resta unito fino alla proclamazione dell’indipendenza irlandese, che però non soddisfa molti dei combattenti, perché, ad esempio, il paralamento libero dovrà comunque giurare fedeltà al re e l’Irlanda del Nord resterà in mano inglese. Le strade degli insorti si dividono, e così quella dei due fratelli. E’ la guerra civile: da un parte Teddy con le truppe irlandesi regolari e dall’altra Damien insieme a Dan (Liam Cunningham), macchinista conosciuto in occasione della protesta dei ferrovieri, ed ad altri irriducibili, in lotta fra loro fino al terribile finale.
La regia di Ken Loach è al solito asciutta ed essenziale ma di grande effetto, e riesce nel difficile compito di rendere credibili e vere anche situazioni che altri registi non saprebbero gestire: non è facile narrare storie essenzialmente tragiche senza inciampare nella retorica. Il merito va anche alle interpretazioni partecipate degli attori, tutti bravissimi, molti dei quali, come solito per Loach, esordienti assoluti. L’aspetto didascalico è forse quello meno curato, visto il rapido susseguirsi di eventi in realtà molto distanziati nel tempo si presta, a mio avviso, ad una non immediata comprensione, almeno per chi non fosse un minimo a conoscenza della vicenda irlandese. Per il resto tutto è straordinariamente incisivo. Se infatti l’assurdità delle guerre civili era un tema già toccato dal regista con il magistrale “Terra e libertà”, con questo lungometraggio Loach si supera aggiungendo ulteriori spunti di riflessioni. Infatti in entrambi i film, ad un certo punto, sia assiste alla divisione del fronte degli insorti, e si rimane esterrefatti dall’assurdità che porta (cito) “compagni a sparare addosso a compagni”. Ma nel film del 1995 Ken Loach narrava i giorni della guerra civile spagnola, e più nello specifico la faida interna al fronte democratico, con gli stalinisti intenti a reprimere i poumisti e gli anarchici (si veda anche “Omaggio alla Catalogna” di Orwell), e si schierò giustamente in favore di questi ultimi. In quest’ultima pellicola, invece, il talentuoso regista britannico mette in scena le cause di entrambi gli schieramenti (le due fazioni irlandesi pro o contro il trattato che diedero vita alla guerra civile, ovviamente… sull’occupazione inglese il giudizio è netto e senza possibili assoluzioni…), tramite una straziante ripetizione di eventi che da il senso di quanto realmente sia fratricida una guerra civile.
La figura di Damien e la sua presa di coscienza, supportata dalla figura di Dan (cui Loach, non a caso, assegna il ruolo più politico, in quanto reduce della “Rivolta di Pasqua” e portatore delle parole di James Connolly, che di quel sollevamento fu uno dei principali attori), sono l’asse centrale del film. Il giovane irlandese subisce nel corso degli anni di lotta un cambiamento radicale. Dopo aver dovuto sparare per ordini superiori all’amico Chris, colpevole di aver fatto catturare 11 suoi compagni, dirà all’amata Sinead: “Credo di aver oltrepassato una soglia”. Questo lo porterà a schierarsi, dopo la ratificazione del trattato, dall’altra parte della barricata rispetto al fratello. E qui arriva l’incommensurabile talento di Ken Loach, che segue le vicende senza prendere le parti di nessuno, ma lasciando che i protagonisti mostrino le loro ragioni e, in maniera ancor più atroce, i loro torti. Il trattato non accolse in effetti tutte le richieste irlandesi, e fu votato a maggioranza anche sotto la minaccia inglese di scatenare una (cito) “immane guerra”, ma si configurò comunque come un insperato passo avanti. Quindi chi aveva ragione? Loach non risponde, e porta come metafora della lacerazione di quei giorni la vicenda di Damien e del fratello Teddy. Entrambi lottano (o credono di lottare) per l’Irlanda, e per questa causa devono forzare i propri sentimenti. Ed infatti Teddy (che non è certo un opportunista ma è stato uno dei primi a partecipare alla lotta armata ed ha patito terribili torture senza mai tradire gli amici), nel tragico epilogo, deve comandare il plotone di esecuzione che fucila Damien, così come quest’ultimo dovette sparare all’amico Chris. Emblematico è poi che il film si concluda con la frase “Vai via dalla mia terra” pronunciata da Sinead a Teddy quando questo le porta la notizia della morte di Damien, la stessa frase che precedentemente proprio quest’ultimo urlò ad un soldato inglese.
Emozionante, attualissimo e di una bellezza straniante. Da vedere assolutamente.
Il vento che accarezza l’erba, Ken Loach, Irlanda, guerra d’indipendenza irlandese, guerra civile irlandese, IRA, Cillian Murphy, Padraic Delaney, Orla Fitzgerald, Liam Cunningham
Dopo il lungo inverno
Martedì Gennaio 02nd 2007, 01:49
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Musica
“Mio fratello ha rinunciato ad avere un’opinione
mio fratello ha rinunciato in cambio di un padrone
che sceglie al suo posto e che non può sbagliare
perché nessuno più lo riesce a giudicare…”
Oltre la Guerra e la Paura – Modena City Ramblers
Primo disco per i Modena City Ramblers dopo l’abbandono, ormai un anno fa, del cantante Cisco. Vista l’ottima tenuta live della “nuova” formazione a due cantanti (di cui si era già riferito qui), che sprigionava una trascinante energia quasi commovente, la curiosità riguardo cosa avrebbero sfornato in studio era molto forte. Anche perché era nell’aria, dopo la pubblicazione di “Appunti Partigiani” e vedendo la travolgente carica mostrata dal gruppo in concerto, il “ritorno” a sonorità più marcatamente folk, dopo la sbornia di manuchaoite post abbandono dei pilastri Giovanni Rubbiani ed Alberto Cottica presente nello spiazzante “Radio Rebelde” e parzialmente smaltita con il più equilibrato “¡Viva la vida, muera la muerte!”. Quindi? Beh, in effetti il suono è molto folk, caratterizzato da incroci di corde [la (finalmente) onnipresente chitarra acustica, banjo, bouzouki, mandolino] molto ben arrangiati e da una invidiabile varietà di suoni, probabilmente dovuta anche agli ospiti del disco, non sempre però focalizzati al meglio. Chi però si aspettasse l’irruenza di un “Grande Famiglia” (per dire, il sottoscritto…), rimarrebbe deluso. Classici pezzi spezza-ossa “alla ramblers” (assenti su disco, “Appunti Partigiani” a parte, dal 1999) ce ne sono solo 3, e nel complesso il disco si presenta come più lento e riflessivo. Dei due nuovi arrivati Davide “Dudu” Morandi si fa a volte trascinare dall’irruenza delle sue interpretazioni energiche, mentre Elisabetta “Betty” Vezzani impreziosisce i brani con la sua bellissima voce, anche se purtroppo alcuni dei brani più deboli sono proprio cantati da lei. Sotto l’aspetto prettamente musicale, i Ramblers (Francesco Moneti in primis) stupiscono per l’incredibile mole di strumenti con la quale, nel tempo, hanno peso dimestichezza (suonano tutti almeno tre strumenti), e questo si riflette sulla miriade di suoni e suggestioni musicali presenti nel disco. A volte per, complice la produzione di Peter Walsh, tali contaminazioni vengono mal gestite e sfociano in sonorità più vicine alla world music che al combat folk… Per quel che riguarda i testi c’è invece da registrare un netto miglioramento di scrittura che, staccandosi dallo stereotipo “testo militante per forza” che contraddistingueva parte della recente produzione (“Radio Rebelde” su tutti: lì ci sono alcuni dei testi più scontati che abbiano mai scritto), riscatta alcune facilonerie del passato tramite un approccio più narrativo.
Ad un ascolto prolungato ed attento il disco conquista, soprattutto la prima metà, anche se permangono dubbi su alcuni brani e soprattutto sulla scelta di inserire un numero così elevato (ci sono 19 tracce, ma 3 sono dei strumentali parlati di pochi secondi, per quasi 70 minuti di musica) di canzoni: forse una maggiore selezione avrebbe giovato. Tra i brani che passano l’esame a pieni voti ci sono l’iniziale “Quel Giorno a Primavera”, ironicamente acuta fotografia del paese dopo le recenti elezioni politiche su folk-punk alla Pogues, “Mia Dolce Rivoluzionaria”, classico brano “alla ramblers” dove spiegano che non faranno mai più Contessa perché “ora servono nuove parole”, la bellissima (è uno dei miei brani preferiti) “Western Union” dove la voce di Betty ondeggia nomade sull’accompagnamento balcanico e dolente della Kocani Orkestar, l’uno due sulla guerra “Oltre la Guerra e la Paura” e “Le Strade di Crawford” (anche se il coro delle voci bianche alla fine potevano proprio evitarlo…), ispirata dalla vicenda di Cindy Sheehan, madre di un soldato americano caduto in Iraq che venne più volte arrestata perché intenzionata a chiedere a Bush: “Tell me why. Tell me when”, l’evocativa “La Musica del Tempo”, la divertente “Tota la Sira” (basta far passare lo shock di sentire i MCR fare musica sudafricana…) e l’intensa “Mala Sirena”, sull’assedio di Tuzla. Per il resto c’è l’ordinaria amministrazione de “Il Treno dei Folli”, classico brano casinaro folk dove ogni membro canta una strofa, il simil blues di “Mama Africa”, lo strano reggae con testo un po’ banalotto de “Il Paese delle Meraviglie” (con coda addirittura ragga…), l’insopportabile “I Prati di Bismantova”, l’obliqua “Risamargo, l’ironica “La Stagioun di Delinqueint” con un ipnotico giro di oud e basso dobro slide, e le ballate conclusive, tutto sommato inutili, “Come Nuvole Lontane” e “Stanger in Birkenau”.
Un disco quindi non centrato al 100% che, come detto, ha la sue pecca maggiore nella sovrapproduzione, ma che contiene però un sacco di bella musica e che convince sempre di più dopo ogni ascolto.
Modena City Ramblers, MCR, Dopo il Lungo Inverno, Dudu Morandi, Betty Vezzani, Francesco Moneti, Peter Walsh