Secondo film per Fatih Akin, regista dell’acclamato “La sposa turca” (che non ho visto, anche se conosco sommariamente la storia), del quale riprende l’interesse per il forte legame tra Turchia e Germania (tanto per dare un’idea: se non mi ricordo male in Germania ci sono quattro milioni di immigrati solo dalla Turchia…). Nonostante il prestigioso riconoscimento come migliore sceneggiatura all’ultimo festival di Cannes, questa pellicola non mi ha convinto al 100%. Paradossalmente, la parte più debole mi è sembrata proprio la sceneggiatura. La mia impressione è stata di trovarmi di fronte le stesse debolezze che caratterizzavano l’ultimo film di Ken Loach, “In questo mondo libero…”, anch’esso – ironicamente? – vincitore di un premio (questa volta al festival di Venezia) per la sceneggiatura. Infatti in questo film ci sono, a mio avviso, troppe coincidenze forzate che sono gestite in maniera poco appropriata: è vero che la storia è lunga e gli intrecci tanti, ma certe “svolte” sono trattate in modo come minimo semplicistico, per non dire posticcio. Questo aspetto – a tratti irritante – inficia un po’ tutto il film, che comunque vanta più di un bell’aspetto (ottima la fotografia, forse aiutata anche da certi paesaggi molto evocativi) a partire dalla storia, che sarebbe interessante ma che risente di una messa in scena zoppa, fino ad arrivare alle riflessioni che questo lungometraggio suggerisce (l’integrazione della Turchia nell’Europa, lo “scontro” di civiltà, il senso di appartenenza). Il problema non è tanto nell’utilizzo ripetuto delle coincidenze, ma nella loro quasi banalizzazione. Come dire, di Inarritu – maestro nella decostruzione di articolati intrecci (“Amores perros”, “21 grammi” e “Babel”) – ce n’è uno solo…
In breve la storia. Nejat (Baki Davrak), turco trapiantato, vive a Brema dove lavora come professore di letteratura tedesca all’università. Quando il padre Ali (Tunnel Kurtiz) con il quale vive uccide in un raptus di violenza Yeter (Nursel Kase), una prostituta turca alla quale Ali, vedovo, aveva chiesto di trasferirsi a casa sua, Nejat decide di tornare in Turchia per finanziare gli studi di Ayten (Nurgül Yesilçay), figlia di Yeter, come quest’ultima desiderava. Peccato che Ayten, attivista politica, sia dovuta scappare proprio in Germania per sfuggire all’arresto. Qui troverà la solidarietà, e l’amore, di Lotte (Patrycia Ziolkowska), una studentessa tedesca. Ma i problemi devono solo incominciare…
Che altro aggiungere? Beh, che è una pellicola che merita senz’altro di essere vista, ma non è certo quel capolavoro di cui va parlando certa stampa. Peccato, perché – ripeto – il film è tutt’altro che brutto, e proprio per questo certe cadute così grossolane lasciano con l’amaro in bocca.
Oggi, alle 11:38, è nato Pietro (Pietro Angelo per la precisione, ma non mi piacciono i secondi nomi), primo figlio di mia sorella Agnese e suo marito Vincenzo. Il futuro emulo di Tom Morello (tranquilli, non ho nessunissima intenzione di caricare mio nipote di discutibili aspettative basate sulle mie ossessive fobie musicali…) e la sua mamma hanno brillantemente superato un parto cesareo dai contorni un po’ deliranti. Intendiamoci, niente che possa sfiorare minimamente il preoccupante, anzi a pensarci adesso abbastanza comico. Mia sorella era infatti terrorizzata alla sola idea del parto, figuratevi quando l’hanno vestita di verde e portata in sala operatoria… Che poi non c’è nulla da prendere in giro, perché fossi stato io nella sua situazione sarei stato paranoiatissimo anch’io, se non altro in quanto nella singolare situazione di uomo incinto… Fino alle 15 (poi siamo dovuti andare via) mia sorella stava molto bene, poi l’effetto dell’anestesia è andato scemando, e quando siamo tornati alle 18:45 ci ha detto che le avevano dato un po’ di morfina (o qualcosa del genere) e che quindi si sentiva “strana”. Povera salutista! Se nella sua vita avesse fatto uso di droga (o quantomeno di alcool in maniera seria) sarebbe stata abituata ad avere la percettività ridotta ai minimi termini… Ignaro di tutto questo, Pietro invece se la dorme. In realtà non sono riuscito a vederlo molto: oggi nell’orario di visita a pranzo era a prendere il sole, mentre questa sera era “in esposizione” pacificamente dormiente. Non sono ancora riuscito ad inquadrarlo con precisione, ma mi sembra che abbia gli occhi di Vincenzo. Per il resto si vedrà (comunque è un Sagittario e questo gli da una spanna di vantaggio sugli altri…). Mia sorella e suo marito, che l’hanno tenuto tutto il pomeriggio, dicono che sia abbastanza tranquillo. Che dire? Buon per loro (e per i loro vicini…).
Questo evento altera anche la mia vita. Infatti adesso ai miei tanti titoli onorifici (dott., cialtr., pirl.) si aggiunge pure quello di zio. Il che – capirete bene – rappresenta pure una grossa responsabilità. Parlando con mia sorella ho già da tempo precisato che la mia comparsa come zio dal “ruolo attivo” nell’educazione avverrà tra circa sei anni, quando magari Pietro incomincerà a manifestare qualche interesse per la musica. Ho infatti deciso unilateralmente di assumermi l’onere dell’educazione musicale del piccolo. E se vi sta a cuore la sorte di un povero neonato, impeditelo con tutte le vostre forze. Intravedo già due possibili epiloghi. Quando avrà 14/15 anni potrebbe infatti diventare – in contrapposizione ai miei ferrei dettami – un tamarro di infima specie. Oppure, prendendo troppo seriamente i miei vaneggiamenti di nazismo musicale, infilarsi nel tunnel dei metallari hard-core. Ragazzi, quanto sono pesanti le responsabilità…
Ed adesso utilizziamo un po’ questo blog per un servizio di pubblica utilità. Quindi, se state leggendo queste righe, lasciate un saluto (o ciò che più preferite) alla neo-mamma Agnese, al neo-papà Vincenzo e soprattutto al neo-nato Pietro: verranno sicuramente letti dagli interessati, in quanto assidui frequentatori di questo blog. Quindi non siate timidi, so che ci siete.
Due giorni fa (il 25) era il mio compleanno. Ho compiuto 22 fottutissimi anni. E’ la cosa che più si avvicina ad un abisso senza fine, soprattutto se in realtà ne hai 27. Compiere ventisette (in lettere è meno impressionante e diretto che con i numeri) anni ti catapulta violentemente nell’austero mondo degli adulti – fatto di vitali assunzioni di responsabilità e responsabili scelte di vita – con buona pace di chi crede nel dolce incedere del continuum e non nei traumatici passaggi “a gradino”. Qualche esempio? Eccoli:
- Non posso più fare l’abbonamento annuale all’autobus scontato (200 € invece che 360…)
- Niente più ingressi ridotti a teatro [10 € lo Stabile (o un imperdibile abbonamento a 5 spettacoli per soli 40 €…), 7,5 il Modena]
- Tessera Fnac a prezzo pieno
Diventare grandi – l’avrete capito – non è quindi proprio scontato. Senza contare il fatto che il mio papà non ha voluto – ormai da qualche anno, in realtà – portarmi in spalla al Luna Park (lui ha addotto dubbie e tendenziose motivazioni del tipo “Ma i baracconi ci sono alla Befana!”, ma secondo me è che non mi vuole comprare lo zucchero filato ed i palloncini).
Ventisette anni. Potrei ammorbarvi più dell’umanamente tollerabile (come al solito, quindi) con acute e profonde elucubrazioni circa la permeante sensazione di inadeguatezza che come una nube scura e minacciosa di tempesta appesantisce questo rito del passaggio di età, ma tre problemi – quali bibliche montagne – sorgono insormontabili. Primo: mi sono perso alla prima metafora che ho scritto. Secondo: di conseguenza non ho capito un cazzo di quello che ho scritto. Terzo: probabilmente, subito dopo la parola “ammorbarvi”, siete corsi in farmacia (dimostrandovi pure poco furbi: state leggendo da un computer, basta far girare un antivirus) per proteggervi da quello che ho scritto. E comunque sarebbe come ammettere una debolezza, e mai lo farò in vita mia (sono dipendente dai programmi del primo pomeriggio di Rai Due. D’oh!). Quindi continuerò a scrivere cazzate, e voi a non leggerle (siete in farmacia, no?).
Ultimo argomento della serata. Questione regali. Ringrazio tutti i miei amici per non avermene fatti: non avrei trovato le parole per ringraziarvi, quindi siamo pari e va bene così. Dai, scherzo! Ho apprezzato tantissimo quanto vi siete sbattuti. In effetti inscenare la finta laurea del buon Massi (coinvolgendo anche i professori per la discussione, la proclamazione e tutto il resto!) in modo da potergli far fare una festa di laurea fittizia per camuffare la mia festa di compleanno a sorpresa, camuffandola poi così bene che c’erano un sacco di amici di Massi che festeggiavano Massi dandogli un regalo della sua taglia mentre nessuno mi ha rivolto la parola per quattro ore è stato un pensiero veramente gentile. Mi è piaciuto soprattutto l’understatement che circondava il tutto [a dir la verità incrinato solo da un Massi un po’ troppo nella parte del neo-laureato che si deve spaccare (ma glielo avete detto che poteva smettere di recitare? Comunque è stato bravissimo: dalla scena della doccia in poi un’interpretazione nella quale ha dato veramente tutto)]. Eccovi comunque i miei tre regali – questa volta veri – per i quali si sono scomodate le più alte istituzioni:
- Il primo me lo ha fatto la procura di Genova. Leggete un po’ qua (ma anche qua e qua). Alla fine sono una persona semplice, mi ci vuole così poco per farmi contento. Basta anche solo la possibilità che De Gennaro sia rinviato a giudizio. (Lo so, l’argomento – come le ultime vicende legate al G8 – meriterebbe qualche commento più approfondito. Ma ho poco tempo e troppo sonno. Magari nei prossimi giorni. Comunque qua avevo scritto qualcosa al riguardo dell’ex capo della polizia).
- Il secondo arriva diritto addirittura dal ministero della ricerca. Leggete qua. Il problema è che mi sembra che l’emendamento sia stato messo in finanziaria, ma è senza copertura, che è come dire: “Da qualche parte i soldi – poi – li troveremo”. Forse sperano di trovare un maialino lasciato dal nano pelato e piduista a palazzo Chigi (non Calderoli! Un salvadanaio! Calderoli non è piccolo!). Il bello è che se io cercassi di comprare una casa e dicessi: “Beh, questi 200.000 € non ce li ho proprio adesso, ma in qualche modo li troverò” non credo mi darebbero molto credito, pensando che li voglio truffare. Ma per fortuna al governo hanno Mastella.
- Il terzo è invece un regalo fatto in casa. Dovrebbe arrivare verso il 4 di dicembre, ma forse addirittura questo mercoledì. In realtà non sono proprio il destinatario principale, ma mi ci metto a buon peso. Che altro aggiungere? Preparatevi ad una nuova generazione di spaccatimpani fottutamente rock’n’roll…
Fortunatamente il governo ha fatto sapere che “non solo non ritiene di dover pagare nulla ai Savoia, ma pensa di chiedere a sua volta i danni all’ex famiglia reale per le responsabilità che ha avuto nella storia italiana”. Ineccepibile. Vorrei ricordare che, ad esempio, i Savoia sono responsabili di:
• Connivenza con il fascismo (tanto per dire una: perchè Vittorio Emanuele III non firmò lo stato d’assedio che il consiglio dei ministri aveva preparato in risposta alla marcia su Roma dei fascisti, decidendo invece di dare l’incarico a Mussolini di formare un nuovo governo?)
- R.D.L. 5 settembre 1938, Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista
- R.D.L. 7 settembre 1938, Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri
- R.D.L. 23 settembre 1938, Istituzione di scuole elementari per fanciulli di razza ebraica
- R.D.L. 15 novembre 1938, Integrazione e coordinamento in testo unico delle norme già emanate per la difesa della razza nella Scuola Italiana
- R.D.L. 17 novembre 1938, Provvedimenti per la razza italiana
- R.D.L. 29 giugno 1939, Disciplina per l’esercizio delle professioni da parte dei cittadini di razza ebraica
• Fuga in Albania dopo l’armistizio con gli alleati dell’8 settembre, lasciando il paese allo sbando
Dicono che i soldi del rimborso andrebbero ad una neonata “Fondazione Emanuele Filiberto di Savoia” che li destinerebbe “in opere di beneficenza e di sostegno alle fasce sociali più disagiate”. Che buon cuore. Ma stranamente tendo a non fidarmi.
E due! Agili come un bradipo zoppo cui hanno legato le zampe (immergendole prima nella coccoina), eccoci arrivati addirittura al secondo anno di vita di questo imprescindibile blog, recentemente definito “la risposta contorta (e sbagliata) alla domanda «Sono due etti e mezzo, lascio?»”. In realtà la data precisa sarebbe stata sabato scorso, il 17 novembre, però ultimamente non ho avuto molto tempo per scrivere. Che dire – ma soprattutto, come direbbe Lenin se Diliberto portasse la sua mummia in Italia – che fare? Beh, io mi sono riletto il post dell’anno scorso, ed ho capito che ho davanti a me una fulgida carriera da politico: ho promesso un sacco di cose, mantenendone – ed in maniera posticcissima – solo una (ad oggi c’è solo un post marcato come “Per quando sarò il capo del mondo”). Credo cercherò un posto in questa nuovissima formazione politica di cui tutti parlano (“Partito democratico del popolo delle libertà”, mi sembra che si chiami. Il capo è un imprenditore nano fissato con i Kennedy che dava in omaggio ai giornali di sua proprietà delle videocassette e che possiede un pantheon in Sardegna. La linea politica è quella della serietà di governo a favore della sicurezza e delle urgenti riforme, credo due figure mitologiche neo-classiche che risalgono ad Omero. Come forma di sostentamento organizza elezioni “144” tramite le quali l’elettore, con solo un euro, può esprimersi con qualsiasi metodo preferisca su questioni irrilevanti. Ma forse sto facendo un po’ di confusione). Il bello è che le idee ce le ho anche, è che poi non le metto in pratica. Che forse non è nemmeno poi così male, visto che ultimamente sto rivalutando i personaggi alla Pol Pot, quelli per intenderci che hanno sdoganato un genere, tramutando il genocidio da crimine verso l’umanità a passatempo pre-aperitivo (personalmente trovo irresistibile, tra le new entry, Ahmadinejad: secondo me il ragazzo ha stoffa ed avrà un futuro, basta solo che si trovi un nome meno impronunciabile. Ottima anche la sua spalla comica, Chavez, anche se troppo caratterizzato regionalmente. Grandi giuoie credo verranno anche da Putin – tutto understatement, sguardo al polonio ed alito di gas naturale – che con il suo progetto di nuova guerra fredda sta scaldando più di un cuore. Ma come al solito ho perso il filo e sto divagando.
Il problema è che in realtà non mi viene da scrivere nulla di particolarmente intelligente sui due anni di blog, quindi vado ad ispirazione. Ok, facciamo un po’ di bilanci. Ad occhio e croce in questo anno ci sono state troppe recensioni e pochi post “veri”. In partenza, le recensioni non erano assolutamente una priorità. Ed a dir la verità, non lo sono nemmeno ora. E’ che alla fine mi sono auto-imbarcato a voler scrivere qualche riga su concerti, film, libri, dischi, spettacoli teatrali o quant’altro e questo ha preso il sopravvento. Non riesco nemmeno a fare quello che mi piace: sono inequivocabilmente un pirla. Ok, non ho più voglia di fare bilanci (e questo vale anche per quelli entalpici che mi tocca fare ogni giorno). Passiamo ad altro.
Progetti per il futuro? A parte diventare un oscuro signore del male temuto per l’uso improprio dei congiuntivi tramite i quali soggiogare sia il mondo intero che quello parzialmente scremato (insulti, please)? Boh, mi piacerebbe mettere sul blog molto più “materiale proprio” (ho dieci pagine di appunti e spunti da cercare di concretizzare), ma il tempo è veramente tiranno, e solo poche volte riesco a scrivere qualcosa di veramente organico (ovviamene non è questo il caso). Le “promesse” dell’anno scorso sono comunque ancora valide, visto che avrei veramente voglia di scrivere qualcosa con argomento le altre due categorie che avevo citato (comunque ne ho aggiunta un’altra, “Vergogniamoci per loro”, che potrebbe regalare altre giuoie). Ne ho in mente anche altre, ma vedremo. Forse scrivendo quasi per “rubriche” potrei produrre qualcosa di buono, o almeno evitare battute come quella di prima sul mondo (il vostro premuroso cervellino l’aveva già rimossa? Cazzi vostri, ho fatto una sorta di richiamo…). Lo scoprirete, vostro malgrado, solo continuando a leggere.
Questa notte è morta la Milla, la mia gatta. So benissimo che ci sono cose più importanti nella vita, e non vorrei apparire irrispettoso, però oggi sono un po’ triste. Tutto qui.
La Milla (abbreviazione di Camilla, il suo vero nome) era una gatta un po’ strana: pensavamo che fosse una sorta di “Highlander” visto che, nonostante mille acciacchi, continuava ad essere, memore delle sue origini, incazzata e combattiva come un gatto di strada. Non abbiamo mai saputo con precisione quanti anni avesse, sicuramente più di 20: quando l’abbiamo ereditata, nel gennaio del 1999, era già una gatta vecchia. Apparteneva a mio prozio Carlo, anche se il concetto di padrone, come per ogni buon gatto che si rispetta, non era proprio nel suo dna. Mi ricordo che non si lasciava accarezzare da nessuno, soffiava a chiunque provasse a farlo: quando l’abbiamo dovuta portare a Genova da Frassineto (il mio paesino di campagna in Valbrevenna dove viveva mio prozio) fu una bella lotta. Anche fisicamente era decisamente atipica. Innanzitutto le restava solo un moncherino di coda, visto che – se non mi sbaglio, ancora prima che se ne prendesse cura mio prozio (era stata abbandonata a Frassineto) – una macchina gliela aveva tranciata. Poi era rimasta “piccolina”: c’è chi dice fosse rachitica, chi invece pensa fosse un incrocio con una razza strana (mi sembra una razza di gatto sacro, o qualcosa del genere, orientale…). Nella mia vita ho visto solo un’altra gatta come la Milla (anche caratterialmente, tra l’altro): a Crevari a casa di un mio amico. Comunque inserirò qualche foto e vi farete un’idea.
La cosa fantastica della Milla era il carattere. Pur essendo piccolina, sfigata e vecchia era assolutamente una iena, la dimostrazione lampante dell’appartenenza dei gatti alla categoria dei felini. In campagna soffiava contro e scacciava cani enormemente più grossi di lei, che se ne andavano con la coda fra le gambe. Non ho mai capito come cazzo facesse, visto che ovviamente non si pestava con i cani (questi ultimi l’avrebbero facilmente sbranata): sarà che negli animali funzionano dei meccanismi di autorità diversi. Per contro, forse per compensare il suo atteggiamento perennemente incazzoso, era una gatta estremamente coccolosa (non ho mai visto un gatto che ci mettesse così poco a fare “ron ron”), almeno da quando la portammo a Genova. Noi dicevamo che aveva bisogno di “contatto umano”. Prendeva coccole da tutti – anche perché era una gatta carina che faceva tenerezza – ai limiti della zoccolaggine. Per dire: se ci si sedeva a guardare un film, lei saltava sulla gambe e se c’era un ospite, lei sceglieva l’ospite. Il problema era che, invecchiando, riusciva a saltare sempre di meno, ed allora puntava le unghie sui pantaloni per “scalare”… Un’altra sua peculiarità era quella di monopolizzare il riscaldamento domestico. In inverno, infatti, si piazzava sopra ad un calorifero e non se ne staccava più, dormendo anche nelle posizioni più assurde… La cosa bellissima era che quando si svegliava aveva un’espressione totalmente da tossica, come se si fosse fatta di calore…
Negli ultimi due anni aveva incominciato a perdere in maniera vistosa qualche colpo: quando si svegliava (i gatti invecchiando tendono a dormire sempre di più) miagolava (o meglio, ululava) come se la stessimo sgozzando, tra l’altro causandoci grande imbarazzo. In pratica si comportava come un neonato: il veterinario ci disse che era una sorta di demenza senile. Nell’ultimo anno è peggiorato un po’ tutto, fino a questi ultimi mesi, quando era veramente lo spettro di un gatto, anche se la tempra combattiva rimaneva sempre la solita. Stamattina i miei l’hanno portata a Frassineto, perché mia madre voleva seppellirla in un terreno di nostra proprietà: resto dell’idea che sia un’esagerazione per un gatto, ma un po’ sono contento.
Miao miao, Milla.
La Milla sul tavolo che abbiamo sul poggiolo, direi 2002
Sul divanoletto a Frassineto, estate 2003
Svaccata sul divanoletto a Frassineto con un piccolissimo Ippo (il gatto di mia sorella e suo marito), estate 2003
Sempre Frassineto, estate 2003
Svaccata sul termosifone (notare l’espressione…), natale 2003
“Non sto piangendo su tempi andati
o sul passato e le solite storie
perché è stupido far del casino
su un ricordo e su qualche canzone…”
La strada – Modena City Ramblers
La citazione è parzialmente decontestualizzata. Dico parzialmente perché l’argomento della canzone non è assolutamente legato (se non in maniera indiretta) con quello che mi accingo a scrivere, però la frase mi sembrava molto appropriata. Parliamo di musica. Io sono un grande appassionato di musica, che detto in questo modo fa pure un po’ ridere. In effetti ho qualche problema a descrivere in maniera corretta cosa la musica rappresenti per me, probabilmente perché nemmeno io ce l’ho particolarmente ben chiaro in testa. Diciamo che faticherei parecchio a vivere senza delle note impazzite nelle orecchie come accompagnamento musicale della mia vita. Ovviamente è un’esagerazione, ma sono sicuro che tutto mi apparirebbe un po’ più grigio, forse addirittura stonato, sicuramente fuori tempo.
Una della colonne imprescindibili della colonna sonora della mia vita sono i Modena City Ramblers. La loro musica – trascinante e pulsante, allegra come incazzosa – è quanto di meglio possa immaginare. Loro è la mia canzone preferita, la travolgente “Morte di un poeta”. Ma soprattutto, sono stati i primi a mettere sottosopra in maniera irrimediabile l’universo musicale della mia vita. Questo, esattamente dieci anni fa.
La sera dell’8 novembre del 1997 ho infatti assistito al mio primo concerto dei Modena. In quel periodo io non li conoscevo granché: avevo una cassetta copiata de “La grande famiglia” (portata da mia sorella… non credo di averla mai ringraziata abbastanza…), che comunque non mi entusiasmava molto. Ero in quarta liceo e bazzicavo per concerti già da un po’: soprattutto quelli “sfigati” per sentire gli amici, ma anche spettacoli un po’ più grossi. I miei orizzonti musicali erano abbastanza limitati al rock o al limite al punk-rock (a pensarci bene, in parte pure robe imbarazzanti che però mi sembravano serie…), anche se già dell’inizio della terza ero stato “fulminato” dal concerto dei Persiana Jones, quando ancora facevano prevalentemente ska (era il tour di “Siamo circondati”). Ma i Modena quella sera per me sono andati ben oltre la scoperta di una nuova dimensione musicale, perché hanno rappresentato l’inizio di un modo differente di concepire la musica. Non che il processo sia stato immediato (anzi!), ma è da allora che cerco nella musica di ritrovare quello stupore che provai quella sera. Non credo che mi sarei avvicinato a tanti gruppi che ascolto adesso se non fossi rimasto così colpito da quei otto casinari mezzi busker.
Era la tournè di presentazione di “Terra e libertà”, il concerto era all’aperto, presso il campo “Ferrando” di Cornigliano, e soprattutto gratis (inauguravano una sede della Cgil, o qualcosa del genere). Io ero andato con dei miei amici che me ne avevano parlato bene e li descrivevano come “folk irlandese in dialetto modenese”; dicevano che c’era da pogare, ma a me sembrava strano: per pogare serve il punk, no? Evidentemente no, visto che mi son divertito come un bambino. Non mi ricordo bene tutto il concerto, ho solamente dei flash su alcune canzoni (“Danza infernale”, “Il ballo di Aureliano”, “Bella ciao” come ultimo brano), però mi ricordo come fosse ieri la forza incredibile che trasmetteva il gruppo, che saltava e si divertiva, come non mi era mai capitato di vedere. Il rock è infatti così serioso ed autocelebrativo, fatto di pose e clichè. Loro erano agli antipodi. Otto persone sul palco che suonavano, tra l’altro, con violino (e passi), un flautino (il tin whistle), una chitarra ad otto corde fatta strana (era un bouzouki, ma chi l’aveva mai visto prima di allora un bouzouki?) e la fisarmonica (la fisarmonica?!? Ma non si può far musica che non sia liscio per ottuagenari con la fisarmonica!) la musica più bella e coinvolgente che mi fosse mai capitato di sentire. E come erano “vicini” al pubblico. Uno shock da manuale medico, che al confronto la conversione sulla via di Damasco è un’allucinazione da funghetti scaduti.
Da quel giorno sono passati dieci anni ed altri loro venti concerti, e di cose ne sono cambiate molte. Nei Modena ci sono stati molti abbandoni (addirittura, un mese fa, il decesso di Luca “Gabibbo” Giacometti, nel gruppo come bouzoukista dal 2003) e la loro produzione non è mai più riuscita a toccare i livelli dei primi tre dischi. I miei orizzonti musicali sono un po’ più ampi: mi piacerebbe dire “migliori”, ma ho paura che il me tra dieci anni potrebbe avere qualcosa da ridire (e soprattutto da ridere). Alcune mie idee sono cambiate, altre sono rimaste le stesse. Certe cose del passato mi fanno ridere, alcune incazzare, altre provare vergogna altre ancora mi rendono felice. Tra queste il ricordo della sera di dieci anni fa.
Questo film è decisamente un caso nella produzione cinematografica italiana. Salutato (ed a merito) come una delle migliori pellicole uscite di recente, si presenta infatti in maniera particolarmente atipica, facendosi notare per scelte di realizzazione molto particolari. Questo è infatti un film che non si riesce a definire in maniera univoca, ma che invece si propone come una riuscita sintesi di stili anche opposti. Partiamo dal genere. E’ un thriller? Beh, in effetti motore della storia è un misterioso assassinio di una ragazza in un paesino montano (mi sembra) del Veneto, ma il ritmo non è certo quello martellantemente accattivante tipico del genere; inoltre anche le rivelazioni che scaturiscono dal prosieguo delle indagini non vengono rappresentate come fondamentali punti di svolta, ma come semplici passaggi. I tempi, complice anche una suggestiva e “tranquilla” ambientazione montana, sono poi dilatati, ma la durata della proiezione supera di poco l’ora e mezza. La messa in scena è infine “quasi-corale” perché, nonostante la presenza di un personaggio preminente (il commissario Sanzio, magnificamente interpretato da Toni Servillo), i veri protagonisti appaiono gli abitanti del paesino sede dell’omicidio, o meglio, l’intrecciarsi anche in maniera equivoca delle loro storie con quella della vittima. Si tratta quindi di una sorta di descrizione della provincia italiana tramite, per dirla con De’ Andrè, un “delitto di paese”? In parte si, ma non solo, vista la presenza dello spaccato familiare (problematico, forse tragico, ma mai banale) del commissario Sanzio. Come si può ben leggere, gli aspetti toccati da questo film sono molteplici, ed il merito maggiore del regista Andrea Molaioli (se non mi sbaglio, addirittura alla prima esperienza con i lungometraggi: in tal caso, doppi complimenti) è quello di averli fatti fondere in maniera assolutamente naturale. Certo, alla fine la pellicola non è altro che il racconto della storia di un omicidio, ma non capita spesso di assistere ad una messa in scena così accurata ed attenta.
In breve la trama. Anna Nadal (Alessia Piovan) viene trovata morta in riva ad un lago vicino al paesino dove vive. Ad occuparsi del caso è il commissario Sanzio, laconico poliziotto napoletano alle prese con una pesante situazione familiare. Scavando nel passato di Anna, il commissario fa emergere molto aspetti che legano la vittima con la vita di alcuni paesani che questi ultimi avevano omesso di riferire. C’è la morbosità con la quale il padre di Anna (Marco Baliani) la riprendeva, il rapporto ambiguo della ragazza con il fidanzato Roberto (Denis Fasolo), oltre alla morte del piccolo Angelo, figlio di Corrado (Fabrizio Gifuni) e Chiara Canali (Valeria Golino), del quale Anna era la babysitter.
Da segnalare inoltre l’ottima colonna sonora, composta da tal Teho Teardi, veramente molto bella ed appropriata. Era da un bel po’ che non sentivo un connubio così ben riuscito tra immagini e sonoro, e devo dire che il risultato mi ha lasciato entusiasta (intendiamoci, la colonna sonora di “Amelie”, con i suoi fantastici incroci di corde, violini e fisarmoniche, resta indiscutibilmente la migliore… però questa – diversissima – ne sa parecchio). L’aspetto paradossale è che le musiche composte (per dirla semplice: base elettronica lenta ma acida con sopra partitura di un quartetto d’archi… moooolto d’ambiente…) dovrebbero stridere con l’ambientazione, ed invece – per contrasto – rendono alcune scene ancora più evocative. Penso che qualcuno dovrebbe scaricarla, perché gli piacerebbe parecchio (e così me la potrebbe passare…).
In definitiva, un ottimo “semplice” film. Se non l’avete già fatto, andate a vederlo.