Concerto Rage against the machine
Martedì Giugno 17th 2008, 10:50
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Musica
“… fist in the air in the land of hypocrisy…”
Wake up – Rage against the machine
Mettiamo in chiaro alcuni punti:
• i Rage against the machine sono uno dei miei gruppi preferiti in assoluto (tra i primi cinque)
• Tom Morello è il mio chitarrista preferito e lo considero un genio incontrastato
• non avendoli mai visti dal vivo (nemmeno nella “spuria” versione Audioslave, che pure mi piaceva parecchio), le mie aspettative per questo concerto erano decisamente alte
Fatta questa premessa – indispensabile per mettere d’avviso l’eventuale casuale lettore sulle possibili distorsioni dovute ai miei gusti personali – posso incominciare a raccontare qualcosa sul concerto vero e proprio (ah, i Linea 77 non sono riusciti a vederli, mentre i Gallows erano abbastanza inguardabili). Dire di dividere gli aspetti negativi da quelli positivi.
Di aspetti negativi ce ne sono stati una marea, incominciando da quelli di tipo più sistemico per arrivare a lacune vere e proprio nell’esibizione del quartetto losangelino. Innanzi tutto c’era una quantità di sfattoni molesti veramente imbarazzante che ha guastato non poco la fruizione dello spettacolo. Non so più indietro, ma dal mixer in avanti – anche ben prima che incominciasse il concerto – c’è stato un continuo ondeggiare di spinte (francamente inutile) fomentato da questi discutibili personaggi conciati veramente male (capiamoci: uno si può sfasciare un po’ come vuole, ci mancherebbe… ma visti i 36 euro del biglietto, non so quanto sia stata un’idea geniale…). Per tutto il concerto, inoltre, il pogo è stato massacrante (erano anni che non tornavo a casa con dei lividi…). Ma non lo definirei nemmeno pogo (a pogare – tempo fa – mi son sempre divertito un modo…), visto che è stato più un macello di dimensioni apocalittiche. Mi rendo conto che, forse, chiedere la compostezza di un concerto teatrale ad un concerto dei Rage against the machine è un po’ troppo, però la prima parte del concerto non me la sono goduta per nulla, troppo impegnato com’ero a reggermi in piedi. Boh, quando si ha davanti un gruppo così bravo – fermo restando l’incredibile carica che la loro musica trasmette, per la quale è assolutamente impossibile restare fermi – mi sembra veramente sprecato tutto quel bordello. Passando a considerazioni più tecniche c’è da dire che, nonostante i suoni fossero tutto sommato più che buoni, quello del basso mi è sembrato lievemente penalizzato [sia come volume (intendiamoci: si sentiva eccome, ma nella musica dei RATM il basso è molto più di uno strumento ritmico) che come resa globale]: peccato perché sono un grande ammiratore delle scelte sonore del bassista Tim Commerford ed avrei gradito sentire il suo strumento valorizzato al cento per cento. E per finire le due note più dolenti: hanno suonato pochissimo (quindici pezzi e mezzo per poco più di un’ora e mezza lorda di concerto… ma stiamo scherzando?) ed il concerto mi ha lasciato pochissimo (le mie aspettative, come detto, erano anche abnormi. Inoltre, vale sempre quanto già spiegato qui). Il fatto dei pochi pezzi credo sia uno scandalo inaudito, veramente vergognoso. E’ vero che un’esibizione si valuta non sulla quantità ma sulla qualità (pure altissima, in questo caso), però mi è sembrato veramente un insulto. Il concerto è stato infatti una sorta di “greatest hits” senza particolari sorprese, quasi un juke box, magari pure di ottima fattura, ma sempre un juke box. Svolto il compitino al minimo sindacale, tutti a casa, con buona pace di chi si aspettava, da un gruppo così rivoluzionario, un rispetto per il pubblico (accorso in massa, tra l’altro) un po’ maggiore. Cazzo, i Pearl Jam (un gruppo per molti versi – vedi l’impegno sociale – accomunabile con i RATM) non li butti giù dal palco nemmeno a cannonate e fanno scalette da trenta (30!) pezzi (due ore e mezza), tra l’altro cambiandole in maniera radicale ad ogni concerto. ‘Sti qua è un anno che girano (per festival: speravo che per un concerto solista si sbattessero un po’ di più) con la stessa scarna scaletta, variando solo l’ordine dei pezzi. Eppure dischi ne hanno fatti quattro (tre di inediti ed uno, di cover, pure molto bello). Che dire? Shame on you! Shame on you! Shame on you!
Passiamo agli aspetti positivi. Anzi, all’unico aspetto positivo. Unico, si. Però gigantesco. Il concerto, infatti, è stato strepitoso! Un mix di potenza inaudita, ottima musica ed impegno. I quattro si sono infatti lanciati in un estenuante tour de force, mettendo in scena una vera e propria battaglia sul palco. Capitanato da Zack De la Rocha – il cantante/rapper autore delle infiammate invettive che compongono le liriche del gruppo, un vero folletto padrone del palco – il gruppo losangelino ha infiammato lo stadio Braglia di Modena, assolutamente in delirio per questa reunion storica. Grandi le prestazioni anche degli altri tre, a partire da un Tom Morello particolarmente partecipe (si è lanciato in dei salti assurdi) ed ispirato che si divideva tra macinare granitici riff come il Jimmy Page più tonico e cimentarsi in esperimenti sonici tra i più strabilianti, passando per un Tim Commerford sempre preciso ed impeccabile nell’imbastire solidi ed efficaci giri di basso, fino ad un Brad Wilk al solito potente ma mai vistoso (paradossalmente, la sua performance peggiore è stata durante quella sua specie di assolo).
Il concerto è incominciato alle 22 con un lanciate suono di sirena, ed ecco i nostri arrivare sul palco vestiti come prigionieri di Guantanamo, tuta arancione e testa coperta con un sacco nero. La sirena continua ed i nostri restano impassibili schierati sul palco, fino a quando non vengono forniti loro gli strumenti. Ancora incappucciati (resteranno così per tutta la prima canzone), attaccano le prime note di “Bombtrack” e lo stadio scoppia in un’ovazione per poi saltare letteralmente in aria (giuro, mai visto un casino del genere) appena il pezzo “esplode”. Incredibile. Finisce il brano e posano gli strumenti, creando tra l’altro un riverbero loro marchio di fabbrica, per levarsi cappuccio e tuta con in sottofondo l’Internazionale. Poi è la volta di “Bulls on parade”, con Tom Morello ad esibirsi nel suo classico scratch, “People of the sun”, “Testify”, “Know your enemy”, “Bullet in the head”, “Down rodeo”, “Renegades of funk”, “Born of a broken man”, “Guerilla radio”, “Calm like a bomb”, “Sleep now in the fire”, trascinante e con un assolo (?) di batteria e la conclusiva “Wake up”, incredibilmente devastante, ancor di più nel finale dopo che Zack De La Rocha ha terminato un suo discorso sull’amministrazione Bush. Il gruppo esce per poi tornare con “Freedom”, il segmento finale di “Township rebellion” e la conclusiva “Killing in the name”, uno schiacciasassi massacrante. (Nota polemica: alle 23:38, tutto è già finito).
Che altro aggiungere? Beh, ribadire che almeno 20/24 canzoni in tutto le avrebbero potute fare… Quali altre? Beh, ad esempio qualcuna a caso tra: “Take the power back”, “Vietnow”, “Snakecharmer”, “Tire me”, “No shelter”, “Maria”, “Ashes in a fall”, “War within a breath”, “Beautiful world”, “I’m housin’”, “The ghost of Tom Joad”, “Street fighting man”, “Maggie’s farm”. E speriamo che sfornino presto un nuovo disco, perchè mi sembrano particolarmente carichi.
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Pensierini
Cinque pensierini veloci veloci.
Fare il dottorato di ricerca è molto interessante, ma a volte penso di essere trattato pure troppo bene. Pensate che la mia più grande preoccupazione, per i prossimi mesi, è che a luglio dovrò seguire un corso di 24 ore (che pure mi interessa, visto che l’ho scelto io!) suddiviso in dodici lezioni da due ore, undici delle quali con orario 9-11. E l’idea di dover essere lì a certe ore antelucane mi devasta (lavoratori veri di tutto il mondo, unitevi. Per odiarmi).
Oggi dovrebbero finire di dare il bianco in casa mia. Nei giorni scorsi hanno dato il bianco alla mia stanza e – per ragioni che non vi starò a spiegare, ma che mi hanno fatto particolarmente girare i coglioni – ho dovuto contestualmente mettere a posto un mio armadio contenente, in buona sostanza, i miei giochi di quand’ero bambino. Sono due giorni che ho una scimmia che non vi dico di fare qualche partita con dei giochi da tavolo… e finché si tratta di “Bis”, ci potrebbe anche stare, il problema è quando si parla di “Indovina chi?” o “Brivido”*… Sono sicuro che Freud riuscirebbe a trovare qualche nesso psicologico, ma non so se lo voglio sapere…
Oggi c’è la partita della nazionale contro la Romania, e l’Italia si gioca in una partita sola la permanenza nell’Europeo ed in Europa. Sono infatti convinto che – viste le note doti di compostezza e sportività italiche sommate ai recenti strumentalizzati episodi di cronaca – se la squadra allenata da Donadoni fosse eliminata dalla Romania, scoppierebbe una caccia al rumeno/rom (come se fossero la stessa cosa… ma in effetti, perché leggere un libro di storia, quando si ha un capro espiatorio?) delle più selvagge. Mi immagino già le scene: campo nomadi dati alle fiamme al grido di “Era rigore!”, regolarissimi lavoratori “rimpatriati” con treni piombati per decreto legge d’urgenza (contenente, en passant, qualche gabola salva-nano pelato & Co) ed embargo forzato su tutte le merci provenienti dall’infame stato (unico strappo alla regola, per quelle siliconate). Ovvio che l’Unione Europea, a quel punto, dovrebbe sbattere fuori l’Italia dall’Europa (visto che le notifiche di infrazione – o le multe – non sembrano avere grande effetto…). Uffa, è mai possibile che mi tocchi tifare Italia solo perché sono allergico alla vista del sangue?
Devo le mie scuse a Walter Veltroni. Dopo lunghi ed attenti studi ho capito la grandezza del suo progetto politico. Seguitemi in questo fine ragionamento. Il centro-sinistra e la sinistra – presentandosi tra l’altro assolutamente inappetibili pure per i loro elettori – hanno perso malamente le elezioni, lasciando al nano pelato e piduista un’ampia maggioranza. Detta male: potrà fare il cazzo che gli pare. Tra cinque anni, però, dopo una legislatura guidata da una così male assortita compagine che avrà combinato chissà quali casini, l’opposizione sarà compattata e molto più forte. Ma attenzione! Perché se questo è vero, allora è innegabile il fatto che sei gli anni di legislatura di centro-destra fossero dieci, allora l’opposizione sarebbe ancora più forte. Quindi avrebbe senso ri-presentarsi nel 2013 in maniera suicida come alle scorse elezioni politiche, in modo da avere, nel 2018, un vantaggio strategico fondamentale. A questo punto è facile intuire come il ragionamento precedente possa essere iterato fino al raggiungimento del 2048, quando si potranno finalmente raccogliere i frutti della lungimirante politica a lungo termine del compagno Walter. Nel 2048, infatti, scoppierà finalmente la rivoluzione. Onore al merito quindi a chi, dovendo scegliere se dare un governo semi-quasi onesto all’Italia o porre le basi per il trionfo del comunismo, ha saggiamente e coerentemente optato per la seconda ipotesi. Ah, come sono stato stolto a non comprendere subito la tecnica del grande Walter di instancabile ragno comunista tessitore di rossa tela rivoluzionaria…
In Svezia, dopo essere stati cremati, è possibile fare spargere le proprie ceneri dove si vuole. La trovo una cosa fantastica, e non solo per una possibile scenetta come ne “Il grande Lebowski”, ma anche da un punto di vista – diciamo – familiaristico. Pensate, se fate spargere le vostre ceneri in un bosco, potreste in futuro entrare nella casa dei vostri nipoti sotto forma di un mobiletto dell’Ikea.
* In realtà ci sarebbe anche un altro gioco in scatola che ho riesumato, ma non l’ho citato perché vorrei scrivere, a breve, un post dedicato. Chi sa, quindi, taccia.
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Rock Fm
E così, alla fine, l’infausto giorno giunse. Sabato 31 maggio, alle 18, radio Rock Fm – l’unica radio dedicata interamente al rock, l’unica radio che riuscissi ad ascoltare – ha cessato di esistere, almeno così come tutti l’hanno conosciuta. Resta una web-radio, mentre le frequenze passeranno (o sono già passate) a Radio 101. Polverizzato l’intero nucleo dei dj. Polverizzata un’intera comunità, orfana dell’unica emittente che trasmettesse la sua musica preferita. Polverizzata l’idea che potesse esistere – seppur di piccola entità – un’alternativa nel modo di intendere il modo di fare radio. Come ho già avuto modo di dire qui, non sono un grande ascoltatore di radio ed anche Rock Fm non l’ascoltavo spesso. La svolta “classic rock” dell’anno scorso, inoltre, mi aveva lasciato più di un dubbio (avrei preferito di gran lunga meno metal o rock anni ottanta e più nuovi suoni o ska/reggae/patchanka…). Ma resto comunque dell’idea che sia stato commesso un torto. Piccolo, insignificante rispetto alle cose serie che si possono leggere tutti i giorni sui quotidiani, ma sempre di un torto si tratta.
In questi mesi pre-chiusura sono state dette molte cose dai dj, a volte pure enfatizzando un po’ la situazione con una visione molto romantica della questione. Si potrebbe storcere il naso – soprattutto se, come me, non certo ascoltatori incalliti – ma dopo tutto era la loro la radio che avrebbero chiuso. Tra le tante parole, credo che quelle più belle – e le più lucide nell’analizzare la situazione – le abbia pronunciate Maurizio Faulisi. Maurizio Faulisi è una delle tante anomalie che frequentavano gli studi di via Locatelli. In una radio rock ad alto tasso hard, conduceva dei seguitissimi programmi sul country/bluegrass/quant’altro (“Country Skyline”, martedì 23-24), sul garage rock (“Garage Land”, mercoledì 23-24 con il Metius) e sul rock’n’roll anni 40/50/60 (“Good rockin’ tonight”, giovedì 23-24). Qui c’è l’audio del suo commento, fatto in occasione della sua ultima puntata di “Good rockin’ tonight”.
Si potrebbero dire tante altre cose. Si potrebbe ad esempio – sbagliando e commettendo il classico errore di lasciare che i proprio gusti e le proprie sensazioni annebbino la realtà e i dati di fatto – scomodare i massimi sistemi e parlare di ingiustizia (che parolone, eh!). Basterebbe pensare ai 18 anni di rockeggiante servizio della radio. Oppure, restando nel breve periodo, ripensare a come sono trascorsi questi mesi, alla non stop di 24 ore incominciata venerdì 30 alle 18, al calore del pubblico che ha passato la nottata sotto gli studi, all’abbraccio di folla che si è radunata sotto via Locatelli per la chiusura, alla commozione fino alle lacrime dei dj durante il loro “saluto finale con canzone”, alla “Rockin’ in the free world” intonata in acustico dalla Rock Fm All Stars Band come ultima trasmissione della radio e poi finita giù in strada con la folla. Si potrebbe, certo. Ma purtroppo la chiusura di Rock Fm, come diceva giustamente Maurizio Faulisi, è sintomatica, a mio avviso, di una situazione ben più grave ed importante della pur lecita tristezza – degli ascoltatori come dei dj – per la soppressione della propria radio.
Rock Fm infatti – se non ho capito male (dal precedente post sull’argomento, comunque, ho avuto più elementi) – è stata chiusa per ragioni puramente editoriali. Nessun buco di bilancio, nessuna flessione degli ascolti. Anzi, rispetto all’anno scorso, gli ascoltatori erano pure raddoppiati. L’unico problema risiedeva nel fatto che era di proprietà di Monradio (controllata da Mondadori), la quale possedeva anche Radio 101. 101 è un network, Rock Fm una radio locale. Da quel che ho capito, per l’ordinamento italiano in materia, chi ha un network non può possedere anche una radio locale. Tutto qui. Monradio avrebbe potuto investire sulla radio comprando frequenze fino a farla divenire network (se non mi sbaglio, serve il 60% della copertura nazionale), oppure qualcun altro avrebbe potuto comprarla (per lasciarla così com’è o quasi, ovvio)*. Niente di questo è successo. E questo può significare solo due cose:
• i cosiddetti “addetti ai lavori”, in Italia, di musica non capiscono proprio un beneamato cazzo. Badate bene, non è una questione di gusti, ma di opportunità. C’era un mercato – di nicchia, ma pur sempre mercato – da soddisfare. La domanda che incontra l’offerta e quelle storie lì. E loro che fanno? Scappano! Andando a saturare il giù straripante ramo delle radio generaliste… geniale…
• in Italia l’appiattimento culturale è galoppante. E ri-badate bene, anche in questo caso non è una questione di gusti (almeno in senso lato, dico). Il problema non è infatti quello di mettersi su di un ipotetico “piano di giudizio morale superiore” e – ad esempio, eh… – pontificare con fastidiosa supponenza “Radio Paguro è per sub-cerebrolesi!”, ma molto più semplicemente dire “Ok, c’è Radio Paguro, ma non mi piace. Cosa c’è d’altro?”. Ma in Italia altro non c’è. Basti pensare ai tristemente noti palinsesti televisivi. E’ per questo che la soppressione di ogni piccola onda anomala mi preoccupa. Perché è una preziosa e colorata varietà che – probabilmente – farà posto ad una fotocopia di una fotocopia in bianco e nero.
Io la non stop di 24 l’ho seguita per poco. L’ultimo segnale vero che ho ricevuto da Rock Fm è stato alle 11 di sabato 31 maggio. Prima di uscire per andare al matrimonio, ho aspettato che finisse l’ultima puntata di Eclettica, illuminante programma di Giulio Capperdoni. Era, ovviamente, una puntata speciale. In quella puntata aveva chiesto a tutti gli altri dj di scegliere – come lui faceva ad ogni puntata – un incipit di un libro ed un breve spezzone di un film e come commiato finale il bellissimo “Credo” contenuto in Radiofreccia. Beh, io – “assiduo ascoltatore saltuario” di Rock Fm – credo che mi mancherà il suo eclettico genio, così come la grande capacità di trasmettere la propria cultura roots del già citato Maurizio Faulisi. Credo che mi mancherà la competenza di Marco Garavelli, il carisma blues-fricchettone di Fabio Treves ed il chitar-clashismo di Edo Rossi. Credo che mi mancherà il “corna al cielo e fottuto rock’n’roll” di Max De Riu, la svampitezza di Claudia, i “viaggi” con Mox e la follia di Ariel e Roberto “Freak” Antoni. Ma soprattutto, credo che mi mancherà il fatto di non poterli sentire su di un’unica radio.
Keep on rockin’ in the free world!
* EDIT del 13/6/2008: ho letto adesso qui che compratori intenzionati a rilevare Rock Fm così com’era si erano fatti avanti, ma l’editore non ha voluto vendere. Se da un lato questo mi risolleva un po’ il morale sul fatto che qualcuno con un po’ di sale in zucca in questo paese ci sia, dall’altro lascia esterrefatti la precisa volontà dell’editore di “staccare la spina” alla radio.
Rock Fm, radio, chiusura, frequenze, Giulio Capperdoni, Maurizio Faulisi, Marco Garavelli, Fabio Treves, Edo Rossi, Max De Riu, Claudia, Mox, Ariel, Roberto “Freak” Antoni