Il vento che accarezza l’erba
Mercoledì Gennaio 03rd 2007, 22:39
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Il vento che accarezza lerba.jpg

“È facile sapere contro cosa si combatte. Più difficile è sapere in cosa davvero si crede”

(da un dialogo del film)

Sarò anche di parte (è uno dei miei registi preferiti), ma secondo me Ken Loach ha firmato il suo ennesimo capolavoro. Strameritata palma d’oro all’ultimo festival di Cannes, “Il vento che accarezza l’erba” (il titolo originale, “The wind that shakes the barley” si riferisce ad un verso di una canzone del XIX secolo di Robert Dwyer Joyce) colpisce per la lucida messa in scena che si presta a tre differenti piani di lettura. Il film infatti, ambientato in Irlanda durante la guerra d’indipendenza irlandese (1919 - 1921) e la conseguente guerra civile (1922-1923), si configura come testimonianza didascalica della lotta di indipendenza irlandese contro l’invasore inglese (evidente il pesante intento accusatorio allo scellerato intervento in Iraq che Loach riserva al proprio governo). Ma la contempo porta lo spettatore a riflettere sulle devastazioni della guerra civile ed a porsi inquietanti interrogativi sulle conseguenze delle proprie convinzioni.

Avviso spoiler: da qui in avanti sono raccontate svolte narrative cruciali del film, siete avvisati… (quindi, fossi in voi, lo andrei a vedere prima di leggere, anche perché merita proprio tanto…)

Irlanda, 1920: Damien (Cillian Murphy), giovane medico, sta per partire per Londra dove andrà a lavorare nel più prestigioso ospedale. Durante una “retata” dell’esercito inglese, dovuta alla legge che sancisce il divieto di adunate pubbliche (tra le quali partite a hurling), assiste al violento linciaggio dell’amico Mihol, colpevole di essersi rivolto ai soldati britannici in gaelico. Questo episodio, insieme alla visione della violenza con la quale i soldati rispondono alla protesta dei ferrovieri che si rifiutano di trasportare soldati britannici ed alle pressioni di suo fratello maggiore Teddy (Padraic Delaney) e di Sinead (Orla Fitzgerald), sorella del defunto Mihol, convincono Damien a restare ed a prendere parte alla guerriglia dell’IRA. Il fronte resta unito fino alla proclamazione dell’indipendenza irlandese, che però non soddisfa molti dei combattenti, perché, ad esempio, il paralamento libero dovrà comunque giurare fedeltà al re e l’Irlanda del Nord resterà in mano inglese. Le strade degli insorti si dividono, e così quella dei due fratelli. E’ la guerra civile: da un parte Teddy con le truppe irlandesi regolari e dall’altra Damien insieme a Dan (Liam Cunningham), macchinista conosciuto in occasione della protesta dei ferrovieri, ed ad altri irriducibili, in lotta fra loro fino al terribile finale.

La regia di Ken Loach è al solito asciutta ed essenziale ma di grande effetto, e riesce nel difficile compito di rendere credibili e vere anche situazioni che altri registi non saprebbero gestire: non è facile narrare storie essenzialmente tragiche senza inciampare nella retorica. Il merito va anche alle interpretazioni partecipate degli attori, tutti bravissimi, molti dei quali, come solito per Loach, esordienti assoluti. L’aspetto didascalico è forse quello meno curato, visto il rapido susseguirsi di eventi in realtà molto distanziati nel tempo si presta, a mio avviso, ad una non immediata comprensione, almeno per chi non fosse un minimo a conoscenza della vicenda irlandese. Per il resto tutto è straordinariamente incisivo. Se infatti l’assurdità delle guerre civili era un tema già toccato dal regista con il magistrale “Terra e libertà”, con questo lungometraggio Loach si supera aggiungendo ulteriori spunti di riflessioni. Infatti in entrambi i film, ad un certo punto, sia assiste alla divisione del fronte degli insorti, e si rimane esterrefatti dall’assurdità che porta (cito) “compagni a sparare addosso a compagni”. Ma nel film del 1995 Ken Loach narrava i giorni della guerra civile spagnola, e più nello specifico la faida interna al fronte democratico, con gli stalinisti intenti a reprimere i poumisti e gli anarchici (si veda anche “Omaggio alla Catalogna” di Orwell), e si schierò giustamente in favore di questi ultimi. In quest’ultima pellicola, invece, il talentuoso regista britannico mette in scena le cause di entrambi gli schieramenti (le due fazioni irlandesi pro o contro il trattato che diedero vita alla guerra civile, ovviamente… sull’occupazione inglese il giudizio è netto e senza possibili assoluzioni…), tramite una straziante ripetizione di eventi che da il senso di quanto realmente sia fratricida una guerra civile.

La figura di Damien e la sua presa di coscienza, supportata dalla figura di Dan (cui Loach, non a caso, assegna il ruolo più politico, in quanto reduce della “Rivolta di Pasqua” e portatore delle parole di James Connolly, che di quel sollevamento fu uno dei principali attori), sono l’asse centrale del film. Il giovane irlandese subisce nel corso degli anni di lotta un cambiamento radicale. Dopo aver dovuto sparare per ordini superiori all’amico Chris, colpevole di aver fatto catturare 11 suoi compagni, dirà all’amata Sinead: “Credo di aver oltrepassato una soglia”. Questo lo porterà a schierarsi, dopo la ratificazione del trattato, dall’altra parte della barricata rispetto al fratello. E qui arriva l’incommensurabile talento di Ken Loach, che segue le vicende senza prendere le parti di nessuno, ma lasciando che i protagonisti mostrino le loro ragioni e, in maniera ancor più atroce, i loro torti. Il trattato non accolse in effetti tutte le richieste irlandesi, e fu votato a maggioranza anche sotto la minaccia inglese di scatenare una (cito) “immane guerra”, ma si configurò comunque come un insperato passo avanti. Quindi chi aveva ragione? Loach non risponde, e porta come metafora della lacerazione di quei giorni la vicenda di Damien e del fratello Teddy. Entrambi lottano (o credono di lottare) per l’Irlanda, e per questa causa devono forzare i propri sentimenti. Ed infatti Teddy (che non è certo un opportunista ma è stato uno dei primi a partecipare alla lotta armata ed ha patito terribili torture senza mai tradire gli amici), nel tragico epilogo, deve comandare il plotone di esecuzione che fucila Damien, così come quest’ultimo dovette sparare all’amico Chris. Emblematico è poi che il film si concluda con la frase “Vai via dalla mia terra” pronunciata da Sinead a Teddy quando questo le porta la notizia della morte di Damien, la stessa frase che precedentemente proprio quest’ultimo urlò ad un soldato inglese.

Emozionante, attualissimo e di una bellezza straniante. Da vedere assolutamente.

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1 commento so far

E chi c’era con te a veder il film?Ma naturalmente come da tradizione la tua sorellona!con maritino!
Cosa posso aggiungere al tuo commento così preciso e documentato?E’ inutile, più leggo il tuo blog, più son proprio fiera di te: scrivi benissimo!L’altra sera ho fatto legger il tuo blog ad amici che eran a cena da me:son rimasti tutti entusiasti della tua capacità letteraria!Bene…ora fai pure accredito sul mio conto domani!
Bacini bacini!

Commento di Agne 01.05.07 @ 21:51



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