25 aprile
Venerdì Aprile 25th 2008, 08:00
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“Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c’erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l’Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c’era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, che di queste non ce ne sono.”

Italo Calvino

Il sentiero dei nidi di ragno” (prima edizione nella collana “I coralli” dell’editore Einaudi, nel 1947) è il primo romanzo di Italo Calvino che, come immagino i frequentatori più assidui di questo blog avranno capito, è uno dei miei scrittori preferiti. Calvino partecipò alla lotta di liberazione e proprio questa tematica è al centro di questo libro. Non starò a raccontarvi la trama, vi invito solo a leggerlo perchè è molto bello. Il pensiero di Calvino circa la resistenza è espresso nel nono capitolo, in un dialogo tra il commissario Kim e il comandante Ferriera. Credo che le considerazioni formulate restino ancora adesso la migliore risposta possibile al revisionismo che da più parti vuole riscrivere la Storia (la recente uscita di Dell’Utri – sì il, ad esempio, condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa per il quale potrebbe andare bene la frase “Mangano santo subito” – è solo l’ultima di una lunga serie) di un paese affetto da forti perdite di Memoria. Inoltre, almeno a mio giudizio, il libro di Calvino rappresenta un riuscito tentativo di riannodare la Storia (quella dei libri di scuola) con la storia (quella delle “persone comuni”), l’intreccio delle quali mi ha sempre interessato. Calvino ritornò su questo suo primo romanzo nel 1964, pubblicando una nuova edizione riveduta e corretta (da quel che ho capito si tratta di una sorta di revisione stilistica: meno aspetti truculenti). Nella lunga introduzione a questa versione, l’autore, tra le mille tematiche toccate, asserisce di aver scritto il romanzo anche per rispondere a due “fronti”. Al primo – che demonizzava, a causa degli sbandamenti post-bellici, la resistenza – Calvino ribatteva così: “D’accordo, farò come se aveste ragione voi, non rappresenterò i migliori partigiani, ma i peggiori possibili, metterò al centro del romanzo un reparto tutto composto di tipi un po’ storti. Ebbene: cosa cambia? Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete ma sognarvi di essere”. Mentre al secondo – che voleva una letteratura celebrativa e didascalica – argomentava così: “Ah, sì, volete “l’eroe socialista”? Volete il “romanticismo letterario”? E io vi scrivo una storia di partigiani in cui nessuno è eroe, nessuno ha coscienza di classe. Il mondo delle “lingère”, vi rappresento, il lunpen-proletariat! […] E sarà l’opera più positiva, più rivoluzionaria di tutte! Che ce ne importa di chi è già un eroe, di chi la coscienza ce l’ha già? E’ il processo per arrivarci che si deve rappresentare! Finché resterà un solo individuo al di qua della coscienza, il nostro dovere sarà di occuparci di lui e solo di lui”.

Di seguito riporto la parte centrale del nono capitolo, come precedentemente detto quello “politico”.

Buona lettura e buon 25 aprile.

[…]

Ora il commissario Kim e il comandante Ferriera camminano soli per la montagna buia, diretti ad un altro accampamento.
– Ti sei convinto che è uno sbaglio, Kim? – dice Ferriera.
Kim scuote il capo: – Non è uno sbaglio, – dice.
– Ma sì, – fa il comandante. – E’ stata un’idea sbagliata la tua, di fare un distaccamento tutto di uomini poco fidati, con un comandante meno fidato ancora. Vedi quello che rendono. Se li dividevamo un po’ qua un po’ là in mezzo ai buoni era più facile che rigassero dritti.
Kim continua a mordersi i baffi: – Per me, – dice, – questo è il distaccamento di cui sono più contento.
Ci manca poco che Ferriera perda la sua calma: alza gli occhi freddi e si gratta la fronte: – Ma Kim, quando la capirai che questa è una brigata d’assalto, non un laboratorio d’esperimenti? Capisco che avrai le tue soddisfazioni scientifiche a controllare le reazioni di questi uomini, tutti in ordine come li hai voluti mettere, proletariato da una parte, contadini dall’altra, poi sottoproletari come li chiami tu… Il lavoro politico che dovresti fare, mi sembra, sarebbe di metterli tutti mischiati e dare coscienza di classe a chi non l’ha e raggiungere questa benedetta unità… Senza contare il rendimento militare, poi…
Kim ha difficoltà ad esprimersi, scuote il capo: – Storie, – dice, – storie. Gli uomini combattono tutti, c’è lo stesso furore in loro, cioè non lo stesso, ognuno ha il suo furore, ma ora combattono tutti insieme, tutti ugualmente, uniti. Poi c’è il Dritto, c’è Pelle… Tu non capisci quanto loro costi… Ebbene anche loro, lo stesso furore… Basta un nulla per salvarli o per perderli… Questo è il lavoro politico… Dare loro un senso…
Quando discute con gli uomini, quando analizza la situazione, Kim è terribilmente chiaro, dialettico. Ma a parlargli così, a quattr’occhi, per fargli esporre le sue idee, c’è da farsi venire le vertigini. Ferriera vede le cose più semplici: – Ben, diamoglielo questo senso, quadriamoli un po’ come dico io.
Kim si soffia nei baffi: – Questo non è un esercito, vedi, da dir loro: questo è il dovere. Non puoi parlare di dovere qui, non puoi parlare di ideali: patria, libertà, comunismo. Non ne vogliono sentir parlare di ideali, gli ideali son buoni tutti ad averli, anche dall’altra parte ne hanno di ideali. Vedi cosa succede quando quel cuoco estremista comincia le sue prediche? Gli gridano contro, lo prendono a botte. Non hanno bisogno di ideali, di miti, di evviva da gridare. Qui si combatte e si muore così, senza gridare evviva.
– E perchè allora? – Ferriera sa perché combatte, tutto è perfettamente chiaro in lui.
– Vedo, – dice Kim, – a quest’ora i distaccamenti cominciano a salire verso le postazioni, in silenzio. Domani ci saranno dei morti, dei feriti. Loro lo sanno. Cosa li spinge a questa vita, cosa li spinge a combattere, dimmi? Vedi, ci sono i contadini, gli abitanti di queste montagne, per loro è già più facile. I tedeschi bruciano i paesi, portano via le mucche. E’ la prima guerra umana la loro, la difesa della patria, i contadini hanno una patria. Così li vedi con noialtri, vecchi e giovani, con i loro fucilacci e le cacciatore di fustagno, paesi interi che prendono le armi; noi difendiamo la loro patria, loro sono con noi. E la patria diventa un ideale sul serio per loro, li trascende, diventa la stessa cosa della lotta: loro sacrificano anche le case, anche le mucche pur di continuare a combattere. Per altri contadini invece la patria rimane una cosa egoistica: casa, mucche, raccolto. E per conservare tutto diventano spie, fascisti; paesi interi nostri nemici… Poi, gli operai. Gli operai hanno una loro storia di salari, di scioperi, di lavoro e di lotta a gomito a gomito. Sono una classe, gli operai. Sanno che c’è del meglio nella vita e che si deve lottare per questo meglio. Hanno una patria anche loro, una patria ancora da conquistare, e combattono qui per conquistarla. Ci sono gli stabilimenti giù nelle città, che saranno loro; vedono già le scritte rosse sui capannoni e bandiere alzate sulle ciminiere. Ma non ci sono sentimentalismi, in loro. Capiscono la realtà e il modo di cambiarla. Poi c’è qualche intellettuale o studente, ma pochi, qua e là, con delle idee in testa, vaghe e spesso storte. Hanno una patria fatta di parole, o tutt’al più di qualche libro. Ma combattendo troveranno che le parole non hanno più nessun significato, e scopriranno nuove cose nella lotta degli uomini e combatteranno così senza farsi domande, finché non cercheranno delle nuove parole e ritroveranno le antiche, ma cambiate, con significati insospettati. Poi chi c’è ancora? Dei prigionieri stranieri, scappati dai campi di concentramento e venuti con noi; quelli combattono per una patria vera e propria, una patria lontana che vogliono raggiungere e che è patria appunto perchè è lontana. Ma capisci che questa è tutta una lotta di simboli, che uno per uccidere un tedesco deve pensare non a quel tedesco ma a una altro, con un gioco di trasposizioni da slogare il cervello, in cui ogni cosa persona diventa un’ombra cinese, un mito?
Ferriera arriccia la barba bionda; non vede nulla di tutto questo, lui.
– Non è così, – dice.
– Non è così, – continua Kim, – lo so anch’io. Non è così. Perchè c’è qualcos’altro, comune a tutti, un furore. Il distaccamento del Dritto: ladruncoli, carabinieri, militi, borsaneristi, girovaghi. Gente che s’accomoda nelle piaghe della società e s’arrangia in mezzo alle storture, che non ha niente da difendere e niente da cambiare. Oppure tarati fisicamente, o fissati, o fanatici. Un’idea rivoluzionaria in loro non può nascere, legati come sono alla ruota che li macina. Oppure nascerà storta, figlia della rabbia, dell’umiliazione, come negli sproloqui del cuoco estremista. Perché combattono, allora? Non hanno nessuna patria, né vera né inventata. Eppure tu lo sai che c’è coraggio, che c’è furore anche in loro. E’ l’offesa della loro vita, il buio della loro strada, fin da bambini, la fatica di dover essere cattivi. E basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si trova dall’altra parte, come Pelle, dalla brigata nera, a sparare con lo stesso furore, con lo stesso odio, contro gli uni o contro gli altri, fa lo stesso.
Ferriera mugola nella barba: – Quindi, lo spirito dei nostri… e quello della brigata nera… la stessa cosa?…
– La stessa cosa, intendi cosa voglio dire, la stessa cosa… – Kim s’è fermato e indica con un dito come se tenesse il segno leggendo; – la stessa cosa ma tutto il contrario. Perchè qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta ad uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessun sparo, pur uguale al loro, m’intendi?, uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni:per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti usano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo.

[…]


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Ode ad un fine settimana
Mercoledì Aprile 23rd 2008, 11:39
Archiviato in: Cazzate senza ritegno

Il vostro cervellino
è ancora marinato a puntino
tra grasso di maialino
birra, salsiccia e vino?1

Inoltre il mio – poverino! –
è ancora provato un pochino
per aver dovuto trovar l’assassino2
ed edificar in viale Costantino3

E le vostre vesti, da vicino
emanano ancora l’intenso odorino
della nube grigio becchino4
di scoppiettante legna nel suo ardente destino?5

E se, orfani di un secondo o di un panino6
con gallette e cipolla cruda7 ci si rimpinza l’intestino
come trattenere, al mattino
un tonante e pizzicante8 ruttino?

Deh! Riscalda or dunque del forno il camino9
affinché la speme del mio canino10
di affondare, perso, nel della pizza lo stracchino
si avveri soave come questa rima in –ino11

La conclusione di tutto ‘sto casino12
non può essere certo un leggero spezzatino
ma delle arterie l’occlusione per benino
dopo un – finalmente…13 – fritto misto da Drin(o)14

Note per la comprensione del testo:

1: La prima quartina è la più importante e – significativamente – la più breve. Nelle poche parole che la compongono il Poeta riesce a trasmettere, tramite una brillante metafora, tutte le vivide immagini del fine settimana appena trascorso (“ancora” serve a sottolineare lo stato di confusione mentale che attanaglia il Vate nel lunedì pomeriggio seguente all’uscita fuori porta).
2: Mirabile personificazione – che dimostra l’impegno profuso – che si riferisce alle estenunati sessioni di “Cluedo” affrontate.
3: Mirabile personificazione – che dimostra l’impegno profuso – che si riferisce alle estenunati sessioni di “Monopoli” affrontate.
4: Si noti l’utilizzo, nella rima, di un termine funereo, come a sancire: “Qui muore la poesia così come voi sepolcri imbiancati l’avete sempre intesa”.
5: Il Poeta ci delizia con una tra le più belle metafore mai scritte, ponendosi quale riuscita sintesi tra l’ermetismo montaliano e la furia iconoclasta di Kurt Cobain. Semplicemente da encomio.
6: L’Autore, famoso per il suo indefesso impegno civile, esprime, in questo verso, una pesante critica verso le politiche mondiali sull’alimentazione, sottolinenado il forte legame (“orfani”) tra la vita e l’alimentazione.
7: Si noti il ricorso a simbologie bucoliche quali la “cipolla cruda”, metafora dei vita nei campi ed alitosi.
8: Si noti come il Vate riesca ad elevare a rango di poesia anche il concetto di “fiatazza”.
9: Qui l’Autore – non dimentico della sua solida formazione tecnica – si premura di ricordare ai possibili fruitori di forni a legna per le pizze di riscaldare prima il camino, in modo da garantire un tiraggio ottimale dello stesso.
10: Sottile quid pro quo. Il Poeta gioca sul significato della parola “canino”: dente e piccolo (???) cane (presente durante il fine settimana).
11: Si noti lo stacco netto con il passato. Anticonformista e provocatore, il Vate ironizza con arguzia sulla composizione delle rime. Un genio.
12: Come meglio descivere una quarantott’ore di bagordi?
13: Nota polemica, ma al contempo di felicità, dell’Autore: la cena tra amici di domenica sera, infatti, più volte fu rinviata.
14: Osteria sopra Sori (il Vate – in quanto Vero Artista di Vera Arte – è in ristrettezze economiche. Da qui la necessità di Vera Marchetta).


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Morto un papa…
Sabato Aprile 19th 2008, 14:00
Archiviato in: Cloro al clero

E’ con enorme gioia che – grazie ai potenti mezzi sansuini – possiamo mostravi questo filmato esclusivo che documenta come la vera indole del nostro amato pastore tedesco, in occasione del suo insediamento due anni fa, sia stata artificiosamente edulcorata dall’intelligence vaticana.


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Martedì Aprile 15th 2008, 14:37
Archiviato in: Politica ed informazione, Piccoli sfoghi contemporanei, Personale

“Ho perduto battaglie e compagni di viaggio
oltre a qualche centinaio di elezioni…”

Il vagabondo stanco – Modena City Ramblers

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Un cappotto così non lo si vedeva da anni, robe da passare sotto al tavolo ed offrire da bere [a proposito, per questa settimana scatta l’operazione “sbronza triste continuativa”: ogni intervista del nano pelato e piduista, uno shot di rhum o vodka (almeno questi simboli ex-comunisti ce li lasciate?)]. Ma oggi non ho voglia di esprimermi, visto che le uniche cose che mi vengono in mente sono delle bestemmie, e nemmeno di quelle divertenti. Per capirci il mio stato d’animo è paragonabile a questo:

A breve qualcosa di più costrutto. Per adesso accontentavi – direttamente dai miei “diari Cuore” di seconda e terza superiore – un po’ di vignette che ritengo particolarmente attuali.

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La decapitazione dei capi
Lunedì Aprile 14th 2008, 15:00
Archiviato in: Politica ed informazione, Libri, Varie ed eventuali

Caduto un governo se ne fa un altro, no? E se domani succedesse proprio come in questo “La decapitazione dei capi”, interessante e provocatorio racconto “semi-inedito” di Italo Calvino, pubblicato il 4 agosto del 1969 sulla rivista satirica “Il Caffè”? Nella nota al testo l’autore specifica: “Le pagine che seguono sono abbozzi di capitoli d’un libro che da tempo vado progettando, e che vorrebbe proporre un nuovo modello di società […]. Ognuno dei capitoli che ora presento [i capitoli sono quattro, nMia] potrebbe essere l’inizio d’un libro diverso; i numeri d’ordine che essi portano non implicano perciò una successione”. Io riporto il primo capitolo, stralci del secondo e del terzo e la conclusione del quarto, tratti dalla raccolta di racconti “semi-inediti” “Prima che tu dica «Pronto»”, pubblicata da Mondadori nel settembre del 1993. Buona lettura.

1

Il giorno in cui arrivai alla capitale doveva essere la vigilia d’una festa. Nelle piazze stavano costruendo palchi, tirando su bandiere, nastri, palme. Si sentivano martellate da ogni parte.
– La festa nazionale? – domandai a quello del bar.
Indicò la fila dei ritratti alle sue spalle. – I nostri capi – rispose – E’ la festa dei nostri capi.
Pensavo che fosse una proclamazione di nuovi eletti. – Nuovi? – domandai.
Tra il picchettare dei martelli, gli altoparlanti che facevano le prove, lo stridere delle gru che rizzavano catafalchi, dovevo, per farmi intendere, lanciare frasi brevi, quasi urlando.
L’uomo del bar fece segno di no: non si trattava di nuovi capi, c’erano già da un po’.
Chiesi: – L’anniversario di quando hanno preso il potere?
– Una cosa così, – spiegò un avventore al mio fianco. – Periodicamente, viene il giorno della festa, e tocca a loro.
– Tocca a loro, cosa?
– Di salire sul palco.
– Quale palco? Ne ho visti molti, uno ad ogni crocicchio.
– A ognuno tocca un palco. I nostri capi sono molti.
– E che cosa fanno? Discorsi?
– No, discorsi no.
– Salgono, e cosa fanno?
– Cosa volete che facciamo? Aspettano un po’, finché durano i preparativi, poi la cerimonia finisce in due minuti.
– E voi?
– Si guarda.
C’era un va e vieni nel bar: carpentieri, manovali che scaricavano dai camion gli oggetti per l’addobbo dei plachi – scuri, ceppi, cesti – e si fermavano a bere birra. Io rivolgevo le mie domande a qualcuno e rispondeva qualcun alto.
– E’ una specie di rielezione, insomma? Una riconferma dei posti, diciamo, dei mandati?
– No, no – mi corressero, – non avete capito! E’ la scadenza. Il loro tempo è finito.
– E allora?
– E allora smettono d’esser capi, di star su: cadono.
– E perché salgono sui palchi?
– Sui palchi si può vedere bene come cade il capo, il salto che fa, tagliato netto, e va a finire nella cesta.
Cominciavo a capire, ma non ero ben sicuro. – Il capo dei capi, volete dire? Nella cesta?
Facevano segno di sì. – Ecco. La decapitazione. Proprio quella. La decapitazione dei capi.
Io ero arrivato lì di fresco, non ne sapevo niente, non avevo letto niente sui giornali.
– Così, domani, tutt’a un tratto?
– Quando tocca tocca, – dicevano. Stavolta cade a metà settimana. Si fa festa. Tutto chiuso.
Un vecchio soggiunse, sentenzioso: – Il frutto quando è maturo si coglie, il capo si decapita. Lascereste marcire i frutti sui rami?
I carpentieri erano andati avanti nel loro lavoro: su certi palchi stavano installando le intelaiature di grevi ghigliottine; su altri fissavano saldamente dei ceppi per la decollazione con la mannaia, addossati a comodi inginocchiatoi (uno degli aiutanti faceva la prova di mettersi giù col collo sul ceppo, per verificare se era all’altezza giusta); altrove ancora allestivano delle specie di banchi da macellaio, con la scannellatura per far scorrere il sangue. Sull’impiantito dei palchi veniva stesa della tela cerata, ed erano già preparate le spugne per nettarla dagli spruzzi. Tutti lavoravano con brio; li si sentiva ridere, fischiare.
– Allora voi siete contenti? Li odiavate? Erano dei cattivi capi?
– No, chi l’ha detto? – si guardarono tra loro, sorpresi. – Buoni. Insomma, né meglio né peggio di tanti. Ehi, si sa come sono: capi, dirigenti, comandanti… Se uno arriva a quei posti…
– Però, – fece uno di loro, – a me questi piacevano.
– Anche a me. A me pure, – fecero eco gli altri. – Io non ci ho mai avuto niente contro.
– E non vi dispiace che li ammazzino? – dissi.
– Come si fa? Se uno accetta d’esser capo sa già come finisce. Mica pretenderà di morire nel suo letto!
Gli altri risero. – Sarebbe comodo! Uno dirige, dirige, poi, come se niente fosse, smette, e torna a casa.
Uno fece: – Allora, ve lo dico io, ci starebbero tutti a fare il capo! Anch’io, guardate, sarei pronto, eccomi qui!
– Anch’io, anch’io, – dissero molti, ridendo.
– Io proprio no, – fece uno con gli occhiali – così no: che senso avrebbe?
– E’ vero. Che gusto ci sarebbe ad esser capi in quel modo? – intervennero varie voci. – Una cosa è fare quel lavoro sapendo quel che ti aspetta, e un altro è… ma come si potrebbe farlo, altrimenti?
Quello con gli occhiali, che doveva essere il più colto, spiego: – L’autorità sugli altri è una cosa sola col diritto che gli altri hanno di farti salire sul palco e abbatterti, un giorno non lontano… Che autorità avrebbe, un capo, se non fosse circondato da quest’attesa? E se non glie la si leggesse negli occhi, a lui stesso, quest’attesa, per tutto il tempo che dura la sua carica, secondo per secondo? Le istituzioni civili riposano su questo doppio aspetto dell’autorità; non si è mai vista civiltà che adottasse altro sistema.
– Eppure, – obbiettai, – io vi potrei citare dei casi…
– Dico: vera civiltà – insistette quello con gli occhiali, – non parlo degli intervalli di barbarie che hanno durato più o meno a lungo nella storia dei popoli…
Il vecchio sentenzioso, quello che prima aveva parlato dei frutti sui rami, brontolava qualcosa tra sé. Esclamò: – Il capo comanda finché è attaccato al collo.
– Cosa volete dire? – gli chiesero gli altri. – Volete dire che se per ipotesi un capo passa il termine, facciamo il caso, e non gli si taglia la testa, resta lì a dirigere, per tutta la vita?
– Così andavano le cose, – assentì il vecchio, – ai tempi in cui non era chiaro che chi sceglie d’essere capo sceglie d’essere decapitato a breve termine. Chi aveva il potere se lo teneva stretto…
Qui, io avrei potuto interloquire, citare degli esempi, ma nessuno mi dava retta.
– E allora? Come facevano? – chiedevano gli altri.
– Dovevano decapitare i capi per forza, con le cattive, contro la loro volontà! E non a date stabilite, ma solo quando non ne potevano proprio più! Questo succedeva prima che le cose fossero regolate, prima che i capi accettassero…
– Oh, vorremmo ben vedere che non accettassero! – dissero gli altri. – Vorremmo anche vedere questa!
– Le cose non stanno così come dite, – intervenne quello con gli occhiali. – Non è vero che i capi siano costretti a subire le esecuzioni. Se diciamo questo perdiamo il senso vero dei nostri ordinamenti, il vero rapporto che lega i capi al resto della popolazione. Solo i capi possono essere decapitati, perciò non si può volere essere capi senza voler insieme il taglio della scure. Solo chi sente questa vocazione può diventare un capo, solo chi si sente già decapitato dal primo momento in cui siede a un posto di comando.
A poco a poco gli avventori del bar s’erano diradati, ognuno era tornato al proprio lavoro. M’accorsi che l’uomo con gli occhiali si rivolgeva solo a me.
– Questo è il potere, – continuò, – quest’attesa. Tutta l’autorità di cui uno gode non è che il preambolo della lama che fischia in aria, e s’abbatte con un taglio netto, tutti gli applausi non sono che l’inizio di quell’applauso finale che accoglie il rotolare della testa sull’incerata del palco.
Si tolse gli occhiali per pulirli nel fazzoletto. M’accorsi che aveva gli occhi pieni di lacrime. Pagò la birra e andò via.
L’uomo del bar si chinò al mio orecchio. – E’ uno di loro, – disse. – Vede? – Tirò fuori una pila di ritratti che aveva sotto il banco. – Domani devo staccare quelli e appendere questi altri. Il ritratto in cima era quello dell’uomo con gli occhiali, un brutto ingrandimento d’una fotografia formato tessera- – E’ stato eletto per succedere a quelli che lasciano il posto. Domani entrerà in carica. Tocca a lui, adesso. Secondo me fanno male a dirglielo il giorno prima. Ha sentito su che tono la mette? Domani assisterà alle esecuzioni come se già fossero la sua. Fanno tutti così, i primi giorni; s’impressionano, s’esaltano, gli pare chissacché. La «vocazione»: che parolone tirava fuori!
– E dopo?
– Si farà una ragione, come tutti. Hanno tante cose da fare, non ci pensano più, finché non viene il giorno della festa anche per loro. O almeno: chi può leggere nel cuore dei capi? Fanno mostra di non pensarci. Un’altra birra?

2

[…] Adesso, con la televisione, la presenza fisica degli uomini politici è qualcosa di vicino e familiare; le loro facce, ingrandite dal video, visitano quotidianamente le case dei privati cittadini; ognuno può, tranquillamente affondato nella sua poltrona, rilassato, scrutare il moro dei lineamenti, lo scatto infastidito delle palpebre alla luce dei riflettori, il nervoso umettare delle labbra tra parola e parola… Specialmente nelle convulsioni dell’agonia il viso, già ben noto per essere stato inquadrato tante volte in occasioni solenni e festose, in pose oratorie o di parata, esprime tutto sé stesso: è in quel momento, più che in ogni altro, che il semplice cittadino sente il governante come suo, come qualcosa che gli appartiene per sempre. […] In questo consiste appunto l’ascendente dell’uomo pubblico sulla folla: è l’uomo che avrà una morte pubblica, l’uomo alla cui morte siamo certi d’assistere, tutti insieme, e che per questo è circondato in vita dal nostro interesse ansioso, anticipatore. Come andassero le cose prima, al tempo in cui gli uomini pubblici morivano nascosti, non riusciamo più a immaginarlo; oggi ci fa ridere il sentire che definivamo democrazia certi loro ordinamenti d’allora; per noi la democrazia comincia solo dal giorno in cui si ha la sicurezza che al giorno stabilito le telecamere inquadreranno l’agonia della nostra classe dirigente al completo, e, in coda allo stesso programma (ma molti degli spettatori a quel momento spengono l’apparecchio) l’insediamento del nuovo personale, che resterà in carica (e in vita) per un periodo equivalente. […] Solo questa conquista, ormai definitiva, l’unificazione dei ruoli del carnefice e della vittima, ha permesso d’estinguere negli animi ogni resto d’odio e di pietà. […]

3

[spoiler: nei capitoli 3 e 4 Calvino cambia radicalmente discorso e racconta di un fantomatico movimento rivoluzionario russo che vuole rovesciare lo zar per imporre proprio la teoria della decapitazione dei capi. Visto però che la vittoria è molto di là da venire, tale teoria – per ovvi motivi – non è ancora applicata. Per ricordare la dottrina si decide però di tagliare periodicamente parti del corpo (dita, orecchia, etc…) ai dirigenti]

[…] Il sistema della potatura dei capi fece una buona riuscita. Con un danno per il fisico relativamente modesto s’ottenevano risultati morali di rilievo. L’ascendente dei capi cresceva con le mutilazioni periodiche. Quando una mano dalle dita mozze s’alzava sulle barricate, i dimostranti facevano blocco e gli ulani a cavallo non riusciva a disperdere la folla urlante che li sommergeva. […]

4

[…] La strada è lunga. L’ora della rivoluzione non è ancora suonata. I dirigenti del movimento continuano a sottomettersi al bisturi. Quando arriveranno al potere? Per tardi che sia, saranno i primi capi che non deluderanno le speranze riposte in loro. Già li vediamo sfilare per le vie imbandierate il giorno dell’insediamento: arrancando con la gamba di legno chi ancora avrà una gamba intera; o spingendo la carriola con un braccio chi ancora avrà un braccio per spingerla, i visi nascosti da maschere piumate per nascondere le scarnificazioni più ripugnanti alla vista, alcuni inalberando il proprio scalpo come un cimelio. In quel momento sarà chiaro che solo in quel minimo di carne che loro resta potrà incarnarsi il potere, se un potere ancora avrà da esistere.


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Fenomenologia del negroni – parte seconda
Domenica Aprile 13th 2008, 20:34
Archiviato in: Cazzate senza ritegno, Racconti

(continua dal post precedente)

Ed infine il professor Emmanuel Seavat, forse la stella più fulgida del pur già splendente universo dei luminari dediti al negroni. Il professor Seavat è un fantasista, un battitore libero che non segue schemi prefissati. Alterna lunghi periodi di prove opache e sottotono a lampi di puro genio che ne hanno decretato la grandezza e l’ammirazione generale. Per dire: non beve un negroni da tempo immemore (l’ultima volta – a novembre – con un mal di denti fotonico, ricavandone, invece dell’anestesia-fai-da-te auspicata, una nottata che nemmeno il Terry Gilliam più lisergico avrebbe potuto immaginare), eppure ne disquisisce con la sicumera dello scafato avventore di un fumoso bar del porto in una fitta notte di scura pioggia; praticamente disserta senza dissetarsi. Eterodosso (a lui si deve il ritorno in auge dell’antico motto ellenico: “Chi non mischia non rischia”) e metodico, si è dedicato incessantemente a ricercare sul fondo di ogni bottiglia la prova tangibile che permettesse di validare secondo il metodo galileano la sua ambiziosa teoria dell’unificazione delle forze [tutte le forze della natura apparentemente diverse (ad oggi, forza gravitazionale, elettromagnetica, nucleare forte e nucleare debole), sono in realtà manifestazioni della stessa interazione fondamentale, ovvero quella tra Gin, Martini e Campari], finendo spesso deriso per l’abnegazione con la quale si ostinava a perseverare nella sperimentazione empirica o a bisticciare con la sua immagine riflessa in uno specchio (introverso di natura e più portato per i soliloqui, sono famosi i suoi feroci alterchi con sé stesso quando, per cimentarsi in un dialogo degno della propria caratura intellettuale, argomenta alticcio con una qualsivoglia incolpevole superficie riflettente, finendo tra l’altro spesso umiliato dalla lucida dialettica del suo alter ego – al suo contrario – riflettente). Nel campo del negroni è ricordato per aver introdotto nel sistema internazionale l’omonima scala Seavat, ovvero una sorta di scala Mercalli (quella che misura le conseguenze, per intenderci) per il negroni. La riportiamo per voi [un grado della scala Seavat corrisponde all’assunzione di un negroni nell’arco temporale di riferimento, il FNSDtFDT (Friday Night Standard Drinking-to-Fucking Drunk Time), pari a circa (si sa che, in certe condizioni, il concetto di spazio-tempo è decisamente elastico) 5 ore] :

• 1: Si nota un rilassamento dei muscoli ed una più generale tendenza alla risata facile. Nei casi più fulminati si ride di una barzelletta del nano pelato e piduista. Nei casi più preoccupanti la si racconta.
• 2: L’ebbrezza comincia a farsi strada, mentre congiuntivi e consecutio temporum stramazzano al suolo come pernici in un’assolata giornata d’ottobre. Le discussioni toccano i massimi sistemi, anche se il tono è più quello dell’ipotesi di formazione prima di una partita della nazionale (“Contro i soprusi in Tibet io metterei a centrocampo Libertà di espressione in regia e Solidarietà come centromediano, mentre in attacco il tandem Verità e Giustizia. Legalità ed Istruzione fisse in difesa, mentre Diritti umani in porta come roccaforte inviolabile”). Il tono della voce, invece, si alza di un decibel ogni sorsata, innescando un pericoloso telefono senza fili al rialzo tra i vicini. Conseguenza: la perdita del primo senso, l’udito.
• 3: Preoccupati di aver perso l’udito? Poco male, ormai i discorsi – passati trionfalmente, per la gioia degli astanti, dai massimi sistemi ai sistemi del totocalcio – oltrepassano di rado i due causa-effetto e si articolano al massimo con una principale ed una subordinata. E’ un po’ come essere agli stati generali della Lega, ma senza l’acqua putrida del dio Po. Adesso tocca al secondo senso, il gusto, prendere il volo, visto che il napalm dei negroni buttai giù ha creato un bel Vietnam per quei fottuti musi gialli delle papille gustative della vostra linguaccia comunista. La mente, intanto, incomincia ad andare per i cazzi suoi, più precisamente in linea retta con il culo sfavillante di una tizia al tavolo insieme ad un energumeno che sembra del tutto in grado di riorganizzare la disposizione dei vostri organi interni usando tre dita dei piedi.
• 4: Dopo aver sbavato per venti minuti rimirando il culo della tizia, impassibili alle occhiatacce dell’energumeno (eravate semplicemente troppo impegnati per scostare di un grado la visuale), il destino si compie. La tizia si alza, si gira e – sorpresa! – è un tizio. Mentre escono e passano vicino al vostro tavolo, l’energumeno vi continua a mandare delle occhiatacce sempre più inquietanti ma, mentre aspettate la morte rivedendo il film della vostra vita (“La cena dei cretini” sul piccolo schermo dell’iPod), invece di darvi il colpo di grazia fa dolcemente scivolare un bigliettino sul tavolo, uscendo poi goffamente di corsa. Nel bigliettino c’è scritto: “Ti amo. Chiamami 347/123456789 e vediamoci presto (non martedì sera che ho l’ultima lezione del corso di mimica facciale). Tuo Eustachio”. Intanto, in vostra assenza per “ass-watching”, al vostro tavolo i dialoghi assomigliano preoccupantemente sempre più ad una gara di sillabazione di terza elementare che all’“esegesi della dialettica popperiana alla luce dell’invenzione degli anelli vibranti” (doveva essere il tema clou della serata). Indecisi tra i tanti motivi per i quali esterrefarvi (in pole position c’è la più totale impermeabilità dell’energumeno all’apprendimento dei più intuitivi rudimenti della mimica facciale), scegliete di prenderla con filosofia. Ma la domanda ontologica fondamentale non è più: “Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?”, ma bensì la più perentoria: “Dove cazzo è il mio bicchiere?”. Nel dire queste parole allargate di scatto le braccia. Il seguente, inconfondibile, vitreo “crash!” alle vostre spalle vi fa capire che ce l’avevate in mano. Ok, anche il tatto è andato.
• 5: La situazione è in stallo. Cercate di alzarvi, ma la parte ancora cosciente del vostro cervello riesce nell’intento di stopparvi. Al vostro tavolo è il momento delle canzoni abbracciati e dei brindisi in mutande. Un brivido vi corre lungo la schiena. Non fate in tempo a voltarvi a destra che già scorgete l’oleosa figura di Genoveffo, l’essere dalla più scarsa igiene personale non solo di tutta la compagnia, ma presumete di tutto l’universo (e la vostra ferrea osservanza ratzingerian-ferrariana vi impone di contare anche i feti abortiti). Non osate abbassare lo sguardo per non rischiare di intravedere lo stato di usura della sua biancheria intima e vi imbattete nella sua temuta ascella pezzata, l’afrore della quale è stato positivamente testato come spray anti stupro. Vi preparate a svenire quando vi accorgete che la fortuna, questa sera, è proprio dalla vostra parte. Anche l’olfatto vi ha abbandonato. Evviva! Felici come un agnellino comunista che la settimana prima di pasqua legge la notizia dell’abolizione delle religioni, incominciate anche voi a cantare: “Chi nato a gennaio, si alzi, alzi…”.
• 6: Ringalluzziti dalla cantata con gli amici – che adesso sono chi steso sopra ad un tavolo, chi in disperata ricerca di un bagno – vi ricomponete ed attivate i vostri vispi occhietti a mezz’asta per trovare se c’è del buono. Incredibile! Ad un tavolino dove quando siete entrati c’era un esemplare catalogabile sotto la dicitura “mostro di Vega in avanzato stato di decomposizione”, adesso siede uno gnocca d’altri tempi. Vi alzate barcollando malamente (la parte ancora cosciente del vostro cervello è ormai anestetizzata a dovere), con la faccia di chi vorrebbe fare un’espressione tenebrosa ed intrigante ma purtroppo ha una paresi facciale dalla nascita ed un crampo alla gamba da cinque minuti. Ma il vento ha girato a vostro favore già troppe volte, questa sera. Avreste potuto crollare miseramente a terra – avendo salva la vita – ed invece stoici vi siete barcamenati al tavolino maledetto. Per voi lì c’è ancora la graziosa ed angelica fanciulla incarnante l’archetipo della bellezza femminile che avevate scorto pochi minuti prima. Peccato che la vista vi abbia abbandonato molto prima.
• 7: “Quando il gioco si fa duro, i duri incominciano a giocare”. Questo diceva il mai abbastanza compianto John Belushi, uno che di sbronze se ne intendeva parecchio. E quando la posta in gioco è così alta che si necessitano le proprie facoltà intellettive al cento per cento, nulla è meglio, per schiarirsi le idee, di un altro negroni. Vi chiederete cosa si possa ormai perdere, visto che i cinque sensi si sono già volatilizzati. Semplice: il senso del pudore. Morale: non solo ci state seriamente provando con l’anello di congiunzione tra un cinghiale strabico (la faccia), un elefante soprappeso (la stazza), un minestrone lasciato al sole quindici giorni (la pelle) e Gabriella Carlucci (l’intelligenza), ma state addirittura portando come argomento di discussione le secrezioni del vostro ombelico, pensando di essere particolarmente efficace (si sospetta, forse, un ultimo colpo di reni della parte ancora cosciente del vostro cervello). L’abominio della genetica – ovviamente – si alza stizzita e se ne va farneticando consonanti a caso.
• 8: Ah, le pene d’amore! In realtà ancora ignorate che, grazie al vostro exploit di dubbio gusto, vi siete scampati il peggio e che, al massimo, gli amici vi sfotteranno un po’, ma che il danno non potrà estendersi (la tizia era straniera. L’unica russa inguardabile al mondo. O forse la propaganda comunista ha infettato anche quei simpatici giornaletti che… vabbè, lasciamo stare…). Però adesso non è ancora il tempo del rimorso o del rimpianto. Adesso è solo il tempo del dolore, perché adesso, per voi, la morte sarebbe solo l’opzione più piacevole. Ed esiste solo un anestetico naturale per il dolore: un altro negroni. Ed adesso si che la morte è veramente l’opzione più piacevole.
• 9: R.I.P.
• 10: Beh, dovreste essere o morti stecchiti, o tramutati in un distributore ambulante di gin, martini e campari. Oppure siete dei pischelli alla prima sbronza dura di negroni. Un consiglio: lasciate stare le cabine telefoniche. I semafori sono molto meglio.

(fine)


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Fenomenologia del negroni – parte prima
Sabato Aprile 12th 2008, 21:27
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(ovvero, una “Fenomenologia dello spirito” monografica. E con una fetta di arancia).

L’influenza del negroni sulla storia dell’umanità si perde nella notte dei tempi, stendendo la sua scia di inebriante perdizione dalle prime forme di primitiva socializzazione fino ai giorni d’oggi. Siano d’esempio la fallimentare spedizione di Annibale con gli elefanti (passò dalle Alpi non per prendere di sorpresa il nemico, ma in quanto aveva finito il ghiaccio) o il progetto del ponte sullo stretto di Messina. La conoscenza puntuale di ogni aspetto di quello che appare come il vero e proprio quinto elemento della nostra cosmogonia è quindi il viatico principale per il raggiungimento di una piena consapevolezza del nostro più profondo essere (come singoli esseri umani e come genere umano). Per questo motivo molti studiosi – che taluna malevola e tendenziosa stampa si ostina a definire alcolisti – hanno tenacemente dedicato gli anni migliori della loro esistenza all’analisi teorica ed empirica di questo infuocato nettare degli dei, giungendo a formulare tesi circa la condizione umana tra le più innovative e rivoluzionarie. Sfortunatamente, il più delle volte sbiascicate tra una canzonaccia da osteria ed argutamente spiazzanti capriole dialettiche atte all’equipollenza suina (o animale in genere) di qualsivoglia divinità od ordine costituito, per di più con un’espressione al limite del ricovero per dementia precox (se avete presente lo sguardo perso nel nulla di Calderoli quando si guarda allo specchio, ci siete vicini). Ecco quindi – in esclusiva per i nostri fedeli lettori e grazie ai potenti mezzi sansuini – i contributi di alcuni tra i più illustri luminari in materia. Che i loro santi nomi possano essere scolpiti per l’eternità sui bicchieri di carta di tutte le feste a venire, quale indelebile omaggio alla loro abnegazione e severo monito per le future generazioni.

L’esimio studioso professor Julius Changes – il primo ad introdurre procedure iterate e ricorsive per lo studio del negroni nel suo gruppo di ricerca (il famoso metodo iterativo “Newton–Raphson–Changes”: primo tentativo in un bar. Poi un altro. Ed un altro ancora. Avanti così, fino a raggiungere la convergenza o la perdita dei sensi) – è da sempre il riferimento indiscusso della comunità scientifica in materia di negroni. Da quando, giovane e talentuosa promessa, ha incominciato a muovere i primi passi nella ricerca fino al suo attuale stato di stella polare della conoscenza scientifica, ha sempre lavorato per trovare una sintesi tra lo spirito e lo spirituale. A tal proposito, una tra le sue più famose massime recita: “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me. Però, cazzo, quando balla ‘sto materasso sotto di me!”. Ma la sua più recente teoria ha sconvolto mezzo mondo, innescando un dibattito tra i più accesi degli ultimi tempi. Il professor Changes è infatti convinto – scritture alla mano – che il dio dei cristiani non sia altro che negroni. Interpellato al riguardo, ha commentato: “Le prove sono schiaccianti. L’eccesso provoca infatti nausea e nei casi più gravi stati confusionali anche antitetici come vittimismo e frustrazione o deliri di onniscienza ed onnipotenza. Potrei portare altre analogie, ma credo che la questione si risolva con quest’ultimo incontrovertibile fatto. Il negroni è l’unico vero esempio di uno e trino.”

Il professor Micheal Warmhouse, invece, ha concentrato le sue ricerche sugli aspetti più squisitamente psicologici che circondano l’universo del negroni, soprattutto per quel che riguarda il periodo adolescenziale. Nonostante i suoi studi più famosi riguardino il gin lemon, il professor Warmhouse è ritornato volentieri a parlare del suo importante contributo in materia di negroni durante il colloquio che ci ha concesso. Sorseggiando avidamente una moretti da 66 (“per tenere il cervello sempre in allenamento”, ci ha confidato) il professor Warmhouse ha così enunciato le sue teorie: “Il negroni è una bevanda da adulti adulti. Gin, Martini e Campari. Non c’è traccia di compromessi con componenti deboli (le cannucce, ad esempio). Il negroni non è sporcato da succhi o bevande analcoliche. E’ ovvio che un adolescente – un adulto in fieri in affannosa ricerca di coordinate cui aggrapparsi – veda in questa purezza ideale un riferimento solido, un esempio cui rifarsi nella vita. E da seguire. Ecco quindi il consumo compulsivo di negroni. E la prima sbronza dura. Vede, la prima sbronza dura di negroni è come una sorta di “perdita dell’innocenza”. S’impara il disincanto, e come gira il mondo. Perché? Perché solo dopo essersi ingollati 10 negroni si è nelle condizioni adatte per provarci insistentemente con una cabina telefonica. E ricevere un sonoro due di picche. E rimanerci malissimo per due giorni. Ma sono le sconfitte che concorrono a formare un uomo. Ha notato come ormai in pochi utilizzino le cabine telefoniche? Orami le conoscono tutti, quelle troie spezza-cuore…”

Frank Broad-bean, professore emerito di fama mondiale (ha insegnato nelle università di mezzo mondo), deve al negroni parte del sua prestigio, anche se in maniera indiretta, visto che i suoi studi più famosi riguardano altri alcolici ma è proprio al negroni che si deve l’inizio dell’attività scientifica del professore. La carriera accademica del professor Broad-bean, infatti, non è incominciata subito, visto che inizialmente i suoi interessi propendevano per l’attività sportiva. Ma il fato benevolo lo attendeva sotto forma di pentola di negroni e – come canta De’ Gregori – “al proprio destino nessuno gli sfugge”. Folgorato da quella intensa visione densa d’alcool, il giovane Broad-bean capì che da allora i suoi interessi sarebbero passati dal fisico alla fisica, più precisamente alla fisica dell’antimateria. Ispirato infatti dalla presenza, nel negroni, di sola materia (alcool), si adoperò alacremente su importanti studi riguardanti la nullificazione dell’antimateria. I suoi trionfali successi – frutto di anni di duri sacrifici, tra l’altro regolarmente dimenticati il giorno dopo – sono oggi una conquista per tutta l’umanità, che adesso può ad esempio godere di due delle sue più fortunate invenzioni: lo shot “rum e rum” e l’ormai famosissimo “gin lemon senza lemon”. Al momento si è preso due anni – per così dire – sabbatici e si è trasferito in Sudan dove – ignaro di aver innescato una diatriba semantica delle più fini – vive a stretto contatto con svariate famiglie di negroni.

Altro esponente di spicco della comunità scientifica è il professor Robert Littleshepherd. Informatico di alto rango, ha concentrato la sua attività di ricerca sull’interazione calcolatore-negroni-uomo, giungendo a scoperte tra le più sensazionali. Citiamo ad esempio i due ben noti omonimi principi e la riformulazione in termini più precisi delle tre leggi di Asimov.
Primo principio di Littleshepherd: maggiore è l’assunzione di negroni da parte dell’operatore, maggiori sono le prestazioni del calcolatore [si osserva sperimentalmente come, dopo 5 negroni, un 386 raggiunga, almeno a detta dell’operatore, la stessa velocità di calcolo di un Centrino d’ultima generazione. Specialmente se sul primo gira Linux e sull’altro (s)Vista].
Secondo principio di Littleshepherd: un calcolatore con un processore raffreddato a negroni consente di raggiungere la convergenza per problemi non lineari in tempo zero, con una probabilità del 99% che la soluzione porti ad una configurazione assolutamente non plausibile ma incredibilmente fantasiosa (nel restante 1% dei casi il computer cade preda di narcolessia, per di più russando rumorosamente).
Prima legge di Asimov-Littleshepherd: un robot non può recare danno ad un essere umano (soprattutto se sta bevendo un negroni), né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno (ad esempio un negroni fatto male).
Seconda legge di Asimov-Littleshepherd: un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, a meno che questi ordini non contrastino con la prima legge o portino ad annacquare un negroni.
Terza legge di Asimov-Littleshepherd: un robot deve salvaguardare la propria esistenza, a meno che questa autodifesa non contrasti con la prima o la seconda legge o comporti un disequilibrio nel negroni.

Le ricerche del professor Max Bertolleight sono invece di natura più tecnico-ingegneristica-musicale e per questo, nonostante siano – almeno per chi scrive – di indubbio (ed alto) valore scientifico, sono state immeritatamente relegate in secondo piano rispetto a studi più focalizzati sul negroni in quanto arma di distruzione di massa. Il professor Bertolleight ha infatti minuziosamente studiato le frequenze di risonanza prodotte nello stomaco dall’ingestione di negroni con i più svariati smangini da aperitivo, arrivando a definire con certosina pazienza una sorta di “tavola di presenza ed assenza” di baconiana memoria a mo’ di pentagramma per i rutti (il suo più riuscito esperimento è stato l’esecuzione integrale di “Dark side of the moon”: memorabili l’intro lento di “Shine on you crazy diamond” e gli assoli indiavolati in “Money”). E’ inoltre interessante notare – come lo stesso professore ama spesso ricordare – come i suoi primi passi nel mondo del negroni, e dell’alcool in generale, siano da ricondurre alla sua grande passione per trucchi da prestigiatore. E’ infatti in grado di tramutare dieci birre in un mal di testa, cinque negroni in un cesso inagibile ed una festa di laurea in un’ecatombe nucleare.

Il professore Max Evenodes è invece un riferimento indiscusso per tutta la comunità scientifica. Poliedrico studioso (ultimamente si sta dedicando con ardore e la solita incrollabile passione all’analisi dell’amaro Montenegro), è passato agli onori della cronaca per essere l’inventore prima e profeta poi dell’ormai rituale “ora gin” ed avere arricchito di metaforici significati il concetto di “sbocco al mare”. Ai suoi tenaci studi sul negroni si deve inoltre il famoso “teorema delle stringhe”, di cui forniamo breve menzione.
Sia N appartenente agli I = numero di negroni bevuti durante la serata.
Ipotizzando, per semplicità, il bicchiere di negroni una sfera perfetta, trascurando gli effetti einsteiniani, ipotizzando l’angolo di incidenza del liquido con la gola pari ai gradi del negroni, assumendo come riferimento le stelle fisse e ponendoci come osservatori solidali al tizio cui hanno fregato il portafoglio e che adesso se la deve vedere con il barista [un taciturno troglodita con un passato da sfasciacarrozze (nel senso di macchinario)] per un conto a due zeri, si può concludere che, in assenza di attrito volvente o infradito:
Se N→∞ sarà molto difficile riallacciarsi le scarpe.

(continua nel post successivo)


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Vanaglorie
Venerdì Aprile 04th 2008, 18:31
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Bedrosian Baol: “Tutti abbiamo avuto un momento di gloria nella vita…”
Mary May: “Si, è vero. Il tuo quale è stato?”
Bedrosian Baol: “Da piccolo, una volta, ho vinto un pesce rosso al luna park”

da “Baol – una tranquilla notte di regime” di Stefano Benni
(più o meno. Il concetto, comunque, era quello. Non me lo ricordo a memoria…)

Peggio di: “Compra questo giornale, ci dovrebbe essere una mia foto mentre mi pesto allo stadio!”
Peggio di (al cellulare): “Accendi subito la tv, mi hanno ripreso con le telecamere mentre mi grattavo il culo!”
Peggio di: “Se vai nei ringraziamenti del cd di questo gruppo, c’è indicato questo tizio. Beh, non indovinerai mai! E’ stato per cinque secondi il ragazzo della sorella della cugina di terzo grado del vicino di casa di un mio compagno di classe di prima elementare che si è ritirato dopo tre giorni. Poi si è fatto donna.”
Peggio di: “Lo vedi quel bel murales colorato 50 metri per 50? L’ha fatto una ragazza per me. Cosa vuol dire che c’è scritto «Sei uno sfigato del cazzo, piuttosto che una nullità come te, la clausura con Ratzinger»? E’ il gesto quello che conta…”
Peggio di: “Cesare Ragazzi mi ha preso come uomo immagine (per quel che riguarda il prima della cura).”

Peggio. Molto peggio. Ma molto molto molto peggio.

Non solo infatti adesso, come avevo già riferito, il mio nome fa bella mostra della sua imponenza sulla porta dell’aula dottorandi, ma addirittura spadroneggia – con tanto di foto e biografia posticcia in italiano ed inglese (la foto, invece, è solo in italiano) – nel sito del dipartimento. Non ci credete? Cliccate su d*i*e*.u*n*i*g*e*.it (magari, selezionando “apri in un’altra scheda/finestra”), andate su “staff” e poi su “personale esterno, assegnisti e dottorandi”. Cercate il mio magniloquente nome e preparatevi al peggio. Cazzo, l’istruzione italiana marcia sempre più speditamente verso il baratro.

En passant, invito un mio stimato collega a cliccare sul nome del nostro mentore… Nel “celolunghismo” imperante da formato prestabilito, almeno un tocco personale: sempre un passo avanti a tutti…


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Antigone
Mercoledì Aprile 02nd 2008, 11:55
Archiviato in: Teatro

“Molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell’uomo”

Coro

Il mondo è fermo a due millenni e mezzo fa (come minimo). In prima battuta, è questo quello che si può dire dopo aver visto “Antigone” di Sofocle. Perché il tema trattato in questa tragedia – datata 442 a.C. – è quanto di più attuale ci si possa immaginare. Si dirà che se i classici sono chiamati così, un motivo ben ci sarà. Però è strano come cori greci, invocazioni a divinità mitologiche e parole che sanno d’antico riescano a parlare in maniera così precisa del presente. In questo caso si tratta – come riferisce Carlo Orlando, uno dei registi, nella scheda dello spettacolo – del “conflitto non negoziabile e irrisolvibile tra l’Io e lo Stato, tra l’individuo e la società”, rappresentato dalla drammatica scelta della giovane Antigone di violare, in nome dell’amore fraterno, un editto emanato da Creonte, nuovo tiranno di Tebe. Sulla grandezza dell’opera non si discute, e quindi non spenderò molte parole in proposito. Mi basta solo ricordare l’incredibile umanità che Sofocle riesce a conferire a tutti i suoi personaggi, perdenti destinati a soccombere, per l’ostinato stringersi alla propria pietà come per il tracotante delirio di onnimptenza da sbornia di potere.

In breve la trama. Tebe. Antigone (Elena Dragonetti) – figlia di Edipo e sua madre Giocasta (avrete sentito parlare del complesso di Edipo, no?) – vuole seppellire il corpo del fratello Polinice, sapendo però che in questo modo contravverrà all’editto proclamato da Creonte (Nicola Pannelli) e verrà punita con la morte. Polinice infatti, è caduto come nemico di Tebe, e per questo non devono essergli concessi riti funebri, che invece sono accordati all’altro fratello Eteocle (i due fratelli si sono uccisi a vicenda). Antigone ne parla con la sorella Ismene (Raffaella Tagliabue), che però si rifiuta di seguirla in questa impresa suicida. Antigone compie da sola il gesto, e si prepara ad affrontare le ira di Creonte. E, come in una tragedia che si rispetti, i cadaveri saranno molti di più di quelli che ci si potesse aspettare.

Fin qui il testo che, come detto, non si discute. La messa io scena cui ho assistito è stata curata dagli attori della compagnia Narramondo, compagnia che solitamente porta in scena testi molto legati alla contemporaneità, direi quasi di teatro politico [ho assistito a due loro spettacoli (“Di eroi, di spie e altri fantasmi”, e “Por la vida”), entrambi molto belli]. Sarà stato forse per le aspettative molto alte dovute alla combinazione di testo “sacro” e precedenti spettacoli molto belli, ma lo spettacolo non mi ha entusiasmato, o almeno non quanto avrei voluto. Intendiamoci, molto bello e decisamente azzeccata la scena di non attualizzare forzatamente il testo, ma di presentarsi sul palco con abiti “normali” ed una scenografia inquietantemente tetra ed anonima, aspetto che ha reso ancora più straniante il contrasto contemporaneità/antichità dato dal testo “originale-antica Grecia”. Gli attori poi, almeno quelli principali, si sono comportati molto bene. Però boh. Mettiamoci anche che ero alla replica di domenica pomeriggio con davanti scolaresche di rompicoglioni sciancati (cazzo, sembrava di essere in un sanatorio, con tutti quei colpi di tosse…), aspetto che certamente non aiuta, né gli attori, né gli spettatori. Però, almeno a mio avviso, mancava quel quid che alla fine ti fa dire: “’Sti cazzi!”. Mi rendo conto che come spiegazione non sia delle migliori, però rende l’idea.


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Il grande salto
Martedì Aprile 01st 2008, 14:01
Archiviato in: Cazzate senza ritegno

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