Ci sono registi che possiedono un inconfondibile marchio di fabbrica. Per lo spagnolo Alex de la Iglesia, almeno per quel che ho potuto constatare io, questo risiede nel ricorrente utilizzo di humour nero oltre alla perfetta padronanza del registro grottesco. Questi elementi ricorrono nei suoi due film che ho potuto vedere, ovvero il geniale “El dia de la Bestia”, purtroppo non distribuito in Italia (ma fidatevi: è un motivo più che valido per imparare lo spagnolo… una perla di understatement nero) ed il surreale “Accion mutante” (anch’esso disponibile solo in lingua originale, assurdo ma divertente, anche se non imprescindibile). Il discorso vale anche per questo “La comunidad – intrigo all’ultimo piano” (del 2000 e passato anche in Italia: l’ho visto direi lunedì scorso su Rete4 a mezzanotte), anche se il contesto, rispetto alle due pellicole precedentemente menzionate, è decisamente più serioso, anzi quasi “scolastico”. Il lungometraggio si presenta infatti come una sorta di giallo dalle reminiscenze agathachristieane a forti tinte nere, permeato dall’immancabile gusto grottesco tanto caro al regista iberico.
La storia ruota intorno alla figura di Julia (una bravissima Carmen Maura), agente immobiliare che, dopo aver mostrato un appartamento incredibilmente lussuoso a due clienti, decide di trasferirvisi per un po’. Peccato che tale appartamento faccia parte di un condominio popolato da personaggi decisamente particolari. Julia lo scopre quasi subito, perché un’infiltrazione sul soffitto della camera da letto fa cadere parte del tetto e porta all’intervento dei vigili del fuoco per aprire la porta del vicino di sopra, barricato in casa da anni. Trovatone il cadavere decomposto, Julia individua anche una mappa per recuperare i 6 miliardi di pesetas che l’anziano inquilino nascondeva in casa. Ma anche gli altri condomini erano al corrente di quel tesoro, ed avevano a loro tempo deciso di impossessarsene. Ed ecco il palazzo tramutarsi in una sorta di bottega degli orrori condominiale, con i inquilini impegnati in una caccia al malloppo senza esclusioni di colpi…
Il film, chiariamolo subito, anche se estremamente godibile e divertente non è un capolavoro, principalmente perché paga il prezzo di essere eccessivo, così come una messa in scena grottesca deve essere. Inoltre, non potendosi appoggiare – come nelle altre due pellicole precedentemente menzionate – su di una storia dai presupposti già stravaganti, i toni grotteschi si manifestano principalmente nella caratterizzazione dei condomini, presentati come una (perfetta) deformazione dei vari archetipi di vicini. Questi vanno a comporre un variegato microcosmo umano che colpisce e convince soprattutto per la vincente dualità tra l’essere surreale (impagabile il figlio quarantenne di una inquilina che vive ancora in casa e che, in quanto grande appassionato di “Guerre Stellari”, gira con un costume da Dart Fener…) e spietato al contempo. Certo, il lungometraggio non è esente da sbavature, ma rimane molte spanne sopra a produzioni ben più blasonate.
Non so quanti di voi abbiano visto domenica sera la puntata di “Parla con me”, ma tra le tante chicche proposte (Vergassola con i cannoli e la sua raccolta differenziata delle notizie, la Banda Osiris che faceva gli UDeur, le sempre spassose interviste al citofono di Andrea Rivera e gli illuminanti monologhi di Ascanio Celestini) ce n’è stata una di primissimo ordine, ovvero i geniali skecth di Paola Cortellesi [che brava lo è fin dai tempi di “Magica Trippy” (e ditemi se, in tempi di raccomandazioni Rai, non è attuale questo filmato di Mapi…)… certo che quelli della Gialappa’s band erano proprio bravi…]. Embeddo qua il primo sketch.
Qui potete trovare anche gli altri due, oltre a molto materiale tratto da “Parla con me” (vi consiglio Neri Marcorè che fa Fassino, Gasparri ed Alberto Angela perché sono divertentissimi). Buona visione!
Una tra le cose che mi ha sempre impressionato maggiormente della satira è il fatto di essere senza tempo. Una battuta di satira, quella vera, risulta infatti miracolosamente sempre attuale: sarà che i problemi, dai tempi di Aristofane o di Rabelais, non sono poi così cambiati. Perché dico questo? Perché mi è capitato di rileggere per caso un post, risalente a quasi due anni fa (ai tempi dell’insediamento del governo di centrosinistra), di Lia Celi – una che la satira la sa fare (e bene), non a caso storica colonna del mai abbastanza rimpianto settimanale di resistenza umana “Cuore” – e certi passaggi mi sono sembrati paurosamente attuali, se non addirittura profetici. Riporto testualmente:
“Un ex tiranno assetato di rivincita, un povero premier circondato da capitribù litigiosi, una democrazia fragile, divisioni insanabili, un clero invadente: meno male che non abbiamo il petrolio, altrimenti Bush ci avrebbe già invaso”, e poi: “Il neoministro Clemente Mastella rivendica la sua profonda conoscenza della Giustizia: «E’ una vita che la fotto»”.
Geniale, vero? Ma veniamo al titolo del post. Una volta, per stigmatizzare la pochezza che contraddistingueva certi governi, si utilizzava l’epiteto “repubblica delle banane”. Per l’Italia, vista la recente vicenda Cuffaro, credo che l’appellativo “repubblica dei cannoli” risulti molto più appropriato. Dite che sto esagerando? Va bene, facciamo un piccolo riassunto degli usi e costumi dei miei connazionali. Io vivo in uno stato dove:
• Un ministro, indagato insieme a buona parte del suo partito in merito a pratiche clientelari, lancia pesanti attacchi alla magistratura. Non riuscendo a riceve l’approvazione di una scandalosa mozione di solidarietà alle sue parole proposta in parlamento dal suo partito, incassata comunque un vergognoso attestato di solidarietà bipartisan al suo discorso, decide di far cadere il governo. Caso strano, proprio poco prima che si arrivasse ad un accordo sulla legge elettorale, che molto probabilmente avrebbe drasticamente ridotto l’influenza di quel partito. Adesso, invece, è molto probabile che si ritorni al voto con il famigerato “porcellum”, ottenendo ovviamente un altro bel ministero (leggi anche qui). Un bel ricatto del tipo: “Non fai come dico io, salta il governo”. Ottima mossa, per uno accusato proprio di aver costruito una rete di potere per i propri interessi.
• Un prescritto per collusioni con la mafia (comprovata) è un (influentissimo) senatore a vita e viene considerato un grande statista. Ma soprattutto una brava ed onesta persona.
• Il capo dell’opposizione, oltre che buona parte del suo partito, ha un rapporto con la giustizia per dir poco conflittuale. Ma forse è la volta che ce lo leviamo dei coglioni per una “semplice” vicenda di raccomandazioni (ci si può rendere conto che, comunque, fare raccomandazioni non è un comportamento onesto? O è chiedere troppo?).
• Il governatore di una regione festeggia offrendo cannoli ai suoi collaboratori (ed ovviamente non si dimette dal suo incarico) dopo essere stato condannato in primo grado a 5 anni di reclusione (ed all’interdizione dalle funzioni pubbliche) per favoreggiamento a dei mafiosi. Motivo? Non gli hanno dato l’aggravante di favoreggiamento mafioso (ovvero, non sapeva che quelle persone appartenessero alla mafia). Potrebbe diventare una scusa fantastica per gli studenti:
Genitore: Come è andata la lezione?
Figlio: Bene! Ho preso solo 4!
Genitore: Come 4? Ma è un brutto voto!
Figlio: Però potevo prendere di meno!
Genitore: Allora festeggiamo!
Ma vi rendete conto? Va bene che ci sono ancora due gradi di giudizio, ma nei paesi civili i dirigenti condannati vedono la loro posizione almeno congelata (per non arrecare danno alla credibilità dell’ente\società\istituzione che rappresentano). Ma generalmente si auto-congelano molto prima (leggete qui e rabbrividite). O forse Cuffaro era semplicemente contento di poter essere finalmente chiamato illustrissimo (è un termine che si utlizza per dare lustro. Ovvero 5 anni).
E questo per dire i casi più eclatanti che mi vengono in mente o quelli di attualità. E se ci arrendessimo a San Marino? Potrebbe essere la soluzione più dignitosa…
In tutto questo casino, comunque, l’unico a mantenere la calma è il presidente del consiglio (chissà ancora per quante ore…) Prodi, che come al solito sprizza ottimismo da tutti i pori. E’ incredibile: da quando è incamiciata la legislatura, non ha fatto altro che elargire discorsi sull’ottimismo, nonostante fosse chiaro a tutti che tenere insieme una coalizione così eterogenea sarebbe stato a dir poco ostico (anche perché qualcuno ha fatto in modo che un certoprogramma sottoscritto da tutti, e con il quale ci si era presentati agli elettori, fosse gettato nel dimenticatoio…). Ottimismo qui, ottimismo là. Ma adesso capisco la sua lungimiranza. Secondo me se l’era intagliata da subito, ed ha furbescamente incominciato il prima possibile a lavorare per garantirsi un posto nell’eventualità che la coalizione non tenesse. E ce l’ha fatta. Infatti, come gli si potrebbe negare un posticino da commesso da Unieuro?
“Everything’s gonna be alright
Everything’s gonna be alright
Everything’s gonna be alright
Everything’s gonna be alright…”
No woman, no cry – Bob Marley
Mio nipote Pietro [che tra poco compie ben due mesi e non s’è ancora rotto le palle, anche se mi sembra abbastanza sveglio da aver già subodorato la fregatura (tipo quando la gente gli parla come fosse cerebroleso)] mi ha dato le prime commoventi soddisfazioni. Domenica scorsa mia sorella era a casa nostra con il bambino e poco prima di cena, visto che ormai Pietro non dormiva più e non rischiavo di svegliarlo, ho messo su un po’ di musica. A livello pedagogico, mi sono imposto di non incominciare subito con il rock, visto che è risaputo (ok, è una mia teoria… però è vera…) che fino ai dieci anni i bambini non riescono ad apprezzare l’avvolgente e granitico suono di una bella Les Paul distorta, catalogandolo sotto l’etichetta “fastidioso rumore” (se è per questo i bambini non capiscono nemmeno l’ironia… diciamocela tutta: i bambini son dei gran ignorantoni…). In prima battuta mi sembra quindi giusto puntare su qualcosa di più ritmico (il ritmo è qualcosa di ancestrale, no?), ma pur sempre di qualità (altro che zecchino d’oro o robaccia commerciale del genere…). Domenica sera ho provato quindi con un pezzo da novanta, una pietra miliare della musica: “Live!” di Bob Marley con i suoi Wailers. I risultati, alla lunga, sono stati stupefacenti (che parlando di reggae…).
Il volume della musica, ovviamente, non era alto, e visto che Pietro si trovava non proprio in prossimità delle casse (e visto che non ha nemmeno due mesi…) non so quanto riuscisse a discriminare tra musica e rumori vari. Però se ne stava abbastanza tranquillo a fissare il lampadario ed i quadri. Poi ho avuto il colpo di genio di impugnare la chitarra e mettermi vicino a lui a strimpellare “accompagnando” le canzoni del buon Bob. Lì è partito come un treno mettendosi “a ballare” a tempo, soprattutto quando canticchiavo anche “No woman, no cry” (cercava di canticchiarla, con versi discutibili, pure lui… ho però apprezzato l’impegno)… una roba veramente da morir dal ridere… Ok che le ritmiche in levare sono fatte apposta per far muovere la gente e che con la chitarra tenevo insistentemente il one drop tipico del reggae, però una reazione così partecipata non me la sarei mai aspettata. Che dire, se il tirocinio da nuovo Tom Morello non dovesse andare a buon fine (ma deve ancora incominciare e poi, come già detto, c’è tempo perché se ne riparlerà più in là) potrebbe sempre diventare il più grande cantante bianco di reggae (altro che reggatta de blanc…) od uno sfattone di prima categoria. Comunque ho deciso di non insistere troppo con “No woman, no cry” perché, nonostante l’indubbia ed utile valenza di intrattenimento che adesso questa canzone assume, già me lo vedo, tra una quindicina d’anni, gonfio perso dopo essersi stappato un numero imprecisato (e sul quale è meglio soprassedere) di bong, sdraiato su di un tappeto e con il cervello che va in diagonale intavolare con i suoi amici un delirante e sbiascicato dialogo del tipo:
Pietro: Hey, ma questa canzone la conosco!
Amico1: Ma certo, è “No woman, no cry” di Bob Marley, è famosissima!
Pietro: Cioè… voglio dire… capitemi… cioè, non mi è nuova… mi dice qualcosa…
Amico2: E’ Bob che ci parla! Il suo messaggio universale! Everything’s gonna be alright… (canticchiata)
Amico1: Quale messaggio?
Amico2: Il messaggio di Bob! Cioè, sai… fratellanza dei popoli… diritti umani… quelle robe lì…
Pietro: Non capite… c’è l’ho in testa da tanto tempo… eppure non l’avevo mai sentita… come se fosse parte di me… molto mistico ancestrale …ma Bob Marley non era mistico, cioè… sapete… quelle cose trascendentali…
Amico1: Beh, Bob Marley era delle religione rastafari, quella che dice che per avvicinarti a dio devi fumare…
Amico2: Eh, eh… figo… quindi?
Pietro: Passami ‘sto bong…
(ok, basta facili battute su reggae e marijuana).
Comunque Pietro non si è limitato ad apprezzare il reggae, ma si è spinto ben oltre. Infatti con mia sorella abbiamo incominciato a cantargli delle canzoni, sempre con il mio accompagnamento di chitarra, ed il suo indice di gradimento è stato spassoso e commovente al contempo. Quando abbiamo cantato “La locomotiva” si muoveva tutto contento agitando con evidente passione rivoluzionaria il pugno chiuso, mentre quando abbiamo attaccato, per fare una prova, la famigerata “Camminerò” si è messo a piangere…
Una buona occasione gettata al vento. In sintesi, credo che sia il commento più appropriato per descrivere questo film diretto da Francis Lawrence. Perché le premesse per la realizzazione di una pellicola più che interessante c’erano tutte, ma sono state vanificate dalla sciagurata scelta di approcciare l’omonimo romanzo del 1954 di Richard Matheson in maniera troppo accondiscendente con i ferrei dettami delle superproduzioni hollywoodiane. Non che il lungometraggio risulti addirittura brutto – anzi, ci sono dei momenti di buon cinema, soprattutto nella parte centrale, e nel complesso è abbastanza gradevole – ma sicuramente appare privo di mordace, spuntando con del massacrante buonismo le frecce acuminate offerte da qualche interessante situazione e soprattutto accontentandosi di una monodimensionale messa in scena degli infetti piegata all’uso massiccio di adrenalinici effetti speciali. Come dire: si fosse investito un po’ di più in sceneggiatura e meno in effetti speciali… Ma entriamo un po’ nel dettaglio.
Terzo adattamento cinematografico del già citato romanzo [dopo “L’ultimo uomo sulla terra” (1964) e “1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra” (1971), anche se la pagina di Wikipedia relativa al romanzo indica che anche “La notte dei morti viventi” (1968) di Romero, “La notte della cometa” (1984) e “28 giorni dopo” (2002) sono in qualche modo debitori dell’opera di Matheson], il film narra la storia di Robert Neville (Will Smith), ultimo sopravvissuto a New York (e per quel che ne sa lui, di tutto il mondo) al micidiale morbo di Krippin, virus ideato per debellare il cancro ma che si è rivelato letale per il 90% della popolazione, tramutando inoltre il 9,8% in una sorta di vampiri fotosensibili dalla straordinaria forza fisica (gli infetti). Di giorno Neville gira per la città cercando rifornimenti o lavorando nel suo laboratorio alla ricerca di un cura per il virus, alla notte si rifugia nella sua casa, blindata in modo da resistere ai possibili attacchi degli infetti a caccia di sangue. Ma ovviamente qualcosa andrà storto…
L’adattamento cinematografico di un libro è sempre da considerare come un’opera a sé stante (la dicitura liberamente tratto da indica proprio questo), e questo vale ovviamente anche per questo film, ma leggendo le differenze – assolutamente non da poco – che intercorrono tra il romanzo e la pellicola non si può non notare come quest’ultima sia contraddistinta da passaggi molto più “facili” rispetto all’originale. Gli infetti sono infatti rappresentati come sanguinari esseri stupidi (anche se poi riescono ad escogitare una trappola nella quale Neville ingenuamente cadrà…), utili solo se lo scopo è quello di sopperire alla mancanza di tensione vera con quella dopata della digitalizzazione indiscriminata (per me vale una regola aurea: meno si vede, meglio è. “The others” docet). Mi rendo conto di andare un po’ in controtendenza, ma probabilmente ci fossero state più scene intimiste e solitarie e meno azione il risultato avrebbe potuto aspirare a qualcosa di più duraturo. Perché di materiale interessante ce ne sarebbe a pacchi, ed infatti le parti che raccontano la routine da incubo kafkiano di Neville, ed il suo disperato tentativo di mantenersi vivo, sono le più azzeccate. Ci sono inoltre altre tre cadute di stile che inficiano non poco il giudizio globale sul film, più che altro perché emblematiche del modo pasticciato con il quale si sono definiti gli intenti del film. Innanzi tutto, per dare un tono sedicente impegnato alla pellicola, si sono inseriti passaggi religiosi più che discutibili (sia nella forma che nel contenuto), che infatti appaiono forzati. La figura di Neville, poi, non è che l’ennesimo esempio di retorica americana dell’eroe, che francamente ha rotto i coglioni (si pensi solo all’abissale differenza tra il libro ed il film sul significato del titolo “Io sono leggenda”). E per ultimo uno degli aspetti più irritanti di tutta la pellicola [già presente anche in “Io, robot”, altro esempio di buone idee (Asimov…) sacrificate agli effetti speciali], ovvero la costante presenza di insistenti inquadrature ad automobili, computer, impianti stereo usati da Neville, quali pubblicità non proprio velate. Ma è mai possibile che uno, durante la proiezione di un film, debba beccarsi la televendita delle pentole subliminale? Will Smith novello Mastrota? Dai, quasi era più elegante la pubblicità del cornetto inserita ne “I ragazzi della terza C” (almeno si esponevano)…
Uhm, forse ho calcato un po’ troppo la mano. In effetti il film ne esce abbastanza a pezzi, ma in realtà non è una ciofeca. Resta però il rimpianto di cosa sarebbe potuto accaduto se dietro alla macchina da presa ci fosse stato Ridley Scott, indicato inizialmente come regista.
Ok, forse nel penultimo post mi sono preso qualche libertà narrativa. Ma la mia tendenza a non riuscirmi ad accontentare di raccontare una scusa semplice viene da molto lontano. Pensate che una mattina in prima elementare, quando il maestro mi chiese per quale motivo fossi arrivato in ritardo – cosa che accadeva (ed accade) con una regolarità imbarazzante – arrivai ad affermare, incalzato dal maestro che non vedeva una motivazione sufficiente nel fuori servizio (ovviamente fasullo) dell’ascensore, che nel mio palazzo non esistessero scale. Non male per un bambino di nemmeno sei anni, vero? Comunque, volete la vera ragione perché non ho scritto per un mese? Beh, non ne ho trovato proprio né il tempo, né la voglia. Tutto qui. Vabbè, rimediamo subito alla prolungata assenza sbrigando, sommariamente, un po’ di “arretrato”.
Capitolo cinema. Ho visto quattro film “nuovi” (nel senso che non li avevo mai visti). Il primo è “Fahrenieit 451” di François Truffaut: bello, ma nettamente inferiore al geniale libro di Ray Bradbury dal quale è tratto. Più che discutibile inoltre la scelta di modificare, “alleggerendolo”, il finale. C’è poco da aggiungere, visto che la storia, e la valenza pedagogica della stessa, è arcinota. Poi ho avuto modo di vedere due film di uno dei miei registi preferiti, ovvero Woody Allen. La prima pellicola era “Tutti dicono «I love you»”, gradevole commedia senza infamia e senza lode sotto forma di esperimento musical sfornata nel 1996. Cast stellare (Drew Barrymore, Julia Roberts, Tim Roth, Goldie Hawn, Edward Norton, Natalie Portman, lo stesso Allen…) per una storia lieve e con l’inconfondibile tratto surreale del musical che accantona, almeno in parte, i toni “fobici” classici del cinema alleniano per lasciarsi ad un romanticismo di fondo che non lesina però più di una stilettata (la strampalata famiglia liberal con figlio di destra, per esempio). L’altro film era “Provaci ancora, Sam”, adattamento cinematografico del 1972 per la regia di Herbet Ross di una fortunata opera teatrale scritta e portata in scena proprio da Woody Allen, della quale fu interprete insieme a Diane Keaton. Allen e la Keaton sono gli interpreti anche della spassosa trasposizione cinematografica, che mette in scena il classico nevrotico personaggio alleniano che, in crisi dopo essere stato lasciato dalla moglie, vede accorrere in suo aiuto nientemeno che il mitico Humphrey Bogart, di cui il personaggio di Allen è un fan sfegatato, direttamente dal suo film preferito, “Casablanca”. Il fuoco di fila di certe battute è devastante come nella migliore tradizione del regista newyorkese, ma le invenzioni verbali non sono l’unico asse portante del film, che si basa infatti anche su di una storia ben strutturata, nonostante le inevitabili assurdità metateatrali, e sull’affiatamento a prova di bomba dei due protagonisti. Molto divertente. Il quarto è “Indagine su di un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, film capolavoro del 1970 per la regia di Elio Petri con uno strabiliante Gianmaria Volontè. La pellicola rientra nel filone dei film politici-d’inchiesta degli anni settanta, ed è una vera pietra miliare. Ne avevo sentito parlare, ma non pensavo fosse così inquietantemente geniale. La storia è molto semplice. Il direttore della sezione omicidi di Roma, proprio il giorno della sua promozione alla sezione politica, uccide la sua amante. Per vedere fino a che punto il potere si spinga a proteggere un suo affiliato, dissemina volontariamente indizi nei suoi confronti. Come andranno a finire le indagini? Assolutamente fulminante.
Capitolo musica. Ho assistito al concerto dei Subsonica, che è stato assolutamente favoloso. Che i cinque torinesi fossero un’ottima live band era cosa risaputa, ma non pensavo fossero così in forma. Certo, i tempi sono passati da quando li vidi al C.S.A. InMensa pagando solo diecimila lire (contro i 20 euro attuali), ma l’unica cosa che è cambiata è la migliore qualità del suono e degli effetti scenici che possono offrire, la carica trascinante è sempre la stessa. I brani presenti in scaletta provenivano in larga maggioranza da “Microchip emozionale”, eseguito quasi integralmente, con innesti dagli altri dischi (per esempio sono stati eseguiti solo quattro brani del disco recentemente pubblicato, immagino però solo per il poco tempo disponibile per le prove, infatti hanno promesso che con la partenza della “vera” turnè lo eseguiranno tutto). Concerto veramente ottimo sotto tutti i punti di vista. Bella la musica e bravi i musicisti per uno spettacolo coinvolgente e godibilissimo anche per quel che riguarda gli effetti scenici, di grande effetto ma mai fuori luogo, che non avevano nulla da invidiare a quelli dei Nine Inch Nails (per dire gli un gruppetto di sfigati, eh…).
Ritorna la richiestissima rubrica “Vergognamoci per loro”, eccezionalmente in versione 2×1 (è periodo di saldi, no?). I due casi umani di oggi sono accorpati anche vista l’allarmante riluttanza di questi personaggi ad accettare i giudizi esterni, come se i rispettivi ruoli che ricoprono accordassero loro un intollerabile status di intoccabili. Ma procediamo con ordine.
Sandra Lonardo, presidente del consiglio regionale della Campania e moglie di Clemente Mastella, dimissionario ministro della giustizia, si trova attualmente agli arresti domiciliari, in quanto indagata in un’inchiesta della procura di Santa Maria Capua Vetere su un presunto giro d’affari e favori che vede indagato anche lo stesso Guardasigilli altre persone afferenti al suo partito (qui un intervento sui verbali). Apriti cielo. Mastella ha rassegnato le dimissioni, accusando – in un duro discorso alla camera – la procura di Santa Maria Capua Vetere di fare un uso politico della magistratura (alcuni stralci tratti da qui: le “mie illusioni oggi sono frantumate di fronte a un muro di brutalità. Ho sperato che la frattura tra magistratura e politica potesse essere ricomposta, ma devo prendere atto – dice il guardasigilli – che nonostante abbia lavorato giorno e notte per essere un interlocutore affidabile sono stato percepito da frange estremiste come un avversario da contrastare, se non un nemico da abbattere”. Dice di aver subito un “tiro al bersaglio nei miei confronti, quasi una caccia all’uomo, una autentica persecuzione”). Esatto, gli stesso concetti del nano pelato e piduista. Ma la cosa più sconcertante sono state le zelanti manifestazioni di solidarietà della quasi totalità dell’arco parlamentare e governativo nei confronti di Mastella. Perché mi scaldo tanto? Facciamo un po’ di considerazioni:
• In Italia esiste la presunzione di innocenza, infatti, se indagati si riceve un avviso di garanzia. La parola “garanzia” non dice nulla al signor ministro?
• Solidarietà la si esprime, ad esempio, ha chi ha subito un torto. Devo quindi dedurre che indagare la moglie di un ministro, o il ministro stesso, rappresenti in re ipsa un torto? Ma questa si chiama impunità, che mina alle basi l’indipendenza della magistratura dalla politica (articolo 101 della costituzione italiana: “… I giudici sono soggetti soltanto alla legge”) ed il concetto di separazione dei poteri, sul quale si fonda lo stato di diritto.
• Mastella ha lanciato anche un forte atto d’accusa nei confronti della magistratura. Esprimergli solidarietà, a meno di acrobatici bisticci linguistici, significa avvallare tale accusa. Il governo, che tanto cavalcò la tigre della giustizia quand’era all’opposizione, se ne rende conto? E’ conscio delle conseguenze?
• Dini ha dichiarato: “è un fatto sconvolgente che dovrà essere valutato in tutti i suoi risvolti, anche politici. Aspettiamo di capire meglio quali sono le ragioni giudiziarie di questa vicenda, ma a volte la magistratura se la prende anche con le mogli, e io ne so qualcosa…”. Beh, visto che sua moglie, in primo grado, s’è presa due anni e quattro mesi di reclusione per bancarotta fraudolenta mediante falso in bilancio, non vedo cos’abbia da sghignazzarsela (ok, so benissimo che in Italia ci sono tre gradi di giudizio: quel che voglio dire è che, per essere giudicati innocenti, non basta professarsi innocenti con aria sgomenta ed inveire contro fantomatici complotti, ma innocenti bisogna esserlo sul serio. E non sempre le due cose coincidono: non sono molti i colpevoli, soprattutto se ricoprono ruoli di potere, che ammettono di esserlo).
Ieri sera in prima serata su raiuno c’era addirittura una puntata speciale di Porta a porta dedicata al caso, che ho preferito perdermi per non rischiare di dar fuoco alla casa… Da segnalare, in tutto questo triste teatrino, l’intervento, al solito molto preciso, dell’Associazione Nazionale Magistrati (tratto da qui: Luca Palamara, segretario generale della giunta monocolore Mi dell’Anm, il sindacato delle toghe, respinge “la condanna unanime del parlamento alla magistratura” ed esprime “apprezzamento per il gesto del ministro”. Sottolinea poi che “molte delle affermazioni del ministro sono state fatte a titolo personale e sono frutto del diretto coinvolgimento emotivo nella vicenda”. Anche questa vicenda “deve definirsi nell’ambito processuale. I problemi della giustizia devono essere separati dalle vicenda giudiziarie, altrimenti siamo lontani dalla soluzione del problema”) e del Procuratore generale di Santa Maria Capua Vetere Mariano Maffei che ha giustamente fatto intendere di riservarsi di intraprendere vie legali contro il ministro viste le sue inqualificabili dichiarazioni (è bene ricordare che, visto che al momento dello scandalo non era ancora trapelato alcun elemento dalla procura, le accuse formulate da Mastella non si basano su alcun fatto oggettivo. E questo un ministro della giustizia dovrebbe saperlo).
Passiamo oltre. L’ultimo caso Ratzinger è l’ennesima conferma di quanto in Italia il giornalismo sia fatto da dei cialtroni. Repubblica ieri titolava “Il papa: no alla Sapienza” (verrebbe da dire: levate la maiuscola ed avrete il quadro completo), l’autorevoleIl Secolo XIX: “Papa costretto alla resa” (veramente nessuno ha costretto Ratzinger a conigliarsela. Ma forse pensava di non avere abbastanza claque?). Facciamo un po’ di chiarezza, ricapitolando il tutto:
• 67 professori dell’università “La Sapienza” di Roma scrivono una lettera al rettore comunicandogli – motivandolo – il loro disappunto per la scelta di chiamare il papa ad inaugurare l’anno accademico. Questo si chiama esprimere dissenso. Non è reato. No, nemmeno se di mezzo c’è il papa.
• Le accuse mosse sono ai docenti sono state tra le più infamanti. Si passa dalla censura [ma nessuno impedisce a Ratzinger di parlare (ogni domenica al telegiornale c’è un servizio su quello che dice…). E’ stato sollevato solo un lecito dubbio di pertinenza: che senso ha chiamare ad inaugurare un “tempio della scienza” chi ha delle posizioni marcatamente anti-scientifiche?] alla mancanza di volontà di dialogo (che con un tizio tutto vestito di bianco che dice di aver sempre ragione perché gli parla dio è parecchio dura… i manicomi sono pieni di gente così)
• Un gruppo di studenti ha deciso di manifestare il proprio dissenso contestando Ratzinger con svariate iniziative. Dopo aver occupato l’ufficio del rettore sono riusciti ad ottenere la possibilità di manifestare.
• Il papa, nonostante non ci fosse alcun problema di ordine pubblico (ma cazzo, è stato in Turchia e si spaventa per quattro cori?), ha deciso di non andare. Ripeto: nessuno ha impedito a Ratzinger di andare. Se l’è conigliata.
• Perché se l’è conigliata? Pagina 3 di Repubblica di mercoledì 16 gennaio. Cito testualmente: “attraverso le sue persone di fiducia [Bertone] valuta le informazioni che gli vengono da Vicinale e dal prefetto di Roma e si fa un’idea del vero pericolo. Scontri tra estremisti di destra e di sinistra nel campus universitario, intervento della polizia, rischio di feriti [tutto questo, come si legge a pagina 2, è stato smentito dal presidente del consiglio… ma va beh… ndE]. Tafferugli ed una salva di fischi all’indirizzo del pontefice nell’aula dove pronuncia il discorso. L’immagine ritrasmessa in tutto il mondo di un papa che attraversa i viali della «sua» città, protetto dai cordoni della polizia. Un effetto mediatico devastante”. Ovvero, non sia mai che – barbaro atto di lesa maestà – si veda il papa subire una contestazione. Sapete come si chiama questo? Stalinismo.
By the way, facciamoci due risate su che è meglio. Ecco le 10 cose che mi renderebbero il papa più simpatico:
1. Scegliere come nuovo nome “Marco Pisellonio I”
2. Sottolineare i latinismi con dei rutti baritonali
3. Fare stage diving ad un concerto dei Pooh
4. Iscriversi ad Al Qaeda
5. Sfornare urbi et orbi divertenti bestemmie composite
6. Farsi tatuare “I belong to Jesus” sulla punta del cazzo
7. Assumere Chinaski come ghost writer per le encicliche
8. Indossare il chiodo sopra al vestito bianco
9. Consacrare le ostie come Fonzie fa partire il juke-box
10. Sedurre ed abbandonare la Binetti, in modo che, per il consolare il dolore ed espiare il peccato, si offra come cavia per il nuovo cilicio elettrificato
P.S. dell’ultim’ora: alla fine alla Sapienza non è successo niente. Ed accorgersi che un po’ di senso critico e di satira, nel giornalismo italiano, esistono ancora, fa sempre piacere.
Con quattro parole si potrebbe dire “ridicola abnegazione alla causa”. Ma vediamo di essere più chiari. Per un progetto che stiamo seguendo con l’università, abbiamo chiuso poco prima delle vacanze di natale il primo punto contrattuale, ed al ritorno avremmo dovuto incominciare a lavorare sul secondo, che consiste in una valutazione tra l’esercizio di un impianto tramite electropumpa o mediante tiurbopumpa (i finti termini servono solo per fare in modo di non ritrovare questa pagina quando farò delle ricerche con Google su questi argomenti… ed allontanare la possibilità di un’accusa di insider trading, ovvio…). Piccola spiegazione per i (giustamente) profani (tranquilli, non vi perdete nulla di interessante). Per electropumpa si intende una pompa la cui girante è movimentata da un motore elettrico, tiurbopumpa è invece il termine che è stato utilizzato (a sproposito) dal committente per indicare una pompa azionata da una piccola turbina a vapore. Comunque, sempre di pompe si sta parlando (caro internauta ingannevolmente approdato a questi lidi per la stupida meccanicità con la quale Google, erroneamente, indicizza questo post per il forzatamente ricorrente uso della parola “pompa” ed il relativo blog per l’insistente uso della parola “cazzo”, mi dispiace darti una delusione, ma non troverai nulla di tuo interesse. Però voglio aiutarti: visita questo sito, ma attento, perchè è roba forte).
Per il prosieguo della storia dovete sapere che sono molto ingenuo. Quindi, quando un mio collega mi ha esortato: “Mi raccomando! Nelle vacanze installati a casa l’electropumpa e la tiurbopumpa e fai un po’ di paragoni!”, non c’ho pensato su molto e l’ho fatto. Ottenerle secondo le specifiche desiderate non è stato così difficile come si potrebbe pensare, ma questo solo perché ho avuto il lampo di genio di inserirle nella letterina a Gesù bambino (ho dovuto però, a malincuore, sacrificare la versione deluxe, in pelle di infedele, della nuova enciclica papale, contenente anche alcuni strabilanti inediti contenuti speciali quali “Come ti fotto l’ICI”, “Come ti fotto la scienza” e, dedicato ai bambini, “Come ti fotto”). Il casino è stato installarle e predisporre dei circuiti idraulici adatti. Per far passare due tubature, ognuna con una portata di cento tonnellate d’acqua all’ora [(si, lo so che smaniate di saperlo: sono circa 1666 litri al minuto o 28 litri al secondo (litri e chilogrammi, per l’acqua, sono la stessa cosa… non avete mai portato i cestelli???)], ho dovuto deviare la rete idrica principale (fortunatamente il mio palazzo è servito da ben due acquedotti): alla fine l’acqua arriva a destinazione, anche se ad una pressione un po’ differente (un’ottantina di bar… se il gettito non vi buca le mani, è la volta buona che riuscirete a levare quelle incrostazioni dalla pirofila per le quali vostra suocera non vi parla da anni…). Più complicato è stato richiedere all’amministrazione di mettere a palla la caldaia e modificarla (plutonio al posto del metano) per produrre due tonnellate e mezza di vapore (a ottanta bar e quattrocentottanta gradi) da far espandere nella turbina per far girare la tiurbopumpa. Quindi ho giocato d’astuzia non chiedendo il permesso a nessuno e facendo tutto di nascosto (la scienza un giorno mi sarà inferriata. Un giorno, ma non di più. E nessuno avrà il tempo per capire che era il suo modo di essermi grata). Comunque ho agito con accortezza in modo che nessuna brava ed onesta persona venga danneggiata da questa mia sortita. Il locale della caldaia a plutonio è infatti vicino all’appartamento di una vecchietta parecchio rompicoglioni mentre, per precauzione, ho lasciato ben sparse e visibili le impronte di quel mio vicino uso lamentarsi per il volume della mia musica. Fin qui, tutto bene. Ma i problemi erano solo da venire.
Il 30 dicembre ho infatti provato a fare il collaudo. Ho fatto partire prima la tiurbopumpa. Prima che potessi dire “Ma porca di quella puttana troia ho 2 tonnellate e mezza all’ora di vapore a dodici bar e duecentottanta gradi in uscita dalla turbina e non so che cazzo farmene!” avevo 2 tonnellate e mezza all’ora di vapore a dodici bar e duecentottanta gradi in uscita dalla turbina e non sapevo che cazzo farmene. Il che, capirete bene, è un po’ snervante. E’ vero che adesso i vetri delle finestre di casa mia sono sempre pulitissimi, lavare i piatti e diventato una cazzata e la rete di vapore interna al palazzo per il cappuccino che abbiamo costruito è parecchio lucrativa, però ora a casa mia a stare più di cinque minuti in bagno (adibito a sauna perenne) si rischia di evaporare (T interna = 200 °C, T ebollizione acqua = 100 °C, composizione corpo umano = 60% acqua… lo riuscite a risolvere questo problemino?). Ma il casino più grosso è successo quando ho attaccato l’electropumpa. Dimensionato, ovviamente, per una potenza ben maggiore dei miseri tre chilowatt del contratto domestico, il motore della pompa ha assorbito allo spunto una corrente tale da polverizzare il contatore, smagnetizzare la mia collezione di video porno anni ottanta e, fenomeno assai curioso che mediterebbe studi approfonditi, instaurare un battito a tempo di tango nel pacemaker del mio vicino di sopra. Senza più alimentazione, anche tutto il sofisticato sistema di controllo multiagente che avevo con lungimiranza predisposto è impazzito miseramente, lasciando che dionisiache miscelazioni entalpiche dessero vita ad un’anarchica insurrezione entropica.
Da due settimane casa mia sembra il set della scena finale di “Alien”: luci di emergenza intermittenti fino all’epilessia che, tra imprevedibili quanto continui sfoghi di vapore e le inebrianti e salubri esalazioni del plutonio, compongono un’atmosfera ansiogena da alba post-atomica. Ed ancora vi chiedete perché non sono riuscito ad aggiornare il blog?