Guida galattica per autostoppisti
Giovedì Maggio 31st 2007, 10:48
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Libri
“- Sai – riprese Arthur – è in momenti come questi in cui mi trovo intrappolato in un compartimento stagno vogon in compagnia di uno di Betelgeuse in attesa con me di morire d’asfissia nello spazio profondo, che mi pento amaramente di non aver dato retta a mia madre, agli insegnamenti che mi dava quando ero giovane…
- Perché, cosa ti diceva tua madre?
- Non lo so, non la stavo ad ascoltare…”
Da un breve dialogo del libro
Ovvero, il libro mai più senza per la (qualsivoglia) forma di vita che si rispetti desiderosa di scoprire le meraviglie dell’universo. E proprio intorno a questa stupefante pubblicazione ruotano le divertenti vicende narrate nell’omonimo libro di Douglas Adams, nate inizialmente per una serie radiofonica della BBC ed in seguito trasposti su carta in quattro fortunati volumi, il primo dei quali è quello che ho avuto modo di leggere ultimamente. Il titolo in questione è circondato dall’aurea magica dei libri che resistono al tempo, ed infatti, a 27 anni dalla pubblicazione, la fantasiosa ironia di queste pagine non perde un colpo e colpisce con il suo incedere a metà strada tra il romanzo e la raccolta di sketch radiofonici. Il punto di forza del volume risiede, oltre che nella sua brillante ironia, nella geniale idea di Adams di fornire una versione grottesca della realtà (n quarta di copertina c’è scritto esplicitamente: “La Guida galattica è infallibile. E’ la realtà, spesso, ad essere inesatta.”), dove anche le più semplici certezze vengono sistematicamente ribaltate fornendo, generalmente in contemporanea, due chiavi di lettura comiche molto efficaci. Da un lato, infatti, c’è la trasposizione in ambito “galattico”, con effetto spassosissimo, dello stile di vita terrestre, dall’altro, invece si pone l’insistito ricorso alla demitizzazione degli stereotipi umani.
La trama non è molto lineare e numerose sono le digressioni dagli eventi principali. Comunque, tanto per fornire un’idea di massima si potrebbe dire che sono narrate le vicende di Arthur Dent (terrestre) e Ford Prefect (betelgeusiano). I due si conoscono sulla Terra, dove il secondo è bloccato (in incognito) da quindici anni per il suo lavoro di reporter per la prestigiosa “Guida galattica per autostoppisti”. Uno strano giovedì, però, a causa di impellenti lavori di miglioramento della viabilità spaziale che portano navicelle sul nostro pianeta, Ford Prefect riesce a fare autostop e si porta con sé l’amico Arthur. Hanno inizio le loro avventure per l’universo. Molte i personaggi che incontreranno sulla loro strada. Dal presidente della galassia, amico di Ford Prefect, alla sua ragazza (terrestre), fino a Marvin, robot depresso (idea più che geniale…).
Che dire? Se non l’avete già fatto, leggetelo di corsa, e cercate di non farvi troppo male quando rotolerete giù dal letto scoprendo la risposta alla Grande Domanda, le due forme di vita più intelligenti dell’uomo che vivono sulla Terra e quale sia il vero motivo della vita sul nostro pianeta… e mi raccomando, non dimenticatevi mai l’asciugamano…
Guida galattica per autostoppisti, Douglas Adams, Arthur Dent, Ford Prefect, Martin, libri, ironia
Rum
Martedì Maggio 29th 2007, 11:30
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Teatro
“Hey! Una scimmia a tre teste!”
Guybrush Threepwood
Il primo spettacolo in cartellone per le “Mises en espace”, l’annuale rassegna ad ingresso libero che il teatro Stabile di Genova dedica alla drammaturgia contemporanea, è stato giocato decisamente “in casa”. Lo spettacolo proposto infatti, andato in scena nella sempre suggestiva cornice della “piccola Corte” (anfiteatro di legno costruito sul palco del teatro), è opera di due giovani ex studenti della scuola di recitazione dello Stabile, ovvero Carlo Besozzi e Flavio Parenti, con quest’ultimo alle prese anche con la regia. Suggestione alla base di questo lavoro a quattro mani è stata la comune passione dei due autori per la saga di Monkey Island, videogioco “punta e clicca” fiore all’occhiello dell’esaltante produzione di inizio anni novanta della Lucas Arts (se non ci avete mai giocato, sappiate che vi siete persi Qualcosa di veramente importante. Ma siete ancora in tempo a rimediare, quindi scaricate qui i primi due imprescindibili episodi, non rompete le palle per la grafica vecchia e provate a finirli…). Ecco quindi nascere questo “Rum” che, almeno nella prima parte, deve molto alle atmosfere surreali e paradossali del videogioco, anche se, fortunatamente, i due autori lasciano che i riferimenti all’opera di Ron Gilbert aleggino semplicemente nello spettacolo senza che questo si configuri come una trasposizione teatrale del videogioco (la storia, infatti, pur essendo ovviamente di matrice piratesca, non c’entra nulla con quella della Lucas, e questo, ovviante, è un bene).
La trama è particolarmente intrigata, e questo è uno dei punti che appesantiscono le due ore dello spettacolo (comunque ancora “in prova”); provo comunque a farne un riassuntino. Secolo XVI, mar dei Carabi: tutto ruota intorno alla piccola isola di Tortuga, strategica crocevia per i traffici navali della zona. Padre Bonabbey, cattolico, riesce a convincere Philippe De Poincy, governatore francese di un’isola caraibica, ad impossessarsi dell’isola di Tortuga. Per fare questo si deve affidare però allo spietato protestante Le Vasseur che, una volta dichiarato governatore della nuova isola, renderà la vita difficile a padre Bonabbey. Nella spedizione alla conquista dell’isola di Tortuga si imbarca anche Guybrush Threepwood, imbranato ragazzo sedicente temibile pirata, per saldare un debito con due strambi pirati-clown, Francatrippa e Friggiculo, esilarante coppia di “bucanieri da strapazzo” che lo salvano dalle ire di un cuoco. Questi due hanno anche il compito di portate a Tortuga Elaine, la bella figlia di Le Vasseur: inevitabile che questa si innamori perdutamente del maldestro Guybrush… Ma la storia si complicherà assai perché tutto è corruttibile, soprattutto quando di mezzo ci si mettono la religione e piantine dagli effetti stupefacenti… oltre che a barili di rum, ovviamente.
La pecca maggiore dello spettacolo, secondo me, sta nel fatto di aver voluto mettere troppa carne al fuoco, rendendo a tratti difficile la convivenza tra le parti più ingenue e spensierate e quelle nelle quasi si è cercato di mettere in scena le ossessioni religiose e la storia delle lotte per il potere nei Caraibi (ad esempio lo stacco tra la prima e la seconda parte è molto marcato, ma forse questa è una scelta voluta: non so fino a quanto ben riuscita). Intendiamoci, lo spettacolo a me è piaciuto anche in virtù dell’alternarsi di situazioni divertenti con tragiche (come succedeva in “Polvere alla polvere” di Farquhar, proposto l’anno scorso proprio per la regia di Flavio Parenti: però, spero non si offendano gli autori, non c’è proprio possibile paragone…), però quel che mi è sembrata mancare è stata una definizione lineare della storia che si desiderava raccontare: questo ha portato all’inserimento di svariate citazioni più o meno forzate che hanno reso più complicata la comprensione di dove volessero andare a parare i due autori. Forse un lavoro di forbici preventivo avrebbe giovato.
Piccole critiche a parte, lo spettacolo è godibilissimo (soprattutto nella prima parte), anche perché zeppo di siparietti comici e surreali magari non originali ma di grande presa. Merito va anche ai bravi attori, tutti studenti della scuola di recitazione dello Stabile, che si sono dimostrati più che all’altezza del compito. Menzione d’onore agli interpreti di Francatrippa e Friggiculo, più che a loro agio nei panni dei stralunati pirati-clown, e di Le Vasseur, soprattutto nel finale di delirio. Due righe anche sulle scenografie, composte da un “tappeto” di sabbia e qualche botte (di rum…) e da sfondi, interamente costruiti tramite computer in stile videogioco, oltre che per le musiche originale composte da un musicista americano contattato via internet (mi sembra, comunque qualcosa del genere) dagli autori.
E comunque non potete immaginare, per una fan di Monkey Island come me, l’emozione di vedere comparire sul palco un somigliantissimo Guybrush Threepwood in fuga con un pollo di plastica in mano…
Rum, Monkey Island, Guybrush Threepwood, Mises en espace, teatro Stabile, Carlo Besozzi, Flavio Parenti
Ti con zero
Martedì Maggio 22nd 2007, 10:58
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Libri
“L’uomo di Calvino, per uscire dalle situazioni in cui si trova - per esempio quando un leone si lancia contro di lui per sbranarlo, oppure quando un killer lo insegue in un ingorgo stradale - per prima cosa si domanda cos’è lo spazio, si costruisce un modello d’universo da cui dedurre le soluzioni possibili”
dall’introduzione del libro
Dopo “Le cosmicomiche” ho deciso di rileggere, per una sorta di continuità, anche “Ti con zero”, che di quel libro è, a detta dello stesso autore, la naturale evoluzione. Rispetto però al precedente volume, Calvino decide di alzare la posta, conferendo ai racconti che compongono questa raccolta una dimensione maggiormente speculativa, fino ad arrivare al ribaltamento dei presupposti iniziali dell’avventura cosmicomica. Per fare ciò lo scrittore ligure ha diviso il libro in tre sezioni, in ognuna delle quali il punto di equilibro tra cosmico e comico viene costantemente ridefinito per poi essere successivamente messo in crisi.
La prima parte del libro, indicata emblematicamente come “Altri Qwfwq”, costituisce il vero trait d’union con la precedente pubblicazione, infatti i racconti che la compongono vedono nuovamente narrati in prima persona i ricordi di Qwfwq, proteiforme protagonista de “Le cosmicomiche”, ma, nonostante la sostanziale similitudine con i passati racconti, si fanno largo nuove priorità narrative. Se infatti in precedenza le vicende di Qwfwq potevano intendersi come la descrizione favolosa di un’improbabile quanto affascinate cosmogonia, in questi nuovi racconti il senso di continuità con il contemporaneo e la tendenza contemplativa, uniti ad un ancora più ferreo rigore scientifico (aspetti, è bene ricordarlo, comunque già presenti nel precedente volume), passano in primo piano, arricchendo la narrazione delle tinte proprie dell’apologo. Partendo infatti dalla geniale satira al vetriolo sull’urbanizzazione di plastica de “La molle luna”, passando per la sconsolata acquisizione della consapevolezza della propria condizione di estraneità (“L’origine degli uccelli”) e di imperfezione (“I cristalli”), fino alla perfetta rappresentazione, con continui e stordenti ribaltamenti tra “dentro” e “fuori”, della morte de “Il sangue, il mare”, Italo Calvino costruisce un impeccabile castello speculativo che porta inoltre all’auto-esautorazione del “vecchio standard” di narrazione cosmicomica da lui stesso inventato.
Ciò viene portato alle estreme conseguenze nella seconda parte del libro, intitolata “Priscilla”, nella quale viene sviluppato in maniera esplicita un argomento accuratamente evitato nella prima raccolta e trattato, ma in maniera non definitiva, nella prima parte del secondo, ovvero la morte. A questo scopo Calvino si cimenta nel progetto forse più ambizioso di tutto il libro, cioè la descrizione cosmicomica della riproduzione cellulare. Con una sempre maggiore attenzione alla correttezza della realtà scientifica (come introduzione della sezione lo stesso Calvino inserì alcuni stralci di libri scientifici), l’autore propone sempre un racconto di Qwfwq, questa volta “innamorato da morire” prima di sé stesso (“Mitosi”, geniale rappresentazione della discontinuità che si ha nello sdoppiamento cellulare) e poi di Priscilla (“Meiosi”), fino alla dissolvenza finale (“Morte”). A questo punto Qwfwq cessa di esistere e, proprio sulle ceneri del progetto cosmicomico appena portato a termine, Calvino prova riscrivere le regole del suo narrare, capovolgendo gli assunti precedentemente definiti.
Ecco quindi i quattro racconti della terza ed ultima parte del libro, chiamata “Ti con zero”, dove al posto della “de-mitizzazione” degli spazi siderali o delle ere geologiche si assiste alla rigida analisi razionale portata all’estremo di situazioni problematiche ed angoscianti. Appoggiandosi infatti alle tecniche di logica combinatoria, che peraltro dimostra di conoscere parecchio bene, oltre che ad un ottimo senso della suspance, Calvino ferma il proprio lettore nell’istante denso di impensabilmente logiche elucubrazioni nel quale il cacciatore ancora non sa se la freccia colpirà il leone (“Ti con zero”), immagina un semaforo hitckokiano (“L’inseguimento”), mostra il terribile senso di impotenza di fronte alle infinite possibilità che possono venir create da un fraintendimento (“Il guidatore notturno”) e rilegge in tono quasi matematic-filosific-escheriano la vicenda del “Il conte di Montecristo”.
Calvino si è dimostrato una volta di più (come se ce ne fosse stato bisogno…) di essere un genio incontrastato, in grado di saper coniugare in maniera stupefacente una smisurata ed intelligente fantasia con un talento narrativo di prim’ordine.
(Si è capito che è uno dei miei scrittori preferiti?)
Ti con zero, Italo Calvino, Le cosmicomiche, Qwfwq, logica combinatoria, libri
Acoustic Night 7: l’altra Nashville
Domenica Maggio 20th 2007, 20:03
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Musica
Ed anche quest’anno giunse il consueto appuntamento con l’Acoustic Night, serata dedicata ai virtuosi della chitarra acustica organizzata dal genovese Beppe Gambetta. Quest’anno il “tema” dello spettacolo ha interessato la scena musicale di Nashville, città americana famosa in tutto il mondo per le sonorità country e bluegrass. I colleghi portati da Gambetta ad esibirsi nella cornice del teatro della Corte sono stati dei massimi esponenti proprio di quella scena, ovvero Darrell Scott e Brad Davis, musicisti da un certo punto di vista addirittura antitetici. Nonostante infatti l’indiscutibile perizia tecnica che li accomuna, i due hanno evidenziato notevoli differenze nell’approccio alla forma canzone, aspetto che ha giovato non poco alla resa d’insieme del concerto.
L’esibizione si è svolta in due tempi, il primo dei quali è stato dedicato alla presentazione dei due musicisti ospiti. Per primo è salito sul palco Brad Davis, che ha proposto un set solista di quattro brani più uno conclusivo accompagnato da Gambetta. Davis, che ha suonato sull’ultimo, acclamatissimo, disco di una icona leggendaria come Johnny Cash, ha da subito fatto sfoggio della sua smisurata tecnica, lanciandosi in accelerazioni vertiginose, alla lunga però stucchevoli ed autocelebrative (intendiamoci: gran bella musica ed ottimo musicista, ma io sono della teoria che se nei primi trenta secondi mostri tutto il tuo campionario di tecnica, al quinto minuto non avrò più motivo di stupirmi). Lui stesso si è poi definito per tutto il concerto un “burino” e diciamo che proprio tutti i torti non ce li aveva: potete immaginarvi il personaggino… Questione completamente opposta per il talentuoso polistrumentista (si è esibito anche al mandolino) Darrel Scott, vero e proprio artigiano della melodia che si è contraddistinto per un approccio maggiormente cantautorale, in questo aiutato, oltre che dalla sua ovviamente incredibile perizia tecnica (mai ostentata, però), dalla sua affascinate voce, tonante e roca, tramite la quale conferiva ancor più enfasi alle belle liriche dei brani da lui proposti. Nel secondo tempo invece, oltre ad una piccola parentesi solista di Gambetta, i tre si sono esibiti insieme, presentando o brani tradizionali o riarrangiamenti di loro canzoni. Questa parte, pur di altissimo livello, mi è sembrata preparata in maniera più approssimativa: rispetto infatti alla perfetta intesa dei “Men of steel” dell’anno scorso, ho avuto l’impressione di essere spettatore più di una jam session impeccabile che a brani definiti con rigore.
In definitiva ho preferito l’edizione dell’anno scorso, ma anche questa è stata parecchio bella. E se accetate un consiglio andate a raccattarvi qualcosa di Darrel Scott perché un genio incontrastato…
Acoustic Night 7: l’altra Nashville, Beppe Gambetta, Darrell Scott, Brad Davis, Johnny Cash, chitarra acustica, mandolino, country, bluegrass, musica, concerti
Appunti per un film sulla lotta di classe
Mercoledì Maggio 16th 2007, 10:36
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Teatro
Sono venuto a conoscenza di Ascanio Celestini grazie ai suoi piccoli interventi nel programma televisivo “Parla con me” di Serena Dandini e sono rimasto molto colpito dalla sua incredibile capacità narrativa. Questa sua dote gli consente infatti di raccontare, in maniera estremamente affabulatoria e coinvolgente, strambe storielle cariche di pungente attualità, che trovano nel frequente ricorso alla visionarietà ed al ricordo la chiave di volta per non cadere in banali invettive, ma porsi invece come lucide ed impietose rappresentazioni della società attuale. Lo spettacolo presentato al teatro della Corte è stato proprio quello dichiarato nel titolo, ovvero appunti, sotto forma di racconti, per un film sulla lotta di classe. Perché per l’attore romano – è non è certo l’unico – il concetto di classe (che porta a contrapposizione e quindi inevitabilmente a lotta) non è mai andato in pensione perché, sebbene i termini impiegati appaiono ormai provenienti da un passato remoto (nonostante sia indiscutibilmente prossimo), i concetti che ne sono alla base sono più che mai attuali.
E si badi bene, questo non significa lanciarsi in capriole dialettiche di stampo ideologico, perché non serve certo aver letto Marx, o qualche pensatore del genere, per accorgersi del violento conflitto in corso nel mondo del lavoro. Cambiano i termini, ma il concetto rimane intatto. Centocinquant’anni fa si chiamavano proletari, adesso precari ma, fatte le debite proporzioni (la variabile tempo non può essere certo trascurata), la condizione di subalternità non cambia. Ma dove una volta c’era l’unità dovuta al sentimento di apparteneza alla medesima condizione sociale, adesso, anche grazie alle miriadi di forme contrattuali esistenti (“Divide et impera”, dicevano i latini, che la sapevano evidentemente lunga…), regna la più totale frammentazione. Riappropriarsi del concetto di classe (o come cazzo la si preferisca chiamare adesso), quindi, significa cercare di ottenere, in modo critico, la consapevolezza della propria posizione nella società, in modo da poter più agilmente districarsi in essa.
Celestini parte proprio da questi presupposti e per mostare l’assoluta valenza “pratica” di questi concetti che sembrano solo speculazione “teorica”, porta un piccolo esempio relativo all’emblema della precarietà, ovvero i lavoratori dei call center. Dopo aver infatti compito un gran numero di interviste ai ragazzi impegati per un’enorme agenzia di call center di Roma (nella quale, se non sbaglio, lavorano circa 4000 persone, assunte con i contratti più disparati), Celestini ha deciso di portare in scena le loro storie, fondendole in un racconto in prima persona dove dolcezza ed amarezza vanno spesso di pari passo, facendosi largo tra le ondate di ironia, giocosa come affilata, che pervadono tutto lo spettacolo. La grande forza della rapprentazione teatrale proposta dall’attore romano è dovuta anche all’impiego, di un approccio narrativo molto ampio, che garantisce a Celestini ampi margini di divagazione, naturalmente voluti, dal tema “principale”, che non fanno altro che aumentare la potenza del messaggio d’insieme dello spettacolo.
Veramente ottimo. Correte a vederlo e chiedete i bis, perché anche le canzoni che esegue alla fine con i tre musicisti (eccelleneti) che lo accompagnano sono molto belle.
Appunti per un film sulla lotta di classe, Ascanio Celestini, precarietà, call center, teatro
Concerto Bad Manners
Venerdì Maggio 11th 2007, 11:48
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Musica
Grandissimo concerto sabato 28 aprile al C.S.O.A. Zapata di Genova. Di scena uno dei gruppi storici dello ska mondiale, i mitici Bad Manners. Attivi dai primissimi anni ottanta, il gruppo londinese fa parte degli alfieri del 2-tone, ovvero il “nuovo corso” dello ska che già dalla fine degli anni settanta partì dall’Inghilterra, sostituendo alle classiche atmosfere caraibiche le marcate influenze di certo soul e rythm’n’blues (per essere un po’ drastici: meno percussioni e più tastiere). L’esibizione nello straripante centro sociale, giustamente affollato come nelle grandi occasioni, è stata ottima, anche se il concerto è durato solamente un’ora e mezza, bis compresi. Ciononostante il gruppo ha dimostrato una carica veramente invidiabile, saltando e facendo casino sul palco come se fossero stati dei ragazzini alle prime armi. Insisto spesso su questa tasto perché ritengo che non ci sia nulla di più deprimente di andare a vedere un concerto di musica “allegra” e trovarsi di fronte delle statue di gesso. Senza contare che quando un gruppo si diverte a suonare, cosa che si nota dopo pochissime note, gli effetti positivi sulla resa d’insieme dell’esibizione sono più che evidenti.
Tra i brani proposti mi ricordo solamente (ebbene si, nonostante tutto non sono un preciso conoscitore della produzione dei Bad Manners…) l’intramontable hit “My girl lollypop” e la bella cover di “Sally Brown”. Se devo dirla tutta, io ho accusato un po’ il colpo a causa degli inquivocabili segni dello scorrere inesorabile del tempo: una volta mi sparavo tutti i concerti sotto il palco, mentre l’altra sera dopo un’oretta di concerto (verso le ultime file), forse anche complice il macello di inizio concerto, già le gambe imploravano pietà… Nota di merito quindi va al chitarrista ed al bassista che se la sono ballata festosi per tutto il concerto, oltre naturalmente all’imponente cantante “Fatty”, in incredibile forma smagliante [cioè, è sempre gigante, ma adesso tende (ho scritto tende, eh… non incominciate a pensare a chissà quali fisionomie filiformi…) di più verso il grosso, mentre prima era la quintessenza del grasso…]. Memorabile la chiusura quando si è messo a lanciare le lattine di birra (dell’ottima Wuhrer…) al pubblico ed il modo con il quale se le sgolava (tutte d’un botto facendosene casare metà addosso…).
Che altro aggiungere? Se passano dalle vostre parti (o se ripassano a Genova) correte di corsa a vederli!
Bad Manners, C.S.O.A. Zapata, ska, 2-tone, My girl lollypop, Sally Brown, Fatty, concerti, musica
Concerto Bob Dylan
Lunedì Maggio 07th 2007, 01:22
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Musica
“Vuoi sapere dove trovarmi quando avrò ottant’anni? Sopra ad un palco a suonare”.
Da un’intervista a Bob Dylan
Nessun compromesso. Nessuna nostalgia. Bob Dylan, come promesso, lo si trova proprio sopra ad un palco a suonare. Ormai da anni slegatosi, tramite l’istituzione del “Neverending tour”, dalla logica “disco – turnè promozionale”, il menestrello americano si è presentato in ottima forma alla data milanese del 27 aprile scorso. Accompagnato dalla sua impeccabile e precisissima band (in particolar modo il chitarrista solista ed il batterista), il buon Robert Zimmerman ha proposto due ore di ottima musica, legata, almeno per quello che riguarda le sonorità, al suo periodo più elettrico. Fortunatamente ero stato già avvisato circa la tendenza di Bob Dylan di ri-arrangiare nei modi più incomprensibili i suoi vecchi brani, con cambiamenti drastici anche della melodia e del testo. Ma del resto il nostro si è sempre considerato un “artista”, e proprio questa sua continua ricerca di nuove suggestioni musicali lo ha portato, almeno nel suo primo periodo, a produrre alcuni dei più importanti, e belli, dischi della storia del rock. Limitandoci anche solamente al suo periodo maggiormente creativo, diciamo fino al 1976, la parabola artistica descritta appare assolutamente di primissimo ordine. Partendo dai primi album acustici (“The freewheelin’”, “The times they are a-changing”), passando per la (allora) contestatissima “svolta elettrica” che “inventò” il rock (iniziata con “Bringing all back home” e portata a termine con i capolavori “Highway 61 revisited” e “Blonde on blonde”), fino ad arrivare a quella perla del folk-rock che è “Desire”, senza per questo dimenticare la riscoperta delle radici (“Nashville Skyline”) e le acide stilettate personali di “Blood on the tracks”, la produzione dylaniana è sempre stata contraddistinta da un forte anticonformismo che ha portato ad un eclettismo musicale sul quale lo stesso Dylan ha costruito il suo personaggio.
Il problema è che, a mio avviso, Bob Dylan è forse rimasto un po’ imbrigliato nel suo stesso meccanismo. Nonostante infatti il concerto sia stato, come già accennato, di ottima qualità, resta un po’ l’amaro in bocca per il modo con il quale il cantautore americano continui a negare se stesso, proponendo irriconoscibili versioni dei suoi classici. Intendiamoci, che si sia rotto le palle di suonare per la miliardesima volta – chessò? – “Blowin’ in the wind” è anche comprensibile, e questo già accadeva nel 1965, figuriamoci nel 2007… Risulta anche naturale che, vista l’ingente mole di brani del suo repertorio ed il gran numero di concerti nei quali è impegnato, non esista una scaletta definita e che i grandi classici vengano di conseguenza centellinati e “diluiti” su più spettacoli (pensateci un attimo: non basterebbero due concerti consecutivi per suonare solamente i suoi brani più famosi…). Ciò che invece capisco meno è il cambiamento della linea melodica nei brani proposti. Va bene ri-arrangiare un brano acustico in elettrico, ma almeno faccelo cantare in santa pace! Ciò si è visto in maniera eclatante con l’ultimo brano proposto prima dei bis, la monumentale “Like a rolling stone”, eseguita pure in una versione tutto sommato musicalmente molto simile all’originale. Tutto il palazzetto cantava a squarciagola l’originale, mentre Bob Dylan giocava sui tempi entrando in ritardo di un frazione di secondo. Irritante. Fortunatamente però, come detto, la qualità dello spettacolo è stata così alta (ed in realtà iper-classiconi-galattici-da-spiaggiata non ce ne sono stati tantissimi…) che il fatto può anche passare in secondo piano, anche se riconoscere una canzone dal testo e non riuscirla a cantare è fastidioso…
Il concerto è cominciato con “Cat’s in the well”, per proseguire con “It aint’me, babe”. I brani non li conoscevo (o non li ho riconosciuti…) tutti, complessivamente dovrebbero essere stati 18 (quanti il giorno prima a Torino…). Circa la sequenza dovrebbe essere stata questa “It’s allright, ma (I’m only bleeding)”, “Rollin’ and tumblin’”, “Spirit on the water”, “Whem the deal goes down”, “I’ll be your baby tonight”, “Desolation row” (bellissima), “Nettie Moore”, il casino devastante del terzetto finale “Stuck in a mobile with the Menphis blues again”, “Highway 61 revisited” e “Like a rolling stone”. Bis con “Thunder on the Mountain”, apripista dell’ottimo nuovo disco, e la conclusiva“All along the watchtower”.
Ottimo concerto, ed onore al merito di Bob Dylan di non volersi ripetere… ma che non diventi fobia…
Bob Dylan, Neverending tour, Like a rolling stone, concerto, Milano, musica
I giocatori
Giovedì Maggio 03rd 2007, 01:00
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Teatro
“Paolo Rossi al grande circo
chiama in pista i suoi amici
ballerini, nani, comici e cantanti…”
Grande famiglia – Modena City Ramblers
La citazione non è nemmeno (troppo) scontata. Perché lo spettacolo andato in scena giovedì scorso (il 26) al Politeama Genovese non è che un’altra pazza scommessa, come il famoso “Circo” (anche se meno “monumentale”), dell’instancabile attore comico milanese. Dopo i fasti della scorsa stagione con l’esilarate “Chiamatemi Kowalski – il ritorno”, Paolo Rossi ritorna a sulle scene rimettendosi in gioco, appunto, con questo “I giocatori”, adattamento teatrale (alla sua maniera, ovviamente…) del (quasi…) omonimo libro di Dostoevskij. Chi si fosse aspettato quindi un “classico” spettacolo “alla Paolo Rossi”, con monologhi ed intermezzi musicali sarebbe rimasto deluso, perché ciò che è stato messo in scena è stata una piece teatrale vera e propria, per quanto non convenzionale ed intrisa della geniale comicità del nostro. Paolo Rossi è il più teatrale dei comici italiani, ma questo anche perché, anche se si tende a dimenticarsene, lui nasce attore teatrale. Con questo ultimo spettacolo approfondisce il percorso di rilettura dei classici incominciato con i monologhi di “Rabelais”, passato per l’esperimento di messa in scena collettiva con il pubblico di “Romeo e Giulietta” e culminato con il “famoso” Moliere, addirittura censurato dalla Rai. Questa volta “Il Lenny Bruce dei navigli” si è mosso su due distinti livelli operativi. Il primo è stato quello di voler affrontare il tema del precariato, anche nell’attività teatrale, portando in scena “La confraternita dei precari”, ovvero la fusione di due compagnie di giovani (BabyGang di Milano e Pupkin Kabarett di Trieste). Come lo stesso Rossi ha dichiarato, ha preferito “proporre Dostoevskij con dei precari, che esibirsi con un monologhi sui precari”. Il secondo invece, appoggiandosi sul libro, riguarda la tematica del gioco e dell’azzardo, che viene attualizzata senza per questo dover forzare i parallelismi con la società attuale.
La struttura dello spettacolo si basa sulla presenza di un capo comico, ovviamente lo stesso Rossi, che ricopre anche il ruolo del francese proprietario della sala d’azzardo di Baden Baden dove,a alla fine dell’ottocento, si svolge l’azione. Qui un ex generale con l’attuale compagna e le due figlie è ridotto sul lastrico per i debiti accumulati a causa del gioco. Decide allora di chiedere un prestito al proprietario del casinò, confidando di poter saldare il debito una volta messe le mani sull’ingente eredità della vecchia madre malata che si pensa sul letto di morte. Il francese però non accetta e chiede in cambio che Polina, la maggiore delle sorelle, lavori per lui nella sala d’azzardo. Tutto si complica ulteriormente quando Ivan, precettore delle figlie ed innamorato di Polina, vede fagocitarsi dalla smania del gioco, senza contare le notizie sempre più disastrose (per quel che riguarda la possibile eredità, ovvio…) che provengono da Mosca.
La messa in scena è ovviamente non rigorosa, non tanto per quel che riguarda la trama, ma bensì per come viene riproposta, facendo da subito largo uso di espedienti marcatamente metateatrali (Rossi che parla subito con il pubblico, “istruisce” gli attori sul come recitare una scena, gli stessi attori che escono dal personaggio per estemporanee “prese di coscienza”) o comunque non convenzionali (lo spettacolo risulta sempre a metà strada tra una rappresentazione teatrale ed uno spettacolo comico). In definitiva il risultato è più che buono, ed è da lodare la coerenza con la quale Paolo Rossi si rimette in discussione tramite questo esperimento democratico, dove ovviamente, pur ricoprendo un ruolo di prim’ordine oltre che quello di capo comico, vede le sue possibilità espressive maggiormente imbrigliate dal pur surreale copione. Ma il teatro non vive di sole risate.
Paolo Rossi, I giocatori, Dostojeski, confraternita dei precari, teatro