Negli ultimi giorni, su tutti i mezzi di informazione, sono state diffuse le notizie e le immagini della durissima repressione con la quale la dittatura militare birmana sta cercando di soffocare la protesta popolare capeggiata dai monaci buddisti. La preoccupante situazione della Birmania [nome meno politically correct (significa qualcosa del tipo “La terra dei Barmar”, maggioranza etnica del paese) ma che io preferisco, visto che il più neutro “Myanmar” è stato imposto dalla giunta militare] è uscita quindi violentemente dal dimenticatoio cui era stata sostanzialmente relegata – in affollata compagnia – per tutti questi anni, per passare ad argomento del giorno, scavalcando addirittura in priorità i morbosi servizi sui recenti eventi di cronaca passati a caso nazionale. Si potrebbe dire che, tutto sommato, meglio tardi che mai. Forse. Ma la risposta così violenta da parte del regime mi fa pensare che probabilmente, a livelli di comunità internazionale, siamo arrivati un po’ tardi. Sicuramente in colpevole ritardo.
Ci sono tante domande che, in questi casi, sorgono spontanee. Ingenuamente, infatti, si potrebbe essere portati a chiedersi, ad esempio:
• Dov’erano i media internazionali o la comunità internazionale negli ultimi 16 anni?
• E’ mai possibile che ci si occupi di queste tematiche solo quando sfociano in sanguinosi massacri?
Non provo nemmeno a rispondere. Sono domande retoriche e praticamente inutili (chi si ricorda della Cecenia? Del Ruanda? E della Bosnia? O del Burkina Faso? E si potrebbe continuare…). Quello sul quale secondo me sarebbe interessante perdere un po’ di tempo a riflettere sono alcuni elementi di questa intricata vicenda, in modo da inquadrare la situazione senza facili isterismi.
Al momento in cui scrivo la situazione è degenerata in maniera preoccupante. La giunta militare è passata dalle minacce ai fatti ed ha dato all’esercito l’ordine di intervenire con durezza. Si contano per adesso 15 morti, 14 manifestanti ed un giornalista giapponese (ma sembrano essere molti di più), oltre a moltissimi feriti e ad un gran numero di arresti (solo nella notte tra mercoledì e giovedì c’è stato un blitz in una pagoda per arrestare i monaci). L’Onu, nella riunione straordinaria chiesta da Gordon Brown, non è riuscita a decidere nulla (più che altro per l’opposizione della Cina e Russia), anche se la giunta militare ha concesso un permesso di entrata per un osservatore delle Nazione Unite. I fronti aperti dalle manifestazioni sono essenzialmente due, quello interno al paese e quello esterno, rivolto al resto del mondo.
A livello di fronte interno c’è veramente poco da fare. Le manifestazioni – pacifiche – organizzate dai monaci (ma adesso, almeno a Rangoon (Yangon), sono stati arrestati tutti), ma alle quali partecipa buona parte della popolazione, vengono disperse nel sangue dall’esercito. I monaci buddisti in Birmania, all’90% buddista, sono estremamente rispettati ed ascoltati dalla popolazione. Proprio per questo l’uccisione da parte dell’esercito di alcuni di loro, o comunque anche solo la decisione di sparare sui loro cortei, ha inasprito il già non idilliaco rapporto tra la giunta militare e la popolazione. Questo atteggiamento sprezzante ed autoritario della giunta – beh, sono militari… – è ancor più preoccupante se si pensa che nell’insurrezione del 1988 i morti furono tremila. Non so quanto potrà resistere questo fronte interno, anche perché sarebbe necessario un vero miracolo gandhiano [e la giunta militare non è la Gran Bretagna, senza contare che, aspetto ancor più importante, la lotta di Gandhi si è svolta in condizioni assai diverse (tempi lunghi, ora non c’è molto tempo…)]. L’ipotesi di una insurrezione armata mi sembra poi decisamente improbabile perché non mi sembra ci sia stata un’organizzazione dell’opposizione in quel senso (anzi…); inoltre formazioni armate estemporanee rischierebbero solo di far precipitare il paese in un vero lago di sangue. L’ultima ipotesi è quella di un “colpo di stato” interno alla giunta su “pressioni internazionali” in modo da calmare la situazione. Non so però quanto sia percorribile questa strada (e, più che altro, quali vantaggi porterebbe); come buon auspicio c’è però da riportare che alcuni soldati si sono rifiutati di sparare sulla folla.
Il secondo fronte, quello esterno, è più complesso. L’opposizione democratica ha sempre cercato l’appoggio della comunità internazionale, ma questa si è rivelata più di una volta sorda. Certo, Aung San Suu Kyi – leader del partito di opposizione Lega nazionale per la democrazia, vincitore delle elezioni del 1990 non riconosciute dai militari - ha ricevuto il nobel per la pace, e l’esecrazione mondiale è sempre stata rivolta nei confronti della giunta militare. Ma esecrazione è una bella parola da mettere in una dichiarazione – o in una risoluzione Onu, che ormai è come carta straccia – e non impegna poi tanto. Parole. Come se la moral suasion – che non funziona da “noi” – avesse qualche speranza di riuscita in un paese dove regna la dittatura… Certo, ci sono le sanzioni già in atto ed adesso, dopo le violente immagini della repressioni trasmesse in tutto il mondo [grazie ad internet (che infatti adesso è bloccato) ed ai giornalisti presenti], si pensa di inasprire le sanzioni nei confronti della Birmania e aggiungerne di mirate nei confronti della giunta. Ma forse sarebbe il caso di alzare un po’ la posta, come tra l’altro chiedeva da anni l’opposizione. Ovvero, boicottare la Birmania. Un po’ come gli Stati Uniti con Cuba (questa volta però con una motivazione seria…), e magari boicottare anche le aziende straniere, conniventi con la dittatura, che continuano a lavorare lì (vogliamo parlare dell’estrazione del gas?). Ma – chissà come mai – di azioni in questo senso all’Onu non se ne parla mai.
Certo, le vie – democratiche – del diritto internazionali sono complicate e purtroppo frutto di inevitabili veti incrociati e giochi di potere che semplici persone come chi scrive non può nemmeno riuscire ad immaginare, ed una strategia operativa, per dare realmente risultati, deve essere condivisa e non certo frutto di una estemporanea quando passeggera indignazione, certamente portatrice di cattivi consigli. Vero. Servono politiche a lungo termine e che non intervengano solo allo sparare dei fucili. Ma per adesso tutto quello che il democratico occidente è riuscito a fare è chiedere di vestirsi, oggi, con qualcosa di rosso. Un po’ poco.
Nota – Ha inizio con questo post una “quasi nuova” rubrica che spero appassionerà i nostri fedeli ed esigenti lettori. “Quasi nuova” perché in realtà l’idea è biecamente copiata. C’era una volta infatti un giornale satirico di nome “Cuore”, geniale “settimanale di resistenza umana” diretto da Michele Serra. Tra le tante perle proposte (i feroci articoli di Lia Celi, le inarrivabili vignette di Vauro… per dire i primi due che mi vengono in mente, eh…) c’era una piccola rubrica chiamata “Vergognamoci per loro (servizio di pubblica utilità per chi non è in grado di vergognarsi da solo)”. Bene, visto che dai grandi maestri c’è sempre da imparare, è mia intenzione riproporla, anche se questa prima puntata potrebbe apparire un po’ “fuori tema”, visto che avrebbe potuto essere inserita anche in un contesto del tipo “un uomo, un perché”. – Fine nota
Telemarket mi ha sempre affascinato. Trovo infatti straordinaria l’abnegazione dei suoi venditori nel riuscire sempre a lanciarsi in appassionate capriole dialettiche per esaltare le supposte virtù dell’oggetto in vendita in quel momento. Certo, devono vendere via televisione e quindi fanno solo il loro lavoro, cioè quello degli imbonitori. Non c’è – più che altro non può esistere – una pubblicità “vera”, “obiettiva”, ed è proprio per questo che trovo il fenomeno delle televendite interessante dal punto di vista sociologico e preoccupante da quello umano. Perché se continuano a farle significa che c’è chi le guarda (e poi compra: la legge di domanda che incontra quella di offerta. O viceversa).
Gianluca Gaudio cura la parte relativa ai “Graffiti”, e lo reputo un genio incontrastato. Di più. Un vero artista che con il suo istrionico talento riesce a compiere un mezzo miracolo. Perché, a dispetto di quel che ci si potrebbe aspettare da una televendita, nei suoi spazi l’arte c’è veramente. Ma si tratta della sua impareggiabile arte. Osservarlo gigioneggiare tra le tele è come sfogliare un immaginario bignami della storia del teatro. Ora ammicca alla telecamera, ora finge stupore, ora intima con fare superiore di prenotare il quadro, ora si lancia in una trionfalistica quanto incomprensibile descrizione del pezzo. E tutto questo sempre con la suo stile retorico un po’ distaccato ed un po’ paternalistico che lo rendono in definitiva l’ultimo vero sofista*.
Non mi resta che lasciarvi alla visione di questo video che ho trovato su internet (e del quale ho trascritto i primi cinque minuti… leggetelo con attenzione, è uno spasso) come farebbe solo Lui: “Gianluca Gaudio in una performance straordinaria! Gianluca Gaudio in una performance colossale!”
Graffiti, si… straordinario omaggio a Keiuain (?). Signori siate rapidi. Un metro e quaranta per un metro circa. Guarda la potenza, la freschezza, la vitalità, le lettere! Quelle lettere in evoluto (?), che è alla base proprio del pensiero di uno degli artisti più noti dei writers, più noti appunto, perché ha fatto la storia della realtà urbana milanese. Che si è distinto per i suoi apporti e supporti al graffitismo puro. Seimilasettecento euro. Avete tre secondi… tre secondi proprio… tre secondi… [voce fuori campo: Confermata]. Eh, grazie complimenti… grazie davvero, straordinario. Oh! Questa non l’avevo vista prima, non c’era… [vfc: Eh, l’abbiamo messa adesso] Ah, ecco lo dicevo allora, son passato e non l’ho vista… Che serata, che serata, mamma mia… Un metro e venti per un metro. Il logo, graffiti logo. Filippo Minelli in una performance straordinaria! Filippo Minelli in una performance colossale!Un metro e venti per un metro, graffiti logo. Il logo è ciò che ricordiamo in Carteri (?), no… il … l’omino, se vogliamo… quell’omino stilizzato o in Basquiat (?) sotto altri versi… Ecco che i graffiti, si completa il graffitismo, si completa con un’evoluzione e arriva ad un logo… Perché? Perché lo studio, un approfondimento del linguaggio superiore più puro: eccolo! Si si, te lo dico subito… Allora, un metro per un metro e venti, quattromiladuecento euro… [vfc: Confermato] Grazie, complimenti, è bellissimo, straordinario… Poi… Questa non la perdano, “La grande I”! “La grande I”! Cari amici, non rinuncino a questi momenti. Si va a celebrare il senso reale… il senso reale di ciò che il graffitismo, lotta contro la comunicazione fatta dalle multi… dal grandi multinazionali… perché? Perché hanno lo stesso mezzo comunicativo! A differenza delle multinazionali però che affittano e pagano gli spazi, i grandi writers, i grandi graffitisti non pagano nulla, anzi… hanno la capacità di esprimere senza essere ricompensati la loro presenza e la loro vita, in uno strato di realtà urbana… in una realtà suburbana, sottostante… Tremilatrecento euro, qui vi vorrei più raffinati… qui vi vorrei più colti… vi vorrei più esigenti sotto l’aspetto tecnico e attraverso quelle lettere diomeccaniche (?) che sostengono la capacità linguistica. Opera di verbo, cari amici, basta chiamare e chiedere. Poi! Altro grande momento dedicato a Filippo Minelli, straordinario, altra icona linguistica, altra presenza, altro personaggio… ancora un logo che cola che scende, straordinario… si, questa? L’ho fatto… l’opera di prima… ah, meno? Perfetto. Un metro per un metro. Tremilacinquecento euro: splendida! Spettacolare! Signori, questi sono tutti al Pac, questi sono tutti al Pac, al padiglione di arte contemporanea, un museo… Chiaro? Ti faccio entrare, questo è il tributo che dovreste, è la… eh? Ora lo vediamo, si un attimo… però facciamo [vfc: confermata]. Grazie, complimenti. Finisco il giro di là, poi lo vediamo. Ora… vieni! La numero sette è ancora disponibile. Dovete aspettare ancora tanto? Eh? E’ bellissima… Weining Wess (?)… veramente sono le opere che si vedono… esatto… eh… la metropolitana, eh… cioè… l’associazione… è art director di una nota società che si occupa di manga giapponesi, cartoons, cartoni animati, fumetti… la capacità è la semplicità di arrivare alla mente di un essere umano attraverso la cosa più… più simpatica, se vogliamo anche più futile… il fumetto, il cartoon… più divertente… ma ottenere ed ovviamente mantenere il linguaggio, la sostanza… quello che poi è la realtà… la realtà urbana che traduce attraverso le sue presenze… straordinario. Questa è spettacolare cari amici, non la perdano, è la numero sette, ok? Poi, proseguiamo ed andiamo avanti perché così soddisfiamo tutti coloro che sono al telefono. Attenzione! Altro grande capolavoro di Keiuan (?)! Un metro per un metro. Siete pronti? Ecco, adesso facciamoci un bel viaggio… Sembra di essere in una grande metropoli… vedete come trasuda forza, capacità, energia… Ecco la sintesi del linguaggio urbano che attraverso i valori di Keiuan arriva alla nostra storia… la nostra storia contemporanea… Signori, io vi sto dicendo che queste sono opere da non perdere… ciò, qui dovete correre… perché a seimilacinquecento euro questa non va persa… sei e cinque… quindici per cento di sconto… [vfc: confermata]. Certo… fantastica…
*I sofisti (esponenti del pensiero greco), in poche parole, prostituivano il loro cervello. Ovvero, per soldi, dimostravano tutto ed il contrario di tutto. Si, un po’ come certi giornalisti. Solo con più stile.
Ci mancava solo questa. Dopo i “sindaci-sceriffi”, ecco che il delirio di onnipotenza da carica elettiva [ovvero, “salverò il mondo emanando semplicistici provvedimenti populisti riguardo a problematiche la complessità delle quali non voglio/riesco (a) capire”] arriva dritto dritto fino ai rappresentanti più “locali” dell’amministrazione pubblica. E’ infatti di pochi giorni fa (19 settembre) la notizia che Aldo Siri, presidente della circoscrizione di centro-est di Genova (a maggioranza centro-destra), ha presentato un esposto in procura contro gli occupanti del laboratorio sociale Buridda, sito in via Bertani presso i locali dell’ex facoltà di Economia, nel quartiere di Castelletto (che per chi non lo sapesse è uno dei quartieri residenziali della cosiddetta “Genova bene”). Incidentalmente io abito proprio in questo quartiere, e sono inoltre frequentatore (anche se non proprio assiduo), oltre che ovviamente “simpatizzante”, del Buridda. Non ho comunque intenzione di raccontarvi tutta la vicenda (potete trovare le informazioni utili qui), ma al massimo proporre qualche riflessione.
Chi, come Siri e la sua maggioranza, pensa di risolvere i problemi con il pugno di ferro di una goffa intransigenza, dimostra quanto poco lungimirante sia la propria azione politica, e di conseguenza discutibile la propria competenza come amministratore (a qualsiasi livello: dalla regione, al circolo ricreativo “Amici dell’amaro Camatti”). Il caso del Buridda, al riguardo, è quasi scolastico. Infatti i motivi di atrito con i residenti sorti dall’insediamento del laboratorio sociale non sono trascurabili, a partire dall’annosa questione degli alti volumi della musica. Ma non è certo con gli esposti che si viene a capo di questa situazione. Perché così facendo si cerca di trasformare un problema sociale in uno di ordine pubblico, ed è ovvio che poi, non inquadrando nella corretta maniera tutta la faccenda, le soluzioni proposte risultino inconcludenti. Nell’atteggiamento di Siri non c’è infatti alcun sforzo di comprendere tematiche quali l’esigenza di spazi di comunicazione e condivisione e, come scrivevano giustamente i ragazzi del Buridda nel loro comunicato stampa, “di una cultura concepita come bene comune fuori dal mercato”. Perché il problema, alla fine, e tutto qui. Certo, la pratica dell’occupazione/autogestione porta con sé aspetti anche controversi e che per alcuni, forse troppo abituati ad un approccio dogmatico, potranno risultare indigesti, ma incarna l’estrema rivendicazione di quel diritto al pieno sviluppo della persona umana sancito dall’articolo 3 della costituzione. Il Buridda – nel suo piccolo, e con tutte le sue contraddizioni ed i suoi limiti – cerca di completare, non colmare, il buco delle politiche culturali genovesi, concedendo spazi a chi ne ha bisogno. Sono tante le iniziative – a volte incominciate con entusiasmo e poi naufragate, altre volte tenute caparbiamente in sesto – che si sono svolte al Buridda, ma credo abbia più senso riportare due esempi personali al riguardo. Il primo si riferisce alla mia breve ma bellissima esperienza teatrale insieme alla “Compagnia del Cappotto”, quando mettemmo in scena per due anni di seguito la commedia “Dio” di Woody Allen. Infatti sede delle prove era proprio il Buridda, dove si svolse anche la messa in scena per il primo anno. Il secondo, che mi ha visto solo come semplice spettatore, riguarda invece la bella iniziativa, portata avanti con i ragazzi di “Disorder Drama”, dei concerti al giovedì sera, la proposta musicale dei quali – il più delle volte non proprio mainstream… – era sempre molto interessante. Questo, è bene ricordarlo, in una città come Genova che da anni lamenta la carenza di luoghi per la musica dal vivo, senza contare i prezzi più che popolari e l’istituzione dell’orario “pro-lavoratori” (inizio concerto 21:30).
Chiudo con una domanda. Dov’era Siri quando l’edificio dell’università veniva abbandonato per sette anni (perché poi l’hanno occupato…) senza un piano per il suo riutilizzo?
“… è una preghiera, io non voglio denari
solo vino, allegria e il calore delle mani…”
W Fernandez - Bandabardò
Strepitoso concerto (come in realtà accade praticamente sempre…) quello della Bandabardò cui ho assistito la scorsa settimana. Il gruppo, ormai alla fine del lungo tour di supporto alla raccolta suis generis “Fuori Orario”, ha girato veramente a mille, proponendo un spettacolo ancor più carico e divertente del solito. Capiamoci, che i Bardò ci sappiano fare – e parecchio – sul palco non è certo una novità: fricchettoni nell’animo, suonano con attitudine da busker ed una perizia tecnica invidiabile (vogliamo parlare del mitico Finaz alla chitarra? O di Don Bachi al contrabbasso?). Coinvolgente divertimento e bella musica, quindi, tutti aspetti che rendono bella a prescindere una loro esibizione. Certo, poi entra anche in gioco l’effetto dovuto ai brani presenti in scaletta (che ha il suo peso, visto che tutti i gruppi hanno scritti canzoni più deboli di altre), ma nel loro caso, almeno per la mia esperienza (li ho visti una decina di volte…), questo influisce solamente sul fatto di spostare l’ago del giudizio da buon concerto ad ottimo (ci sarebbe anche da aggiungere il loro genere di canzoni non è nemmeno mai cambiato in maniera eccessivamente drastica, e questo aiuta sicuramente l’omogeneità).
Prima di loro si sono esibiti gli Zibba & Almalibre, decisamente un buon gruppo, visto che si son presi più di un applauso dal pubblico, soprattutto per la bella canzone finale. Sul palco si presentavano con basso, batteria, chitarra elettrica (molto versatile), un istrionico violino elettrico ed il cantante che suonava anche una chitarra elettrica. Come detto, secondo me sono molto bravi, anche se, almeno per le quattro canzoni che son riuscito ad ascoltare, estremamente derivativi. I loro brani infatti, seppur di ottima fattura, mi sono sembrati un po’ la “loro versione” di brani di gruppi più famosi. Nel calderone c’erano: Folkabbestia, Bandabardò, Tom Waits e Modena City Ramblers (il brano con il quale hanno concluso ha, secondo me, più di un debito con “La strada”… intendiamoci, gran pezzo…), tutti personaggi che a me garbano parecchio, però dovrebbero staccarsi maggiormente dai modelli. A parte questo, lo ripeto, molto molto bravi.
Poi è stato il turno della mitica Banda, che ha fatto partire delle danze scatenate da buttar giù il palasport (che sarebbe pure l’ora vista l’acustica agghiacciante che anche stavolta ci ha regalato…). Inizio con “Il mistico”, che termina con un indiavolato assolo elettrico di Finaz (ne piazzerà tanti, durante la serata), poi è il turno della nuova “Filastrocca #2” ed è impossibile non canticchiare il ritornello che più fricchettone non si può. Seguono la “nuova” (ormai è un bel po’ di anni che la suonano così) travolgente versione di “Aò!?”, festaiola come poche, e la bella “Manifesto”. La sequenza centrale dei brani non me la ricordo, comunque hanno suonato sicuramente in successione “Sempre allegri” e “Tre passi avanti” ed anche “Il muro del canto” e “Ubriaco canta amore”. Altri brani in scaletta sono stati “Lo sciopero del sole”, “Mojito FC”, “Uomini celesti”, “Ewa”, “Fine delle danze”, “Una giornata uggiosa”, “Venti bottiglie di vino”. La prima parte del concerto è finita con terzetto devastante (non che le altre…) di canzoni, iniziato con “Cuore a metà” e l’ormai classico giochetto dei cori (Ohehohehoh!), “Fine di un Pierrot” come segmento centrale e l’immancabile “Hameling song”, con lo strumentale finale che, nel delirio generale, va a mescolarsi al can can. “Cafè d’hiver” chiude veramente il primo round. Tempo nemmeno cinque minuti ed il gruppo è già sul palco per i bis, che constano di “Vento in faccia”, il classicone “Beppeanna” seguito dalla solito “marchio” “B.B. live” e la sempre toccante chiusa di “Succederà”. Erriquez chiama la sigla, le luci incominciano ad accendersi e qualcuno fa per andare a casa, ma dopo pochissimi minuti il gruppo torna per (testuali parole) “Suonare ancora un po’”. Parte quasi per scherzo “Ramon 2”, cantata proprio dal percussionista, poi è la volta della nuova “Fuori orario”, per finire in super bellezza con la leggendaria “W Fernandez”.
Wow! Ho ancora la pelle d’oca adesso! Concerto con un tiro veramente pazzesco, anche perché un po’ di pezzi li hanno pure accelerati un po’… e poi hanno eseguito due dei miei brani preferiti (a parte quelli che fanno di solito, che manco li conto…), “Il muro del canto” e “W Fernandez”, che pensavo non suonassero più.
La settimana scorsa mia madre è andata alla cena di rimpatriata della sua classe delle magistrali. Alla fine, causa un effetto domino di tira culi (dote rigorosamente transgenerazionale), erano in tre e sono finite a cena a casa di una di loro. Se facessimo una pizzata con la mia classe delle superiore, credo finirebbe nella tristezza più totale, visto che tra mille innesti ci siamo ignorati vicendevolmente per cinque anni… posso tranquillamente immaginare scenette del tipo:
• Hey! Ma chi cazzo è quello lì? Non avevamo detto niente esterni? (indicando il suo storico compagno di banco)
• Cameriere! Ordiniamo che ci siamo tutti (ne mancano metà. Ed il “cameriere” è uno di questi)
• (con fare spacioso) Ti ricordi quella volta che … (vuoto totale. Non abbiamo mai fatto nulla assieme, a parte riuscire a cacciare tre supplenti di italiano)
Senza contare gli imbarazzanti silenzi che monopolizzerebbero la cena. Mi è venuto da pensare tutto questo perché ieri mattina ho incontrato di sfuggita un mio compagno di classe delle superiori e lui mia ha salutato con un: “Ciao Michele!”. Nulla di strano, se non fosse che io mi chiamo Emmanuele. Capite bene che razza di cena potrebbe venir fuori (paradossalmente verrebbe invece un bijou con i compagni delle elementari e delle medie). A (molto ma molto parziale) discolpa del malcapitato devo però aggiungere che il Michele con il quale mi ha confuso è un mio storicissimo amico, nonché compagno di classe dalla prima elementare alla fine dell’università e degna testa coronata sansuina, con il quale ovviamente formavamo “coppia fissa” a scuola.
Marchette
Ho incontrato questo mio compagno di scuola mentre stavo scendendo le scale della segreteria generale dell’università, dopo aver consegnato dei moduli per la richiesta di inserimento nei corsi di dottorato (ah, perché – per chi non lo sapesse – da gennaio dovrei incominciare il dottorato di ricerca). Peccato che mancassero alcune scartoffie burocratiche, tra le quali una “lettera di presentazione” di un docente che attestasse la mia idoneità alla partecipazione a questi corsi. Sono riuscito ad ottenerla ieri pomeriggio, e ve la riporto (i dati sensibili sono stati sostituiti con dati idioti, questo per mantenere un minimo di correlazione. Inserisco inoltre qualche delucidazione nelle parentesi quadre).
Il candidato Ciccio Pasticcio ha brillantemente concluso con una votazione di levati-dai-coglioni/110 il Corso di Studi di Laurea Magistrale in Turbocazzate a Profusione nell’Anno Accademico 753/752 a.C., dimostrando un’ottima propensione nei confronti dell’attività di ricerca, in particolare su tematiche assi complesse ed innovative di sturamento di cessi dopo feste affollate da trogloditi dal più che labile equilibrio intestinale. Come docente di vari corsi di studio da lui seguiti nel corso del suo curriculum, posso testimoniare che ha seguito con profitto ed impegno tutti miei corsi, partecipando attivamente alle attività didattiche proposte, e conseguendo valutazioni estremamente soddisfacenti [questo, scazza ammetterlo, ma è pure vero ndE]. Sono inoltre stato relatore della sua tesi di laurea, che riguardava l’analisi della pianificazione di serate alcoliche, con particolare riferimento alla riduzione dei postumi da sbevazzate a casaccio. Ho avuto modo di verificare svariate volte la sua attitudine ad analizzare criticamente i problemi e ad esplorare strade innovative per la loro risoluzione [tipo “spaccare tutto e scappare fortissimo” ndE]. Ritengo quindi che il rinc. Pasticcio costituisca un ottimo candidato per la partecipazione ad un dottorato di ricerca, sia per il suo impegno e serietà, sia in quanto ho potuto riscontrare le sue eccellenti potenzialità e attitudini di ricerca sperimentale [credo di averli impressionati positivamente con il mio motto (effettivamente “sperimentale”) “Chi non mischia non rischia!” ndE].
Bella, no? Ci si potrebbe quasi vantare. Per fortuna che, essendo un pro-forma, la lettera è stata mutuata da uno “schema classico”. Quindi tranquilli, sono sempre il solito pirla. E sapendolo, leggere ‘ste inutili sviolinate mi fa ancora più ridere (non sanno veramente a cosa stanno andando incontro…).
Anticlimax
No, non è il nome di un personaggio di second’ordine delle strisce di Goscinny ed Uderzo. Così invece si chiama quella che ho scoperto (ieri, cazzegiando su internet) essere una delle mie figure retoriche preferite nel campo comico. Come funziona? In soldoni si accostano, ad esempio, due lessici differenti, come quello triviale e quello aulico. La struttura deve essere discendente (parte serie seguita da parte idiota), se no addio effetto comico. Tutto il precedente paragrafo dove riportavo, opportunamente modificata, la mia lettera di presentazione segue questo schema. Farlo bene poi è un altro paio di maniche, ovvio.
Maggior informazioni si possono trovare ovviamente qua e qua se invece volete leggere un po’ di esempi sul climax (parola che d’ora in avanti userò in abbondanza e soprattutto a sproposito…).
Papa-dilemma
Ieri i maggiori telegiornali (Tg1 e Tg2 sia di mezzogiorno che della sera, quindi immagino anche gli altri) hanno dato spazio alla notizia che il papa, parlando di fisco, abbia pronunciato una battuta umoristica che ha fatto scattare le risate tra i presenti. Boh, io non vedo cosa ci sia di così eclatante. Sono anni che il papa dice cose ridicole. E la battuta non era nemmeno bella!
Uno sketch che invece provoca ogni anno grasse risate è la spassosissima pantomima del sangue di san Gennaro che diventa liquido. Gli elementi per il successo sulle grandi masse in effetti ci sono tutti: scenografia d’impatto, atmosfera mistica ed assoluta inconsistenza dal punto di vista scientifico. La cosa che mi fa morir dal ridere è che, anche partendo dal presupposto che i miracoli esistano [ipotesi che non ritengo neppure così remota, visto che son quasi due anni che Sharon non dice cazzate (dite perché è in coma? Cazzo, adesso devo pure ricredermi sull’esistenza della giustizia?)], questo sarebbe un ottimo esempio dell’inconsistenza della religione cattolica. Perché dai, non può esistere il “miracolo annuale”, come il tagliando della macchina… si cambia l’olio, una controllata al livello del battistrada, si stringono i freni e poi, certo, l’immancabile shakeratina al sangue del santo… per par condicio dovrebbero fare i servizi ai telegiornale anche su quel ciarlatano del mago Otelma… Non vedo come non riescano a capire che introducendo la prassi di “miracolo on-demand” si arrivi dritti al concetto di “dio-squillo” che non può disattendere le aspettative… contenti loro…
Ecco, a questo punto penso proprio avesse colto in pieno il problema un mio amico, affetto da un grande dilemma spiritual-grammaticale, dovuto forse al fatto di non aver terminato la terza elementare ma anche dalla sua voglia - chiamatela pure ingenua - di portare gioia al mondo. “Vorrei diventare papa”, mi confidò un giorno, “O pappa. Se solo riuscissi a capire la differenza”. Era confuso, certo. E proprio per questo cercai in fondo al cuore le parole più appropriate per spiegargli le enormi differenze etiche, morali e sociali tra quelle due opzioni che così frettolosamente aveva accostato. “Grazie della comprensione e del supporto”, mi disse dopo qualche settimana di animati colloqui, “Ora penso di aver capito qual è la strada migliore. E poi bisogna difendere i nostri valori”. Adesso è il boss incontrastato di corso Perrone e gestisce con ferocia inumana una tra le più squallide e vergognose tratte di donne. Interpellato al riguardo del suo vecchio dilemma è solito rispondere: “Beh, almeno io non prendo l’otto per mille”.
(ah, in partenza tutto questo post doveva essere di quattro righe… )
“… let me do something good
Let me prove something real like I should
Let me embrace every single living thing
Let me be every single moment I ever misunderstood…”
United States – Smashing Pumpkins
Tremate! Il paranoico supremo, il principe degli umorali, il pazzoide genio del rock alternativo degli anni novanta è tornato e, accingendoci ad ascoltare questa nuova fatica della zucca pelata di Chicago, non ci resta che incrociare le dita perché, quando si ha a che fare con uno come Billy Corgan, non si può veramente sapere a che cosa si andrà incontro… Mettiamo subito le mani avanti e specifichiamo che questo “Zeitgeist”, primo disco di studio a nome Smashing Pumpkins dallo scioglimento nel 2000, è un buon lavoro, certamente non eclatante come si sarebbe potuto (voluto?) aspettare, ma che ha il gran merito di riportare il suono dei Pumpkins ad un dimensione molto più secca e diretta, lasciandosi alle spalle quelle pesanti sovrastrutture (concettuali ancor prima che a livello di arrangiamenti) che contrastinguevano le ultime pubblicazioni del gruppo. Niente oscure storie segrete da intuire tra testi criptici, immagini contenute nel libretto del cd, frammenti di synth, chitarre hevay ma sovraeffettate e lamentosi soliloqui notturni. Si torna a fare semplici canzoni, magari non come le suonerebbe un gruppo nella classica saletta prove del garage – non chiediamo troppo, eh… – ma sicuramente più fruibili.
Smashing Pumpkins 2007, quindi. Si potrebbe dire “ricomincio da due”, visto che alla reunion voluta dal leader Billy Corgan partecipa in realtà il solo batterista Jimmy Chamberlin, mentre sia il chitarrista James Iha che la bassista D’Arcy (oltre che Melissa Auf Der Maur, sua sostituta nell’ultimo anno di vita dei Pumpkins) mancano all’appello. La mente non può quindi che andare dritta a “Siamese Dream”, primo capolavoro della band registrato in solitario da Billy Corgan (alle prese con tutte le parti di chitarra, di basso e – vuole la leggenda – pure alcune di batteria) con l’aiuto di Chamberlin. Un po’ di analogie in effetti ci sono, e non si limitano alla presenza dei soli due “superstiti” come strumentisti. I primi brani, elettrici e diretti, ricordano infatti i brani più violenti di quel disco, come “Quiet”, “Geek U.S.A.” o “Silverfuck”, ovvero martellanti scariche adrenaliniche di scintillante hard rock. Tutto bene, quindi? Più o meno, perché i pezzi saranno si potenti e diretti, ma alla lunga sembra di ascoltare un po’ la stessa canzone, e finchè le variazioni sul tema sono di buon livello tutto fila abbastanza liscio, ma passata l’ottava traccia (su dodici: segno che questa volta l’iper prolifico Corgan si è saputo contenere…) la minore incisività si fa sentire. Quando poi i Pumpkins cercano nuove soluzioni, il risultato è altalenante tra interessanti intuizioni ed esperimenti più che discutibili. Ciò che manca forse a questo disco è una eterogeneità di suoni, che ha sempre caratterizzato le produzioni del gruppo di Chicago. Il ritono a sonorità più dirette è sicuramente da salutare con felicità (e le scalette proposte ai concerti promettono grandi emozioni), ma dispiace che questo abbia significato l’accantonamento di alcuni aspetti della muscia dei Pumpkins (dov’è finita infatti la psichedelia? E le impareggiabili melodie che Corgan sfornava con tanta facilità? O gli incroci sonici delle chitarre?).
Musicalmente si sente la mancanza della chitarra di Iha, soprattutto quando Corgan cerca di riproporne i suoni, ma più in generale si sente la mancanza di un vero gruppo che abbia provato e riprovato i brani, apportando nuova forza alle idee del leader. Certo, la batteria precisa e potente di Chamberlin (anche se stranamente non in grandissimo spolvero) è sempre un piacere da ascoltare, ma non so quanto abbia influito sulla stesura dei brani. Il disco può dirsi composto da tre filoni principali di canzoni, alle quali si aggiungono alcuni outsider. Ci sono innanzi tutti i “classici” brani rock (la quasi totalità) che si dividono tra cavalcate furiose (le iniziali “Doomsday Clock”, “7 Shades of Black” ed il singolo “Tarantula”, tutte e tre molto belle) e pezzi meno sparati (“Bleeding the Orchid”, “Starz”, “Bring the Light” e “(Come on) Let’s go!”, con le ultime due quelle meno riuscite). Poi ci sono due pseudo-ballate di ispirazione new wave (“That’s the Way (my Love is)” e “Neverlost”). Fuori dagli schemi i due brani conclusivi (l’ossessiva “For God and Country” e “Pomp and Circumstances”, con evidenti – ma mal gestite – reminiscenze queeniane) e “United States”, lungo e martellante “revolution blues”, per dirla come il ritornello.
Un disco, come detto, non eccelso ma che riporta in pista, ed in maniera più che decorosa, uno dei più importanti gruppi degli anni novanta. Speriamo di vederli presto dal vivo.
“Pittoresca. Era quella una parola nuova per Scuotivento il mago (studente fallito di magia, Università Invisibile). Era una delle tante scoperte da quando aveva lasciato le rovine carbonizzate di Ankh-Morpok. “Strano” era un’altra. “Pittoresco”, decise dopo un’attenta osservazione dello scenario che aveva ispirato Duefiori a usare quel termine, voleva dire un paesaggio orrendamente ripido. “Strano”, se usato per descrivere i villaggi di tanto in tanto attraversati, voleva dire malattie e rovina. Duefiori era un turista, il primo mai visto nel mondo-disco. “Turista”, aveva concluso Scuotivento, voleva dire “idiota”.”
estratto dalle prime righe del secondo capitolo del libro
Si incomincia, e siamo già ad un bivio. Leggete infatti l’estratto con il quale ho iniziato il post. Vi ha divertito? Bene, allora questo è un libro che fa decisamente per voi. Se invece non ci avete trovato nulla da ridere forse è meglio che vi teniate lontani dai libri di Terry Pratchett. Le pagine dello scrittore inglese sono infatti sempre molto permeate da questo sottile umorismo, che non sfocia mai in grasse risate, ma si mantiene su di uno straniante livello dove l’effetto comico proviene da una narrazione che propone che normali situazioni ed atteggiamenti che nella realtà lo sono. Humour inglese molto vicino a quello di Douglas Adams, verrebbe da dire, se non fosse che questo libro non mi ha convinto del tutto. Saranno state forse le ambientazioni vicine al fantasy (che comunque vengono costantemente messe in ridicolo) – un genere che proprio non mi appartiene – o il ricorso fin troppo velato alla precedentemente menzionata ironia, ma non sono riuscito ad apprezzare fino in fondo questo primo romanzo della “Saga del Mondo Disco” che tanta fortuna ha portato a Pratchett (sono pure stati tratti due videogiochi punta e clicca – “Discworld I e II”, bellissimi – perfettamente intrisi del suo umorismo). Intendiamoci, il libro regala più di un momento spassoso, ma a mio avviso il fatto di mantenere sempre il registro della narrazione sullo stesso livello alla lunga diventa controproducente (lo svolgimento delle situazioni – queste ultime assolutamente improbabili – si fa infatti sempre più prevedibile).
L’azione si svolge nel Mondo-Disco, assurdo pianeta piatto (a forma di disco, appunto) che, sorretto da quattro elefanti giganti a loro volta appoggiati sulla corazza di una tartaruga gigante, fluttua nell’universo. E già questo dovrebbe far capire quanto sia fantasiosa la mente dello scrittore inglese, che infatti partorisce un suo personalissimo universo parallelo dove ogni certezza, anche – e soprattutto – del mondo fantasy, viene sistematicamente fatta a pezzi per fare posto ad improbabile quanto continuo rovesciamento della realtà. Infatti sul Mondo-Disco le leggi della fisica sono spesso impregnate di magia, la geografia è molto particolare e nessuno si comporta come dovrebbe. Gli assassini hanno un loro sindacato, ed i ladri rubano su appuntamento. Gli eroi non sono poi così eroici e passano da una rissa all’altra nelle taverne e i maghi sono prevalentemente dei cialtroni. Il più pigro di questi, Scuotivento, è stato cacciato dall’Università Invisibile, e cerca di tirare avanti girando ancora con la tunica da mago (in realtà non sa fare nessun incantesimo, a parte uno potentissimo che però non riesce a ricordarsi…). Incontrerà Duefiori, ingenuo turista là dove non v’è motivo per il turismo, ed il suo bagaglio camminante e da lì incominceranno le loro incredibili avventure per il Mondo-Disco…
Come detto la lettura di questi libro non mi ha soddisfatto completamente, anche se non esiterei a consigliarlo a chi ha apprezzato i libri di Douglas Adams, soprattutto se abbastanza ben disposti nei confronti di storie a base di maghi, draghi e quant’altro (serviti con la giusta dose di umorismo, ovvio…).
Si sente proprio che i Modena City Ramblers abbiano voglia di intraprendere un “nuovo” corso, il problema è che dopo più di un anno e mezzo dal varo della “nuova” formazione a due cantanti non si capisce bene dove vogliano andare a parare. In quest’ultimo concerto hanno infatti proposto praticamente solo brani della loro produzione meno incisiva (2000 – 2007), relegando in buona sostanza ai soli bis le loro canzoni storiche, di conseguenza drasticamente ridotte in numero. Capisco l’esigenza e la voglia di promuovere il nuovo (uscito comunque da circa un anno) disco (sono stati suonati 12 brani sui 16 totali), e non chiedo nemmeno di eseguire solo i “vecchi” pezzi (anzi, nei dischi più recenti ce ne sono anche di molto belli!), però mi sembra proprio che abbiamo dimenticato come si compila una scaletta, visto che a più riprese mi stavo addormentando/annoiando (e se permettete, che questo succeda ad un concerto dei MCR mi sconvolge non poco…). La cosa divertente è che, a ben pensarci, la scaletta è stata molto simile a quella proposta meno di cinque mesi fa per il concerto del 25 aprile (che mi era piaciuto), ma strutturata in maniera in maniera più insensata. La distinzione non è irrilevante. Se infatti un brano non proprio esaltante viene piazzato tra due belli il colpo è attutito meglio, se invece si inanellano terzetti di canzoni deboli/irritanti, beh la resa del concerto ne risente eccome. Inoltre nello scorso concerto imputavo la mancanza di alcuni brani storici al relativamente poco tempo concesso al gruppo per esibirsi, visto soprattutto che nel concerto del tour di “presentazione della nuova formazione” cui avevo assistito nell’aprile del 2006 ne avevano suonato – e con grandissimo coinvolgimento, non perchè dovevano farli – veramente tantissimi, arrivando a toccare la ragguardevole cifra di 31. Adesso invece “solo” 26, lasciando però fuori brani sempre eseguiti quali “La banda del sogno interrotto”, “Il ballo di Aureliano” ed “Etnica danza”, oltre che alle comunque molto spesso proposte (tanto per dirne tre, eh…) “Al dievel”, “Ninnananna” o “La strada”. Boh, anche nei tour di dischi molto più controversi di questo come lo spiazzante “Radio Rebelde” riuscivano ad amalgamare meglio le canzoni.
Veniamo al concerto che è incominciato molto bene con il bel lento “La musica del tempo”, per poi proseguire irruente e casinaro con “Quel giorno a primavera” e l’immancabile “La legge giusta”. “Grande famiglia” è al solito il miglior biglietto da visita possibile, mentre la successiva “I funerali di Berlinguer”, con il suo travolgente folk, non è che la giusta conclusione di un inizio veramente scoppiettante. Seguono due nuovi brani lenti molto belli, prima “Le strade di Crawford”, dalle inconfondibili sonorità ramblers, poi “Oltre la guerra e la paura”, ipnoticamente arabeggiante. Da qui in avanti incomincia invece una lenta agonia che si protrarrà, più o meno, per una decina di canzoni, la stragrande maggioranza, come detto, certamente non da buttare, ma difficili da digerire soprattutto se piazzate una dopo l’altra. Si comincia con “La stagioun di delinqueint” esperimento folk divertente ma più che prescindibile, per proseguire con “El presidente”, che dal vivo suona sempre legnosissima (su discoinvece è un gran pezzo, c’è poco da fare). Dopo è il turno di “Mama Africa”, altro brano interessante ma non certo travolgente, seguita dalla divertente “Tota la sira”, dove finalmente si accelera un po’ con ritmi sudafricani: l’esecuzione non è certo senza sbavature, ma almeno ci si diverte; da segnalare la coda che sfuma addirittura in “The lion spleeps tonight”. Un buon preludio per la ripartenza delle danze? Purtroppo no. Infatti il brano successivo, cantato da Kaba, è la ballata che sa di già sentito “Stranger in Birkenau” (intendiamoci, carina… bella melodia… ma pezzi del genere ne han fatto a tonnellate di migliori… “Natale a San Cristobal”, “Carrettera Austral”, “L’unica supersite”, “Remedios la bella”…), cui segue la sempre toccante “Ebano”, unica perla della parte centrale dello spettacolo, che nell’intensa interpretazione di Betty risulta ancora più emozionante. Nemmeno il tempo per riprendersi ed incomincia una tra le più brutte triplette di canzoni che io abbia mai ascoltato, che ha però l’unico merito di concludere la parentesi “noiosa” del concerto. “Il paese delle meraviglie” è infatti un reggae senza tiro con un testo veramente banale che sembra un po’ riprendersi nella coda strumentale ragga, peccato che poi vada a fondersi con “Una perfecta excusa”, un brano che non mi è mai piaciuto e che riescono a proporre sempre in una versione peggiore. Adesso canta Betty con Massimo e Dudu a fare gli mc… irritante… Quando poi attaccano “Viva la vida” incomincio a contare le canzoni proposte ed ho un brutto presentimento sul prosieguo del concerto. Fortunatamente già dal brano successivo il concerto torna sui binari giusti, anche se non del tutto come vorrei. “Western Union”, uno dei miei brani preferiti – se non addirittura il preferito – dell’ultimo disco, è infatti un ottimo inizio, anche se si sente la mancanza dell’accompagnamento della Kocani Orkestar (ma vah?), ed “Oltre il ponte” è sempre un bel pezzo folk. “I cento passi” poi, accolta da boati, galvanizza ancor di più il pubblico, che risponde cantando in maniera impressionate. Per l’ultimo brano in scaletta c’è pure il tempo di una gradevole sorpresa, visto che Dudu, poi seguito da tutto il gruppo, intona “There is power in a Union”, storico brano del maestroBilly Bragg, cui segue una convinta “Mia dolce rivoluzionaria”. Il gruppo esce e c’è chi invoca “Contessa”, dimostrando di non aver capito una beneamata mazza della canzone appena terminata, ma va beh… I bis incominciano con “Risamargo”, altra canzone nuova canzone non certo brutta e con testo interessante ma poco incisiva, e proseguono (finalmente…) con i grandi classici. La leggendaria “In un giorno di pioggia”, con l’ormai classica introduzione in irlandese, la travolgente “Clan banlieue”, la fantastica “Morte di un poeta” (mia canzone preferita di sempre, con lo strumentale iniziale e l’ormai di rito capriola finale di Dudu), la devastante “Transamerika” e l’immancabile “Bella ciao”.
Che altro aggiungere (a parte che aggiustino la scaletta, ma credo si sia capito…)? Beh, la carica del gruppo è stata sempre la solita delle ultime esibizioni ma, visto che il concerto si è svolto al Palasport, l’acustica era quanto di più insulso si possa immaginare. Ah, questa volta li accompagnava un altro un altro virtuoso della fisarmonica, Franco Borghi, in alcuni prezzi anche all’organo hammond o al trombone: un fisarmonicista fisso però non sarebbe poi così male…
Ovvero, piccolo manualetto in pellicola sui problemi provenienti dal prendersi troppo sul serio. Perché le motivazioni di base che rendono imbarazzanti questi due film nascono proprio dall’aver completamente non compreso le caratteristiche che hanno portato al successo il primo Matrix, conferendo quindi un peso eccessivo ad aspetti del primo film che sono letteralmente esplosi nelle mani dei due registi, i fratelli Wachowski, nei due sequel. Il primo capitolo della saga è infatti una improbabile accozzaglia di generi e suggestioni che però, grazie ad uno strano equilibrio, alla fine funziona, e pure abbastanza bene. Perchè partendo da un soggetto non particolarmente originale (Hey! In un futuro le macchine schiavizzano gli uomini e questi ultimi organizzano la resistenza? Uhm, l’ho già sentito da qualche parte… Si vive una vita che è solo finzione? Beh, “The Truman show” aveva già fatto scuola. Siamo oppressi da un sistema? “1984” è di sessant’anni fa…), i due registi erano riusciti, scopiazzando a destra ed a manca, a creare non solo un impensabile – ma vincente – nuovo immaginario dove cyberpunk e kung-fu andavano a braccetto, ma anche a proporre una storia non certo esente da incongruenze ma di sicuro impatto. Per non parlare poi dei famosissimi effetti speciali utilizzati, che hanno innegabilmente rivoluzionato il modo di intendere i film d’azione. Perché di film d’azione sempre si sta parlando, e quindi qualche imperfezione narrativa, se non grossolana, è anche permessa, dal momento che magari lo spettatore sarà ancora impegnato in un “Ohhhh!” di stupore per le scene mozzafiato. Ed è proprio qui che i fratelli Wachowski sono clamorosamente andati ad inciampare girando i due sequel, ovvero schiacciando l’acceleratore, in maniera tra l’altro molto poco organica, su quelli che pensavano essere i punti forti del primo film, ovvero la (secondo loro) complessità filosofico-religiosa del film e le scene d’azione.
Il primo aspetto è una bufala di dimensioni galattiche. Il primo Matrix era (solo) un (molto gradevole) film d’azione, punto. Non “diceva” assolutamente nulla, se non una riga di stucchevoli luoghi comuni (che, tra l’altro, fanno ancor più sorridere se si pensano inseriti in un prodotto targato Warner Bros…). Tutte le parti “riflessive” avevano esclusivamente lo scopo di rendere più avvincente la trama, arricchendola di quella suspance che, non sarò certo io a negarlo, aspetti trascendentali aiutano a creare (se no, almeno a mio avviso, a prendere seriamente il film si finisce veramente nel ridicolo). Il pregio del film era quindi quello di non spiegare troppo lasciando ampie zone d’ombra: un po’ di incongruenze restavano [dalle più stupide: perché i “buoni” devono vestire tutti di pelle? (A parte perché poi è più semplice lavorarci al computer, dico…). Oppure: perché chi muore in matrix muore anche nella vita reale, anche se si sa che è una finzione?], ma tutto sommato il film, tra un pop corn e l’altro, scorreva. Nei sequel hanno voluto invece insistere su questo punto, sfornando una trama pretestuosamente complessa ma soprattutto senza alcun filo di logica, che cercando di spiegare incasina solo il tutto, mostrando tutta l’inconsistenza del fragile castello narrativo ideato dai fratelli Wachowski. Ecco quindi un Neo (Keanu Reeves) che qualsiasi cosa dica utilizza un tono di voce come se dovesse pronunciare un’importantissima verità rivelata, mentre più di uno snodo narrativo (il Merovingio, l’Uomo del treno) sembrano messi lì solo per riuscire ad avere materiale per due film (in effetti un’unica pellicola di tre ore sarebbe stato uno strazio).
Capitolo effetti speciali è altrettanto dolente. Consci di non poter proporre un’innovazione visuale pari a quella data dalle rivoluzionarie scene del primo film, e forse convinti che la carta vincente fossero state solo quelle, i registi hanno optato per la quantità, saturando le due pellicole con lunghe ma pressoché inutili scene mozzafiato. Senza contare che una scena di venti minuti (il tanto conclamato spezzone dell’autostrada) è assolutamente controproducente, visto che dopo un po’ l’adrenalina si stabilizza e non ci sono più reazioni. Avessero avuto un budget minore magari sarebbe stato meglio…
La trama (e sono due film!) è minuscola, e compare ogni tanto, tra un combattimento e l’altro, tanto per piazzare qua e là affermazioni che vorrebbero essere serie ma in realtà sono ridicole. Comunque non sto a scriverla, non vorrei rovinare la visione dei film (ah ah…). Alla fine il peggiore è sicuramente “Reloaded”, forse anche perché segmento di mezzo, ma anche “Revolutions” è inqualificabile, visto che propone una conclusione che non ha un briciolo di senso. Diciamo che, tra una citazione [ma sempre più plagio (“Guerre Stellari”, “Alien 2”…)] e l’altra, i Wachowski sono riusciti nella difficile impresa di affossare la loro creatura. Complimenti.
Un solo consiglio (al quale comunque anch’io, seppur dopo quattro anni, non ho dato ascolto): accontentatevi del primo capitolo e non guardateli, perché non c’è veramente possibile paragone!
Che poi quest’anno di “days” ce n’era solo uno, ma va beh, non stiamo a formalizzarci troppo e partiamo subito con una premessa: a ‘sto concerto ci sono andato quasi per caso, ma ne è valsa veramente la pena, vista l’ottima qualità delle esibizioni, soprattutto degli headliners ma non solo. In effetti i gruppi in cartellone per questa edizione non erano certo nel novero dei miei preferiti, o comunque tra i miei ascolti più frequenti. Di più. I Nine Inch Nails li conoscevo più per fama che per altro – un personaggino come il leader Trent Reznor è difficile ignorare – ed avevo un po’ di timore che la loro proposta musicale mi risultasse troppo “estrema”, mentre dei Tool avevo già ascoltato (in maniera “seria”, dico) qualcosa, apprezzando molto gli incroci sonori anche se viziati secondo me da un livello di distorsione più elevato di quello che a mio avviso sarebbe necessario. Entrambi i gruppi però hanno proposto un’ottima esibizione live e – sorpresa sorpresa – quelli che mi hanno maggiormente colpito sono stati i Nine Inch Nails, che hanno proposto uno spettacolo di grande presa ed al contempo vario, a differenza dei Tool che mi sono sembrati un po’ monotoni.
Il festival, che si è svolto come tradizione a Bologna presso l’Arena parco Nord, ha avuto inizio poco dopo le 14, con l’esibizione degli italiani Petrol. Io sono arrivato un po’ tardi e quindi sono riuscito ad ascoltare sole le ultime tre o quattro canzoni: questo non mi ha però impedito di riconoscere l’inconfondibile suono di Dan Solo, storico ex-bassista dei Marlene Kuntz, rocciosissimo nell’imbastire sinuosi e granitici riff di basso. Singoli componenti a parte, la proposta del gruppo, cioè un bel hard-rock secco e diretto, mi è piaciuta molto: spero di poterli rivedere al più presto. Successivamente è stato il turno dei (o di) Billy Talent, che mi hanno parecchio annoiato (ed ero svaccato sulla collinetta!) proponendo il rock paraculo che gira in questo periodo (stile i 30 Seconds to Mars, per dire i più famosi): zero inventiva e solo delle gran pose. Irritanti anche come sottofondo per fare la fila per le birre. Verso le 16:30 sono saliti sul palco gli (And You will Know us by) the Trail of Dead, indubbiamente la più piacevole sorpresa tra i gruppi di supporto. Innanzi tutto sono saliti da soli a farsi i suoni, e già questo me li ha resi simpatici. Poi hanno dimostrato un ottimo affiatamento passandosi vicendevolmente un po’ di strumenti (non c’era un cantante principale: a volte cantava un batterista, a volte un tastierista) oltre ad avere tiro da vendere, e non solo per come hanno tenuto il palco. Musicalmente proponevano un rock discontinuo e molto personale, basato sull’incrocio delle chitarre e delle tastiere, con le prime comunque molto più in evidenza: magari non saranno i migliori in circolazione, ma almeno cercano, e secondo me con buoni risultati, un loro approccio. Da tenere d’occhio. Il gruppo successivo sono stati gli Hot Hot Heat, divertenti ma sempre dalle parti di Franz Ferdinand e soci, anche se con venature vagamente più funk. Boh, a me quest’enfasi sul revival new wave appare decisamente immotivata, e come genere non mi riesce a coinvolgere più di tanto, fatto sta che me li sono visti dalla collinetta. Veramente niente di speciale. Ultimo gruppo prima degli headliners sono stati i Maximo Park, gli unici dei quali avevo già sentito qualcosa (il singolo “Our velocity”, coraggiosamente piazzato tra i primi brani proposti, ha avuto parecchio successo), che musicalmente provengono dallo stesso filone del gruppo che li ha preceduti, surclassandoli però su tutti i livelli. Divertenti e bravi sul palco, ma non mi hanno fatto certo gridare al miracolo.
Il piatto principale della serata, che come si sarà capito non c’entrava praticamente un cazzo con i gruppi precedenti, è stato servito a partire dalle 20:30, con la devastante esibizione dei Tool. Il gruppo americano capitanato dal carismatico cantante Maynard James Keenan ha proposto uno spettacolo molto teso, caratterizzato, oltre che dall’impressionate potenza delle resa live dei loro brani, da un ricorrente uso di scenografie ed installazioni con la proiezione di video anche molto inquietanti e l’impiego, soprattutto nell’ultima parte del concerto, di laser dal forte impatto visivo. La prestazione del quartetto è stata molto buona, con una menzione particolare per l’ottimo batterista (anche se il volume della cassa era parecchio elevato, quindi quando andava di doppia cassa sembrava essere sotto un bombardamento…), anche se, probabilmente a causa del tipo di musica suonata oltre che dalle rigide posizioni funzionali alla scenografica, mi sono sembrati un po’ troppo statici. Maynard inoltre, indubbiamente dotato di un timbro vocale potente ed ammaliante, dava l’impressione di giocare a fare il personaggio, comportamento decisamente irritante. Il concerto comunque non mi ha lasciato per nulla insoddisfatto, anche se mi rimangono parecchi dubbi sulla reale esigenza di creare intorno al fenomeno Tool tutto questo alone di venerazione.
Alle 22:30 è invece stato il turno dei Nine Inch Nails, ovvero il progetto musicale di Trent Reznor, oscuro leader del gruppo. Il concerto è stato molto intenso e soprattutto ben studiato da tutti i punti di vista. I brani proposti sono stati molto vari, ed anche la parentesi elettronica si è rivelata di grande effetto nonostante alcune sonorità decisamente difficili da digerire per orecchie non abituate. Dal punto di vista scenico lo spettacolo proposto è stato di alto livello, con effetti magari non eccessivamente spettacolari ma di grande resa. Reznor si è dimostrato un ottimo performer, gasando il pubblico che comunque era già in partenza tutto per lui. Il gruppo, a partire dal chitarrista, è apparso molto affiatato e non solo mero esecutore di una partitura scritta dall’inamovibile capo, anche se si può dire tutto tranne che si trattasse di incredibili virtuosi, ma d’altronde non è certo questa la dimensione musicale ricercata da Reznor.