Appello di Emergecy
Ne ho già accennato nel post precedente, ma credo chè l’argomento meriti un suo spazio a sé e stante. Di seguito copio&incollo l’appelo di Emergency per la liberazione di Rahmatullah Hanefi ed Adjmal Nashkbandi. Se lo condividete potete aderire qui.
Siamo angosciati per la sorte di Rahmatullah Hanefi. Il responsabile afgano dell’ospedale di Emergency a Lashkargah è stato prelevato all’alba di martedì 20 dai servizi di sicurezza afgani. Da allora nessuno ha potuto vederlo o parlargli, nemmeno i suoi famigliari. Non è stata formulata nessuna accusa, non esiste alcun documento che comprovi la sua detenzione. Alcuni afgani, che lavorano nel posto in cui Rahmatullah Hanefi è rinchiuso, ci hanno detto però che lo stanno interrogando e torturando “con i cavi elettrici”.
Rahmatullah Hanefi è stato determinante nella liberazione di Daniele Mastrogiacomo, semplicemente facendo tutto e solo ciò che il governo italiano, attraverso Emergency, gli chiedeva di fare. Il suo aiuto potrebbe essere determinante anche per la sorte di Adjmal Nashkbandi, l’interprete di Mastrogiacomo, che non è ancora tornato dalla sua famiglia.
Domenica 25, il Ministro della sanità afgano ci ha informato che in un “alto meeting sulla sicurezza nazionale” presieduto da Hamid Karzai, è stato deciso di non rilasciare Rahmatullah Hanefi. Ci hanno fatto capire che non ci sono accuse contro di lui, ma che sono pronti a fabbricare false prove.
Non è accettabile che il prezzo della liberazione del cittadino italiano Daniele Mastrogiacomo venga pagato da un coraggioso cittadino afgano e da Emergency. Abbiamo ripetutamente chiesto al Governo italiano, negli ultimi giorni, di impegnarsi per l’immediato rilascio di Rahmatullah Hanefi e il governo ci ha assicurato che l’avrebbe fatto. Chiediamo con forza al Governo italiano di rispettare le parola data.
Emergency, appello, Rahmatullah Hanefi, Adjmal Nashkbandi, Afghanistan
Le notizie del giorno
Che poi, per chi legge (vista anche l’ora di pubblicazione…), sarebbero di ieri… Comunque…. in numero pari a quattro, ecco le notiziuole sulle quale vorrei spendere qualche (ah ah…) riga quest’oggi. Direi che si potrebbe anche procedere con ordine.
- Della prima notizia, relativa ad un caso di cronaca morbosamente portato alle luci della ribalta per la gioia di Vespa e dei lobotomizzati d’Italia, dirò solo che non me ne frega un cazzo, e che se fossimo in una nazione decente il fatto non avrebbe monopolizzato l’etere e la carta stampata per tutto questo tempo. Ma purtroppo, come altre recenti vicende ci hanno impietosamente ricordato, viviamo in uno stato dove il gossip paga di più del giornalismo serio. Ma è mai possibile che con tutti i casini [centinaia di guerre, malattie ridicole per noi occidentali che falcidiano intere popolazioni, un’amministrazione di criminali che governa nello stato più influente (no, non è San Marino)…] che ci sono al mondo, ben più di cinque minuti della mezz’ora dei telegiornali venga riservato ad una assolutamente ininfluente vicenda giudiziaria? (Hey, fermate pure i vostri cervelli, non dovete rispondere. E’ una domanda retorica).
- Il processo di canonizzazione del vecchio papa (il polacco) va a velocità smodata. Si stanno scoprendo molti miracoli attribuibili a lui (o, nelle scene pericolose, alla sua controfigura). C’è addirittura chi vede un suo intervento (postumo) nello straordinario campionato dell’Inter. L’ultimo sarebbe addirittura la guarigione di una suora con il morbo di Parkinson. Ora, tralasciando momentaneamente il fatto, che discuterò in seguito, che i miracoli non esistono e comunque sono in conflittualità con l’abc dei dettami cattolici, tutto questo dimostrerebbe che Wojtila non fosse particolarmente sveglio: ma come, puoi levare il Parkinson così a bacchetta e non te lo levi a te? Cos’è, hai i miracoli contati e vuoi fare l’altruista? Senza contare che la suora è caduta in depressione perché non è stata più in grado di dare il suo contributo alla comunità come sgrassatrice di piatti incrostati, ruolo che la rendeva molto fiera. E comunque, come accennavo poc’anzi, i miracoli trasgrediscono alle regole cattoliche. Perché se si spaccia l’esistenza di un dio buono, non si può poi ipotizzare che lo stesso possa fare dei favoritismi… O si aiuta tutti, o non si aiuta nessuno. E magari non ci si fa pregare, che solo gli spocchiosi fanno così. E che non mi si venga a parlare di “progetto divino che gli uomini non possono comprendere”, perché è solo un modo, nel classica forma “autoreferenziale” delle religioni (dio esiste perché c’è scritto nel libro che ci è ha dato dio… complimenti, non è molto saggio iniziare con un loop…), di indorare la pillola della fortissima casualità della vita. Comunque, visto che mi piace smentirmi nel giro di una riga, a dire il vero forse un miracolo Wojtila l’ha davvero fatto. Lasciando la strada all’esagitato nuovo Torquemada suo successore, è infatti riuscito a fare sembrare il suo pontificato, ovviamente, come ogni qualsiasi pontificato (a parte forse quello di Giovanni Paolo I, morto prima di dire troppe cazzate), caratterizzato dall’essere reazionario, conservatore, sessuofobo, anti-storico, anti-scientifico, filo dittature fasciste in Sud America e soprattutto - primo pericoloso esempio - estremamente mediatico (qui trovate alcune mie considerazioni su questo personaggio), come un’oasi della ragionevolezza. Beh, si potrebbe dire che abbia fatto per il lustro del suo pontificato di più da cadavere che in vita. E se non è un miracolo questo…
- Con 180 voti il governo passa in senato il voto sul rifinanziamento delle missioni all’estero. Nonostante i due dissidenti, ‘sta volta l’Udc ha votato a favore, consentendo di raggiungere un’ampia maggioranza. Il punto positivo è che le regole d’ingaggio non sono cambiate (cosa che temevo), anche se mi sembra sia stata accolta la mozione Calderoni circa le condizioni di difesa dei soldati italiani. Ovvero, visto che l’offensiva dei talebani si fa più pressante, presumibilmente si forniranno più “mezzi” (leggi: armi e veicoli armati) al contingente italiano, in modo che possa difendersi. Intuitivamente potrebbe sembrare una cosa sensata, visto che nessuno vuole che i propri soldati tornino in delle bare (i più recenti sondaggi dicono che sia un’immagine che non piaccia all’opinione pubblica), ma a me non esalta. Se la missione italiana, sotto guida – si badi bene – della Nato, è nata come missione di pace, perché le truppe dovrebbero restare in condizioni di guerra? E come mai gli unici ai quali non è stato torto un capello (a parte dai servizi segreti afgani, che tengono ancora in carcere il responsabile afgano: qui un po’ di informazioni e l’appello per l’immediato rilascio) sono quelli di Emergency, che di armi proprio non ne possiedono ma da anni svolgono un dialogo fittissimo con la popolazione locale? Mi piacerebbe che D’Alema mi rispondesse, ma credo che adesso sia impegnato a schivare i siluri a distanza (la Rice non ha aperto bocca) del Pentagono (oggi dalla Nato, la cui notoria indipendenza da Washington ne fa essenzialmente poco più di paravento quando l’Onu si ricorda il suo mestiere) sulla gestione del sequestro degli ostaggi. Gli sviluppi si delineano come davvero inquietanti…
- Come se fossimo a Report, l’ultima notizia, dopo tante storie tristi, è un goodnews. Con una piccola differenza: in questo caso è di gran lunga la più importante. Azzarderei il fatto che possa ritenersi una tra le più importanti (e belle) notizie degli ultimi ventisei anni. L’informazione mi è arrivata solo oggi, ma persone informate sui fatti (che preferiscono restare anonime), riferiscono che risalga a due, forse addirittura tre settimane fa. Ma adesso mi devo fermare, perché regola aurea di ogni (sedicente, ovvio) reporter d’assalto alle prese con uno scoop è quella di centellinarlo per guadagnarsi il proprio seguito. Vi darò solo un piccolo assaggio: questa storia può essere vista come una sorta di sfratto per un gatto. Ed ho già detto troppo.
Ok, ora a dormire che domani sarà una giornata impegnativa (in realtà non farò un cazzo come mio solito, però almeno mi do un tono…)
notizie, canonizzazione, rifinanziamento missioni all’estero, D’Alema, Emergency
Primo giorno di “lavoro”…
Martedì Marzo 27th 2007, 00:26
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Università
Beh, le virgolette sono d’obbligo… perché definire “tecnicamente” lavoro quello che ho fatto stamattina (o che dovrò fare nei prossimi mesi) mi sembra veramente eccessivo, e soprattutto, vista la mia nota sinistrosità, un intollerabile affronto verso chi svolge un lavoro vero: parliamoci chiaro, sono un fottuto privilegiato, ed il minimo che possa fare è tenerlo bene a mente. Ciononostante oggi è stato senza alcun dubbio il mio primo giorno di lavoro, dal momento che per adesso dovrei stare in università con un contratto di “collaborazione esterna” (qualsiasi cosa voglia dire… in realtà non ho ancora firmato alcun contratto, quindi per adesso ai sensi della legge sono un disoccupato, ma cerchiamo di capirci…). Per quel che riguarda un futuribile dottorato/assegno di ricerca, come già detto, se ne riparlerà più in là.
Ma scioriniamo un po’ di dettagli! Oggi, com’era facile intuire, non ho fatto un cazzo! Ed i prossimi giorni (in realtà solo domani e mercoledì, che giovedì mattina parto per Perugia…) non si prospettano poi tanto diversi (così sapete dove vanno a finire le vostre tasse, contenti?)… Il problema è che sono stato affiancato a due dottorandi della mie età, che tra l’altro già conoscevo (con uno siamo abbiamo seguito le lezioni insieme dal secondo anno in poi), ma non si capisce bene cosa si debba fare per questo progetto, e potete immaginare bene che questo non facilita lo svolgimento di alcunché… Questa mattina dovevo semplicemente passare per apprendere con dovizia di particolari proprio da questi due ragazzi il da farsi, in modo da capire, tra l’altro, quando avrei dovuto incominciare… alla fine mi sono fermato tutto il giorno, tanto per prendere un po’ dimestichezza con l’ambiente. Credo cha andrò anche nelle mattinate di domani e di mercoledì (gli orari sono – diciamo così – particolarmente elastici e personalizzabili…), mercoledì abbiamo anche una riunione, e non sia mai che si riesca a fare un po’ luce su ‘sto casino…
Bene. Il primo giorno è passato, e sono parecchio curioso di vedere come andranno gli altri (tranquilli, so benissimo che questo entusiasmo svanirà miseramente alla fine della prossima settimana…)
università, primo giorno di lavoro
Lavoro
Dove eravamo rimasti? Beh, ad un mesetto fa, quando ero di ritorno dal mio primo colloquio e della mia prima selezione. In questo tempo la situazione si è parecchio evoluta, fino ad arrivare al bell’epilogo di appena due giorni addietro. Perché, ebbene si, sarò ancora per poco da annoverare nell’ampia schiera dei disoccupati. Ma facciamo un passo indietro e ricapitoliamo tutti i passaggi.
Partiamo dalla nota più negativa. Vi ricordate che avevo partecipato ad una selezione per una nota e blasonata realtà industriale locale? Bene, il mio risultato è stato decisamente infimo. Con 800 iscrizioni, si sono presentati per il primo test di scrematura in 450. Ne sarebbero passati 56 ai colloqui orali (di gruppo, personale e di inglese), per giungere all’assunzione di 18 persone per due anni, nel primo dei quali si sarebbe inoltre frequentato (in orario d’ufficio) ad un master di primo livello su tematiche energetiche. Nella tristezza più totale sono riuscito ad arrivare 320-esimo… un colpo decisamente basso per la mia autostima, soprattutto visto che si trattava di test logici (dove generalmente ci acchiappo…) e non mi sembrava di averli fatti poi così male… che squallore… Ma proseguiamo.
Avevo partecipato anche ad un colloquio di gruppo (il primo di eventuali tre) per una famosa azienda multinazionale di consulenze informatiche, da qui in avanti chiamata “gli squali” (come buona tradizione delle multinazionali, più che un’azienda è uno schiacciasassi…). Beh, per l’incredulità degli astanti (ma soprattutto mia!) ho passato il colloquio! Mi sembrava di aver fatto un buon colloquio (più che altro mi sono divertito come un bambino…), ma non avrei mai pensato di poter passare. Questo mina alla base l’attendibilità dei tanto acclamati test “all’americana”, nei quali questi squali sono all’avanguardia. Perché come è possibile che non si siano accorti che li ho presi per il culo tutta la mattinata? Che razza di valenza “psicologica” può vantare un test così? Ho fatto il pirla (senza per questo mettere in difficoltà gli altri, ci mancherebbe… posso sputtanarsi il mio colloquio, ma non quello degli altri…) per tutto il tempo, e non i danno un calcio in culo? E poi, guardami un po’ bene in faccia! Ti sembro la persona che può essere minimamente interessata al tuo modello di lavoro [alcune loro perle: “Qua siamo una grande famiglia” (aka: gli orari sono flessibili… sul lungo, ovviamente…), “in cinque anni si può diventare manager” (grazie, ma preferisco avere una vita sociale)]. Ora però c’è un dubbio che mi attanaglia: devo essere contento per aver passato il colloquio o mi devo deprimere per essere stato preso in considerazione da certa gentaglia (tra l’altro non mi hanno ancora rimborsato il viaggio)? Ragazzi, son problemi… Ero anche tentato di andare a fare il secondo colloquio, così per fare un po’ di esperienza, ma temporeggiando un po’ sono riuscito ad ottenere le conferme che cercavo per un altro impiego e quindi ‘fanculo gli squali!
Nel frattempo ero stato contattato, tramite il collocamento, da una ditta ligure per la progettazione di autobus elettrici, mi han detto di mandare un curriculum ad un indirizzo di posta, l’ho fatto e non mi hanno più risposto… boh, almeno un’e-mail con scritto “Spiacenti, ma il suo profilo bla bla bla” la potevano anche inviare…
E finalmente si giunge al lavoro che ho accettato! Non la farò lunga, si tratta dell’università con un sacco di allettanti altre proposte. Per adesso farò per un periodo di circa tre/sei mesi (è un progetto e non si sa bene quanto durerà) una collaborazione esterna con l’università, unendomi ad un gruppo di dottorandi nella caratterizzazione molto dettagliata di una centrale a ciclo combinato. Inoltre mi hanno proposto di fare, da settembre, il dottorato di ricerca od eventualmente prendere l’assegno di ricerca. Non nascondo di essere particolarmente contento, anche se gli stessi professori mi hanno avvisato che anche con il dottorato, vista la situazione attuale dell’università italiana, non ci sono molte possibilità di fare carriera accademica. Ma di questo non mi preoccupo, visto che non è assolutamente una mia priorità. Comunque, per il dottorato o assegno di ricerca, ho tutto il tempo che voglio per decidere, anche se sono decisamente orientato per il si. Riguardo al lavoro vado a parlare lunedì con uno dei ragazzi per capire quando dovrei cominciare, anche perché il prossimo fine settimana prossimo il dipartimento mi spedisce a Perugia ad un congresso, faccio addirittura un piccolo intervento sulla mia tesi… (il sistema scolastico italiano è proprio collassato…).
Vi terrò aggiornati sulle evoluzioni!
lavoro, colloqui, università, selezioni, disoccupazione
Concerto Little Barrie
Venerdì Marzo 23rd 2007, 18:11
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Musica
Ovvero, rock’n’rollabbestia in quel di Lille. In occasione del fantasmagorico carnevale del quartiere di Wazemmes (che ovviamente mi sono perso tornando in Italia di venerdì pomeriggio…) era infatti in programma anche il concerto dell’emergente terzetto britannico, che da poco ha pubblicato il suo secondo album, “Stand your ground”. L’esibizione si è svolta al “maison Folie de Moulins”, una sorta di centro di aggregazione culturale con annessa saletta per concerti, tra l’altro molto ben attrezzata e dalla capienza massima di circa mille persone (direi ad occhio). E’ da notare come, sebbene la sala per il concerto fosse assolutamente professionale ed il gruppo chiamato non certo di ultim’ordine, il costo del biglietto fosse decisamente abbordabile, ovvero 9 euro, 7 se studenti. In Italia trovare prezzi così contenuti, e soprattutto una distinzione tra studenti e non, è praticamente impossibile, se non rivolgendosi ai centri sociali, la proposta musicale dei quali è però, generalmente, limitata ai gruppi disposti ad accettare le loro ovviamente più precarie condizioni di esibizione.
I Little Barrie propongono una sorta di rock’n’roll “aggiornato” con piccole venature funk, molto simile agli australiani Jet (quelli di “Are you gonna be my girl?”, per intederci). Rispetto alle registrazioni su disco (ok, io avevo sentito solo il singolo “Love you” in rotazione su Rock Fm… ma ascoltando anche altri pezzi non è che la musica cambi molto…) la performance dal vivo è stata caratterizzata da un suono molto più carico e distorto della chitarra, che ha aumentato in potenza la resa sonora del gruppo. I Little Barrie hanno suonato per poco più di un’ora, divertendo la folla (non proprio oceanica… diciamo 500 persone?) con la loro scatenata carica e le loro pose da rock star. A livello prettamente tecnico non se la cavavano assolutamente male, soprattutto il batterista pestava come una dannato, peccato che il suono, specialmente quello del rullante, fosse proprio irritante. Anche gli altri due facevano il loro in maniera assolutamente dignitosa, ma è ovvio che lo scopo di un genere come il loro non sia certo “mostrare i muscoli”, ma bensì quello di far rockeggiare il pubblico… Ah, in apertura c’erano i “TV Glory”, così noiosi che forse è meglio non parlarne…
Little Barrie, rock’n’roll, maison Folie de Moulins, concerti, musica
Sulla vicenda Mastrogiacomo
Dopo quindici giorni di notizie anche contrastanti, il giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo è stato finalmente liberato. Restano ancora un po’ di interrogativi e delle questioni aperti, che sarebbe bene ricevessero risposta. La situazione, mentre sto scrivendo, è la seguente: Mastrogiacomo è arrivato in Italia, il “mediatore” afgano (responsabile di Emergency) è stato arrestato dai servizi segreti afgani (ufficialmente con l’accusa di “collaborazionismo”, anche se si pensa che i servizi vogliano avere qualche informazione in più sulle sue “conoscenze” talebane), mentre del suo interprete si sa poco niente (forse è ancora nelle mani dei talebani o forse è stato trattenuto dai servizi segreti afgani). I prigionieri talebani liberati dal governo Karzai sono stati cinque e ci sono state manifestazioni di protesta da parte della gente comune e dei giornalisti afgani (i pur presenti rapimenti di persone afgane da parte di talebani non hanno visto una mobilitazione così imponente da parte del governo del paese).
Prima domanda: quale prezzo dovrà pagare (o ha già pagato) l’Italia per questo rilascio? Non mi sto riferendo ad un eventuale riscatto in denaro, quello è ininfluente. Sto parlando di prezzo politico. Perché Karzai si è inimicato, e non credo proprio gratis, buona parte del paese liberando cinque capi talebani, che stanno riconquistando posizioni e spadroneggiano in molte parti del paese. Cosa lo ha spinto a farlo? I contorni si fanno ancor più preoccupanti se si pensa che Karzai è in buon sostanza un burattino messo lì da Washington, impossibilitato a prendere una qualsiasi decisione non gradita all’amministrazione statunitense. Quest’ultima però, contravvenendo al suo rigido dictat “non si tratta coi terroristi” che tante frizioni provocò proprio con l’Italia (ricordate il controverso epilogo della vicenda Sgrena?), non è intervenuta ufficialmente, lasciando però ben capire di non osteggiare lo scambio [ovvero, carta bianca (o forse addirittura qualcosa di più?) a Karzai]. Infatti il ministro degli esteri D’Alema, in visita alla Rice, ha esplicitamente dichiarato che la liberazione di Mastrogiacomo è dovuta “all’intervento del governo afgano ed alla comprensione di quello statunitense”. Più chiaro di così… Quello che mi chiedo adesso è: che cosa c’è sotto? Il problema è che non so proprio cosa immaginare, anche se non mi sfugge il fatto che, con un tempismo (o cinismo) da competizione, la discussione sul rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan sia stata fissata proprio per domani (mercoledì). Che ci aspetti un potenziamento, magari stemperato a parole, della presenza italiana senza possibilità di trattativa? Boh, un’ipotesi così smaccata mi sembra decisamente improbabile…
Questione Emergency. Altro tasto particolarmente dolente. Perché se è innegabile che senza il nulla osta “politico” di Washington le trattative sarebbero state inevitabilmente più complicate, è anche da ricordare come i “contatti giusti”, ovvero talebani, provenissero dal canale umanitario dell’organizzazione di Gino Strada. Ed è inoltre interessante notare come, nell’Afghanistan “liberato” ma ancora caratterizzato da veri e propri vuoti di rappresentanza, una piccola organizzazione umanitaria, famosa per l’intransigenza con la quale si ostina a prestar soccorso a tutti, assuma il ruolo di autorevole interlocutore. Peccato che, ogniqualvolta Gino Strada esprima la sua opinione sulla situazione italiana (cento volte in meno rispetto al papa, tra l’altro… e comunque decisamente più a ragion veduta…) tutta questa autorevolezza venga dimenticata, e quest’ultimo invitato a tacere (da sinistra. Da destra generalmente volano insulti più o meno velati). A tal proposito, mi piacerebbe sapere quanti parlamentari italiani hanno, ad esempio, in mente la situazione afgana così chiaramente come ce la dovrebbe avere Strada che, diciamo apertamente, un po’ più di tempo di loro in quella realtà ce l’ha passato (e mica a leggere gli editoriali del New York Times nella hall di un albero). Vicende italiane a parte, è da ricordare, come accennavo nelle prime righe, che un responsabile di Emergency in Afghanistan, che ha svolto il ruolo di mediatore nel sequestro Mastrogiacomo, è ancora adesso trattenuto dai servizi segreti afgani. Ciò è, ovviamente, inaccettabile, e giustamente Gino Strada ha fatto scattare una mobilitazione affinché quest’uomo afgano venga al più presto rilasciato. La vicenda ha del paradossale: prima autorizzano il rilascio dei talebani (segno implicito di consenso alla trattativa) e poi arrestano l’artefice materiale della liberazione… ed a poco valgono le voci secondo le quali i servizi segreti afgani vorrebbero “solamente avere qualche informazione”, anche perché se così fosse non servirebbe procedere ad un arresto… Anche qua c’è qualcosa che mi sfugge, ed ho come il sentore che non si tratti di qualcosa di particolarmente edificante.
Questione giornalisti (in genere) rapiti. Il prossimo che se ne esce con il luogo comune da bar che “se la sono cercata, non devono fare gli eroi” spero venga rispedito a ripetere tutti i corsi di “educazione civica” dalla prima elementare in poi, finché non impara qualcosa… Ma è mai possibile dover sentire ancora questi discorsi da gente che non sa vedere più in là di un μpalmo (si legge “micro palmo”) dal proprio naso? Intendiamoci, non negherò che un giornalista sogni uno scoop clamoroso, e che i territori di guerra possano essere una miniera d’oro, in questo senso [ma sfortunatamente anche in molti altri sensi….. però questa è un’altra (triste) questione…]. Ma suvvia, usiamo un po’ il cervello… a parte che la recentissima cronaca ci insegna che si possono fare palate di soldi con una foto, bisogna essere felici che almeno qualche giornalista si ricordi di svolgere veramente il proprio lavoro, ovvero quello di riportare notizie, soprattutto in scenari complicati e controversi come sono solitamente quelli dove sono in corso conflitti. Senza conoscenza non si è nelle condizioni di poter decidere in maniera realmente libera. E chiave della conoscenza è proprio l’informazione. Vorreste veramente lasciarvi ammorbare dall’informazione degli inviati “embedded”, pronti a servire la causa, qualsiasi essa sia?
rapimento Daniele Mastrogaicomo, Karzai, Afghanistan, Kabul, talebani, Repubblica, Emergency, Gino Strada, politica ed informazione
Interiors
Domenica Marzo 18th 2007, 23:15
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Cinema

Prima o poi tutti i grandi artisti sentono la necessità di staccarsi l’etichetta che era stata loro affibbiata e l’imponente produzione di Woody Allen ne è la prova. La prima fortissima discontinuità risale addirittura al 1978, quando il regista newyorkese presentò questo spiazzante “Interiors”. Che la stagione dei film essenzialmente “comici”, quasi esclusivamente basati sull’inesauribile talento umoristico di Allen, stesse volgendo al termine si era già intuito l’anno precedente, con l’acclamato “Io e Annie”, vincitore di ben quattro premi Oscar, nel quale Woody Allen, reclamando una dimensione maggiormente autoriale per i suoi lungometraggi, si cimentò in una riuscita commedia “seria” completamente permeata dal devastante umorismo alleniano. Ciononostante il film del 1978 è quanto di più estraneo si possa immaginare rispetto alla precedente produzione alleniana. L’autore di “Crimini e misfatti” infatti, approfittando probabilmente della maggiore libertà creativa accordatagli grazie all’exploit dei quattro oscar oltre alla maggiore consapevolezza nei propri mezzi tecnici, propone il suo primo film drammatico, ovviamente privo di ogni qualsiasi forma di umorismo, nel quale – udite, udite! – nemmeno recita. Se poi aggiungete la claustrofobica fotografia di Gordon Willis (il film è a colori ma è dominato dal grigio, soprattutto nelle scente girate nell’inquietantemente algida villetta sul mare), avrete un quadretto abbastanza dettagliato dello shock che il film deve aver provocato alla sua uscita… Che poi Woody Allen non ha mai fatto mistero di trarre ispirazione dai suoi idoli, e se nei primi film non si fatica a trovare più di un riferimento, ad esempio, ai fratelli Marx (in particolar modo Groucho), con questo “Interiors” la mente va dritta ad Ingmar Bergman, da sempre venerato dal regista newyorkese. Ma veniamo alla trama.
Drammone formato famiglia. Eve (Geraldine Page) è un’arredatrice d’interni che, dopo essere stata abbandonata dal marito Arthur (E.G. Marshall), tenta il suicidio. Le tre figlie della coppia reagiscono in maniera differente e conflittuale all’accadito. Renata (Diane Keaton), poetessa intellettuale fermamente convinta di conseguire l’immortalità con la sua arte, nutre di vane speranze le illusioni della madre, mentre Joey (Mary Beth Hurt), priva di talento artistico, cerca di far confrontare la madre con l’evidenza dei fatti. Invece la più giovane Flyn (Kristin Griffith), attrice alle prime armi, proprio per la sua nascente carriera è la meno presente in famiglia. Le tensioni si acuiscono quando il padre informa le figlie della sua decisione di risposarsi con Pearl (Maureen Stapleton), una donna completamente differente rispetto ad Eve: come questa era impostata ed in qualche modo “aristocratica”, Pearl si presenta come caciarona ma vitale. Drammatico epilogo proprio nella casa sul mare dove la famiglia è cresciuta.
Nonostante questo film sia il primo esperimento di Woody Allen con tematiche drammatiche, il risultato è più che apprezzabile, anche se qualche lentezza di troppo, più che altro mal gestita, appesantisce ulteriormente una pellicola che già in partenza leggera non è. Certo, ci sono alcune simbologie pure troppo smaccate (la famiglia vestita con colori grigi, Pearl con vestiti sgargianti), ma dopotutto lo stesso Allen (con una modestia invidiabile…) ha dichiarato che se adesso potesse rigirarlo riuscirebbe ad aggiustare le storture, la presenza delle quali è ammessa dallo stesso regista. Interessante inoltre la feroce messa in scena di certa “elite intellettuale”, rappresentata in buona sostanza da Eve e soprattutto dalle sue figlie, contrapposta alla ingenua “ignoranza” di Pearl, unico personaggio in qualche modo “vincente” del film. Da antologia è infatti la scena sulla discussione di uno spettacolo teatrale, dove Renata e Joey si lanciano in voli pindarci interpretativi, mentre Pearl propone la sua visione assolutamente terra terra… Molto toccante infine l’ultima scena sul mare all’alba.
Un buon film drammatico, che non tocca le vette di altre pellicole alleniane del genere, ma che mostra la prima evoluzione di un regista dalle molte sfaccettature.
Interiors, Woody Allen, Geraldine Page, E.G. Marshall, Diane Keaton, Mary Beth Hurt, Kristin Griffith, Maureen Stapleton, cinema, film, drammone familare
Madrid - Lille
Venerdì Marzo 16th 2007, 01:04
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Personale
Cosa dire di nove giorni passati d’incanto? Intanto si può incominciare mandando un forte abbraccio circolare ad Ana, Dani, Irene, Marco, Monica e Regis, che per quanto loro possibile mi hanno sempre praticamente “coccolato”, rendendo questo viaggetto post laurea qualcosa di speciale. Perché, sarò banale, è proprio bello quando “stai bene” con le persone. Potrebbe sembrare ovvio che, andando a trovare degli amici, le cose vadano così. Ma nella realtà questo è più difficile, soprattutto quando magari è un bel po’ di tempo che non ci si vede. Sapete, per dirla in maniera brusca, ad essere gentili, son buoni tutti. Ma è quando c’è quel quid in più, difficile da spiegare, che tutto quanto passa in secondo piano. Non importa dove ci si trovi, o cosa si faccia. Diventa bello montare una serratura ad una porta, prendere una multa o camminare tutto il giorno con uno zaino sulle spalle. E scusate se è poco…
A Madrid c’ero già stato nel 2004, ma in agosto, quando molti residenti non ci sono e molti locali sono chiusi. Stavolta invece sono capitato nel periodo “giusto” (prendendo pure bellissimo tempo!). E non c’è stato proprio paragone… La città possiede una vitalità impressionante, che sopperisce alla sostanziale mancanza di posti da vedere (almeno rispetto a quanto si potrebbe immaginare per una capitale…). Salir por la noche a Madrid, soprattutto se tue guide sono degli autoctoni assolutamente padroni dei luoghi e veterani di mille botellon, è un’esperienza indimenticabile. Perché è impensabile non riuscire a farsi travolgere dall’allegria che la ti trasmette quella fiumana di gente che incontri ovunque tu vada ed a qualsiasi ora (in Gran Via c’è lo stesso casino alle tre del pomeriggio come alle cinque della mattina… per dire, eh…). Certo, saltellar da un baretto a l’altro per tomar una caña (l’equivalente della nostra birra piccola, però economica, anzi barata) dopo l’altra, aiuta sicuramente… Ma Madrid, ovviamente, non è solo questo, perché c’è anche tanta cultura e, soprattutto, attenzione per le questioni culturali. Perché i musei, ad esempio, sono così economici? Sono stato ad una bellissima mostra su Escher, ed ho pagato solo due euro di ingresso. Due anni fa, al museo “Reina Sofia” un euro e mezzo per una gigantesca mostra su Dalì (e non solo). Credo che ci sia proprio un tipo di approccio differente. E mi sembra che esista proprio un modo di porsi differente anche su altre questioni. Come spiegare l’integrazione razziale molto più evidente? Certo, ogni moneta ha il suo rovescio, e sicuramente mi starò dimenticando molti aspetti che invece non mi convincono molto, ma per adesso ho la testa ancora piena di così tanti bei ricordi (tra i quali un succulento agnello…) che forse tendono a farmi esagerare con i giudizi… Ma poi, dai, come non si fa a parlar bene del paese che ha inventato la siesta???
Ultimi tre giorni di vacanza li ho passati invece a Lille, dove non ero mai stato. Lille è stata, insieme a Genova, capitale europea della cultura nel 2004. Rispetto ai frenetici giorni madrileñi, il periodi francese è stato più tranquillo, ma ugualmente divertente. E’ stato divertente scoprire lentamente la città, piccola ma molto carina, ed assaporarne la vita quotidiana a piccoli sorsi. Fortunatamente (ed inspiegabilmente, a detta dell’autoctono Regis), a parte l’acquazzone apocalittico la sera del mio arrivo, ho trovato bel tempo, così ho potuto girare molto per la città, anche in bicicletta. A livello di orari, passare dalla Spagna alla Francia è un po’ uno shock: se nella penisola iberica uscire alla sera a mezzanotte è “quasi” presto, nella terra che fu dei Galli alla stessa ora molti locali chiudono… la prima sera un po’ di effetto simil “jet lag” ce l’avevo… Ciononostante ce la siamo passata bene e, dopo una serata a “secco”, abbiamo inanellato prima un’ottima degustazione di birra d’abbazia (Lille è vicinissima al Belgio…), ed il giorno seguente addirittura concertone rock (i “Little Barrie”, a breve la recensione) e dj-set reggae (con purtroppo anche un po’ di dance hall che fa schifo). Anche Lille mi ha lasciato un’ottima impressione: nonostante le “ridotte” dimensioni (circa 200 mila abitanti) è una città molto viva, anche se in maniera radicalmente differente dal modello “spagnolo”. Ci sono molti studenti, ed il fermento culturale è decisamente rilevante anche se più “discreto”: come dire, cose da fare ce ne sono, ma bisogna fare un piccolo sforzo per trovarle. Inoltre è stato molto interessante essere ospitato a Wazemmes, il quartiere “arabo” della città (a un quarto d’ora a piedi dalla stazione centrale… comodissimo: sei in centro senza le noie del centro…): mi sembrava di essere finito in un libro di Pennac…
Bene. Non vedo l’ora di ripartire per qualche altra meta. Chi mi ospita per la prossima data del mio neverending (si spera…) tour post laurea?
PS: Visto che sono un pirla patentato, mi sono dimenticato la macchina fotografica, quindi niente foto…
viaggio di laurea, Madrid, Lille, Spagna, Francia
On tour
Venerdì Marzo 09th 2007, 22:00
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Musica
Forse è meglio specificare a chi si riferisce il titolo di questo disco live. Sto parlando di Yann Tiersen. Probabile che il nome non vi dica nulla, anche se avrete sicuramente ascoltato (e se non siete più che sordi, adorato) stralci della sua produzione. Infatti, avete presente la colonna sonora del film “Il favoloso mondo di Amelie”, avvolgente incrocio di fisarmoniche, violini e strumenti a corda tradizionali? Beh, è sua. Naturale, quindi, che non mi sia lasciato scappare questo disco, che documenta la tournè del 2005 e del 2006. Il bello è che se siete alla ricerca delle sonorità “classiche” che si possono associare ad un personaggio del genere sbagliereste di grosso. Una rapida visita al suoi sito mi aveva fatto intuire che Tiersen avesse abbandonato le sue classiche esibizioni “minimaliste” (lui alla fisarmonica, violino o chitarra e pochi altri strumenti) con l’innesto di una sezione ritmica “rock”, e già fantastico sulle nuove frontiere del “fok-rock” che questo genio sarebbe stato in grado di raggiungere. Peccato che dopo soli due secondi della prima traccia mi si è parata di fronte la rumorosa verità che di folk, nel disco, ce ne sarebbe stato ben poco… Passato però lo shock iniziale il disco si fa apprezzare come un bell’esempio (assolutamente inaspettato) di rock alternativo e rumorista con uno spiccato gusto melodico (sembra una contraddizione ma non lo è…).
Yann Tiersen (voce, molta chitarra elettrica, poco violino e “piano giocattolo” in una canzone) si presenta nell’inedita versione “rock” accompagnato da Ludovic Morillon alla batteria, Stephan Bouvier al basso, Marc Sens alla chitarra elettrica (effettata e rumorista) e Christine Ott all’onde martenot ed al glockenspiel. Inoltre ci sono molto ospiti che si aggiungono alle canzoni presentate, che sono dieci più la versione “studio” di un inedito presente anche nel live.
Si comincia con le note di “La terrasse” e per qualche secondo sembra di ascoltare gli U2 di “I will follow”… poi la canzone cresce autonoma alternando un lancinante fraseggio di chitarra alla strofa più pacata. La successiva “La Rade”, suonata assieme a Katel, riprende il discorso del brano precedente, enfatizzando il suono metallico della chitarra e valorizzando maggiormente i cori. Segue addirittura il rap di “Ma France a moi”, con Diam’s alla voce e Gregoire dei (Tetes Raides) al sax baritono. Con “Les bras de mer” si alternano spezzoni più tranquilli a vere e proprie esplosioni che conducono al finale accelerato. Poi Tiersen imbraccia finalmente il suo magico violino e si lancia nello strambo strumentale “1er reveil par temps de guerre”, seguito dalla dolce e languida melodia di “Mary”, cantata da Elisabeth Fraser. Il ritmo riprende con una altro strumentale, “la perceuse”, questa volta suonato da tutto il gruppo che porta alla bella ed travolgente cover “State of shock”, cantata dal chitarrista Marc Sens. Tiersen riprende il violino per lo strumentale accelerato durante il quale presenta il gruppo “Le train”. Il concerto finisce sulle note della dlla lunga “Esther”, dove il nostro ci delizia con passaggi e sonorità che richiamano quei valse che gli hanno procurato la fama internazionale. Ultimo brano è la versione studio di “La Rade”, più “pulita” rispetto al concerto ma con i cori finali meglio strutturati.
Un disco che merita più di un ascolto e che propone sonorità molto interessanti, soprattutto per quanto riguarda la scelta di mischiare rumore con melodia (e che melodia… ), anche se forse un po’ dell’enfasi si deve al fatto, del tutto inaspettato, che ad eseguirle sia un personaggio del genere.
Yann Tiersen, On tour, musica, rumorista, chitarra effettata
Bobby
Mercoledì Marzo 07th 2007, 22:00
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Cinema
Ci sono dei periodi nella storia nei quali sembra che il vento possa realmente cambiare. In quei momenti è come se un forte alone di riscatto accomunasse gli ideali delle persone, finalmente decise a prendersi una rivincita sulle storture del loro passato. E poi lo scorrere del tempo pare come invertirsi. La notte si sostituisce al giorno, lasciando che sogni grandiosi, anche i più ingenui, prendano una forma così reale da far apparire la loro realizzazione inevitabile come il colorato battito d’ali di una farfalla in un assolato pomeriggio d’estate. Il problema è che la notte, quella vera, è in agguato anche nelle più radiose giornate, facendo si che le farfalle si spengano tristi come grigi falene.
Uno di questi periodi, celebrato ed entrato ormai di diritto nell’immaginario collettivo, fu negli anni sessanta. Tempi parecchio strani, quelli. Bob Dylan li definì profeticamente come “the times they are a-changin’”. Correva l’anno 1964. L’anno precedente John Fitzgerald Kennedy, allora presidente degli Stati Uniti, era impegnato nel difficile compito di promuovere i diritti civili e di ammodernare lo stato. Inoltre era favorevole ad una politica di disimpegno della presenza statunitense in Vietnam. Venne assassinato a Dallas il 22 novembre 1963 dal misterioso Lee Harvey Oswald, capace di imprimere ai proiettili del suo fucile le più stravaganti traiettorie. Quattro anni dopo, nel “mitico” 1968, sembrava proprio che anni di manifestazioni, marce e di attivismo per i diritti civili e per il ritorno delle truppe dalla sanguinosa palude vietnamita potessero finalmente sfociare in quel cambiamento tanto atteso e che sembrava trovarsi così a portata di mano. Ma altri due lutti si abbatterono pesanti come macigni sulle festose speranze di quei giorni. Il 4 aprile, a Memphis, James Earl Ray poneva fine alla coraggiosa vita di Martin Luther King, paladino della conquista dell’emancipazione dei neri tramite la non violenza. Il 6 giugno il senatore Robert Francis Kennedy, fratello minore del presidente JFK, candidato alle presidenziali contro il repubblicano Nixon e simbolo delle speranze di quella parte degli Stati Uniti impegnata per un futuro migliore, trovò la morte dopo tre colpi di pistola sparatigli a bruciapelo all’hotel Ambassador di Los Angeles, suo quartier generale per le primarie, nella notte tra il 5 ed il 6, poco dopo aver annunciato la sua intenzione di candidarsi alle presidenziali.
Il film di Emilio Estevez, figlio d’arte (il padre, Martin Sheen, ricopre un ruolo nella pellicola), è un commosso ed originale omaggio alla figura di Robert Kennedy, realizzato attraverso una messa in scena corale (per darsi un tono bisognerebbe dire “alla Altman”…) che punta a dare uno spaccato dell’allora società americana. Per fare ciò Estevez propone un film su Robert Kennedy “senza Robert Kennedy” (a parte nel noto epilogo, quest’ultimo “compare” solo mediante originali spezzoni televisivi o interviste radiofoniche), preferendo invece sviluppare l’intersecarsi delle vicende di ben 23 personaggi il 5 giugno 1968 all’hotel Ambassador, lasciando siano queste a dare il sentore dell’aria che si respirava in quel preciso momento storico. Questa sorta di “contestualizzazione” porta quindi lo spettatore a conoscere piccoli frammenti di esistenze (immaginarie) che sono lo specchio di una nazione. C’è José (Freddy Rodríguez), sguattero messicano nel cucine dell’albergo che per l’imposizione di un doppio turno vede infrangersi il sogno di andare ad una partita con il padre, con l’amico e connazionale Miguel (Jacob Vargas), che vede una discriminazione tra messicani e neri. Cercherà la mediazione il cuoco Edward Robinson (Laurence Fishburne), grande ammiratore di Martin Luther King. Responsabile del personale delle cucine è il razzista Timmons (Christian Slater), che viene licenziato da Paul (William H. Macy), direttore dell’albergo, per non aver dato comunicazione ai dipendenti della possibilità di poter assentarsi dal lavoro, retribuiti, per andare a votare. Per vendetta Timmons, venuto a conoscenza della relazione tra Paul e la telefonista dell’albergo Angela (Heather Graham), informerà di ciò la moglie di Paul, Miriam (Sharon Stone), acconciatrice dell’albergo. Mentre Angela si confida con la collega ed amica Patricia (Joy Bryant), da Miriam passano due clienti. La prima è la giovane Diane (Lindsay Lohan), che ha deciso di sposarsi con l’amico William (Elijah Wood) in modo che quest’ultimo non sia assegnato al Vietnam. La seconda è la famosa cantante Virginia Fallon (Demi Moore), depressa ed alcolizzata e con il marito Tim (lo stesso Estevez) al seguito che non riesce più a controllarla. Non mancano ovviamente gli uomini dello staff Kennedy, rappresentati da Wade (Joshua Jackson), responsabile della campagna elettorale, e dall’amico Dwayne (Nick Cannon), che vede in Kennedy una nuova speranza per i diritti dei neri. Sempre nell’ambito della campagna elettorale ci sono i giovani Jimmy (Brian Geraghty) e Cooper (Shia LaBeouf), anche se sembrano più interessati agli occhi della barista dell’albergo, Susan (Mary Elizabeth Winstead), o a non partire per il militare. Saranno protagonisti delle scene più esilaranti del film quando decideranno, aiutati dal fricchettone/pusher Fisher (Ashton Kutcher), di allargare lisergicamente i loro orizzonti… Completano il quadro la coppia piena di dubbi formata dal vecchio Jack (Martin Sheen) e dalla fragile Samantha (Helen Hunt), la caparbia giornalista cecoslovacca Lenka Janacek (Svetlana Metkina) in cerca di un’intervista e l’ex-portinaio in pensione John Casey (Anthony Hopkins, anche produttore del film) con l’amico ed eterno avversario a scacchi Nelson (Harry Belafonte).
Inutili i commenti sulle prestazioni maiuscole di un cast stellare, che pare abbia lavorato a paga sindacale pur di prendere parte a questo progetto, che nel nemmeno troppo velato confronto tra cosa avrebbe potuto essere (i Kennedy, Martin Luther King) e cos’è (l’amministrazione Bush) trova il tempo di attaccare, ricordando. Come dire, l’America liberal, ma non per questo sradicata dai propri ideali, che mette in mostra i suoi migliori talenti e non ha paura di (ri)proporre un modo di fare politica relegato nel dimenticatoio troppo in fretta.
Un film molto bello quindi, che lambisce il “santino” forse solo con il lungo protrarsi dell’ultima scena. Consigliatissimo!
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