Concerto Modena City Ramblers ed Africa Unite
Mercoledì Aprile 25th 2007, 02:29
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Musica
“… non rinnego la mia vecchia strada
L’utopia è rimasta, la gente è cambiata
la risposta ora è più complicata…”
Mia Dolce Rivoluzionaria - Modena City Ramblers
Un bambino ed il suo giocattolo preferito: io ed un concerto dei Modena City Ramblers. Come credo di aver più volte rimarcato su questo blog, la mia venerazione per questo gruppo supera di molto ogni possibile livello definito dal buon senso. Ma non ci posso fare veramente niente: moltissime delle loro canzoni sono state (ed ovviamente sono) parte fondamentale della colonna sonora della mia vita. Ma non perdiamo ulteriore tempo e parliamo del concerto!
Lo spettacolo è stato organizzato dalla ANPI e dalla sezione di Ansaldo Energia e prevedeva l’esibizione anche i di altri gruppi “minori”, che ovviante, arrivando per le 22, mi sono bellamente perso. Ho potuto però assistere all’esibizione degli Africa Unite, storici portabandiera del reggae nazionale. Il loro concerto è stato al solito bello ed anche se il suono era particolarmente legato alla loro ultimo disco, “Controlli”, fortemente elettronico ed influenzato da sonorità dancehall, mi è piaciuto. Ovvio che avrei preferito un’esibizione “classica” di roots reggae, ma la “nuova” (in realtà è cambiato solo il bassista, tra l’altro dal suono molto avvolgente) formazione senza fiati ha dimostrato di saper spaziare, e bene, anche in sonorità molto più martellanti (lo strumentale di “finta chiusura” quando Madaski è “impazzito” è stato da antologia). Tra i brani proposti nell’ora e mezza del loro concerto ci sono stati l’iniziale “Ruggine”, “Il partigiano John”, “La storia”, “Baby Jane”, “Concrete Jungle”, “Sotto pressione” oltre a moltissimi pezzi del nuovo disco.
I Modena sono invece saliti sul palco verso mezzanotte, e chi si aspettava che avrebbero drasticamente tagliato la scaletta (girano con uno spettacolo di ben due ore e mezza…) per esigenze di tempo è stato smentito [la scaletta è stata in effetti più “corta” (25 brani…), ma hanno suonato fino alle 2:15…]. Il gruppo, dopo un anno di rodaggio nella “nuova” formazione a due voci, ha dimostrato una carica ed un affiatamento pazzeschi: i pezzi ormai sono stati assimilati alla perfezione dai due nuovi cantanti, Betty e Dudu, ma è tutto il gruppo che gira a mille saltando e facendo casino sul palco in maniera contagiosa: si vede quando una band si diverte a suonare e questo è decisamente il loro caso, con buona pace di chi li dava per finiti… Il mio ventesimo concerto dei delinqueint ed Modna incomincia con l’inconfondibile batteria introduttiva de “La legge giusta”, che viene interrotta però durante la terza strofa per un problema che fa mancare la corrente sul palco. E qui si vede la carica e l’affiatamento dei quali parlavo prima. Perché il gruppo, con una prontezza di spirito mica da ridere, continua a “suonare”: Kaba, per quel brano alla batteria, va avanti (ed il guasto è durato 5 minuti!) mentre Francesco (che ormai quando imbraccia l’elettrica schitarra come un rocker…), incita il pubblico a continuare a cantare… il pezzo “finisce” ma il blackout continua ed il gruppo improvvisa sulle percussioni mentre Kaba pesta sulla batteria… grandissimi! Ritorna la corrente, e sempre in situazione quasi jam, i Modena riprendono il brano dove era stato interrotto. Segue la nuova “Quel giorno a primavera”, l’immancabile “presentazione” di “Grande famiglia” e la bella (e attuale?) “I funerali di Berlinguer”. Ci si riprende dal macello iniziale con due lenti: la più classica “Le strade di Crawford” e l’arabeggiante “Oltre la guerra e la paura”. Massimo scherza con Dudu (siparietti tra di loro saranno molto frequenti durante il concerto) e lancia “El presidente”, seguita da “Mama Africa” e dalla bellissima “Western Union”. Poi ad esser sincero non mi ricordo precisamente l’ordine dei brani successivi. Comunque la sequenza dovrebbe essere circa questa: “Spara Jurij” (devastante, con Dudu e Franco con i berretti dell’armata rossa…), la sempre bellissima “Al dievel”, l’ironica ed attuale “Mia dolce rivoluzionaria”, “I cento passi” (giustamente introdotta con le parole “anche questa è resistenza”), “Oltre il ponte”, “I prati di Bismantova” (bah, anche non l’avessero fatta…), “Ebano” (che diventa ancora più toccante nella partecipata interpretazione di Betty), “La banda del sogno interrotto” (con Roberto alla tamorra, come su “Raccolti”) e la fantastica “In un giorno di pioggia”. Finto finale ed il gruppo torna sull’introduzione da “Il treno dei folli”. Sia accendono le luci del Mazda Palce e si pensa che saranno obbligati a terminare celermente. Nossignori! C’è ancora tempo per “Viva la vida”, “Una perfecta excusa” (con Dudu e Massimo a fare gli mc!), “Clan Banlieue”, “Morte di un poeta” (sempre e comunque la mia canzone preferita! Dudu alla fine, nel delirio generale, ci piazza pure una capriola…) e “Transamerika”. Finale epico con l’intramontabile “Bella ciao”.
Come già detto la prestazione è stata maiuscola. Che fossero particolarmente carichi l’avevo già potuto constatare l’anno scorso, ma adesso sono pure migliorati. Ciò che colpisce è l’incredibile affiatamento che il gruppo dimostra, veramente a prova di bomba. Ovvio che questo influisca positivamente sulla riuscita del concerto che, anche se non esente da pecche, lascia comunque molto soddisfatti. Ah, per non parlare del fatto che si son presi, finalmente, un fisarmonicista, Massimiliano Fabianelli, in pianta stabile [tra l’altro è pure un mostro di bravura (suona anche la tromba)…], cosa riempie particolarmente il suono.
Modena City Ramblers, MCR, Africa Unite, 25 aprile, festa per la Liberazione, musica, concerti, combat folk, patchanka celtica
La parte sbagliata del tavolo
Ovvero, la storia della mia vita. Tranquilli, nulla di eccessivamente filosofico-esistenziale. Ma vediamo di essere più chiari. Ciò cui mi riferisco è una particolare e ricorrente congiunzione astrale, tuttora inspiegata, a causa della quale, fin dalle prime mitiche uscite sabatali al pub della prima liceo, tendo a posizionarmi, appunto, nella parte sbagliata del tavolo. Sbagliata non tanto per questioni ergonomiche o logistiche (esempio: il posto vicino al bagno, alla cucina, alla porta d’ingresso), e nemmeno ha a che vedere con la composizione dell’allegra comitiva sbevazzante [se di ingenti dimensioni (e magari molto eterogenea): del tipo finire nell’angolo degli affetti di mutismo o peggio ancora accerchiato da super esperti di argomenti da lobotomizzati]. No signori miei, ciò cui mi riferisco è ben peggio. Perché le pur svariate volte nelle quali mi sono trovato in queste spiacevoli situazioni sono ovviamente da ricondurre alla inevitabile cadenza statistica di tutti eventi umani. La mia patologia, invece, oltre a comporare frustranti stati d’animo, si fa beffe di ogni possibile distribuzione probabilistica mai studiata, e si manifesta inesorabilmente ogniqualvolta mi accinga a prendere posto ad un tavolino. Forse è meglio proporre un esempio.
Tipico tavolo quadrato di un dehor. Classica formazione a quattro amici (al bar, appunto). Si parla con la medesima enfasi, tra un salatino ed un sorso di birra, di massimi sistemi (argute teorie su come salvare il mondo) come di quelli minimi (argute teorie su come tornare a casa su gomiti). Ad un certo punto, però, scatta il fattaccio. Io, ormai, me ne accorgo alcuni decimi di secondo prima, notando piccole ma inequivocabili contorsioni sui visi dei miei interlocutori. Infatti, magari mentre sto amabilmente erudendo gli astanti sulle imbrobabili virtù della statalizzazione generalizzata e selvaggia, le facce dei presenti subiscono una repentina e contemporanea torsione in direzione di un imprecisato punto in movimento alle mie spalle. Il rapido saettare magnetico dei loro occhi in direzione di tale punto così catalizzante, oltre all’espressione un po’ ebete che l’inusitato spalanacamento della bocca conferisce ai loro volti, mi conferma come la conversazione in corso abbia definitivamente perso attrattiva, e non mi resta che aspettare la fatidica frase “’sti cazzi che gnocca che sta passando!” che pone fine a questo simpatico siparietto che ci ricorda le giuoie dell’ormone in libertà. Ma non pensiate che sia mia intenzione biasimare i miei compagni di tavolo, anzi! Perché – ebbene si, esimi signori della giuria – ciò che mi affligge è il non potermi girare. Perché potrete ben comprendere come questo gesto, trovadomi esattamente di spalle, sia particolarmente sconveniente ed impossibile da camuffare, mentre gli altri tre possono mantenere una postura normale. Immagino capirete quali idelebili traumi questa singolare situazione mi abbia portato. Comunque, come spesso accade, si cerca di rimediare alle storture, ed io ho imparato, nel tempo, a discriminare circa la pregevolezza della passante in questione semplicemente affidandomi ad un’acurata analisi delle espressioni di chi mi sta accanto. Nei casi più eclatanti di bellezza è inoltre possibile ottenere un’immagine nitida riflessa sull’inevitabile filo di saliva che copiosa fuoriesce dalle fauci spalancate dei fortunati osservatori diretti…
Che la buona sorte vi protegga dalla maledizione della parte sbagliata del tavolo…
la parte sbagliata del tavolo, pub, tavolini
Tutto Marlowe investigatore (volume secondo: 1944 – 1959)
Giovedì Aprile 19th 2007, 14:42
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Libri
Vorrei solo farvi notare che, ormai, la mia più che consolidata perizia in materia mi consente di far emergere tutta la mia imbarazzante pochezza già solo a partire dal titolo del post. Perché dico questo? In buona sostanza per due motivi. Il primo dei quali è che, da bravo incoerente-pro, sto perseverando nel leggere libri di un genere (quello che in modo molto semplicistico si potrebbe definire giallo-poliziesco) che ho pur più volte stigmatizzato come “d’intrattenimento”, e quindi, implicitamente, assolutamente non imprescindibile. Il secondo invece, come i più attenti di voi avranno sicuramente notato, è che, con la ferrea logicità che sempre mi accompagna, ho incominciato il mio viaggio nell’universo marlowiano partendo dal secondo volume della raccolta di libri che lo vedono come protagonista. Modestamente, la classe non è acqua.
Diciamo che ho voluto andare proprio all’abc del genere, andando a chiamare in causa uno dei più famosi personaggi dell’hard-boiled, l’investigatore privato Philip Marlowe. In questa raccolta sono contenuti gli ultimi tre (su sette) romanzi che Raymond Chandler scrisse sul detective di Los Angeles (“Troppo tardi”, “Il lungo addio” e “Ancora una notte”), insieme ad un breve racconto pubblicato postumo (“La matita”) ed ai primi quattro capitoli di un romanzo (“Poodle Spring story”) in lavorazione poco prima della morte dello scrittore. Sfortunatamente, come riportato nelle pur brevi note introduttive, in quest’ultima parte della produzione chandleriana si registra un sostanziale calo di ispirazione oltre al cambiamento del comportamento di Marlowe (che, non avendo letto i primi libri, non ho potuto ovviamente notare): i risultati sono comunque buoni, e decisamente notevoli ne “Il lungo addio”, indiscutibilmente il miglior romanzo presente nella raccolta. Le vicende narrate ruotano ovviamente intorno alla figura di Marlowe, sarcastico e tenebroso investigatore privato che non ci pensa mai su due volte ad infarcire il discorso con qualche sua considerazione al vetriolo circa la situazione nella quale si è cacciato. Questo è anche il limite maggiore del personaggio, probabilmente anche dovuto al fatto di essere stato immaginato negli anni quaranta, ovvero il fatto di apparire a volte un po’ troppo spaccone e quindi poco “reale”. Infatti, anche se in questo caso non si può parlare di eroe, almeno non in senso stretto, Philip Marlowe non si smarca mai dal fatto di essere un personaggio di finzione, e quindi dagli inevitabili luoghi comuni legati al clichè. Una delle cose che mi ha più divertito, comunque, è stata la marcata somiglianza, almeno per certi aspetti, di Marlowe con uno dei più famosi personaggi dei fumetti, ovvero Dylan Dog (ovviamente è stato Sclavi a saccheggiare Chandler…), anche se quest’ultimo, che io preferisco, non è, e nemmeno si atteggia, a duro e di conseguenza si ascrive molto più facilmente alla schiera degli anti-eroi.
Non vi tedierò con il riassunto di ben quattro trame, ma mi limiterò a consigliarvi vivamente la lettura de “Il lungo addio”, sempre siate interessati a letture di questi tipo, perché è particolarmente bello e coinvolgente. Riguardo invece alla “polemica” circa “l’inferiorità” di questo genere rispetto ad altri, nonostante le dure parole che Chandler avrebbe nei miei confronti (una volta scrisse: “… Dico […] che tutto quel che si legge per piacere è un’evasione, si tratti di greco, di matematica o d’astronomia, di Benedetto Croce o delle memorie di un uomo qualunque. Affermare il contrario significa essere uno snob intellettuale ed un principiante nell’arte di vivere”.), resto fermamente della mia opinione. Almeno per quelli che sono i miei gusti, un libro giallo, per quanto ben scritto ed appassionante possa essere, resta essenzialmente un divertente passatempo che, una volta terminato, ha completamnte esaurito le sue potenzialità attrattive. I libri, quelli veri intendo, si riconoscono invece proprio quando vengono chiusi.
(ok, la sviolinata finale avrei potuto anche evitarmela…).
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Prendi i soldi e scappa
Martedì Aprile 17th 2007, 10:58
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Cinema
“Dopo 15 minuti avevo capito di amarla per l’eternità, e dopo mezz’ora avevo completamente rinunciato all’idea di rubarle la borsetta.”
“L: Presto avremo un bambino.
V: Scherzi?
L: No, avrò proprio un bambino: me l’ha detto il dottore… sarà il mio regalo per Natale!
V: Ma a me bastava una cravatta!”
E queste sono solo due (su almeno un miliardo) delle devastanti battute presenti in questo film del 1969, esordio alla regia di Woody Allen. E la pellicola dura 85 minuti, tutti tempestati da dialoghi e situazioni sul falsariga delle battute citate: credo possiate immaginare la quantità di risate fragorose che questo film può procurarvi… ma d’altornde il sempre tanto rimpianto “Woody Allen prima maniera” era proprio questo, ovvero un’incessante bombardamento di spassosissime battute e gag, quasi come se il regista newyorchese si fosse limitato a poratre sul grande schermo i suoi sketch di cabarettista. Questo “Prendi i soldi e scappa”, nel quale confluiscono ovviamente le ineviatabili ingenuità dell’essere “alle prime armi”, parte dall’idea di girare un finto documentario riguardo a Virgil Starkwell (Woody Allen), un ladro imbranato e caotico incapace di portare a termine una rapina senza che questa si tramuti in una farsa. A detta dello stesso Allen, la struttura a documentario è la chiave di volta di tutta la pellicola, in quanto il fatto di appoggirasi su di un tipo di narrazione essenzialmente seriosa ha l’effetto di amplificare per contrasto l’effetto delle geniali battute alleniane, soprattutto quelle di matrice più marcatamente grottesca.
Lanciarsi in un piccolo riassunto della trama sarebbe noioso, oltre che inutile: come già detto questa è fondamentalmente molto esile, e serve solamente come base per gli impareggiabili sketches [alcuni veramente memorabili: le rapine, la prima evasione, gli interventi dei genitori (con il chiaro omaggio a Groucho Marx, uno dei miti di sempre dei Allen)] che si susseguono senza tregua. Questo è ovviamente il limite più evidente del film che quindi, nonostante le risate assicurate, non si può certo definire un capolavoro. Io l’avevo già visto circa una decina d’anni fa e ne serbavo un ricordo esaltante (si veda qui), probabilmente in virtù dell’allora a me sconosciuta comicità alleniana. Devo ammettere che questa seconda visione mi ha regalato meno gioie di quante me ne aspettassi, e se in parte questo è certamente imputabile al fatto di aver ormai fatto mio (ovvero, saccheggiato…) moltissime battute di Woody Allen, il fatto di trovarsi davanti una trama ridotta ai minimi termini non ha certo aiutato.
Comunque, parentesi “personale” a parte, lo consiglio cadamnete a tutti perché c’è da divertirsi, e proprio parecchio!!!
Prendi i soldi e scappa, Woody Allen, comicità, cinema, film, rapine, ladro imbranato
Dibattito al Buridda sugli autonomi
Mercoledì scorso (il 4) ho assistito al Buridda ad incontro/dibattito/presentazione di un libro sugli anni settanta, e più nello specifico sugli autonomi. Dal momento che sul periodo diciamo dal dopo guerra ad oggi la confusione regna sovrana ritengo molto utile documentasi il più possibile, visto che si tratta di eventi ancora troppo recenti per essere cristallizzati nella storia. Questo vale ancor di più per i movimenti del 68 e del 77 che, seppur, come mi sembra di aver capito leggendo qual e là, radicalmente differenti, ancora oggi sono accumunati nell’immaginario collettivo per il fatto di essere stati periodi di grande fermento sociale. L’incontro al Buridda avrebbe potuto quindi essere un utile motivo per accumulare qualche informazione “in presa diretta” (erano presenti alcuni persone all’epoca militanti nell’area dell’autonomia) per arricchire di qualche tassello il complicato mosaico degli anni settanta. Ma, se avete letto con attenzione, ho scritto avrebbe potuto.
Perché purtroppo il dibattito è scaduto da subito in quanto di più noioso (ed inutile) si possa immaginare: la più che completa estraniazione dal tempo. In poche parole i “reduci” continuavano a proporre gli stessi interventi che, con buona probabilità, facevano trent’anni fa. Sebbene l’età media dei presenti non fosse poi così alta, quella cerebrale segnava dritta verso il “deceduto”, rendendo il tutto particolarmente irritante, oltre che assolutamente inutile anche solo dal punto di vista di panoramica generica su quel periodo storico. Mi rendo conto di essere la persona meno adatta a parlare, anche vista la mia ampia ignoranza in materia (per dire: con il termine autonomi pensavo ci si riferisse ad altre cose, mentre poi il discorso era era su autonomia operaia), però ‘sti qua son veramente fuori dal mondo. Sembrava di essere dentro a “Goodbye Lenin”: gente ancorata a trent’anni fa, completamente impermeabile al dubbio che, ad esempio, forse il modello che proponevano era una boiata colossale, o che, sempre forse, i tempi sono cambiati. Ma forse è meglio continure a farli dormire, che viste le idiozie da guinnes dei primati che hanno inanellato non sia mai che qualche pirla dia loro retta…
Nota positiva della serata: ero in compagnia di uno dei più talentuosi giornalisti genovesi e come spesso accade ci siamo dati al cabaret più sfrenato. Dopo un minuto dall’inizio speravamo finisse in rissa, ed io ero già pronto a scommettere 50 euro sul tizio che stava parlando, un armadio che citava Max Weber e che avrebbe potuto fare il servizo d’ordine per 5 km di corteo… Dopo due minuti abbiamo incominciato a spararne di acutissime soprattutto su Bagnasco e la Vincenzi; io comunque tenevo d’occhio l’energumeno che stava parlando per paura s’incazzasse perché noi due ridevamo. Dopo tre minuti, realizzando che non ci sarebbe stata alcuna rissa, abbiamo provato a farla scoppiare noi ironizzando intra nos i commenti dei nostri vicini: nulla da fare, impereabili pure alla provocazioni. Alla fine abbiamo abbandonato la nave prima di essere annoverati come i primi individui a morire per crampi alla mandibola da troppi sbadigli (si, la nostra vis comica ad un certo punto è stata fagocitata dalla noia noratle che ormai teneva in scacco la sala), e siamo finiti a giocare a calciobalilla (visto che saremo stati additati come di destra). Il calcetto del Buridda è decisamente particolare: si gioca 9 contro nove perché un po’ di omettini mancano, i restanti sono variamente storpi, alcune stecche escono dalle guaine, il campo è appicicoso, c’è solo una pallina e le porte sono bucate. Però non si paga e si ha l’ebbrezza di violare almeno 4 o 5 leggi della cinematica. Ho perso 4-1, ma era colpa dell’allenatore…
conferenza, Buridda, autonomi, calcetto
Congresso a Perugia
Domenica Aprile 08th 2007, 19:45
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Università
Spesso si usa la frase “fare di necessità virtù”, che è un modo paraculo per spiegare il tentativo di far passare una propria carenza in un punto di forza. Esempio quasi scolastico (mi sembra sia contenuto in quella bibbia laica che è “Le formiche – Opera Omnia”) è l’eterna diatriba interna legata al concetto di “sfiga”: chi la subisce passivamente è semplicemente “sfigato”, mentre chi la erge a sistemica filosofica di vita si pone nella più seducentemente oscura categoria, quasi mistica-trascendentale, degli “scazzati” (ovviamente tra le due categorie non v’è alcuna differenza sostanziale…). Il discorso può essere ovviamente esteso a molte altre caratteristiche umani, tra le quali si può certamente annoverare la cialtroneria. Perché se il cialtrone-consapevole si accontenta di crogiolarsi nelle vanterie da bar che tanti sorrisi regalano agli astanti, il cialtrone-pro, magari tronfio per la posizione sociale acquisita per il sue essere “studiato”, tende a dimenticare la propria più intima essenza, che però inesorabilmente riemerge non appena il nostro si cimenta, ovviamente con la più che classica sicumera, in qualche attività di un certo livello. Come ad esempio organizzare congressi di dubbio valore scientifico.
Tutta questa ampollosa introduzione era per dare il giusto incipit al resoconto della mia partecipazione ad un congresso in quel di Perugia il 30 ed il 31 marzo scorsi. Perché ci sono andato? Si potrebbe rispondere che cialtronaggine chiama cialtronaggine, e non si sbaglierebbe nemmeno poi così tanto. Ma raccontiamo un po’ le cose come sono andate veramente. Pochi giorni prima della mia laurea mi chiamò la mia relatrice e seguì questo siparietto:
R: Ti vai di andare ad un congresso a Perugia il 30 e 31 marzo?
IO: …
R: Ovviamente spesato…
I: Beh, si… Perché io?
R: Uno che conosco mi ha chiesto se avevo qualcosa sulla qualità dell’aria ed ho pensato alla tua tesi
I: Ma la mia tesi non c’entra molto con questi argomenti…
R: Tranquillo, a loro servono interventi e prendono un po’ tutto
I: Va bene. Cosa devo fare?
R: Mandami un abstract così lo invio
I: Perfetto
Il prosieguo è molto divertente. Ho fatto un copia&incolla vergognoso dell’introduzione della mia tesi tagliando il paragrafo centrale. Poi mi hanno accettato l’abstract ed ho dovuto fare alla velocità della luce al ritorno delle vacanze un articolo sulla tesi (aka copia&incolla di parti della tesi…). Alla fine sono partito il 29 mattina alle sette e mezza in treno alla volta di Perugia, che però è servita da una linea secondaria, quindi d Forense in poi c’erano solo regionali… Sono arrivato alle 13, tra passare in albergo a mollare la borsa ed altre cose ero in centro alle 1430, giusto in tempo per mangiare un panino volante per poi lanciarsi nella visita del centro storico. Peccato che Perugia sia un buco, molto bella e particolare (è abbarbicata su di una collina), ma la si gira in due ore tranquillamente, soprattutto se si pensa che tutte le chiese di interesse artistico erano chiuse (o più probabilmente era uno stratagemma per non farmi entrare… la mia fama mi precede…). Alla fine però sono andato alla galleria di arte umbra che, non fosse violentemente monotematica (crocifissi e madonne con bambini con contorno di santume vario), sarebbe anche notevole (sono presenti opere di Pinturicchio). Che poi secondo me i pittori di quel periodo dove la solo arte consentita era quella sacra secondo me si sono sbizzarriti nel lasciare tracce blasfeme nelle loro opere: basta guardare con un briciolo di senso critico tutte le facce particolarmente o effeminate o ebeti che sono ritratte in quelle opere. Per non parlare delle posture. Ma stiamo divagando.
Due righe sul congresso. Alla fine non era poi così malaccio (ad esempio c’erano dei geni del crimine cha parlavano dei sistemi multi agente!), però molti interventi erano imbarazzanti, più che altro perché non si configuravano come articolo scientifico, ma come bieca realizzazione tecnica di un progetto. Che bisogno c’è di presentare ad un congresso il progetto della trasformazione in spazio abitabile di una grotta? Oppure riportare i valori delle concentrazioni di inquinanti in una città? Sono lavori che possono essere commissionati ad un qualsiasi studio di ingegneria… Ci sono stati comunque interventi anche molti interessanti, come quello sulla simulazione di un ciclo combinato con sequestro di anidride carbonica, con quest’ultima addirittura come fluido evolvente del turbogas, oppure la sperimentazione di un nuove tipologie di trasporto urbano per le merci. Però l’impressione generale è stata quella di una completa mancanza di criteri per la selezione degli interventi, che ha portato ad una eterogeneità degli interventi troppo marcata. Senza contare che anche le persone della mia età, presenti in buon numero, mi sembravano pure troppo esaltate con il loro lavoro… forse sono io che vivo nel Magico Mondo di Fruttolo, però che palle! Io sono andato a Perugia per divertirmi, mica per dimostrare quanto sono più bravo degli altri! Invece di grattugiarmi le palle con il tuo progetto perché non ci si va a prendere una birra? E’ obbligatorio prendere seriamente sempre tutto? Mai come in quelle situazioni valeva la frase “sarà una risata che vi seppellirà”.
Perugia, congresso
Zelig
Martedì Aprile 03rd 2007, 00:08
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Cinema
“Ho 12 anni. Vado alla sinagoga. Chiedo al rabbino qual è il significato della vita. Lui mi dice qual è il significato della vita. Ma me lo dice in ebraico. Io non lo capisco, l’ebraico. Lui chiede 600 dollari per darmi lezioni di ebraico.”
Leonard Zelig (da una scena del film)
Universalmente indicato come il capolavoro di Woody Allen, “Zelig” è un magistrale e spietato apologo satirico che si configura come un’acuta critica dell’ipocrisia insita nella società di massa. L’idea di base è, come spesso accade nel cinema alleniano, semplice e fortemente grottesca. Il film si presenta infatti come un rigorosissimo, ma ovviamente finto, documentario su Leonard Zelig (Woody Allen), bizzarro ed insicuro ometto ebreo passato agli onori della cronaca nel periodo a cavallo tra le due guerre in virtù delle sue sorprendenti doti “camaleontiche”. Zelig infatti, pur di sentirsi accettato dalle persone con le quali si trova, sviluppa l’incredibile capacità di cambiare il proprio comportamento ed il proprio aspetto in funzione della situazione nella quale si viene a trovare. Questo desiderio di passare inosservato ed anonimo porterà però Leonard ad opposte conseguenze, ponendolo al centro dell’attenzione oltre che sfruttato per biechi fini commerciali, fino a quando una psicologa, Eudora Fletcher (Mia Farrow), non deciderà di occuparsi del suo caso, fino a spendere ogni sua energia per ridare a Zelig una vita autonoma.
La pellicola, come già riportato, è quanto di più completo si possa desiderare, e si rimane stupiti dalle perfezione con la quale Woody Allen si riuscito a far convivere più aspetti, sia narrativi che meramente tecnici. L’attacco al vetriolo all’omologazione è portata avanti infatti su più fronti, non risparmiano veramente nessuno. Si passa infatti dall’impietosa messa in scena di una società bisognosa di eroi “usa e getta” che, dopo un periodo di esaltazione, relegherà il fenomeno Zelig nel dimenticatoio, all’individuazione del nazi-fascimo come habitat naturale di chi cerca di essere accettato, fino alle velenose stoccate nei confronti degli “intellettuali” (ricorrente bersaglio di Allen) quando un Zelig “guarito” (la causa scatenante delle sue metamorfosi fu proprio di tipo “intellettuale”, ovvero il suo non sfigurare fingendo di aver letto “Moby Dick”) evidenzia i proprio gusti, che risultano però dozzinali, poco originali e per nulla colti (ad un certo punto il narratore dirà: “Leonard Zelig è la classica persona che preferisce vedere una partita di baseball rispetto a leggere “Moby Dick”. Qualcuno dirà che i suoi gusti sono banali. Ma almeno sono i suoi”). Un altro elemento che contribuisce a rendere ancora più devastante la portata del messaggio di fondo del film è la costruzione a documentario, che con la sua impostazione “seria” (e l’impeccabile realizzazione tecnica) rende ancor più efficacemente dissacranti anche le più semplici situazioni comiche, al solito permeate dall’innato senso alleniano per l’umorismo, che in questa pellicola sono ovviamente più funzionali alla storia rispetto ad altre produzioni (non che non ci siano battute divertenti, è che in questo caso non rappresentano, ovviamente, il centro del film…).
Un gioiellino da vedere e rivedere, perché ha da dire veramente tanto. Woody Allen è un genio.
Zelig, Woody Allen, Mia Farrow, camaleonte, insicurezza, Moby Dick, cinema, film