Piazza delle Cinque Lune
Giovedì Agosto 30th 2007, 11:15
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Un pasticcio interessante. Non trovo parole migliori per definire in pochi ma appropriati termini questo film di Renzo Martinelli. Perché se da un lato le vicende narrate sono indubbiamente intriganti e coprono con un alone più che inquietante le “versioni ufficiali” degli eventi riportati, dall’altro la tipologia di film scelta per la messa in scena, una sorta di pseudo-thriller, rende molto meno incisiva – anzi, a mio avviso quasi farsesca – l’inchiesta intorno alla quale ruota la pellicola, che tratta di nuove e sconvolgenti teorie circa il sequestro Moro. Da questo punto di vista, forse un documentario, o comunque uno stile narrativa meno “americano” che non mischiasse in maniera così discutibile finzione e realtà, avrebbero giovato a questo lungometraggio che vorrebbe porsi come un atto d’accusa, ma tende ad apparire poco credibile. E la cosa più grave è che questo accade anche senza entrare nel dettaglio delle molto circoscritte tesi cospirazioniste sulle quali poggia tutto l’impianto speculativo di Martinelli: un preoccupante campanello dall’allarme, se lo scopo del film era quello di muovere le coscienze…

Veniamo alla trama, per quello che posso raccontare. Siena: Rosario Saracini (Donald Sutherland), un tranquillo giudice di provincia, viene contattato da un misterioso personaggio proprio la sera del suo primo giorno di pensione. Questa persona, che resterà sconosciuta e confessa di voler parlare perché ormai morente, si qualifica come un componente del commando che rapì Moro, e consegna al giudice un’inedita pellicola, filmata proprio da piazza delle Cinque Lune, dalla quale emergono discrepanze rispetto alla versione comunemente conosciuta delle circostanze del sequestro Moro. Partono quindi delle nuove indagini segrete da parte del giudice, aiutato da Branco (Giancarlo Giannini), la sua vecchia guardia del corpo, e Fernanda (Stefania Rocca), sua più giovane collega ed amica in tribunale. Ma la risposta delle reti deviate dello stato non si farà attendere.

Come detto l’impianto del film è molto poco calibrato, alternando in maniera altalenante classiche scene da thriller a spezzoni durante i quali viene ricostruita la “vera” versione del rapimento Moro. Circa la veridicità degli assunti proposti dal regista (in buona sostanza: Moretti, capo delle brigate rosse e mandante del sequestro ed omicidio Moro, era in realtà un agente segreto, così come altri brigatisti. Moro venne ucciso in quanto la sua politica di apertura ai comunisti era malvista dagli americani. Comunque nel film c’è molto di più) non mi posso esprimere in quanto non conosco in maniera approfondita l’argomento, resta il fatto che anche solo alcuni aspetti documentali esposti nel film (e che quindi ritengo essere veri) danno un forte adito a speculazioni che vanno nel senso delle accuse di Martinelli. Sia d’esempio l’inquietante fatto che gli edifici nei quali i brigatisti alloggiarono con Moro durante il sequestro erano di proprietà dei servizi segreti… Quello che invece lascia un po’ perplessi, vero e proprio marchio di fabbrica di tutti i fautori di qualsivoglia teoria cospirazionista, è la semplice logicità con la quale si ricompongono le tessere di un puzzle estremamente complicato come quello relativo alle vicende affrontate dal film: mi sembra sempre che si voglia farla troppo facile, con schematizzazioni dal sicuro impatto suggestivo (e non per questo non portatrici di una parte della verità, s’intende) ma che presuppongono una scala gerarchica troppo linearmente verticale. Forse ho solo la mentalità da giallista contorto – e comunque tutti sanno che la trama di un buon giallo deve essere semplice – ma, e qui esce l’ingegnere ritornato dalle ferie, non vorrei che si confondesse il semplice con il semplicistico.

Una vista datecela, almeno per acquisire qualche argomento di riflessione in più su uno dei tanti avvenimenti controversi italiani. Ma forse un libro sull’argomento potrebbe essere più utile.


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Concerti Junior Kelly e Casino Royale + Maxfield (arretrato…)
Mercoledì Agosto 29th 2007, 18:10
Archiviato in: Musica

Si, arretrato. Perché qui si cercherebbe pure di portare avanti un’improbabile e soprattutto immotivata linea editoriale. Il problema è che la pigrizia la fa da padrone, facendo della procrastinazione quasi una regola aurea. Approfittiamo quindi di un’improvvisa parentesi di disciplina per colmare qualche lacuna…

Tutti e due i concerti erano inseriti nel cartellone della recente edizione, più precisamente la nona, del Goa Boa Festival, per quest’anno strutturato solo su “semplici” date sparse per il mese di luglio. Teatro delle esibizioni è stata l’Arena del Mare, spazio più che suggestivo per la sua adiacenza al mare, ma caratterizzato dalla vicinanza con la capitaneria di porto, aspetto che ha imposto un considerevole abbassamento dei volumi, penalizzando quindi la riuscita degli spettacoli. La problematica dei decibel è parecchio seria, perché se è vero che i volumi della musica erano comunque “alti”, è inconfutabile come questi fossero i più bassi mai ascoltati ad un concerto… senza contare che le esibizioni dovevano terminare, sempre per motivi di quiete pubblica, a mezzanotte (di fatto sono sempre finiti prima di mezzanotte e mezza). Possibile che non si riesca a trovare un posto adatto alla musica a Genova?

Il primo concerto cui ho assistito è stato quello di Junior Kelly, artista giamaicano che ha proposto in maniera eccellente il suo reggae decisamente classico (e questo per me è un bene…). In realtà io non conoscevo praticamente nulla della sua produzione, diciamo che però un bel concerto reggae non me lo faccio scappare; inoltre, circa la qualità della musica proposta, avevo la conferma dei miei esperti in materia. Infatti il concerto è filato via molto bene, con Junior Kelly a fare da travolgente mattatore supportato dai sempre precisi musicisti del suo gruppo. Quindi, come in realtà – ok, diciamo per i miei gusti… - sempre succede con il reggae suonato bene, il concerto è stato molto divertente. Le note negative sono state invece quelle di contorno. Innanzi tutto, nonostante fossero ben note le restrizioni sull’orario di chiusura, il concerto è stato fatto cominciare molto tardi – sicuramente dopo le 22:30 – nonostante prima ci fosse solo un dj a mettere dei dischi, rendendo forzatamente più breve l’esibizione dell’artista giamaicano. Inoltre ai cancelli d’ingresso era presente una simpatica unità cinofila, che ha scoraggiato un bel po’ di gente ad entrare. Certo, si potrebbe obiettare che farsi le canne è sbagliato e, più nello specifico, illegale. Inappuntabile. Ma a me resta l’impressione che mettere i cani all’ingresso di un concerto (reggae…) sia semplicemente un modo di “vincere facile” con propagandistiche operazioni di facciata che puntano su di una “militarizzazione” dell’ordine pubblico, questo almeno fintando lo stesso ossequioso zelo per le regole non verrà impiegato anche sui ben noti traffici portuali.

I Casino Royale sono stati invece il gruppo principale del secondo concerto che ho visto. Di supporto, a parte un irritante gruppo hip hop (io odio l’hip hop, mi sembrano tutti degli imbarazzanti ramarri senza speranza. Unica eccezione, Frankie HI-NRG, che infatti possiede un cervello, e lo fa lavorare pure parecchio), c’era Valerie Maxfield, cantante dei Groove Armada che presentava il suo progetto solista. La sua esibizione è stata molto interessante, anche se durata veramente poco (direi una quarantina di minuti scarsi). Peccato, perché il suo funk-rock era di buona presa, con il suo minimale gruppo (il classico trio basso, batteria e chitarra + il mixerista del palco che gestiva qualche campionamento) ha supportare in maniera ottima la sua potente voce. Purtroppo il volume del bassista era inspiegabilmente basso, che per il genere proposto è una grossa perdita. I Casino Royale si presentavano freschi freschi della pubblicazione del loro ultimo album, ma hanno proposto una selezione di brani da tutti i loro dischi a partire da “Dainamaita”. Il concerto è stato molto suonato e “fisico”, con un gran lavoro del chitarrista ed alla fine brani vecchi e nuovi si sono amalgamati bene in uno spettacolo tecnicamente molto ben studiato anche se a volte un po’ ripetitivo.


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Home, home again…
Lunedì Agosto 27th 2007, 11:00
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“… con un po’ di soldi in tasca
per la birra e la benzina
da domani ci prendiamo una vacanza…”

Clan Banlieue – Modena City Ramblers

Va bene, le mie vacanze non sono state così epiche come quelle descritte dalla travolgente canzone dei mitici Modena City Ramblers (ma prima o poi un giro insensato a curiosare per le strade dell’Europa con un furgone lo voglio fare…), però almeno gli elementi cruciali – birra e benzina, ovviamente – ci sono stati alla stragrande. Più di 6000 chilometri in quasi tre settimane di scarrozamento feroce “a tutta birra”: prima (vedi anche il post precedente) i più di 2600 da Londra a Genova con Franco sulla sua fida Smart, poi i quasi 3500 destinazione il delirio dei Paesi Baschi con Rob sulla mia performante (ah ah… diciamo usata poco…) Punto. Tre settimane incredibilmente intense, decisamente estranee al concetto che vuole le vacanze come “rilassanti”… sono tornato il 12 nel tardo pomeriggio e c’ho impiegato un po’ a ricaricarmi veramente (più che altro non riesco a scrollarmi di dosso i geniali orari spagnoli… pranzare verso le 14:30/15 e cenare per le 21:30/22 per me è ormai una consuetudine, almeno se sono solo a casa… per non parlare della salvifica usanza della siesta, che andrebbe portata a filosofia di vita). Tre settimane che però alla fine sono passate pure in fretta e quindi, visto che sono trascorsi già ben quindici giorni dal mio ritorno, mi piacerebbe provare a fissare qualche suggestione – a freddo – come ricordo di questi due bei viaggi.

Uno degli aspetti più belli del giro in Smart è stato quello di toccare così tanti paesi, e quindi venire a contato con diversi stili di vita, anche se purtroppo per un lasso di tempo forzatamente limitato. Osservare – dall’interno, quindi con la preziosa possibilità di interagire – la normale routine giornaliera dei paesi stranieri mi ha sempre affascinato, anche perché mostra in maniera incontrovertibile come tutte quelle che generalmente vengono considerate certezze non siano invece altro che opinabili convenzioni: non si può mai dare nulla per scontato, girando all’estero, ed è un continuo mettersi e rimettersi in gioco. In Spagna la situazione è stata simile, con la differenza però della maggiore durata della permanenza, che ci ha consentito di ambientarci in maniera meno nevrotica (che poi in Spagna c’ero già stato – trovandomi più che bene – altre volte, quindi per me è stato molto più semplice). I paesaggi, poi, sono stati qualcosa di incredibile, muovendo dal quartiere più posh (come direbbe Franco) di Londra fino alle desolate autostrade spagnole, passando per la foresta nera, le scogliere di Dover e le selvagge coste basche. Certo, le interminabili ore trascorse con all’orizzonte solo altri inesorabili chilometri di asfalto autostradale – ed il loro inevitabile corollario di linee e centrali elettriche, generatori eolici o comunque opprimenti zone industriali (tutto per la gioia del serio ingegnere elettrico…) – si sono fatte sentire, ma con il giusto (ed indispensabile) accompagnamento musicale sono trascorse meno monotone, lasciando pure lo spazio a più di un discorso “di un certo livello” (non c’è nulla di più ontologicamente stimolante di 400 km di autostrada… come dire, dopo un po’ ci si annoia pure di dire cazzate…).

E poi, come in tutte le vacanze che si rispettino, ci sono tutte le immagini, con il loro bagaglio di sensazioni, che ti sono restate impresse alla retina, e non ne vogliono sapere di andar via. L’incontenibile e contagiosa vitalità della festa della “Virgen Blanca”, a Vitoria. Le contraddizioni di Amsterdam, che alterna i famosi e suggestivi canali ed il museo di Van Gogh a strade McDonaldizzate in balia di un’occupazione italiana più che fastidiosa. I “vicoli in grande” di Barcellona, puzzolenti ma vivi, dove i posti migliori sono da scoprire uscendo dai percorsi per turisti, ed il quartiere di Gracia, sempre una garanzia di divertimento anche in serate spente. I baretti indipendentisti baschi, che con la loro disarmante semplicità ti fanno capire che con una caña e qualche pinchos tutto va un po’ meglio. Acquisgrana, Avignone, Roncisvalle e Guernica, con tutto l’importante bagaglio storico che, forse a malincuore, si portano addosso. Il Guggenheim a Bilbao, tanto imponente quanto affascinante. L’atmosfera surreale della Foresta Nera, tranquilla ed al contempo maestosa. La costa basca, con i sui impagabili scorci dove il verde selvaggio inciampa nel grigio delle rocce per tuffarsi nel blu del mare e del cielo. Le accoglienze sempre calorose degli amici che ci hanno ospitato (Molen, la Ale, gli amici di Franco dei quali non mi ricordo il nome… grazie davvero!) o che comunque hanno perso un po’ del loro tempo per farci compagnia. La poliglottia facocera (è un termine che mi sono inventato, ok?) di Franco (ovunque vada, assorbe la lingua con una facilità imbarazzante… s’è messo a parlare pure un po’ di crucco!), i suoi sorpassi “alla tedesca” e la sua tendenza a vantarsi per qualsiasi cosa. L’incredibile assortimento musicale di DJ Rob (ho ascoltato pure della I.D.M.: Intelligent Dance Music, chi l’avrebbe mai detto?), la sua perizia fotografica e la sua dipendenza dal chorizo. Ah, e l’incommensurabile pazienza di questi due figuri che stoici hanno resistito alla mia logorrea (pensate, non hanno nemmeno mai provato ad uccidermi…).

Per i più curiosi riporto questo link ad un file dove è descritto schematicamente il giro che ho fatto. Sulle mappe si può vedere qui il viaggio per l’Europa, e qui quello per i Paesi Baschi (le tappe all’interno dei Paesi Baschi sono state relativamente brevi… tra Bilbao e San Sebastian ci sono un centinaio di chilometri…). Per quel che riguarda le foto a breve verrà pubblicato un best of sulla prestigiosa gallery di Sansuino. Nel frattempo potete ammirare tutte le foto del viaggio paneuropeo qui.


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