De Gennaro go home
Giovedì Giugno 28th 2007, 10:31
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L’Italia è un paese veramente strano, ed il caso De Gennaro ne è l’ennesima conferma. Il “dimissionario” capo della polizia avrebbe dovuto essere rimosso se non subito dopo il G8 genovese, almeno quando venne alla luce il preoccupante episodio delle false molotov portate alla Diaz per motivare l’irruzione, comunque di una violenza spropositata, nella scuola. Il grado di responsabilità che può essere attribuito a De Gennaro riguardo i fatti genovesi dipende da che tipo di presupposti circa l’operato delle forze dell’ordine si assumano come punto di partenza. La questione allarmante, però, è che, anche evitando di prendere come riferimento le posizioni più intransigenti riguardo il G8, la figura di De Gennaro, e delle forze dell’ordine in generale, non appare in alcun modo cristallina, rivelando zone d’ombra particolarmente inquietanti. In maniera semplificativa credo possano essere analizzati almeno tre distinti approcci, a crescente grado di responsabilità, alla questione De Gennaro (e G8 di Genova in generale).

Per il primo caso, partiamo da destra. Ovvero: a Genova non è successe assolutamente nulla al di fuori della normalità. Certo, ci fu, talvolta, un eccessivo uso della forza da parte delle forze dell’ordine, circoscritto comunque all’operato di poche mele marce. Nessun abuso sistematico quindi, né per le strade, né nelle carceri (la testimonianza dell’allora ministro Castelli che, di passaggio a Bolzaneto, disse di non aver visto nulla di strano, dovrebbe mettere a tacere anche i più scettici). L’irruzione alla scuola Diaz, infine, fu resa necessaria in seguito ad un sassaiola nei confronti di una pattuglia di agenti; inoltre, al momento dell’irruzione, un poliziotto fu accoltellato, fatto che spiega l’irrequietezza degli agenti durante l’irruzione. I nodi irrisolti, e controversi, restano però ancora molti. Schematicamente possono essere individuati come:

• Le modalità di esecuzione del blitz alla Diaz, come si evince tra l’altro dalle più che eloquenti immagini scattate subito dopo l’incursione oltre che, ovviamente, dai volti tumefatti dei 93 arrestati, sono state da più parti indicate come più consone alle forze dell’ordine cilene del periodo Pinochet che a quelle di uno stato democratico (“Macelleria messicana” è l’ultima definizione, fornita da Michelangelo Fournier, dirigente della polizia (allora vice questore aggiunto del primo reparto mobile di Roma) indagato per la Diaz, improvvisamente ricordatosi di cosa accade sei anni fa). Possibile che il capo della polizia non abbia mai sentito il bisogno di fare un po’ di luce su una questione che ha gettato un indubbio forte discredito sul corpo del quale è il responsabile?
• Per giustificare l’irruzione, ormai è più che noto, sono state portate dai poliziotti – ad arte – due molotov. I quattro dirigenti che decisero il blitz si sono impantanati in un increscioso loop di accuse/scaricabarili circa questo fatto [su chi fosse la “figura più carismatica” presente (leggi: il responsabile dl blitz…), dopo anni di triste balletto di responsabilità, alla fine si sono magicamente accordati sull’allora vice di De Gennaro, Arnaldo La Barbera, che, casualmente, morì un anno dopo i fatti di Genova (e si sa, i morti tendono a non presentarsi ai processi come testimoni…)]. La logica in questo caso è stringente. La verità è, ovviamente, una sola, mentre le versioni fornite sono quattro: come minimo tre persone stanno mentendo (con l’aggravante di essere alti dirigenti della polizia). Possibile che De Gennaro non abbia pensato di sospenderli fino a chiarimento della loro posizione, o perlomeno mandarli, come si suol dire, a dirigere il traffico? (No, sono stati tutti promossi. E, generalmente, le promozioni si concedono a chi fa particolarmente bene il proprio lavoro. Uhm, qui c’è qualcosa che non torna. Oppure che torna fin troppo…)
• Perché De Gennaro non ha utilizzato parole di fuoco contro quei dirigenti della polizia che avevano promesso “la massima collaborazione” ai giudici, ma poi si sono trincerati dietro alla facoltà di non rispondere?
• E’ possibile che il capo della polizia, dopo tutto il delirio di quei giorni, non si stato avvisato del blitz? Ma di quale autorità può fregiarsi una persona che si fa bellamente scavalcare dei suoi sottoposti e nemmeno li redarguisce?

Inquadriamo ora il problema in una prospettiva maggiormente credibile. Durante il luglio genovese le forze dell’ordine furono mandate in strada allo sbando più totale, con la conseguenza di un numero esorbitanti di pestaggi di inaudita violenza nei confronti di manifestanti inermi, questo sia nelle strade che nelle carceri. Inoltre, l’incursione alla Diaz venne pensata come “riscatto” (o più volgarmente vendetta, perchè no? Dopotutto se portarono le molotov per motivare l’azione non avevano proprio la coscienza immacolata…) della polizia dalle accuse di incapacità nel gestire l’ordine pubblico mosse dall’opinione pubblica di mezzo mondo. Quindi alle incognite precedenti se ne sommano della altre. Ovvero:

• Ma che razza di capo della polizia è uno che ordina (le ultime indiscrezioni parlano di “direttive da Roma”) un blitz punitivo? Per di più verso gente che non c’entrava assolutamente nulla con le devastazioni?
• De Gennaro ha ricevuto un avviso di garanzia per “istigazione alla falsa testimonianza”: in buona sostanza sarebbe sua l’idea di scaricare tutte le responsabilità della Diaz su La Barbera e Lorenzo Murgolo (all’epoca vice questore vicario di Bologna, ad ora unico indagato ad essere già stato archiviato, su richiesta dei pm). Sospenderlo fino alla fine del procedimento, per dare un segnale di trasparenza nella gestione delle forze dell’ordine, pareva brutto? (Nei paesi civili è un procedimento automatico, ad esempio per i dirigenti di un’azienda. Attenzione: sospendere non significa licenziare, ma solamente congelare la posizione)
• Metafora sportiva: se la squadra affonda, la colpa è anche dell’allenatore. Vista la fallimentare gestione dell’ordine pubblico (camionette lanciate contro i manifestanti, pestaggi generalizzati, disordine organizzativo più che diffuso…), perché gli allora vertici delle forze dell’ordine (quindi anche De Gennaro) non sono stati rimossi?

Ed in conclusione andiamo ad esaminare la questione da una punto di vista particolarmente radicale, ma che è tutto fuorché non plausibile. Le considerazioni sono ovviamente di natura squisitamente politica, e avrebbero potuto trovare una risposta solamente se fosse stata concessa una commissione parlamentare d’inchiesta (che tra l’altro era nel programma dell’Ulivo, ma credo sia stata derubricata per far posto a qualche impegno più impellente del governo. Tipo superare l’estate…). A Genova si è consumato il tentativo di stroncare sul nascere il nascente movimento anti-globalizzazione, tramite l’esercizio indiscriminato di una violenza (secondo Amnesty International – mica l’internazionale rossa… - a Genova si è avuta “una temporanea soppressione dell’ordinamento democratico”) mirata soprattutto sugli “anelli deboli” dei gruppi di manifestanti, in modo da dare un eloquente avvertimento a tutti coloro che muovevano i primi passi nei settori della critica al neoliberismo. A Genova sarebbero confluite infatti centinaia di migliaia di persone provenienti dalle esperienze più disparate, con il rischio dell’arrivo ad una sintesi [tra quelli che hanno preso più botte ci sono stati infatti tutti coloro meno abituati a “stare in piazza” (nel senso di rapporto con la polizia, cariche, lacrimogeni…)]. Tutto l’operato delle forze dell’ordine può essere quindi visto come una “strategia del terrore” in piccolo. Ovviamente, partendo da questi presupposti, gli interrogativi si fanno sempre più cupi. Ad esempio:

• Un piano di questo genere ha carattere eversivo. E fare parte di un piano eversivo non fa proprio curriculum (beh, dipende…). Quindi De Gennaro sarebbe complice (o fesso, vedi le prime ipotesi. Comunque non ci esce bene da questa faccenda…)
• Che cazzo ci faceva Fini in questura a Genova? (Non c’entra con De Gennaro, ma va beh, meglio ricordarlo sempre…)
• Al media center della Diaz c’erano cinque computer. Dopo il blitz solo tre. Mancavano quelli con le testimonianze raccolte nei giorni precedenti contro i poliziotti. Come mai non figurano nella lista del materiale sequestrato?
• Come Fournier ha deciso di redimersi raccontando la propria dei fatti versione (ed il “superpoliziotto”, per usare un termine usato dai giornali, Genova ha raccontato le sue denunce inascoltate sulle torture in polizia) proprio quando De Gennaro avrebbe dovuto lasciare l’incarico della polizia? Di stare in polizia si impara il sincronismo?

Mi sembra di aver esposto un quadro abbastanza esaustivo e complesso, oltre che preoccupante, della questione De Gennaro. Quindi per favore non mi si venga a dire che adesso è necessario conferirgli un posto di prestigio (Repubblica di lunedì scorso lo indicava come consigliere di Prodi per la sicurezza internazionale… qualsiasi cosa voglia dire questo titolo…), perché l’unico incarico che gli affiderei è quello di spalatore nelle miniere di sale. Vivo proprio in un paese del cazzo.


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Include cc.run;
Venerdì Giugno 22nd 2007, 16:23
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Ovvero, l’incubo ricorrente delle mie giornate. O almeno fino ad una settimana fa. Perché adesso se n’è aggiunto uno pure peggiore… Ma vediamo di spiegarci. Per il lavoro che sto seguendo all’università, mi tocca fare anche milioni di simulazioni. Per fare ciò, utilizzo un software (credo addirittura freeware) di calcolo numerico di ottimizzazione chiamato “Ampl”. Fortunatamente, essendo stato sviluppato per la risoluzione di problemi formalizzati tramite scrittura matematica, la sintassi da utilizzare, e di conseguenza il suo impiego, sono a prova di bambino scemo (e non particolarmente portato per la programmazione… inutile dire che mi sia trovato benissimo…). La scorsa settimana l’ho praticamente passata a lanciare un numero imprecisato di simulazioni per vedere se un modello che avevamo costruito funzionasse o meno (e secondo voi qual è la risposta?). Inutile dire che è stata una noia pazzesca, ed alla fine stavo impazzendo dietro la quintalata di file di “blocco note” (si, il programma legge quelli… ve l’ho detto che è a prova di cretino…) sparsi per il computer… Comunque, pensavo, sempre meglio occuparsi della parte in Ampl (dove alla fine devo solo scrivere delle equazioni note o passare dei dati) invece che quella in Fortran, soprattutto visto che di liguaggi di programmazione non ne so assolutamente nulla… Beh, questa settimana ho dovuto cimentarmi proprio con Fortran, e devo dire che non è andata malaccio, anche se sono particolarmente provato. Più che altro perché c’ero praticamente solo io, e mi sono dovuto inventare le più svariate subroutine praticamente copiando dalle cose già fatte e cercando di capire i procedimenti. Vi assi cro che non è per un cazzo facile, più che altro perché è tutto un delirio di matrici, indici, chiamate di funzioni appesantite da una formalizzazione matriciale irritante. Ieri pomeriggio poi mi è stato pure chiesto di cercare di graficare (in automatico) i dati in uscita… Ma cazzo, ho incominciato lunedì ad usare questo linguaggio, ed il fatto di essere riuscito a costruire degli eseguibili mi sembra già tantissimo… ed adesso devo pure cercare di capire come funziona gnuplot (altro programma freeware…), ovviamente deducendolo a ritroso da file fatti in precedenza di cui nessuno ricorda un cazzo… Diciamo che avevo idee un po’ differenti circa il fatto di lavorare in università… vediamo come evolvono i prossimi mesi, perché francamente di perdere le mie giornate davanti ad un computer a scrivere cazzate proprio non ne ho proprio voglia, soprattutto visto che potrei leggere qualche libro e magari imparare qualcosa veramente…

(edit di ora che sto postando: anche oggi è stata una giornata pesanterrima che mi ha visto picchiarmi con Fortran e Gnuplot. Il problema è che non è ancora finita. Ho un’incredibile voglia che il mondo nella sua totalità vada celermente affanculo.)


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Corna al cielo (diluviante) e (s)fottuto rock’n'roll…
Martedì Giugno 19th 2007, 17:44
Archiviato in: Musica, Personale

“Rain falls on everyone
the same old rain…”

Raindrops + Sunshowers – Smashing Pumpkins

E dopo essermi assicurato il premio per la citazione più di cattivo gusto della settimana (cosa ci volete fare? Ormai ho deciso di far assurgere il cattivo gusto a sistemica filosofia di vita…), vediamo di incominciare questo post, per questa volta addirittura in formato interattivo. Immaginate quindi diciamo un cinque righe di bestemmie di vostro gradimento, possibilmente tra le più colorite e che chiamino in causa con i collegamenti più turpi il maggior numero di divinità possibili afferenti a diverse religioni (mica si vuol discriminare, qui…). Fatto? Bravi: dovrebbe esservi venuto fuori un turpiloquio di circa una trentina di secondi, che, se ci riuscite, potete incollare qua sotto (i migliori elaborati verranno premiati con un abbonamento annuale a “L’Osservatore Romano”, l’unico quotidiano da tenere alla larga dai bambini):

Bene, tutto ciò riassume in maniera assolutamente non esaustiva i sentimenti da me provati venerdì scorso verso le otto ed un quarto di sera, quando sono stato informato telefonicamente del casino successo al Heineken Jamming Festival, che ha portato, ovviamente, alla sospensione di tutte le esibizioni in programma fino a domenica. Qualcuno potrebbe obbiettare animatamente qualcosa del tipo: “Ma come! Ci sono stati 30 feriti e tu ti lamenti perché hanno (più che giustamente) sospeso il festival?” Uhm, beh… in effetti, si… Mi rendo conto della mia biasimevole pochezza ma, porca di quella puttana troia (per usare un tautologico francesismo), sul concerto di sabato scorso ci contavo veramente tanto. Headliners sarebbero stati i rinati Smashing Pumpkins e gli Aerosmith, fate un po’ voi…

Gli Smashing Pumpkins sono uno dei miei gruppi preferiti (oltre che più importanti: ho come l’impressione che l’ascolto ininterrotto, dai 16 ai 19 anni, di un disco come “Mellon Collie and the Infinite Sadness”, abbia lasciato qualche segno… se non altro perché fischietto “Zero” o “Thru the Eyes of a Ruby” con una frequenza preoccupante…) e ritengo siano stati una delle band più innovative degli anni novanta. Questa reunion è in realtà fittizia, ed è frutto solamente dell’ennesimo colpo di testa di Billy Corgan, umorale e dispotico leader del gruppo, che ha deciso, dopo la naufragata esperienza con gli Zwan ed il fallimentare progetto solista, di ripartire con la sua creatura più riuscita. Della line-up originale è presente però soltanto il monumentale batterista Jimmy Chamberlin (con Corgan anche negli Zwan), mentre mancano all’appello sia il chitarrista James Iha (che sembrava farsi i cazzi suoi e tantissime parti di chitarra erano di Corgan, ma il suo tocco era sempre azzeccato), che la bassista D’Arcy, oltre a Melissa Auf Der Mauer, entrata nella formazione nell’ultimo anno di attività dei Pumpkins per sostituire D’Arcy. Ciononostante il singolo che passano alla radio, un bel rockaccio pesante (si sente comunque la mancanza di Iha), fa ben sperare per un ritorno ad un rock meno cervellotico e più diretto, così come le lunghe scalette proposte nei primi concerti. Il disco esce il sette luglio (si, 7-7-07… ve l’ho detto che Billy Corgan è un malato di mente…), speriamo che ripassino in autunno in Italia…

Agli Aerosmith, invece, faccio la punta da quasi dieci anni, visto che, a differenza degli Smashing Pumpkins che ho avuto la fortuna di vedere in due bellissimi concerti (addirittura qui a Genova al Porto Antico per l’insolito ma strabiliante tour di promozione di “Adore”, ed a Milano per il tour di addio), non li ho mai visti dal vivo. Mi ricordo i primi ascolti di “Big Ones”, con Michele e Giulio a casa di Franco in prima superiore a “studiare”. E’ vero che han fatto della traglia commerciale da nascondersi e non farsi vedere più, ma restano pur sempre un gruppo nato agli inizi degli anni settanta, e ciò significa una garanzia di resa dal vivo straordinaria (i ragazzi sanno suonare, eccome se sanno suonare… e, per dirla alla Homer Simpson, rockeggiano duro….). Stesso auspicio fatto per gli Smashing Pumpkins: speriamo che facciano presto qualche data in Italia…

Unica nota positiva legata al fatto dell’annullamento del festival è che si sono evitate le esibizioni di gruppi più che discutibili come i My Chemical Romance (spero che il fatto che una tromba d’aria li abbia bloccati prima di salire sul palco abbia fatto capire loro che forse sarebbe meglio se si trovassero un lavoro vero, o quantomeno avessero la decenza di imparare a suonare… cazzo, se questo è il nuovo rock, io voglio una macchina del tempo che mi porti dritto nel 1969…) o i Linkin Park (che una leggenda come Rick Rubin abbia perso del tempo con loro per produrre il disco nuovo mi irrita non poco…). Tra l’altro io ho elaborato una mia teoria circa le cause della tromba d’aria… Capiamoci… Uno tira fuori dal cappello a cilindro un’accoppiata (quella del venerdì, il giorno del fattaccio) come Pearl Jam e Linkin Park (cioè, dei geni incontrastati e dei minorati) e vuoi che non venga giù il finimondo?


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Terrorismo
Giovedì Giugno 14th 2007, 12:12
Archiviato in: Teatro

Parla il russo dell’inquietudine l’ultima proposta in cartellone per le “Mises en espace”. La rassegna del teatro Stabile ha infatti chiuso i battenti con questo “Terrorismo”, spettacolo dei fratelli Oleg e Valdimir Presnjakov, presentato nella versione italiana di Roberto Brunasso ed Ilaria Della Casa e con la regia a cura di Alberto Giusta. Il titolo potrebbe far erroneamente pensare ad un “classico” testo di teatro politico, magari incentrato sull’ancora irrisolta e più che complessa questione cecena, invece l’approccio scelto dai due giovani drammaturghi russi per affrontare queste tematiche è molto più ampio, e si basa principalmente sulla messa in scena di come la vita contemporanea sia permeata da una ferocia così diffusa da far apparire il terrore, in senso lato, ovviamente, quasi un trait d’union tra le singole esistenze. Per fare ciò i fratelli Presnjakov sia appoggiano su di una struttura a cinque scene, apparentemente slegate tra di loro, che vanno a comporre un cupo mosaico della condizione umana, esemplificazione di come la crudeltà si diversifichi nelle modalità di attuazione ma non nell’essenza. Questo concetto viene ribadito con forza nell’ultima scena, nella quale si scopre il filo rosso che lega tutte le vicende narrate, mentre il finale, a tratti quasi onirico, conferisce allo spettacolo un alone ancora più inquietante.

Come detto lo spettacolo si suddivide in cinque scene più l’epilogo. La prima si svolge in un aeroporto, dove la misteriosa temporanea inagibilità dello stesso a causa di un allarme bomba, unita alla reticenza dei militari a fornire spiegazioni, porta tre passeggeri a compiere disquisizioni quasi metafisiche sul senso di quello che sta accadendo loro. Nella seconda scena si assiste invece ad un adulterio tragicomico portato alle estreme conseguenze, nel quale la trasgressione iniziale viene sopraffatta dall’atrocità del potere. Gli impiegati di un ufficio alle prese con un suicidio di un collega, ed il turbinio di accuse e recriminazioni reciproche che ne segue, è invece lo sondo della terza scena. Per la quarta scena l’ambientazione si sposta invece su di una panchina, dove due vecchiette particolarmente intraprendenti, mentre accudiscono il nipote di una di loro, parlano amabilmente in maniera davvero poco lungimirante della decadenza dei tempi moderni o di come uccidere lentamente un genero. L’ultima scena si svolge invece in una caserma, dove tra una scena di nonnismo e l’altra, un graduato espone la sua filosofia di vita.

Una delle caratteristiche più interessanti dello spettacolo è il frequente ricorso a dialoghi che tendono a spezzare con situazioni divertenti la serietà del contesto nel quale sono inseriti. Questo non fa però che accentuare l’effetto straniante della crudeltà messa in scena. Perché, è vero, si ride anche in questo spettacolo, ma si tratta di risate irrequiete, che fanno sempre da preludio al precipitare della situazione. Le interpretazioni degli attori sono state più che buone, con due picchi di assoluta grandezza per quel che riguarda le due vecchine (Anna Laura Messeri e Rachele Ghersi, insieme a Federico Vanni gli unici attori “veri”, cioè non “solo” studenti della scuola di recitazione): sarà anche stato il confronto con attori ancora in fieri oltre il fatto che le loro erano due della parti più “divertenti” dello spettacolo, ma ‘ste due hanno dato il bianco in maniera clamorosa! Avevano dei tempi pazzeschi, non so come cazzo facessero…

In definitiva uno spettacolo decisamente riuscito che, almeno a mio avviso, meriterebbe di essere portato in tournè.


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Le città invisibili
Martedì Giugno 12th 2007, 14:43
Archiviato in: Libri

C’è chi dice che per essere realmente perfetti, bisogna possedere almeno un difetto. Quindi, assumendo come veritiero questo particolare punto di vista, l’opera omnia di Italo Calvino, almeno a mio giudizio, non potrebbe che ben rappresentare il canone della perfezione. Dico questo perché ho finalmente (anche se ne avrei fatto volentieri a meno…) trovato un libro del talentuoso scrittore ligure che proprio non mi ha convinto, ovvero questo “Le città invisibili”. Ironia della sorte, tale lettura è stata anche l’ultima che mi mancava per poter fregiarmi di aver letto tutto Calvino (uhm, probabilmente proprio tutto tutto non l’ho letto, ma, almeno per qual che concerne i libri, poco ci manca…). Caduta rovinosa ad un passo dal traguardo, quindi? Non proprio, perchè comunque il libro può vantare la sempre geniale fantasia calviniana, che però questa volta sembra asservita all’economia di un progetto che io, francamente, proprio non ho colto. Che Calvino lavorasse per progetti era cosa a me nota da tempo, ma in che direzione volesse muoversi scrivendo questo libro proprio mi sfugge. Questa difficoltà potrebbe essere dovuta alla discontinuità con la quale mi sono approcciato al volume [il lavoro, per quanto più soft rispetto ad un’occupazione vera, mi sta abbastanza assorbendo, ed alla sera tendo a cazzeggiare invece che a leggere o scrivere… quando avrò un po’ di tempo libero (appunto…), scriverò due righe in proposito…], ma ciononostante ho trovato il libro sostanzialmente noioso, appesantito com’era di momenti speculativi dei quali non riuscivo a capire il senso ultimo. Certo, alcuni guizzi fantasiosi della penna di Calvino restano da antologia, ma mi hanno dato l’impressione di essere un po’ fini a sé stessi.

In sintesi, la trama (come se ce ne fosse una…). Marco Polo si trova presso la corte del Kublai Khan nell’estremo oriente ed è invitato da quest’ultimo a raccontargli le città del proprio impero che ha visitato durante i suoi lunghi e frequenti viaggi. Marco si prodiga quindi in descrizioni (circa una paginette per racconto) molto particolari che riferiscono di città dotate di caratteristiche più che singolari, invisibili appunto.

Bene. Come detto io, circa la valenza speculativa delle varie descrizioni, non c’ho capito una beneamata mazza. Trattavasi di argute metafore? Di puntigliose stilettate nei confronti della mancanza di un’idealità sottesa ai modelli di urbanizzazione che si stavano delineando in quei anni? In definitiva, ma che cazzo voleva dire Calvino con questo libro? Boh. Se qualcuno sapesse la risposta e fosse così gentile da volermi rispondere farebbe cosa assai gradita (sono così pigro che non ho nemmeno voglia di andare su wikipedia a documentarmi…).


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Qualcuno arriverà
Mercoledì Giugno 06th 2007, 11:11
Archiviato in: Teatro

Appuntamento con il botto per la rassegna delle “Mises en espace”. Per il secondo spettacolo in cartellone, infatti, il Teatro dello Stabile ha scelto di giocare pesante, sfoderando, per quel che riguarda gli interpreti, addirittura un tris d’assi in luogo dell’usuale impiego degli studenti del corso di recitazione. Di scena “Qualcuno arriverà”, testo del drammaturgo norvegese Jon Fosse, proposto nella versione italiana di Graziella Perin e per la regia di Valerio Binasco, in veste anche di attore. Lo spettacolo, dominato da tra interpretazioni magistrali, è stato molto interessante, nonostante la lentezza pachidermica dell’azione (se di azione si può parlare), enfatizzata ancor di più dal continuo ripetersi di alcune frasi quasi o del tutto uguali. Questo aspetto, insieme ai lampi grotteschi di comicità “involontaria” ottenuta quasi per contrasto con il tono generale della messa in scena, mi ha fatto pensare ad un altro spettacolo cui ho assistito recentemente, ovvero “Aspettando Godot”, permeato dal medesimo intangibile e spaesante impianto rarefatto per quel che concerne i dialoghi ed il procedere deli avvenimenti.

Non che in effetti ci sia molto da dire sulla trama, estremamente statica anche se divisa in sette scene dalla scenografia più che minimale. La storia parla infatti di una donna (Orietta Notari) e di un uomo (Massimo Cagnina) che riescono finalmente a prendere possesso di una vecchia e sperduta casa vicino al mare. L’intenzione della coppia è quella di estraniarsi dal mondo e di condurre una vita in solitudine: non è dato sapere qualsi siano le motivazioni che hanno spinto i due a questa decisione, anche se nelle loro discussioni affioreranno spesso riferimenti ad un passato che evidentemente ancora non è tale. L’idillio per la conquistata solitudine è quindi subito infranto dalla manifestata consapevolezza che “qualcuno arriverà” a turbare la loro pace. Ed infatti dopo pochi minuti si palesa un altro uomo (Valerio Binasco), l’invadentemente bizzarro ex proprietario della casa…

Mi rendo conto che, raccontandola così, la trama potrebbe apparire quella di un’improbabile versione norvegese de “Il rompiscatole”, ma vi assicuro che lo spettacolo è proprio ben altro. Ottimamente recitato e di breve durata (meno di un’ora: di più si sarebbe rischiata la deriva soporifera…), lo spettacolo descrive infatti non solo quanto sia marcata la differenza tra ciò che viene idealizzato e la realtà, ma soprattutto l’estrema labilità che caratterizza tale astrazione. Non proprio discorsi da bar, insomma…

Spettacolo più che riuscito e che meritava di essere visto.


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Un tranquillo week end di (digestione da) paura
Martedì Giugno 05th 2007, 10:52
Archiviato in: Cazzate senza ritegno

Uhm, ammetto che un titolo del genere potrebbe far pensare ad una dettagliata descrizione di vorticosi turbamenti intestinali culminanti in estenuanti sedute sul ceramico trono che non distingue estrazione sociale , ma tranquilli, fortunate mente per me nulla di quanto precedentemente paventato è accaduto, e comunque non ne avrei fatto certo un post (va bene parlare di stronzate, ma un minimo di privacy, per favore!)… Ciò che ha contraddistinto il mio fine settimana è stato invece il prolungato e continuativo connubio di due elementi fortemente destabilizzanti: cibo ed alcool. Praticamente, tolte le ore di sonno, da venerdì sera non ho fatto altro che mangiare e bere fino a domenica pomeriggio, producendomi in un afterhour che potrebbe essere preso come spot per le campagne di sensibilizzazione sul “viver sano” (ma come il negativo di una fotografia: ecco quello che NON dovete fare!). In realtà il cibo l’ha fatta da padrone, andando tra l’altro ad attutire, a mo’ di drenaggio, l’effetto della comunque non trascurabile quantità d’alcool (più che altro birrette a profusione) ingurgitata. Ma come prima ho sentito il verbo “fagocitare” in tutta la sua brillante bellezza…

Inizio interlocutorio il venerdì sera con una sempre ottima cena “casalinga” alla Bianchini. Ultimo appuntamento prima dell’estate contraddistinto da una bassa partecipazione, che ha portato a razioni più che generose soprattutto negli immancabili dolci, che sembravano non finire mai. Rituale grappino della casa (vogliamo forse fare i maleducati?) e poi via come al solito nei vicoli per una serata giornalistica passata dal calcetto del Little Italy.

La faccenda si complica sabato, quando si comincia alle 18 con l’inaugurazione della mostra “Espressione senza frontiere” a castello MacKenzie, esposizione organizzata da amici (vero Giulio?) di alcuni dei migliori artisti emergenti universitari genovesi (vero Ro?). E dove sta il problema? Ma ovviamente nella degustazione di ottimi vini (ed a me non piace il vino…) nelle vagonate di cibo collegate alla bella iniziativa… Ma non è certo finita, perché alle 20:30 si passa ad una festa di compleanno a sorpresa (Gian tranquillo! Si va tutti sul Brugneto… Miko e Rob son già su a fare il fuoco…) in ambito sansuinico [qui le foto: per i curiosi, si, ho incominciato la carriera di pappone, ma questa è un’altra storia…(ndA: la foto per adesso manca, attendo fiducioso che venga caricata… - edit: sono state caricate -)] con addirittura piatti buonissimi preparati da cuochi oltre ad un sempre emozionate recipiente ricolmo di birrette e ghiaccio…

Si potrebbe anche dire “altro giorno, altro regalo”, perché in effetti domenica c’è stata un’altra festa di compleanno sansuinica (qui le foto), questa volta contraddistinta da una raviolata all’ultima scarpetta in quel di Torriglia. Da ricordare lo strepitoso sugo di Miko (“Ragazzi, deve cuocere dodici ore!”), di una bontà imbarazzante e caratterizzato da una particolarità che solo i più scafati hanno potuto cogliere: quando lo mandi giù, se si fa attenzione, si possono udire distintamente il rumore delle goccioline di olio che scivolano per la trachea al grido di “colesterolo”. E come se questo non bastasse erano presenti anche moltissime torte salate e dolci preparati dai presenti (o dai loro genitori, vedi la prossima apertura del ristorante “Sergio & Giacomo”), tra l’altro tutte molto buone, tanto per dare la mazzata finale (o iniziale) alla giornata, accarezzata dal sole (ed eravamo a Torriglia!) ed annaffiata dalla birra (beh, eravamo a Torriglia…).

Vabbè, smetterò di scrivere. Sapete, mi è venuto un certo langurino…


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