Riforma elettorale
Uno spettro si aggira per le stanze di palazzo Madama. E’ lo spettro delle elezioni anticipate. La preoccupazione maggiore riguarda il tipo di legge elettorale con la quale si andrà a votare. L’attuale sistema di voto, il cosiddetto porcellum (in quanto definito “una porcata” dal suo ideatore, il sempre ponderato “cappellaio pazzo” Calderoli), ha infatti dimostrato di essere decisamente inaffidabile, soprattutto per quel che concerne il senato. E’ dal giorno successivo alle elezioni del 2006 che si parla di cambiare tale sistema, ma per adesso non s’è fatto nulla. Per colmare tale lacuna ho deciso quindi di proporre una serie di possibili modalità di voto (ok, basterebbe togliere il premio di maggioranza su base regionale al senato e metterlo su base nazionale come alla camera e già il grosso del casino scomparirebbe, ma va beh…).
Le prima proposta si basa sul concetto di “patentino di libero arbitrio” (il “copyright” è mio, suo e suo), che sarebbe una sorta di formalizzazione burocratica del vecchio consiglio “Prima di parlare, pensa”. Detta in maniera un po’ drastica: vista la crescente percentuale di persone oggettivamente non in grado di spingersi più in là di un semplice passaggio del tipo “causa-effetto” (fenomeno scientificamente provato dall’esistenza della Lega), il diritto di voto deve essere riservato ai soli individui che dimostrino di possedere un cervello funzionante. Se pensate che questo non sia democratico, vi esorto a guardarvi intorno e chiedervi se l’attuale democrazia rappresentativa lo sia. Ma come si può definire questo patentino? Ci sono due esempi. Il primo lo forniva Luttazzi in un suo spettacolo, nel quale, per sottolineare tra l’altro l’importanza di una corretta informazione per una reale democraticità nelle elezioni, immaginava una sorta di quiz ad immagini prima del voto. Si dovrebbe infatti mostrare una foto, ad esempio del capo di stato: chi indovina, può votare. Più articolata è invece l’idea di una mia prof, che vorrebbe introdurre anche nelle elezioni il concetto di “voto ponderato”. Ovvero: prima di votare si deve rispondere ad un questionario di cultura generale, ed in base al risultato ottenuto il voto assume un “peso” compreso tra 0 ed 1.
Un’altra idea interessante, questa volta interamente mia, è quella del “voto contro”. In pratica, si potrebbe scegliere se votare per un partito (o coalizione, candidato…) oppure contro. Ovviamente un’ipotesi annulla l’altra. Votando contro si sottrae un voto a quelli ottenuti da quel partito. Forse è una cazzata, ma per gli elettori di sinistra costretti per anni a votare “tappandosi il naso” sarebbe una manna dal cielo…
Da riportare anche un altro sistema elettivo ultimamente molto in voga, diciamo “alla tedesca”, anche se non proporzionale e senza sbarramenti. Funziona in questo modo: si mettono un centinaio di anziani uomini reazionari, bigotti, sessisti, sessuofobi e vestiti in maniera buffa in una stanza ad insultarsi in latino. Dopo qualche giorno dovrebbero finalmente raggiungere un accordo (segnalato da una equivocabilissima fumata bianca) e – visto che assumersi una responsabilità è chiedere troppo – diranno che il nome del nuovo capo assoluto e stato loro suggerito da dio (una sorta di “aiuto da casa” camuffato da telefono senza fili). Tale nuovo capo avrà poteri assoluti ed illimitati, tra i quali lo ius primae noctis nelle scuole elementari rette da religiosi, oltre a strabilianti super-poteri come quello di parlare senza alcuna competenza su qualsiasi argomento e scassare il cazzo ai paesi limitrofi. Dite che non è democratico? Che, anzi, è addirittura da regime totalitario? Infatti è come funziona il vaticano.
Ultima proposta è quella che prediligo: semplice, ma di grande impatto. ‘Fanculo le elezioni, gli scrutini, i seggi e le schede! ‘Fanculo partiti, programmi, coalizioni e quote proporzionali! Quello che serve sono soltanto tanti candidati premier ed una competizione alla “Highlander”, ovvero tutti contro tutti e “Ne resterà solo uno”. Due le modalità di sfida che mi vengono in mente. La prima è copiata da “Elianto” di Stefano Benni, e consiste, proprio come nel famoso film, in un mese di lotta senza quartiere tra i candidati che devono uccidersi a vicenda. La seconda, che secondo me è la migliore, si basa su di una sola, gigante ed estenuante gara di birra e salsicce. Chi vince, poi può fare il cazzo che vuole. Non so voi, ma almeno avrei un motivo di orgoglio, andando all’estero, se il mio presidente del consiglio fosse un emulo di Bud Spencer…
riforma elettorale, legge elettorale, patentino di libero arbitrio, birra e salsicce
La terra dei morti viventi
Mercoledì Ottobre 24th 2007, 12:19
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Cinema

“Noi non trattiamo con i terroristi”
(da una scena del film)
Ovvero, tutto ciò che i fratelli Wachowski avrebbero dovuto sapere sul cinema, ma non è stato mai loro detto. Questo film è infatti una sorta negativo dello scempio compiuto dai due registi per i sequel di Matrix: dove loro hanno fallito miseramente, il grande Romero (ok, uno che sta dietro alla macchina da presa dagli anni sessanta…) ha trionfato su tutti i fronti. Perché? Perché questa, almeno per gli obiettivi – ovvero coniugare divertimento e contenuto – che si pone, è una pellicola perfetta. Capiamoci, non è un capolavoro e nemmeno un film imprescindibile. Ma funziona veramente bene, scorrendo su due binari paralleli perfettamente integrati, dove uno non è d’intralcio per l’altro. Il lungometraggio può essere visto infatti secondo due livelli di interpretazione: in prima battuta come godibilissimo film d’azione dalle tinte splatter, in secondo luogo come cupa metafora – a dir la verità piuttosto evidente… – dell’attuale ordine mondiale.
Fin qua nulla di straordinario. La saggezza di Romero lo ha però portato dividere in maniera netta i due piani interpretativi, in modo da non creare possibili dannosi cortocircuiti. Fermandosi al primo livello si assiste semplicemente ad un buon film d’azione, ben calibrato nel ritmo, divertente e con un oculato uso degli effetti speciali, impiegati per realizzare scene sempre plausibili (tenendo sempre ben presente conto che stiamo parlando di un film d’azione, dove tra l’altro morti mangiano gli esseri umani…). Quindi, un’ora e mezza (come dire, non è necessario saturare i film…) di intrattenimento non irritante e parecchio truculento sono assicurate. Il secondo livello di lettura si ottiene semplicemente conferendo una valenza simbolica a quanto viene proiettato. Questo significa che la trama del film (cioè il primo livello) non risulta assolutamente appesantita dalle feroci considerazioni che emergono dal sottotesto, perché queste ultime non sono direttamente inserite nell’azione. Funziona un po’ come nelle favole (mi viene da pensare a quelle “classiche” di Fedro), che possono essere lette semplicemente, e con piacere, per il solo divertimento. A parte il fatto che in questo caso non si tratta proprio di favole, visto che si parla di zombi (“inventati” proprio da Romero)…
La trama è molto semplice. Il mondo è appestato da morti viventi che si cibano di carne umana: chiunque venga morso è destinato, in poche ore, a morire ed a trasformarsi in queste creature dotate di primordiali capacità intellettive. L’unico modo per sbarazzarsene è sparargli al cervello. New York è una città fantasma popolata dai sopravvissuti, ma è anche sede di un enorme grattacielo per benestanti, dove la vita continua provando a far finta che nulla sia accaduto. Riley (Simon Baker) è a capo di una sorta di forse speciali che hanno il compito di fare incursioni nelle città limitrofe, appestate di morti viventi, per recuperare generi di prima necessità. I problemi sorgono quando gli zombi “prendono coscienza” (cioè, restano sempre ebeti ma un briciolo più consapevoli) e Cholo (John Leguizamo), uno di quelli predisposti alle incursioni, decide di vendicarsi a suo modo con Kaufman (Dennis Hopper), il padrone del grattacielo che lo ha imbrogliato. Complicazioni…
Come si può ben capire, la trama non è nulla di particolare, ma come detto il film scorre molto bene. Le simbologie sono molto evidenti (l’assalto al palazzo lussuoso, la condizione degli zombi) e si basano sui classici parallelismi che proprio Romero ha introdotto: gli zombi “falsi cattivi” come metafora degli sfruttati (veri e proprio “morti viventi”), portati a comportasi in una determinata maniera [“mangiare vivi” i propri (ex) simili] per colpa dei veri “malvagi”, i loro sfruttatori. Da menzionare inoltre le ottime caratterizzazioni degli zombi, ebeti e spietati (ci sono parecchie scene molto esplicite di persone letteralmente divorate…) al contempo, decisamente molto appropriate.
Ripeto, probabilmente non sarà un capolavoro, ma per essere un film d’azione (aspetto che è bene ricordare… i film “impegnati” sono infatti un’altra cosa…) possiede una marcia in più.
Romero, la terra dei morti viventi, Dennis Hopper, zombi, metafora, cinema, film
Sulla vicenda Mastella - De Magistris
Di seguito riporto alcune considerazione sulla vicenda Mastella – De’ Magistris che ho ricevuto dal mio amico Nur El Din, al solito sempre molto attento nell’analizzare gli eventi di politica. Questo post mi mette anche un po’ in imbarazzo, più che altro perché non saprei veramente che cosa aggiungere (non sono lodi gratuite…). Perché in effetti la sortita di Mastella, preceduta comunque da una sovraesposizione mediatica decisamente imponente, non può che non far cadere più di un’ombra sul ruolo che il guardasigilli ha assunto in questa vicenda. Personalmente ho sempre trovato l’attuale ministro una personalità dalla moralità più che dubbia, ed mi è sembrato decisamente scandaloso che gli sia stato assegnato un dicastero così importante come quello della giustizia. Certo, ripeteranno i lungimiranti “ideologi” del neonato partito democratico, da soli non si vince (ma, verrebbe da chiedersi, si ha intenzione di governare?), e bisogna raccattare voti un po’ ovunque (leggi: “tappati il naso e non protestare, che gli equilibri sono fragili e se cade il governo torna il nano pelato e piduista”). Vero, questa è realpolitik. Incomincio però a chiedermi se il gioco valga veramente la candela (è una domanda vera, non retorica… ad adesso sono solo parecchio confuso…).
«Il provvedimento di avocazione dell’indagine Why Not da parte della Procura generale di Catanzaro è a nostro avviso giustificato»
Fabrizio Cicchitto – vice coordinatore di Forza Italia
Parafrasando Luttazzi “Se sta bene a Cicchitto, non sta bene a me”. Se si pensa a quanto accaduto nella procura di Catanzaro viene da chiedersi che differenza ci sia tra la politica del governo Berlusconi e quella di Prodi, e in particolare del suo ministro della Giustizia. Immaginiamo che nel 2002 i nomi di Roberto Castelli e di Silvio Berlusconi comparissero in qualche intercettazione relativa a un’indagine su fondi europei destinati allo sviluppo economico e stornati non si sa bene dove (almeno secondo gli inquirenti). Immaginiamo che Castelli facesse pressioni di ogni sorta, monopolizzando l’informazione con la sua ingombrante e sgradevole presenza, perché l’indagine fosse tolta al magistrato che l’ha avviata. Immaginiamo che questo magistrato operasse in una delle poche procure italiane mai coinvolte da scandali tipo Tangentopoli o simili (forse a Catanzaro non esiste la mafia e non sanno cosa significhi la parola “corruzione”). Immaginiamo, per finire, che gli ispettori inviati dal ministero alla Procura decidessero l’avocazione dell’inchiesta al magistrato che la conduce per incompatibilità e perché non ha reso conto del suo operato al Procuratore capo, chiedendo contemporaneamente il trasferimento di quest’ultimo perché reo di non avere controllato l’operato del sostituto. (Piccola parentesi: De Magistris ha dichiarato di non avere rivelato tutti i risvolti dell’indagine perché sospettava che il suo procuratore capo, Lombardi, in passato avesse rivelato alcuni dettagli investigativi a un senatore, che avrebbe prontamente allertato gli indagati. Un bello spaccato del mondo giudiziario, non c’è che dire…). Non dico tanto, ma un piccolo girotondo (Moretti, che fine hai fatto?), una piccola interrogazione parlamentare, un qualche titolone sdegnato sull’Unità e qualche titolone un po’ meno sdegnato su Repubblica non ce lo avrebbe tolto nessuno. E invece a sdegnarsi sono stati in pochissimi (Anno Zero, qualche – rarissimo - parlamentare in odore di onestà, qualche “grillino”, Radio radicale – che ha seguito la vicenda dall’inizio dandole il dovuto spazio, negato da altri organi d’informazione – e Di Pietro).
Quando un magistrato indaga su un affare del genere, e lavora in solitudine e osteggiato dai colleghi, l’errore formale ci può scappare. Basterà per delegittimarne l’inchiesta? Il Csm deciderà il 17 novembre; Mastella, che la sa più lunga, ha già deciso. L’avocazione dell’indagine a De Magistris è stata motivata per l’incompatibilità nel procedimento proprio per la richiesta di Mastella di trasferire il giudice. Pensateci, la prossima volta che vi processano: ricuso il pm perché avendo indagato su di me, e siccome ho chiesto che venisse sostituito, è per forza prevenuto. Il Previti dei tempi migliori non l’avrebbe pensata così bene. «Avocare un indagine a un giudice – puntualizza Mastella – non significa bloccarla». No, certo. Anzi, certamente mettere un Pm che non ha la minima idea di cosa abbia fatto il collega in anni di lavoro a seguire un’indagine che coinvolge il ministro della Giustizia, il presidente del Consiglio, altri magistrati e qualche decina di imprenditori su una truffa da 8 miliardi di euro è un ottimo modo per farla procedere più velocemente.
Credo che la malafede del ministro della Giustizia emerga da una sua dichiarazione, una tra le centinaia rilasciate negli ultimi giorni, dopo aver fatto avocare l’inchiesta a De Magistris: «Mi ha iscritto scientemente perché sapeva che iscrivendomi gli veniva tolta l’inchiesta e diventava un eroe nazionale.». Il Mastella-pensiero è tutto qui: per il ministro della Giustizia è pacifico che se un magistrato iscrive il suo nome sul registro degli indagati si vede togliere l’inchiesta. Di più: è tanto prevedibile che il fatto di avere aggiunto il nome di Mastella a quello degli altri indagati non poteva avere altro esito. Morale? Se vuoi continuare a indagare su una truffa da diverse centinaia di euro ai danni dell’Unione europea, che coinvolge decine di politici, esponenti di forze dell’ordine, amministratori locali, parenti e amici, non devi nominare il ministro. Se lo fai, vuol dire che vuoi farti togliere l’inchiesta. Castelli, dove sei?
Intendiamoci, il principio d’innocenza vale anche per “Mister Ceppaloni”. Però è difficile sapere se sei pulito se togli di mezzo il magistrato che indaga. «Voglio che le indagini procedano, voglio togliermi di dosso le macchie di fango», dice Mastella, che è un po’ come dire “Voglio sapere se ho la febbre” e spaccare tutti i termometri nel raggio di duecento chilometri. E Prodi, in tutto questo? Quel Prodi il cui nome è finito nel registro degli indagati per la vicenda “Why not” accanto a quello del guardasigilli? Prodi tace, tanto al lavoro sporco ci pensa Clemente; il quale però, non sicuro fino in fondo del silenzio assenso di Palazzo Chigi, minaccia a giorni alterni “imminenti crisi di governo e voto a gennaio”. Male che vada torna Berlusconi, e un ministero – come nel ’94 – non glielo negherà nessuno. Sempre a galla, Clemente.
Clemente Mastella, Luigi De Magistris, Why not, Csm, Procura di Catanzaro
In questo mondo libero…
Lunedì Ottobre 22nd 2007, 12:11
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Cinema

Ken Loach è un regista militante – forse l’ultimo, sicuramente il più famoso – che, attraverso le sue opere, si è sempre contraddistinto per l’utilizzo di una schietta messa in scena atta ad una feroce critica di quanto rappresentato sullo schermo. I suoi film sono quindi essenzialmente storie inesorabilmente destinate a “finire male”, dove la cruda realtà prende il sopravvento pronta a farsi inevitabilmente beffa del debole di turno. Niente di nuovo, si potrebbe pensare. Di drammoni e tragedie strappalacrime nei quali il protagonista passa da una sfiga all’altra, infatti, ce ne sono a iosa. Peccato che il cinema di Loach sia decisamente altro da questi improbabili “disgraziari di Andromaca” in pellicola. La differenza principale – che conferisce al regista britannico lo status di autore di rango – risiede nella caratterizzazione mai banale dei suoi personaggi, che nella loro imperfezione appaiono assolutamente veri ed umani. Ma a ben pensarci è tutto l’impianto registico di Loach che risulta sempre perfetto, realizzando una messa in scena scrupolosamente attenta alle mille sfaccettature della realtà.
Di quanto appena scritto “In questo mondo libero…” ne è l’ennesima conferma, anche se, nonostante il conferimento dell’Osella d’oro per la migliore sceneggiatura (scritta, come al solito, da Paul Laverty) al recente festival del cinema di Venezia, il film mi ha dato l’impressione di essere leggermente più debole – paradossalmente, proprio per quel che riguarda la sceneggiatura – rispetto alla passata produzione del regista inglese. Il messaggio del film è infatti più che chiaro, e la solita perfetta e sobria regia di Loach non fa che rendere con ancora maggior forza le contraddizioni legate all’attuale gestione del rapporto tra immigrazione e bassa manovalanza nel mondo del lavoro. Anche a livello prettamente didascalico la pellicola funziona molto bene, in quanto la complessa figura di Angie (la sconosciuta – come spesso accade con Loach – Kierston Wareing: ottima la sua interpretazione) – che non è né buona, né cattiva, ma caratterizzata da molteplici sfaccettature – ben rappresenta con la sua vicenda quella zona grigia della legalità che anche nella civile e democratica Europa “globalizzata” si sta espandendo a macchia d’olio nel campo del lavoro. Dove invece, almeno a mio avviso, il film perde qualche colpo è nella rappresentazione degli eventi, vista la presenza di alcuni passaggi non spiegati in maniera del tutto esaustiva (i soldi da dove spuntano fuori? Come fa uno a perdere tutto e nella scena dopo poter comprare un immobile per uno studio parecchio grosso?), altri un po’ forzati per inserire (giuste) considerazioni (il rapimento), oltre a personaggi non approfonditi (la famiglia iraniana: la loro secondo comparsa poteva essere gestita in maniera decisamente migliore). Piccole critiche a parte il film è al solito decisamente valido, soprattutto come imprescindibile documento sul “nuovo” mercato del lavoro.
In sintesi, la trama (con spoiler, quindi fate attenzione!). Angie ha 33 anni e lavora come selezionatrice per un’agenzia di reclutamento di lavoratori stranieri da portare in Inghilterra. Dopo essere stata licenziata per essersi ribellata alle molestie dei suoi capi, decide di mettersi in proprio con l’amica Rose (Juliet Ellis), fondando una sua agenzia di fornitura di forza lavoro praticamente a cottimo. L’inizio è turbolento (ovviamente non sono ancora in regola) e non senza qualche intoppo, senza contare il comportamento violento che Jamie (Joe Siffleet), suo figlio di dieci anni, manifesta a scuola e le perplessità espresse dal padre circa la nuova attività. Quando poi verrà imbrogliata da dei suoi fornitori di lavoro e non potrà pagare i suoi lavoratori la situazione precipiterà in maniera drastica… ma forse nemmeno questo riuscirà a farla desistere da un’attività così rischiosa.
Un Ken Loach più che mai attuale, e come al solito imprescindibile, forse però in questo caso più interessato alla storia nel suo insieme che alle vicende nel particolare.
In questo mondo libero…, Ken Loach, Paul Laverty, miglior sceneggiatura, Osella d’oro, festival di Venezia, immigrazione, lavoro, Kierston Wareing, Juliet Ellis, Joe Siffleet, cinema, film
Engineering cambusa
Venerdì Ottobre 19th 2007, 11:36
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Università
Lavorare in università ha i suoi pro ed i suoi contro. Per quel che riguarda la mia esperienza, fino ad adesso vincono a mani basse i pro, a cominciare dalla completa assenza di orari e di capi. Ma il magico mondo della ricerca prevede anche alcune minime scocciatura. Non mi sto riferendo allo stipendio (per quel che faccio – o meglio, per le ore che faccio – non mi posso lamentare… ci sarebbe comunque da aggiungere per il dottorato è prevista una borsa di studio, che non è proprio la stessa cosa di uno salario), ma ad un aspetto molto più banale: la pausa pranzo. Perché noi, ovviamente, non abbiamo una mensa aziendale, e quindi a pranzo ci si deve un po’ ingegnare. Capiamoci – prima di attirarmi le giuste ire di lavoratori veri – so benissimo che i problemi veri del mondo del lavoro sono altri e ben più preoccupanti, volevo solo introdurre un aneddoto divertente…
Ci si deve ingegnare, dicevo, ed essendo ad ingegneria le soluzioni sono ovviamente ingegnose (ok, basta imbarazzanti giochi di parole per i prossimi quindi anni. Promesso.). Dei miei amici dottorandi/assegnisti in un dipartimento di ingegneria meccanica hanno infatti riconvertito a cucina il laboratorio di “termofluidodinamica monofase” (chiaro, no?), intitolandola alla “memoria” dell’esimio collega “M****o B***o – nanoesperto in nanotecnologie”, ora in trasferta in quel del Veneto, che per primo attuò la prima mitica cambusa nel laboratorio di materiali (cucinare ritrovandosi davanti dei barattoli che potrebbero contenere sale come resina epossidica è la nuova frontiera dell’azzardo…). Mi piace ricordare due dei suoi più preziosi insegnamenti. Primo: l’acqua bolle quanto ti senti che sta bollendo. Secondo: il gorgonzola va messo ovunque.
L’attuale cucina è composta essenzialmente da una piastra elettrica, un forno a micronde, una pentola, una padella, qualche posata “vera” (credo tre forchette, un coltello ed un cucchiaio), ed una caffettiera. Oggi sono pure arrivati sei bicchierini da amaro utilizzati per il caffé. Poi abbiamo le solite cose: piatti, posate e tovaglioli di carta, olio, aglio, sale, zucchero, pepe, peperoncino, tonno i scatola, pasta, caffé e qualche sugo pronto. Ci appoggiamo sul frigo del dipartimento (un modello incredibilmente anni settanta di frigo da casa, ma che produce un freddo fottuto) per conservare i cibi deperibili (sughi aperti, uova) e le immancabili birrette.
Siamo partiti un po’ in sordina ma ormai ci trattiamo parecchio bene. Inizialmente magari solo una pasta con un sugo pronto, adesso condimenti sempre più evoluti e sfrontati, ma soprattutto buoni! Gli ultimi tre,ad esempio, sono stati da antologia: sugo pronto alle olive e gorgonzola, carbonara pesissima, sugo pronto alle olive con tonno e pepe nero macinato con soffritto di aglio. Ah, ovviamente le dosi sono rinforzate, visto che non c’è secondo…
La cosa più divertente è vedere gli studenti che ci guardano stupiti quando ci presentiamo garruli e fieri con la nostra pentola di pasta e ci svacchiamo impunemente dalla “postazione lancio missili” sopra alla B5 (per chi capisce di cosa stia parlando…).
Boh, alla fine magari non è ‘sta cosa così epica, però in questo modo la pausa pranzo diventa veramente un periodo nel quale “si stacca” il cervello, magari anche solo chiacchierando di cazzate aspettando che l’acqua sia pronta… Io comunque mi sono riproposto di usare il dottorato come copertura e mettere su una ditta di cattering… secondo me è un business… Ma che vada in questi tre imparerò a cucinare piatti prelibati in qualsiasi condizione di avversità (la piastra elettrica è quanto di più ingestibile si possa pensare… fottute costanti termiche…) ed in poco tempo… e se questa non è “multidiscilinarietà”…
Engineering cambusa, cucina, pausa pranzo, termofluidodinamica monofase
Per un mondo a misura di paramecio
“Perché non fare qualcosa oggi, quandi si può benissimo non farla dopodomani?”
Primo messaggio di Blutarsky II alla folla adorante
Nota – Ha inizio con questo post una “quasi nuova” rubrica che spero appassionerà i nostri fedeli ed esigenti lettori (si, l’inizio è identico a quello di un altro post. Sono pigro, che ci volete fare…). “Quasi nuova” perché in realtà l’idea non è nuova – anzi, l’avevo proposta un bel po’ di tempo fa! – ma non l’ho mai messa in pratica, quindi non è neppure “vecchia”. Ma bando alle ciance! Eccovi il primo succulento appuntamento con “Per quando sarò il capo del mondo” (ovvero, post-it per la rivoluzione), la rubrica di politica con la quale svelerò al mondo intero i radicali cambiamenti di ordinamento sociale che apporterò alla Terra non appena la rivoluzione delle rivoluzioni sarà compiuta ed io regnerò incontrastato su tutti i continenti, portando pace ed armonia tra i popoli o guerra e distruzione a seconda di immotivati sbalzi d’umore. Con questo post non ho intenzione di lanciarmi ancora in descrizioni operative su come prenderò ed in seguito amministrerò il potere, ma darò una panoramica più ampia possibile sulle motivazioni ideali che stanno alla base della mia discesa in campo. Una sorta di manifesto, insomma, depositario di tutta quella ideologia che solo una mente superiore come la mia, o un cultore del tavernello all’ultimo stadio, è in grado di elaborare – Fine nota
Parliamoci chiaro: lavorare stanca. E se ve lo dice uno che (sostanzialmente) non lavora, dovete crederci. Dicono che il lavoro nobiliti l’uomo, ma a me sembra una di quelle cazzate che da Menemio Agrippa in poi si tira fuori per mantenere un qualsivoglia status quo e zittire chiunque provi a mettere in discussione l’ordinamento vigente. Ma io non trovo nulla di nobilitante nel lavoro, men che meno nel lavoro duro. Di più: secondo me il lavoro è una perdita di tempo immorale, che distoglie la mente delle persone dalle cose che veramente rendono piena la vita, come l’alcool, la droga, il gioco d’azzardo e le gare di rutti subacquei.
E’ quindi urgentemente necessario un repentino cambio di rotta, che incanali il nostro mondo verso una dimensione – decisamente più umana, sicuramente più giusta – nella quale la pigrizia sia finalmente considerata una virtù da perseguire, ma senza starsi a sbattere troppo (se no, scusate, ma che pigri si è?). La strada da percorrere è molta, ma io sono ottimista. Perché io ho fatto un sogno, questa notte. Si, amici miei. Io ho fatto un sogno.
Ho sognato un mondo dove si passava da non fare un cazzo a non fare un’emerita minchia. Un mondo dove la siesta era obbligo di legge ed i materassi venivano scambiati come fossero oro.
Ho sognato un mondo dove non serviva il frigorifero, perché i cibi non avevano voglia nemmeno di ammuffirsi, e non scadevano mai. Un mondo dove a fare troppe poche vacanze si rischiava di essere assunti.
Ho sognato un mondo dove la messa era sostituita dall’aperitivo: negroni e smangini come sangue e corpo dell’unica divinità universalmente riconosciuta, la funzione “copia&incolla”. Un mondo dove non esistevano i furti, perché tutti avevano qualcosa di meglio da fare, e comunque sarebbe stata un’attività troppo impegnativa.
Ho sognato un mondo dove il produttivo nord-est era popolato da arabi che passavano le giornate a stapparsi narghilé. Un mondo dove “essere imprenditore” significava organizzare un torneo di rubamazzetto.
Ho sognato un mondo dove “PIL”, “competitività” e “premio di produttività” erano parole senza senso – indecifrabili sequenze di vocali e consonati – più che altro perchè, nonostante tutti avessero un sacco di tempo libero, nessuno aveva intenzione di perderlo arrovellandosi il cervello su cose inutili, e l’unica “flessibilità” contemplata era quella di giocare a tennis e contemporaneamente preparare una carbonara per dodici. Un mondo dove arrivare in ritardo era considerata una tra le più prestigiose e sofisticate forme d’arte.
Potreste dire che sono un sognatore, ma non sono l’unico. Perché questo mondo è a portata di mano, e ben presto anche voi comincerete a capire la grandezza e la visionarietà del mio progetto e vi unirete alla lotta per la mia ascensione – comunque inevitabile – a capo del mondo. E’ l’eternità quella che vi offro. Perché se qualcuno, dovendo scegliere tra un giorno da leone e cento da pecore, propose cinquanta da orsacchiotto, voi potrete osare di più e reclamarne non cinquanta, né cento e nemmeno mille, ma infiniti. Da paramecio, ça va sans dir.
Per quando sarò capo del mondo, post-it per la rivoluzione, lavoro, pigrizia, manifesto ideologico
Funeral Party
Lunedì Ottobre 15th 2007, 11:54
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Cinema

Ma allora si può! Ed io che pensavo che ormai non ci fosse più speranza… Invece eccomi felicemente smentito: è possibile far ridere con un film – e di successo – senza appoggiarsi inevitabilmente a volgarità gratuite in libera uscita da università americane o propinando insulsaggini dalla ridicola comicità. La nuova pellicola di Frank Oz è infatti una più che salutare boccata d’ossigeno per la produzione cinematografica “leggera”, ed ha il suo punto di forza nell’impiego perfetto di uno schema “classico”. Questo “Funeral Party”, infatti, paradossalmente non è nulla di speciale, configurandosi come una “classica” (appunto) commedia servita con una forte dose di humor nero inglese. Che però in questo caso gira veramente a mille.
Intendiamoci, non aspettatevi risate grasse, perché lo stile è che più british non si può, ma il divertimento è assicurato. Il film potrebbe definirsi quasi corale, visto che non c’è un protagonista assoluto della vicenda, e questo consente di sviluppare più piani d’azione contemporanei che vanno ovviamente ad intersecarsi. Grande merito della riuscita della pellicola va quindi anche agli attori impiegati, tutti ottimi caratteristi che interpretano in maniera perfetta e credibile la loro parte, rendendo ancora più esilaranti – per contrasto con – le situazioni che scorrono sullo schermo.
La storia è assolutamente minimale: un funerale in Inghilterra e le complicazioni che accadono in quella giornata. Che detto così potrebbe far pensare alle “Comiche”, ma si sbaglierebbe di grosso, visto che la pellicola, come detto, si tiene ben distante dalla facile comicità, prediligendo l’understatement e le situazioni grottesche.
Non saprei proprio cosa aggiungere, a parte il caloroso consiglio di non lasciarselo scappare.
Funeral Party, Frank Oz, humor nero, inglese, cinema
Ingegneri cercansi - astenersi cervello muniti
Due giorni fa ho trovato nella posta questa lettera a me indirizzata (come immagino a moltissimi neo-laureati):
Molte aziende cercano ingegneri.
Queste aziende cercano Ingegneri con una marcia in più!
[immagine con i loghi di un po’ di aziende, che non ho messo perché non ho lo scanner, ed anche l’avessi avuto non avrei certo inserito l’immagine… devo fare pubblicità gratis a degli industriali figli di puttana? Per chi mi avete preso? Per Rutelli?]
Sei la persona giusta?
• Se non vuoi sapere cosa cercano le aziende…
• Se non vuoi sapere come si evita il precariato…
• Se non vuoi sapere come si evitano le umiliazioni delle raccomandazioni e del clientelismo…
• Se vuoi scendere a compromessi accontentandoti di “lavoretti temporanei”…
• Se hai la presunzione di pensare che la laurea sia un passepartout per il mondo del lavoro…
• Se pensi che il “sapere accademico” coincida con il “saper fare” che cercano le aziende…
• Se ti accontenti di guadagnare meno di un diplomato…
• Se pensi che aspettare e non decidere rapidamente sia la strategia più giusta per il tuo futuro…
• Se non credi di poter utilizzare la tua laurea per renderla un investimento proficuo…
• Se pensi che il titolo di Ingegnere ti porti automaticamente ad avere una brillante carriera…
• Se vuoi rimanere “parcheggiato” ancora per qualche anno all’Università…
• Se accetti la commiserazione e l’assistenzialismo della società e della famiglia…
…allora non ci contattare!
Le aziende ed il mondo del lavoro non hanno bisogno di te!
Se invece vuoi entrare subito nel mondo del lavoro, avere più prospettive di carriera, avere una retribuzione migliore di un laureato senza Master e dare più valore alla tua laurea in ingegneria con “i Master Aziendali”, prenota il tuo colloquio con le aziende partner e aggiudicati una delle 40 Borse di Studio disponibili.
…
E’ proprio buffo. Perché probabilmente “le aziende ed il mondo del lavoro” non avranno bisogno di me, ma se non altro questa società di “consulenza e training di qualità” ha urgente bisogno di qualcuno che gestisca loro il marketing. Del quale, intendiamoci, io non posso certo definirmi un grande esperto (in quanto persona meno competitiva al mondo, non credo nel marketing, più che altro perché non credo nel mercato), ma non credo che schernire, per di più in maniera fastidiosamente supponente, un proprio potenziale cliente sia una mossa vincente (probabile che, vista la mia tendenza a non-capire-una-cazzo-della-vita, mi sbagli… ciò non farebbe però altro che confermare la sostanziale inconsistenza delle tesi circa la bontà dello “strumento” mercato). Molto interessante, soprattutto dal punto di vista psicologico, è la struttura dell’elenco, che inizia con l’unico punto sensato (è una lettera a dei neo-ing. Che ovviamente sono interessati ad andare a lavorare da qualche parte…), per poi inanellare una inqualificabile serie di cazzate, spaziando da banali luoghi comuni (l’Università non serve: infatti siamo in Italia, la ricerca non si fa, tanto per abbassare i costi meglio puntare su manodopera economica che sull’innovazione, e quindi sulla ricerca… certa gente dimostra la lungimiranza di un talpa morta) fino ad insulti gratuiti (commiserazione ed assistenzialismo? Credo proprio che cercherò di farmi assumere da loro, visto che evidentemente effettuano pagamenti in gin…), passando per geniali assurdità (chi è il pirla per il quale “aspettare e non decidere rapidamente” è la strategia giusta per il suo futuro? A parte qualcuno con uno zio miliardario moribondo?).
Complimenti, se mai dovessero licenziare chi ha scritto questa perla di letteratura credo non avrebbe problema ad ottenere un posto su quel quotidiano che ha il nome uguale ad un’azienda che fornisce caselle di posta elettronica (niente nomi, questo è un blog che non accetta volgarità gratuite).
Vergogamoci per loro, lavoro, aziende, mercato, marketing, ingegneri
Barracuda 2007
Mercoledì Ottobre 10th 2007, 14:52
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Teatro

Daniele Luttazzi è uno che la satira la sa fare, pungente e spietata, senza guardare in faccia nessuno. Con questo suo atteggiamento, negli anni, si è visto precipitare addosso più di un polemica (la più eclatante quella dell’editto bulgaro), ma ha risposte sempre e solo con la sola arma che conosce – e padroneggia assai bene – ovvero quella delle sue battute al vetriolo che rispondono solo all’esigenza di far ridere il proprio autore. La satira è infatti memoria storica ed un punto di vista: l’avvenimento può essere di dominio pubblico, ma la prospettiva è di definizione soggettiva. Luttazzi è eccessivo, ma questo perché la satira – parole di Mel Brooks – “se non è eccessiva, non fa ridere”. Per Luttazzi non c’è argomento tabù, che non possa essere affrontato. Ecco quindi che politica, sesso, morte e religione diventano i bersagli privilegiati delle frecce acuminate al veleno di una comicità che non fa prigionieri.
Tutto questo è stato “Barracuda 2007”, l’ultimo spettacolo portato in tournè da Luttazzi. Rispetto a “Come uccidere causando inutili sofferenze”, c’è stato però, almeno per quel che mi riguarda, un po’ di effetto “già sentito”. Capiamoci, Luttazzi è stato al solito assolutamente spettacolare, sempre pronto a spaziare con invidiabile perizia dal grottesco più improbabile alla più feroce stilettata politica, ma forse alcuni fattori hanno giocato a suo sfavore. Innanzi tutto seguo ed apprezzo Luttazzi, in particolar modo le sue parti più alleniane, da un bel po’, ed alcuni meccanismi delle battute li riconosco: non che riesca ad anticipare le battute – figuriamoci – ma almeno su alcune intuisco dove voglia andare a parare. E’ interessante notare come con Paolo Rossi, comico che seguo da molti più anni, questo non mi sia mai successo, forse anche per la dimensione molto più teatrale del comico milanese. Inoltre la struttura dello spettacolo prevedeva la divisione in due parti del monologo, entrambe in qualche maniera già sentite. La prima consisteva nella spiegazione surreale del perché Luttazzi manchi dalla televisione da ben sei anni, e si appoggiava essenzialmente sulla riproposizione del monologo “Barracuda” riveduto e corretto: molte battute risultavano quindi essere di repertorio, sempre divertenti ma dall’effetto inevitabilmente meno devastante. La seconda parte riguardava sempre le motivazioni della sua epurazione dalla Rai, ma questa volta in chiave assolutamente “reale”, con nomi, cognomi ed il racconto di situazioni ben circostanziate. Purtroppo però molti dei contenuti di questa ultima sezione erano già noti a chiunque frequenti il suo blog, con conseguente effetto “ripetizione”.
Ripeto, lo spettacolo è stato ottimo. E’ che – mi si passi la citazione – in questo caso ignoranza sarebbe stata veramente conoscenza…
Concludo con due notizie che magari non tutti sanno. La prima: Luttazzi tornerà in televisione in autunno con un nuovo spettacolo in seconda serata su La7. Non vedo l’ora di vederlo! La seconda: ha vinto le cause che erano state intentante contro di lui dal nano pelato e piduista e dalle sue società, che tra l’altro, se non ho capito male, sono state obbligate a pagargli le spese processuali. Luttazzi aveva quindi tutto il diritto di informare la popolazione con la famosa intervista a Marco Travaglio (visibile in tre parti: 1-2-3), che quindi potrebbe essere mandata in onda tranquillamente. Chissà se il CDA della Rai lo sa…
Barracuda 2007, Daniele Luttazzi, satira, grottesco
I Simpson - il film
Martedì Ottobre 09th 2007, 12:02
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Cinema

Bart: “Questo è il giorno più brutto della mia vita!”
Homer: “Il giorno più brutto della tua vita… finora!”
da un dialogo del film
Spesso ho sentito abusare del termine “l’evento dell’anno”. A ben vedere ogni estate ci sono almeno quattro o cinque concerti (tra i quali alcuni gratuiti dal cartellone più che discutibile) che si attribuiscono in maniera assolutamente arbitraria questo appellativo, innescando una sorta di miracolo grammaticale di mistica ubiquità (l’evento dell’anno è grammaticalmente – oltre che intuitivamente, sennò che evento è? – singolare, ma logisticamente e temporalmente plurale: e poi c’è chi trova complicato il concetto di uno e trino…). Anche la storia del cinema non è da meno, visto che non c’è trailer che non decanti la straordinaria attrattiva della nuova paccottiglia – più o meno dopata di effetti speciali – hollywoodiana, descritta come un’esperienza imprescindibile alla quale non si può mancare (o scampare). Ogni tanto, però, il termine non è usato a sproposito. Il tanto atteso film dei Simpson è infatti incontrovertibilmente l’evento dell’anno, febbrilmente atteso dalla schiera – ormai transgenerazionale – dei fan, ansiosi di poter vedere in azione sul grande schermo la mitica famiglia di Springfield.
Questo perché l’abrasivo cartone animato scaturito dalla mente geniale di Matt Groening è ormai entrato a buon diritto nella storia della televisione mondiale, coraggioso capostipite di quella pungente ironia politically incorrect che ha fatto scuola. I meriti dei Simpson sono innumerevoli. Nati negli Stati Uniti a cavallo tra l’era reaganiana e l’amministrazione di Bush padre, sono stati il primo esempio vincente di cartone animato “non necessariamente per bambini” (da qui le tante incomprensioni, soprattutto nei confronti di altri cartoni animati satirici dai contenuti più forti). La realtà messa in scena – ovvero una famiglia non certo da manuale di educazione civica, ma proprio per questo acidamente emblematico specchio della media statunitense – rappresentava infatti quanto di meno accomodante si potesse immaginare, quasi un impietoso temporale che si fosse abbattuto sul fino ad allora intramontabile sogno americano, per spazzarne via l’ipocrita e perbenista patina d’orata e sbugiardarne tutti i ferrei assunti. Un padre obeso ed immaturo ai limiti della stupidità, famelico divoratore di ciambelle e bevitore di birra, incompetente responsabile della sicurezza in una centrale nucleare; una madre che fa i salti mortali per tenere insieme la famiglia; un figlio in quarta elementare inconcludente a scuola e con un futuro da teppista; una figlia in seconda elementare genio incompreso dall’animo ecologista e grande suonatrice di sax; un’altra figlia neonata che spesso se la deve cavare da sola. Questi sono solo i protagonisti di una saga, quella del grande microcosmo di Springfield, che è stata la dissacrante cronaca in presa in diretta degli Stati Uniti che cambiavano.
Quest’anno ricorrono vent’anni dalla prima comparsa dei Simpson in televisione, e qualcosa – inevitabilmente – è cambiato. L’irriverenza iniziale ha ceduto il passo ad un sempre più forte buonismo, o forse è rimasta uguale ma è stata semplicemente “superata” dalla carica delle nuove leve, ovviamente più che debitrici dell’opera di Groening. Le ultime puntate che ho avuto modo di vedere (anche se non le ultimissime, dove mi sembrava di scorgere un confortante segnale di ripresa… comunque per problemi di orari è un po’ che non riesco a vedere i Simpson…) non mi hanno entusiasmato come una volta, mancavano in freschezza (intendiamoci, dopo vent’anni si può anche capire che la serie tenda ad appoggiarsi su standard noti e non sia terreno di spericolate esperimenti…) e, nonostante la consueta gradevolezza, perdevano a mani basse nei confronti della “concorrenza”. Meno audaci di “Futurama”, anch’esso creato da Groening, all’acqua di rose se paragonate ai caustici e grotteschi “Griffin” (attualmente i miei preferiti: se non li avete mai visti non perdeteveli. Spasso allo stato puro), nemmeno confrontabili per differenza di “peso” con il cinico “South Park”. Con la trasposizione su pellicola dei Simpson speravo quindi in un colpo di reni degli autori, che portasse agli antichi fasti questa serie così importante. Per fortuna, così è stato. Almeno in parte.
Perchè un ritorno alle origini, in effetti, c’è. L’Homer del film, incontrastato protagonista del film, è infatti assolutamente vecchio stampo: mooolto più ignorante e gretto del solito, monopolizza l’attenzione con una serie di homerate da antologia (chi non ha visto l’ormai tormentone di “Spider Pork”? E quello è nulla…). Ma è tutta la prima parte ad essere incredibilmente scoppiettante, un interminabile fuoco di fila di battute e scenette esilaranti particolarmente feroci, come non si sentivano da tempo, un po’ come se Groening avesse voluto ricordare al mondo che il maestro del politically incorrect è sempre lui (“Questo libro non da risposte!” esclama Homer in chiesa sfogliando con frenesia una bibbia in una delle prime concitate scene…). Nella seconda parte fa invece capolino l’ormai consueto buonismo familiaristico che, secondo me, con la sua retorica inficia un po’ la riuscita globale del film. Intendiamoci, la visione vale assolutamente il prezzo del biglietto, perché si ride, ed anche tanto, e comunque di fronte non ci si trova solo una “puntatona” (come nel caso dei film dei “Griffin”… divertente e con un sacco di genialate, ma pur sempre una versione allungata – e troppo – di una puntata), però non si ha nemmeno a che fare con la completezza stilistica del film di “South Park”, sotto tutti i punti di vista un gioiellino.
Ma forse l’unico vero problema è il fatto di voler a tutti costi un capolavoro e non riuscirsi ad accontentare di un bel film. Quindi correte al cinema!
Mitico!
Simpson, film, Matt Groening, Homer, Marge, Bart, Lisa, Maggie, cinema, homerata