Easy writing
Volete pubblicare un libro ma ritenete di non possedere una capacità di scrittura adeguata? Il problema è presto risolto! Cimentatevi nella letteratura per la primissima infanzia (2 anni). Il risultato è a prova di idiota. L’ho scoperto un’oretta fa, perché mia sorella mi ha mostrato il libro che ha comprato per suo figlio Pietro [tralasciamo per un secondo il fatto che il povero bambino in questione ha solo 8 mesi e l’utilizzo principe di questo libro è quello di essere sbattachiato a casaccio (mia sorella – in un eccesso di mammite veramente commovente – dice che “lo sfoglia”. Certo. Ed i segni dei rigurgiti sono le sottolineature della parole nuove imparate…)]. Tale libro si intitola “Dov’è il mio gattino?”, è edito nella collana “Carezzalibri” della Usborne ed è opera di Fiona Watt (testo) e Rachel Wells (illustrazioni), per la traduzione di Giovanna Iannaco. La cosa incredibile è che – ovviamente – è composto da un numero risibile di pagine (10…) per un totale di 5 illustrazioni (articolate su due pagine). Il testo è questo (‘fanculo al copyright!):
Prima illustrazione: “Questo non è il mio gattino. Ha la lingua troppo rasposa.”
Seconda illustrazione: “Questo non è il mio gattino. Ha il naso troppo liscio.”
Terza illustrazione: “Questo non è il mio gattino. Ha la medaglina troppo lucida.”
Quarta illustrazione: “Questo non è il mio gattino. Ha le zampe troppo ruvisa.”
Quinta illustrazione: “Eccolo il mio gattino! Il suo pancino è così soffice!”
Il costo? 8 €. Circa come un’edizione economica della Feltrinelli. 8 € per 10 (abbondiamo, che tra una e l’altra c’è un punto…) frasi… facciamo (visto che il libro è a quattro mani) 40 centesimi a frase per l’autore del testo (mi rifiuto di pensare che ci sia la necessità di un traduttore…). Che dire: con la mia logorrea sarei già miliardario…
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letteratura per l’infanzia, cazzate senza ritegno
G8
Il 20 di luglio scorso ero in piazza. C’ero anche nel 2001 e da sette anni non vedo come non andarci. Ogni anno che passa sopporto sempre di meno i discorsi saturi di retorica degli organizzatori e di molti dei presenti, però proprio non me la sento di starmene a casa. Perché credo che quello che è successo al G8 di Genova debba essere sempre tenuto bene nella memoria. Io sono uno di quei fortunati ai quali non è stato torto un capello, ma non per questo posso dimenticare di come tante altre persone siano state picchiate ed umiliate fino a dei livelli impensabili (come se esistessero dei livelli “pensabili”…) per una sedicente democrazia occidentale. Il problema è che, allontanandosi nel tempo, i fatti del G8 genovese hanno perso attrattiva mediatica, almeno per una buona maggioranza delle persone. Quante persone stanno realmente seguendo i processi, l’andamento dei dibattimenti? Io stesso che ne sto scrivendo in questo momento non credo di avere chiarissima la situazione. Credo che forse sia addirittura fisiologico: un’indignazione segue l’altra, offuscando però un po’ la precedente. E sappiamo bene quante cose siano successe – in questi anni – ben degne di muovere la nostra indignazione.
Quello che provo in questo periodo è uno sconforto molto radicato. Perché – confrontando i verdetti per i torturatori di Bolzaneto ed i 25 manifestanti fermati – mi viene da pensare (scusate la retorica neo luddista) che la vita di una persona, la sua dignità di essere umano conti meno di una cazzo di vetrina di merda. “Welcome to the cruel world”, mi potrebbe dire Ben Harper. Come se avessi bisogno delle sue note blues per ricordarmelo. Però, non so voi, per quanto sia necessario fare il callo alle storture del mondo se non si vuole impazzire, ma a me questa cosa fa scappare di testa (mi piace contraddirmi nel giro di nove parole). Se infatti domani mattina una persona desse fuoco ad una banca perché nauseata da tutto questo, io lo capirei. Non lo farei mai, ma lo capirei. Ho solidissime motivazioni che mi impediscono di approvare un comportamento simile, sia di natura personale (penso – giusto o sbagliato che sia – che non sia “giusto” arrecare intenzionalmente danni a chicchessia) che meramente tattiche (“spaccare tutto” non è una mossa lungimirante). Ma non vi è mai capitato di voler urlare, urlare così forte da perdere il fiato, concentrare tutta la rabbia nei polmoni per poi scaricarla nell’aria? Senza stare a pensare a categorie astratte come “giusto” e “sbagliato”. E farlo con violenza, tanta violenza. Un gesto inutile, certo, nulla di più di una valvola di sfogo. Ma senza valvole di sfogo, i recipienti chiusi prima o poi esplodono.
Io non voglio vedere nessuno “marcire in carcere” (per usare una colorita espressione da film di infima serie). L’idea stessa di carcere non mi ha mai convinto più di tanto. Io vorrei soltanto che le cose successe a Bolzaneto (così come alla Diaz o durante i cortei) venissero ricordate in maniera ufficiale per quel che sono state: delle mattanze più o meno autorizzate (le linee di comando…), dove le forze dell’ordine (non tutti, certo, ma nemmeno poche “mele marce” come è stato detto da più parti) si sono comportate in maniera ignobile, manganellando a sangue gente inerme, umiliando brutalmente i fermati e – per quel che mi riguarda, vera chiave di volta dei fatti del G8 che smaschera l’intrinseca premeditazione dell’operato delle forze dell’ordine – massacrando le persone alloggiate alla Diaz, producendo inoltre prove false. Perché chi non ha memoria non futuro.
G8, Genova, 20 luglio, Bolzaneto, scuola Diaz, processi
DGM - Detersivi Geneticamente Modificati
L’odore del detersivo per i piatti all’aceto che ho in casa mi ricorda quello di uno shampoo alla mela verde che usavo circa ad otto anni. E’ grave? Devo allertare il ministero dell’agricoltura? O devo scomodare Freud?
Ah, prima che a qualcuno venga il dubbio: in questo lasso di tempo non mi sono bruciato l’olfatto annusando trielina…
OGM, detersivo per i piatti, shampoo alla mela verde, olfatto sputtanato
Il concerto più bello della mia vita
“Se dovessi cadere nel profondo dell’inferno
dentro un fiume nero come l’inchiostro
rotolare perduto tra i sacchi di immondizia
in un baratro senza ritorno
se dovessi sparire nei meandri della terra
e non vedere più la luce del giorno
ma è sempre e soltanto la stessa vecchia storia
e nessuno lo capirà…”
Morte di un Poeta – Modena City Ramblers
Esattamente dieci anni fa (il 14 luglio 1998) ho assistito al concerto più bello che io abbia mai visto. Chi mi conosce non faticherà ad immaginare chi fosse il gruppo ad esibirsi quella sera. Ovviamente, i Modena city ramblers. Sicuramente – a livello oggettivo – questo non è vero: nel tempo ho infatti avuto modo di vedere (tanto per vantarmi un po’, eh…) artisti del calibro di B.B. King, Bob Dylan, Roger Waters, Smashing Pumpkins (ahhhh! Il concerto di Genova!), Police, Ben Harper, Muse, tutta gente che i miei adorati Modena se li mangia tranquillamente a colazione. Ma – come si sarà facilmente capito – qui l’oggettivo non c’entra proprio un beneamato cazzo… e comunque, come non restare per sempre segnati da un concerto incominciato con “Contessa” e finito con “Bella ciao”?
Quello è stato il mio secondo concerto dei delinqueint ed Modna: dal primo – una vera e propria folgorazione per il mio modo di intendere la musica – erano passati alcuni mesi ed un ascolto quasi continuo dei loro dischi (ad allora, tre). Di quella sera ho dei ricordi bellissimi. Ero andato – ovviamente… – con Giulio e Pietro e, visto che il concerto si sarebbe svolto presso il campo sportivo di Recco, ci avevano accompagnato in macchina i miei genitori (non credo di averli mai ringraziati abbastanza…), ai quali comunque la musica dei Modena piace. Il biglietto costava 15.000 lire: “altri tempi”, verrebbe da dire…
La serata era fantastica: fresca come nelle migliori estati, il clima ideale per due orette di allegra bolgia. I Modena si presentavano in quella che – secondo me – resta la loro migliore formazione. Meno polistrumentismi (uno degli elementi che – comunque – in questi ultimi anni li ha un po’ “salvati”) e meno manuchaoite, più combat folk e più baraca. Degli attuali “reduci”, infatti, Massimo Ghiacci alternava il basso elettrico e quello acustico (bellissimo!), Franco D’Aniello si occupava solo dei tin whistle e dei flauto traverso, Roberto Zeno stava sempre alla batteria o allo djambè e Francesco Moneti suonava il violino e (in alcune canzoni) la chitarra elettrica; Kaba Cavazzuti, invece, era ancora dietro al mixer (adesso è batterista, percussionista, chitarrista acustico). Poi c’era Cisco Bellotti alla voce, il poeta Giovanni Rubbiani (quanto mi mancano i suoi testi…) alla chitarra acustica ed all’armonica, Alberto Cottica alla fisarmonica ed il “maestro” Massimo Giuntini alle prese con bouzouki, banjo e uileann pipe. Le canzoni si dividevano essenzialmente solo in due tipi: quelle veloci (e cazzo se erano veloci!) ed i lenti [è divertente notare come brani che allora erano dei “lenti” (“Ahmed l’ambulante”, “In un giorno di pioggia”), quando riproposti adesso fanno venir giù tutto…].
Di quel concerto mi ricordo molte cose. Dopo l’inizio con “Contessa” sono sicuro che ci fu “Il ritorno di Paddy Garcia”, “Grande famiglia” e “Remedios la bella”, seguita probabilmente da “Macondo express”. “Clan banlieue” come ultima canzone prima dei bis, incominciati con “Canzone dalla fine del mondo”. Le altre canzoni proposte furono: “In un giorno di pioggia”, “Morte di un poeta, “I funerali di Berlinguer”, “Ahmed l’ambulante”, “Ninnananna”, “Al dievel”, “La banda del sogno interrotto”, “La locomotiva”, “La strada”, “Il Ballo di Aureliano”, “Radio Tindouf”, “Marcia balcanica”, “Danza infernale”, “Transamerika”, “Qualche splendido giorno”, “Cent’anni di solitudine”. Mi ricordo il pogo infernale ma allegro, l’odore d’erba (del campo di calcio!) e sudore mischiato con quelle melodie dolci e potenti, avvolgenti e travolgenti, per le quali è proprio difficile stare fermi. Quel concerto è stato una sorta di concentrato degli aspetti che ho sempre preferito della loro musica, quel essere spensierata ed al contempo seria.
Io non so precisamente perché ho un ricordo così bello di quel concerto. Però sono contento di averlo, questo ricordo. E’ resistito a dieci anni di concerti, e chi mi conosce sa che non sono stati certamente pochi. Forse, per resistere, ha pure barato approfittando dello (speriamo…) miglioramento dell’orecchio (dai, in dieci anni si spera che uno qualcosina impari…). Però è arrivato fino a qua, in una condizione di quasi odi et amo. Perché da una parte – ormai – ci sono affezionato. Dall’altra – però – mi piacerebbe che venisse “battuto”. Non resta che aspettare il prossimo concerto, quindi…
Modena city ramblers, Recco, concerto, musica, combat folk, patchanka celtica
Keynes reloaded
Una delle scorse sere guardavo un servizio del telegiornale (la più che tipica mitragliata di luoghi comuni per la quale il tg 2 ha fatto scuola) ed ad un certo punto mi è partito un parallelismo a brucia fuoco. Ovvero, la necessità di un nuovo New Deal, questa volta incentrato sulle tematiche energetiche.
Piccola spiegazione introduttiva. Per New Deal (letteralmente, “nuovo patto”) si intende l’insieme di tutte quelle politiche economiche varate dal presidente del Stati Uniti Roosevelt a partire dal 1932 per far risalire il paese dopo la famosa crisi finanziaria del 1929. Sintetizzando al massimo, si basano su di un fortissimo “interventismo” dello stato nell’economia. Detta molto male ed in modo colorito per accentuarne la filosofia: lo stato pagò un sacco di persone “per non fare un cazzo”. Più precisamente vennero investiti una marea di soldi per finanziare lavori pubblici e dare così uno stipendio alla marea di disoccupati del periodo. Come intuizione, ricorda un po’ quella di Ford (non certo il capo dei bolscevichi anti capitalistici, quindi…), che era favorevole all’innalzamento dei salari dei suoi operai perché “Se no, come possono comprare le mie macchine?”. Gli interventi di Roosevelt – basati sulle teorie di John Maynard Keynes – avevano come obbiettivo proprio quello di stimolare la domanda, in modo da far ripartire l’economia. Che poi c’è chi ritenga che gli Stati Uniti siano usciti veramente dalla crisi solo quando sono entrati nella seconda guerra mondiale [leggi: un bel po’ di gente al fronte, industria bellica a manetta (e per fare le armi servono operai, no?) ed austerità patriottica che non gusta…], beh, questo è un altro discorso…
Premesso questo impianto “teorico”, io mi chiedo se non sarebbe il caso di fare una cosa del genere anche per le questioni energetiche. Ovvero, la situazione in materia sembra decisamente problematica, soprattutto in chiave futura (la benzina costa troppo, è vero. Però non mi sembra che ci sia stata questa inversione di tendenza così marcata. Quanta gente avete sentito dire: “Da oggi per andare in ufficio non prendo più la macchina/scooter ma l’autobus/vado a piedi?”? Significa – banalmente – che la benzina a 1,50 € al litro NON è tanto…). Quindi, perché non si fanno fioccare “quasi a casaccio” (questa è ovviamente un’esagerazione) investimenti sulle nuove tecnologie? Perché le politiche “reali” (a breve termine) si fanno – giustamente – con quello che si ha a disposizione in quel momento, e se sul mercato – nel senso anche di “accessibile” – c’è sempre la solita roba, con quella bisogna lavorare (quanta gente ha comprato la Prius, ad occhio e croce l’unica automobile realmente poco energivora?).
Boh, magari sono stronzate. E magari prima di scrivere avrei dovuto recuperare un po’ di sonno arretrato. Però, perché sprecare un’occasione per fare il polemico con pseudo citazione colta?
Roosevelt, new deal, John Maynard Keynes, energia