“How far up your ass does this guy’s dick have to be before you realize he’s fucking you, man?”
Bill Hicks – Sane mane
Ieri sera – con alcune delle alcune delle più eminenti testecoronate sansuine – si è presa una birretta al pub. Tra un discorso e l’altro si sono anche commentate le ultime uscite del nano pelato e piduista. La conclusione è stata (più o meno) che, nonostante le enormità dette e compiute dal nano, una quantità imbarazzante di persone lo continuerà sempre a votare. Questioni come essere, secondo una sentenza di primo grado, un corruttore [la sentenza ha condannato Mills per aver ricevuto 600.000 dollari per aver reso falsa testimonianza a favore del nano, la posizione del quale è stata stralciata in virtù del lodo Alfano (sul costituzionalità del quale, comunque, si attende una pronuncia della Corte Costituzionale)], l’essere stato prescritto (prescritto! Non assolto!) in alcuni processi, il conflitto di interessi, un qual certo evidente fastidio verso l’ordinamento democratico sembrano interessare solo i soliti sfigati “sinistrati”.
Tutto questo mi ha fatto pensare ad una parte di uno spettacolo di Bill Hicks, “Sane man”, nel quale il comico americano si scaglia violentemente contro l’amministrazione Reagan (un presidente che veniva dalla televisione… uhm…). Lo spettacolo è del lontano 1989. Le frasi sono attuali ancora adesso. Sarà che la satira – quella fatta bene – è, per usare una frase un po’ altisonante, “contro il potere”, ed i meccanismi del potere, alla fine, sono sempre gli stessi (senza contare che – come cantava Fabrizio De’ Andrè – “non ci sono poteri buoni”).
La parte su Reagan parte al minuto 6:45. La parte precedente – ovvero, una descrizione di quanto poco porno fossero i film porno disponibili negli hotel ed una satira sulle riviste pornografiche – è sconsigliata a chi non sopporta le parti “volgari” dei monologhi di Luttazzi (da sempre grande estimatore di Hicks). Il video ha i sottotitoli in italiano.
Ovviamente tutto lo spettacolo è consigliato (è una delle poche cose che, ultimamente, mi abbia fatto veramente rotolare dalle risate). Potete vederlo su you tube (è diviso in otto parti), oppure potete scaricarlo da “ComedySubs”, un sito di benefattori (non saprei come altro definirli) che si sono presi la briga di tradurre e sottotitolare molti spettacoli di autori satirici stranieri (alcune cose, però, le trovate ancora nel loro sito precedente). Per quello che ho visto io, consigliatissimi sono tutti gli spettacoli di Bill Hicks, in quest’ordine: Sane man, Revelations, One night stand e Relentless. Poi, molto divertente è anche Sam Kinison. Gli spettacoli di Chris Rock sono carini (soprattutto Kill the messenger) anche se contengono troppi riferimenti alla comunità afro-americana, e quindi sono meno fruibili per noi europei. George Carlin a me non ha fatto impazzire: mi è sembrato una sorta di predicatore mugugnone (una sorta di Beppe Grillo ancora divertente e meno guru). Menzione a parte per la comicità surreale di Ellens DeGeneres: a me ha divertito parecchio.
“Con quali blindate paure
confonde l’amaro tra i denti
l’insipido blu polizia
di un giorno di pioggia
al gusto di pioggia
in anni di pioggia?
In quali silenzi riecheggia
la rabbia delle tue certezze?
Perché non ci provi ad arrenderti
a un giorno di pioggia
al gusto di pioggia
in anni di pioggia?”
Preso blu – Subsonica
Piove mentre mi dirigo verso il tribunale. Saranno circa venti giorni che – più o meno costantemente – piove, a Genova. Questa sera c’è una pioggerellina fine ed impalpabile, di quella che anche se non hai l’ombrello non la senti nemmeno, quando camini, e poi ti ritrovi a casa irrimediabilmente bagnato fradicio, ma senza sapere bene perché. A me non piace, questa pioggia. Preferisco un bell’acquazzone, che quando c’è, cazzo, si vede. Mentre sto per entrare nel tribunale, vorrei che venisse giù una bella ramata d’acqua, decisa ed irruente. Vorrei che potesse definitivamente lavare via il sangue dei ragazzi pestati alla Diaz, spazzare via il marcio dalle loro ferite. Vorrei che pudicamente coprisse le loro lacrime – questa volta di gioia – trattenute da troppo tempo quando verrà finalmente resa loro giustizia ed usciranno in strada, abbracciandosi. Penso questo e mi dico che questa è la volta buona. Sì, questa volta le truffe delle forze dell’ordine sono troppo palesi, l’irruzione è ormai universalmente riconosciuta come una mattanza indiscriminata. Ma fuori c’è ancora quella fottuta pioggerellina, ed ormai da qualche giorno non riesco a levarmi dalla testa quella canzone dei Subsonica.
Io non sono mai stato in un’aula di tribunale. A dir la verità, questa sera sono qui “quasi” per caso: non sono mai andato ad assistere ai dibattimenti dei processi del G8, oggi ho ticchettato nervosamente il tasto F5 del computer – rigorosamente collegato sulle homepage di Repubblica ed Ansa – per tutto il pomeriggio e, quando ho sentito che la sentenza sarebbe uscita dopo le 19, ho pensato di fare un salto per vedere. Sono stato molto poco, il tempo di venire a conoscenza dell’ulteriore slittamento dell’orario (20) e di scambiare quattro chiacchiere con un mio amico giornalista. Poi sono tornato a casa, sperando di ottenere qualche notizia dai telegiornali nazionali o locali.
La notizia l’ho ricevuta dalla radio poco dopo le 21 (nel frattempo, infatti, un’altra ora di slittamento era stata annunciata). Poche lapidarie parole: 13 condanne (10 dell’irruzione, i due della molotov ed un altro) e 16 assoluzioni (i vertici della polizia indagati, gli autori dei falsi verbali, i testimoni della falsa accoltellata ed un altro). Una trentina d’anni complessiva a fronte dei poco più di cento chiesti dall’accusa. Niente acquazzone liberatorio, per i ragazzi brutalmente pestati alla Diaz dalle forze dell’ordine: solo l’umido amaro delle loro lacrime per una sentenza che li umilia per la seconda volta. Perché – in pratica – è stato detto loro che l’irruzione alla Diaz fu soltanto una sorta di pioggerellina: si sono ritrovati tumefatti e sanguinanti, ma senza sapere bene perché. O meglio, a livello meramente meccanicistico, è abbastanza semplice saperlo: prolungati scontri con manganelli, termosifoni e stivaletti anfibi [ed infatti, alcuni (ma proprio alcuni…) degli autori materiali del blitz sono stati condannati]. Ma chi ha dato il via a quella mattanza? Chi ha avvallato l’operazione? I capi dei reparti non sono responsabili dell’operato dei propri sottoposti?
Ero molto fiducioso circa l’esito di questo processo, e quindi la delusione è stata particolarmente cocente. Come ho più volte scritto, considero gli eventi della Diaz un po’ la chiave di volta per comprendere i fatti del G8 genovese. Probabilmente peccavo di ingenuità: speravo che un procedimento giudiziario potesse riuscire a ricostruire quello che – forse – solo una seria commissione di inchiesta parlamentare avrebbe potuto accertare.
Ormai è notte fonda, il mio umore è precipitato e dovrei andare a dormire, ma il melanconico incedere della canzone dei Subsonica – questa sera, quasi una colonna sonora – continua a rimbombarmi sinuoso nelle cuffie, impedendomi di prendere sonno. Non riesco a non pensare che – alla fine – l’insipido blu polizia sia riuscito a farla franca, prendendosi nuovamente gioco del nemmeno tanto metaforico amaro tra i denti dei ragazzi della Diaz. La rabbia delle mie certezze – mentre cerco di esprimerla a parole – riecheggia nel silenzio buio di casa mia, tra il ritmico ticchettio di una sveglia e quello più incerto ed indeciso delle dita sulla tastiera. E’ stato un brutto giorno oggi, un brutto giorno di pioggia. Ed è ancora più brutto dovercisi arrendere.
Barak Obama è stato trionfalmente eletto presidente degli Stati Uniti. Confermando quanto scritto nel post precedente (e nel successivo commento), non nascondo un forte ottimismo per il futuro: sono più che conscio che non sarà sicuramente una semplice persona a rivoluzionare il mondo intero ma, dopo otto anni di disastrosa amministrazione Bush, trovo l’idea che un “giovane” (47 anni…) liberal sieda su di una delle poltrone più influenti (se non addirittura la più influente) della governance mondiale estremamente positiva.
Credo che ci siano almeno due buoni motivi per cui rallegrarsi – e non poco – della vittoria di Obama. Nello specifico:
1. E’ definitivamente finita l’era Bush (che, a ben vedere, non sarebbe mai dovuto iniziare…). Solo questo dovrebbe far tirare un sospiro di sollievo a tutto il mondo. Basta neo-conservatori/reaganiani a dettare l’agenda della casa bianca. Basta guerre preventive, false prove sull’Iraq, vergognose strumentalizzazioni sull’undici settembre.
2. In politica estera dovrebbe prevalere un approccio multilaterale comunque ben diverso da quello di Clinton (che, ricordiamolo, fu comunque fautore di un interventismo “umanitario” di matrice “Gli USA devono essere leader”: l’esempio del Kosovo è abbastanza eloquente).
(sul fatto che Obama sia il primo presidente statunitense di colore, glisso. Capisco che oltre oceano possa essere ritenuto un fatto eclatante – e che per tanti neri possa significare una sorta di rivincita – ma personalmente ritengo che ciò che importi sia il tipo di politica di proposta)
Speriamo che l’onda lunga del cambiamento tanto citato dal “giovane” Obama arrivi anche un po’ da noi, dal momento che, sentendo alcuneuscite dei nostri “vecchi”, un po’ cambiamento proprio non guasterebbe…
Il mondo dell’italica ricerca scientifica può incominciare a gioire ed a rallegrarsi, perché ha finalmente trovato il suo campione. Sabato sera, infatti, sono riuscito ad inventare il teletrasporto, anche se ancora in una versione non completamente soddisfacente per quel che riguarda i tempi di percorrenza. Se infatti è vero che – in barba ad ogni vetusta e reazionaria legge della continuità – sono riuscito a spostarmi da piazza Lavagna a casa mia senza passaggi intermedi (me ne ricorderei, no?), è parimenti fuori discussione che i tempi di teletrasporto – a me, in vero, ignoti – siano stati ampiamente diversi da zero. Colgo l’occasione per dedicare questa invenzione a Franco, la cui assenza – e la conseguente necessità di mantenere in auge le sue preziose lezioni – sono in buona sostanza alla base del raggiungimento di questa strabiliante scoperta scientifica (anche se, una certa bottiglia volante di cuba libre ha avuto un ruolo non secondario…).
Sempre parlando di ricerca scientifica, volevo comunicarvi che con gli altri degni e giusti membri dell’“Engineering Cambusa” abbiamo intenzione di acquistare in massa questo elegante ed esclusivo ritrovato della tecnica: il lanciarazzi usb (per il nerd che non deve chiedere, mai). Già non vedo l’ora di poter scrivere un articolo basato sui dati empirici delle svariate simulazioni che – per indefesso amore della scienza – ci toccherà fare…
Parliamo invece adesso di notizie. Ieri (lunedì 15) sera ho sentito un servizio (beh, ne facevano due al giorno…) del tg1 sulla vista del papa in Francia. A parte che è stata la dimostrazione che Lourdes (dove stava il papa in questi giorni) non “funziona” (perché il papa sembra ancora Palpatine di Guerre Stellari?), una cosa che mi ha molto colpito (positivamente) è stato questo discorso di Ratzinger. Il sunto è questo: voi ammalati che soffrite e provate dolore affidatevi a Maria. Beh, mai mi sarei aspettato che un reazionario della sua risma fosse favorevole all’uso terapeutico della marijuana…
Poco dopo, sempre sul tg1, hanno toccato il fondo dell’ignoranza. Infatti hanno semplicemente accennato – senza nemmeno un servizio – alla morte di Richard Wright, storico tastierista dei Pink Floyd, facendo seguire a questa notizia un dettagliato servizio sul nuovo programma di Raffaella Carrà. Fatemi capire. Morte di Richard Wright, nuovo programma della Carrà. “The great gig in the sky”, “Tuta-tuca”. Ma chi è quell’idiota e incompetente che ha fatto la scaletta del telegiornale?
Concludo con un’altra domanda incazzosa: perché open office mi apre il file dove scrivo i post per il blog ed invece word impazzisce?
Il 20 di luglio scorso ero in piazza. C’ero anche nel 2001 e da sette anni non vedo come non andarci. Ogni anno che passa sopporto sempre di meno i discorsi saturi di retorica degli organizzatori e di molti dei presenti, però proprio non me la sento di starmene a casa. Perché credo che quello che è successo al G8 di Genova debba essere sempre tenuto bene nella memoria. Io sono uno di quei fortunati ai quali non è stato torto un capello, ma non per questo posso dimenticare di come tante altre persone siano state picchiate ed umiliate fino a dei livelli impensabili (come se esistessero dei livelli “pensabili”…) per una sedicente democrazia occidentale. Il problema è che, allontanandosi nel tempo, i fatti del G8 genovese hanno perso attrattiva mediatica, almeno per una buona maggioranza delle persone. Quante persone stanno realmente seguendo i processi, l’andamento dei dibattimenti? Io stesso che ne sto scrivendo in questo momento non credo di avere chiarissima la situazione. Credo che forse sia addirittura fisiologico: un’indignazione segue l’altra, offuscando però un po’ la precedente. E sappiamo bene quante cose siano successe – in questi anni – ben degne di muovere la nostra indignazione.
Quello che provo in questo periodo è uno sconforto molto radicato. Perché – confrontando i verdetti per i torturatori di Bolzaneto ed i 25 manifestanti fermati – mi viene da pensare (scusate la retorica neo luddista) che la vita di una persona, la sua dignità di essere umano conti meno di una cazzo di vetrina di merda. “Welcome to the cruel world”, mi potrebbe dire Ben Harper. Come se avessi bisogno delle sue note blues per ricordarmelo. Però, non so voi, per quanto sia necessario fare il callo alle storture del mondo se non si vuole impazzire, ma a me questa cosa fa scappare di testa (mi piace contraddirmi nel giro di nove parole). Se infatti domani mattina una persona desse fuoco ad una banca perché nauseata da tutto questo, io lo capirei. Non lo farei mai, ma lo capirei. Ho solidissime motivazioni che mi impediscono di approvare un comportamento simile, sia di natura personale (penso – giusto o sbagliato che sia – che non sia “giusto” arrecare intenzionalmente danni a chicchessia) che meramente tattiche (“spaccare tutto” non è una mossa lungimirante). Ma non vi è mai capitato di voler urlare, urlare così forte da perdere il fiato, concentrare tutta la rabbia nei polmoni per poi scaricarla nell’aria? Senza stare a pensare a categorie astratte come “giusto” e “sbagliato”. E farlo con violenza, tanta violenza. Un gesto inutile, certo, nulla di più di una valvola di sfogo. Ma senza valvole di sfogo, i recipienti chiusi prima o poi esplodono.
Io non voglio vedere nessuno “marcire in carcere” (per usare una colorita espressione da film di infima serie). L’idea stessa di carcere non mi ha mai convinto più di tanto. Io vorrei soltanto che le cose successe a Bolzaneto (così come alla Diaz o durante i cortei) venissero ricordate in maniera ufficiale per quel che sono state: delle mattanze più o meno autorizzate (le linee di comando…), dove le forze dell’ordine (non tutti, certo, ma nemmeno poche “mele marce” come è stato detto da più parti) si sono comportate in maniera ignobile, manganellando a sangue gente inerme, umiliando brutalmente i fermati e – per quel che mi riguarda, vera chiave di volta dei fatti del G8 che smaschera l’intrinseca premeditazione dell’operato delle forze dell’ordine – massacrando le persone alloggiate alla Diaz, producendo inoltre prove false. Perché chi non ha memoria non futuro.
Una delle scorse sere guardavo un servizio del telegiornale (la più che tipica mitragliata di luoghi comuni per la quale il tg 2 ha fatto scuola) ed ad un certo punto mi è partito un parallelismo a brucia fuoco. Ovvero, la necessità di un nuovo New Deal, questa volta incentrato sulle tematiche energetiche.
Piccola spiegazione introduttiva. Per New Deal (letteralmente, “nuovo patto”) si intende l’insieme di tutte quelle politiche economiche varate dal presidente del Stati Uniti Roosevelt a partire dal 1932 per far risalire il paese dopo la famosa crisi finanziaria del 1929. Sintetizzando al massimo, si basano su di un fortissimo “interventismo” dello stato nell’economia. Detta molto male ed in modo colorito per accentuarne la filosofia: lo stato pagò un sacco di persone “per non fare un cazzo”. Più precisamente vennero investiti una marea di soldi per finanziare lavori pubblici e dare così uno stipendio alla marea di disoccupati del periodo. Come intuizione, ricorda un po’ quella di Ford (non certo il capo dei bolscevichi anti capitalistici, quindi…), che era favorevole all’innalzamento dei salari dei suoi operai perché “Se no, come possono comprare le mie macchine?”. Gli interventi di Roosevelt – basati sulle teorie di John Maynard Keynes – avevano come obbiettivo proprio quello di stimolare la domanda, in modo da far ripartire l’economia. Che poi c’è chi ritenga che gli Stati Uniti siano usciti veramente dalla crisi solo quando sono entrati nella seconda guerra mondiale [leggi: un bel po’ di gente al fronte, industria bellica a manetta (e per fare le armi servono operai, no?) ed austerità patriottica che non gusta…], beh, questo è un altro discorso…
Premesso questo impianto “teorico”, io mi chiedo se non sarebbe il caso di fare una cosa del genere anche per le questioni energetiche. Ovvero, la situazione in materia sembra decisamente problematica, soprattutto in chiave futura (la benzina costa troppo, è vero. Però non mi sembra che ci sia stata questa inversione di tendenza così marcata. Quanta gente avete sentito dire: “Da oggi per andare in ufficio non prendo più la macchina/scooter ma l’autobus/vado a piedi?”? Significa – banalmente – che la benzina a 1,50 € al litro NON è tanto…). Quindi, perché non si fanno fioccare “quasi a casaccio” (questa è ovviamente un’esagerazione) investimenti sulle nuove tecnologie? Perché le politiche “reali” (a breve termine) si fanno – giustamente – con quello che si ha a disposizione in quel momento, e se sul mercato – nel senso anche di “accessibile” – c’è sempre la solita roba, con quella bisogna lavorare (quanta gente ha comprato la Prius, ad occhio e croce l’unica automobile realmente poco energivora?).
Boh, magari sono stronzate. E magari prima di scrivere avrei dovuto recuperare un po’ di sonno arretrato. Però, perché sprecare un’occasione per fare il polemico con pseudo citazione colta?
Fare il dottorato di ricerca è molto interessante, ma a volte penso di essere trattato pure troppo bene. Pensate che la mia più grande preoccupazione, per i prossimi mesi, è che a luglio dovrò seguire un corso di 24 ore (che pure mi interessa, visto che l’ho scelto io!) suddiviso in dodici lezioni da due ore, undici delle quali con orario 9-11. E l’idea di dover essere lì a certe ore antelucane mi devasta (lavoratori veri di tutto il mondo, unitevi. Per odiarmi).
Oggi dovrebbero finire di dare il bianco in casa mia. Nei giorni scorsi hanno dato il bianco alla mia stanza e – per ragioni che non vi starò a spiegare, ma che mi hanno fatto particolarmente girare i coglioni – ho dovuto contestualmente mettere a posto un mio armadio contenente, in buona sostanza, i miei giochi di quand’ero bambino. Sono due giorni che ho una scimmia che non vi dico di fare qualche partita con dei giochi da tavolo… e finché si tratta di “Bis”, ci potrebbe anche stare, il problema è quando si parla di “Indovina chi?” o “Brivido”*… Sono sicuro che Freud riuscirebbe a trovare qualche nesso psicologico, ma non so se lo voglio sapere…
Oggi c’è la partita della nazionale contro la Romania, e l’Italia si gioca in una partita sola la permanenza nell’Europeo ed in Europa. Sono infatti convinto che – viste le note doti di compostezza e sportività italiche sommate ai recenti strumentalizzati episodi di cronaca – se la squadra allenata da Donadoni fosse eliminata dalla Romania, scoppierebbe una caccia al rumeno/rom (come se fossero la stessa cosa… ma in effetti, perché leggere un libro di storia, quando si ha un capro espiatorio?) delle più selvagge. Mi immagino già le scene: campo nomadi dati alle fiamme al grido di “Era rigore!”, regolarissimi lavoratori “rimpatriati” con treni piombati per decreto legge d’urgenza (contenente, en passant, qualche gabola salva-nano pelato & Co) ed embargo forzato su tutte le merci provenienti dall’infame stato (unico strappo alla regola, per quelle siliconate). Ovvio che l’Unione Europea, a quel punto, dovrebbe sbattere fuori l’Italia dall’Europa (visto che le notifiche di infrazione – o le multe – non sembrano avere grande effetto…). Uffa, è mai possibile che mi tocchi tifare Italia solo perché sono allergico alla vista del sangue?
Devo le mie scuse a Walter Veltroni. Dopo lunghi ed attenti studi ho capito la grandezza del suo progetto politico. Seguitemi in questo fine ragionamento. Il centro-sinistra e la sinistra – presentandosi tra l’altro assolutamente inappetibili pure per i loro elettori – hanno perso malamente le elezioni, lasciando al nano pelato e piduista un’ampia maggioranza. Detta male: potrà fare il cazzo che gli pare. Tra cinque anni, però, dopo una legislatura guidata da una così male assortita compagine che avrà combinato chissà quali casini, l’opposizione sarà compattata e molto più forte. Ma attenzione! Perché se questo è vero, allora è innegabile il fatto che sei gli anni di legislatura di centro-destra fossero dieci, allora l’opposizione sarebbe ancora più forte. Quindi avrebbe senso ri-presentarsi nel 2013 in maniera suicida come alle scorse elezioni politiche, in modo da avere, nel 2018, un vantaggio strategico fondamentale. A questo punto è facile intuire come il ragionamento precedente possa essere iterato fino al raggiungimento del 2048, quando si potranno finalmente raccogliere i frutti della lungimirante politica a lungo termine del compagno Walter. Nel 2048, infatti, scoppierà finalmente la rivoluzione. Onore al merito quindi a chi, dovendo scegliere se dare un governo semi-quasi onesto all’Italia o porre le basi per il trionfo del comunismo, ha saggiamente e coerentemente optato per la seconda ipotesi. Ah, come sono stato stolto a non comprendere subito la tecnica del grande Walter di instancabile ragno comunista tessitore di rossa tela rivoluzionaria…
In Svezia, dopo essere stati cremati, è possibile fare spargere le proprie ceneri dove si vuole. La trovo una cosa fantastica, e non solo per una possibile scenetta come ne “Il grande Lebowski”, ma anche da un punto di vista – diciamo – familiaristico. Pensate, se fate spargere le vostre ceneri in un bosco, potreste in futuro entrare nella casa dei vostri nipoti sotto forma di un mobiletto dell’Ikea.
* In realtà ci sarebbe anche un altro gioco in scatola che ho riesumato, ma non l’ho citato perché vorrei scrivere, a breve, un post dedicato. Chi sa, quindi, taccia.
E così, alla fine, l’infausto giorno giunse. Sabato 31 maggio, alle 18, radio Rock Fm – l’unica radio dedicata interamente al rock, l’unica radio che riuscissi ad ascoltare – ha cessato di esistere, almeno così come tutti l’hanno conosciuta. Resta una web-radio, mentre le frequenze passeranno (o sono già passate) a Radio 101. Polverizzato l’intero nucleo dei dj. Polverizzata un’intera comunità, orfana dell’unica emittente che trasmettesse la sua musica preferita. Polverizzata l’idea che potesse esistere – seppur di piccola entità – un’alternativa nel modo di intendere il modo di fare radio. Come ho già avuto modo di dire qui, non sono un grande ascoltatore di radio ed anche Rock Fm non l’ascoltavo spesso. La svolta “classic rock” dell’anno scorso, inoltre, mi aveva lasciato più di un dubbio (avrei preferito di gran lunga meno metal o rock anni ottanta e più nuovi suoni o ska/reggae/patchanka…). Ma resto comunque dell’idea che sia stato commesso un torto. Piccolo, insignificante rispetto alle cose serie che si possono leggere tutti i giorni sui quotidiani, ma sempre di un torto si tratta.
In questi mesi pre-chiusura sono state dette molte cose dai dj, a volte pure enfatizzando un po’ la situazione con una visione molto romantica della questione. Si potrebbe storcere il naso – soprattutto se, come me, non certo ascoltatori incalliti – ma dopo tutto era la loro la radio che avrebbero chiuso. Tra le tante parole, credo che quelle più belle – e le più lucide nell’analizzare la situazione – le abbia pronunciate Maurizio Faulisi. Maurizio Faulisi è una delle tante anomalie che frequentavano gli studi di via Locatelli. In una radio rock ad alto tasso hard, conduceva dei seguitissimi programmi sul country/bluegrass/quant’altro (“Country Skyline”, martedì 23-24), sul garage rock (“Garage Land”, mercoledì 23-24 con il Metius) e sul rock’n’roll anni 40/50/60 (“Good rockin’ tonight”, giovedì 23-24). Qui c’è l’audio del suo commento, fatto in occasione della sua ultima puntata di “Good rockin’ tonight”.
Si potrebbero dire tante altre cose. Si potrebbe ad esempio – sbagliando e commettendo il classico errore di lasciare che i proprio gusti e le proprie sensazioni annebbino la realtà e i dati di fatto – scomodare i massimi sistemi e parlare di ingiustizia (che parolone, eh!). Basterebbe pensare ai 18 anni di rockeggiante servizio della radio. Oppure, restando nel breve periodo, ripensare a come sono trascorsi questi mesi, alla non stop di 24 ore incominciata venerdì 30 alle 18, al calore del pubblico che ha passato la nottata sotto gli studi, all’abbraccio di folla che si è radunata sotto via Locatelli per la chiusura, alla commozione fino alle lacrime dei dj durante il loro “saluto finale con canzone”, alla “Rockin’ in the free world” intonata in acustico dalla Rock Fm All Stars Band come ultima trasmissione della radio e poi finita giù in strada con la folla. Si potrebbe, certo. Ma purtroppo la chiusura di Rock Fm, come diceva giustamente Maurizio Faulisi, è sintomatica, a mio avviso, di una situazione ben più grave ed importante della pur lecita tristezza – degli ascoltatori come dei dj – per la soppressione della propria radio.
Rock Fm infatti – se non ho capito male (dal precedente post sull’argomento, comunque, ho avuto più elementi) – è stata chiusa per ragioni puramente editoriali. Nessun buco di bilancio, nessuna flessione degli ascolti. Anzi, rispetto all’anno scorso, gli ascoltatori erano pure raddoppiati. L’unico problema risiedeva nel fatto che era di proprietà di Monradio (controllata da Mondadori), la quale possedeva anche Radio 101. 101 è un network, Rock Fm una radio locale. Da quel che ho capito, per l’ordinamento italiano in materia, chi ha un network non può possedere anche una radio locale. Tutto qui. Monradio avrebbe potuto investire sulla radio comprando frequenze fino a farla divenire network (se non mi sbaglio, serve il 60% della copertura nazionale), oppure qualcun altro avrebbe potuto comprarla (per lasciarla così com’è o quasi, ovvio)*. Niente di questo è successo. E questo può significare solo due cose:
• i cosiddetti “addetti ai lavori”, in Italia, di musica non capiscono proprio un beneamato cazzo. Badate bene, non è una questione di gusti, ma di opportunità. C’era un mercato – di nicchia, ma pur sempre mercato – da soddisfare. La domanda che incontra l’offerta e quelle storie lì. E loro che fanno? Scappano! Andando a saturare il giù straripante ramo delle radio generaliste… geniale…
• in Italia l’appiattimento culturale è galoppante. E ri-badate bene, anche in questo caso non è una questione di gusti (almeno in senso lato, dico). Il problema non è infatti quello di mettersi su di un ipotetico “piano di giudizio morale superiore” e – ad esempio, eh… – pontificare con fastidiosa supponenza “Radio Paguro è per sub-cerebrolesi!”, ma molto più semplicemente dire “Ok, c’è Radio Paguro, ma non mi piace. Cosa c’è d’altro?”. Ma in Italia altro non c’è. Basti pensare ai tristemente noti palinsesti televisivi. E’ per questo che la soppressione di ogni piccola onda anomala mi preoccupa. Perché è una preziosa e colorata varietà che – probabilmente – farà posto ad una fotocopia di una fotocopia in bianco e nero.
Io la non stop di 24 l’ho seguita per poco. L’ultimo segnale vero che ho ricevuto da Rock Fm è stato alle 11 di sabato 31 maggio. Prima di uscire per andare al matrimonio, ho aspettato che finisse l’ultima puntata di Eclettica, illuminante programma di Giulio Capperdoni. Era, ovviamente, una puntata speciale. In quella puntata aveva chiesto a tutti gli altri dj di scegliere – come lui faceva ad ogni puntata – un incipit di un libro ed un breve spezzone di un film e come commiato finale il bellissimo “Credo” contenuto in Radiofreccia. Beh, io – “assiduo ascoltatore saltuario” di Rock Fm – credo che mi mancherà il suo eclettico genio, così come la grande capacità di trasmettere la propria cultura roots del già citato Maurizio Faulisi. Credo che mi mancherà la competenza di Marco Garavelli, il carisma blues-fricchettone di Fabio Treves ed il chitar-clashismo di Edo Rossi. Credo che mi mancherà il “corna al cielo e fottuto rock’n’roll” di Max De Riu, la svampitezza di Claudia, i “viaggi” con Mox e la follia di Ariel e Roberto “Freak” Antoni. Ma soprattutto, credo che mi mancherà il fatto di non poterli sentire su di un’unica radio.
Keep on rockin’ in the free world!
* EDIT del 13/6/2008: ho letto adesso qui che compratori intenzionati a rilevare Rock Fm così com’era si erano fatti avanti, ma l’editore non ha voluto vendere. Se da un lato questo mi risolleva un po’ il morale sul fatto che qualcuno con un po’ di sale in zucca in questo paese ci sia, dall’altro lascia esterrefatti la precisa volontà dell’editore di “staccare la spina” alla radio.
Io credo che Veltroni debba dimettersi, ed anche celermente. Visto il risultato disastroso delle ultime elezioni politiche (meno otto punti percentuali rispetto al nano pelato e piduista e comunque il PD non ha certo sfondato come voti), ritengo che l’unico gesto per salvare la faccia sia quello di constatare come la sua geniale strategia “andiamo soli” sia risultata fallimentare e dare le dimissioni. Non guasterebbe anche passare sotto al tavolo ed offrire da bere. Poi, punto a capo e tabula rasa per presentarsi tra cinque anni (speriamo meno…) con qualche possibilità. Se no, c’è solo la speranza nell’assoluta insipienza a governare – fortunatamente(?) subito ri-manifestata – dell’attuale maggioranza. Il PD da solo (o con Di Pietro) non riuscirà infatti mai ad incrociare tutto (se no – scusate il francesismo – non serve ad un cazzo: si è sempre sotto) l’elettorato di sinistra (una sorta di “nuova Unione”) o gli indecisi/delusi, soprattutto se non applicherà un po’ di quello sbandierato rinnovamento in discontinuità con il passato anche per quel che riguarda il gruppo dirigente. Ormai funziona così: hai perso? Fuori dai coglioni. Senza rancore, grazie per averci provato, ma sei un perdente. Ed ai perdenti, in politica, non si concede una seconda chance. A sinistra – lentamente e con le inevitabili sanguinose rese dei conti (qualcuno ha più visto Bertinotti? O ciò che ne rimane?) – hanno incominciato a farlo. E’ vero che il tracollo della Sinistra Arcobaleno è stato qualcosa di incredibilmente più macroscopico della sconfitta di Veltroni – e quindi far finta di nulla sarebbe stato impensabile – ma la dirigenza del PD sta dimostrando una faccia di bronzo da prima repubblica difficilmente digeribile. Sfoggiano un’infastidita impermeabilità alle critiche, come se – dopo il disastro – ne venisse ancora a loro. E – soprattutto – si stanno buttando in una tra le più pericolose operazioni politiche degli ultimi anni: il dialogo con il nano pelato e piduista.
Va bene, forse sono solo un massimalista del cazzo. Intendiamoci, spero proprio che sia così: sarei il primo a rallegrarmene. Non sto scherzando: ritengo di poter pensare anche delle cazzate, e quindi – magari accecato dalla mia scarsa competenza in materia – forse non sto comprendendo la lungimiranza politica di questa mossa. Però – pur con il beneficio del dubbio e senza voler tirare fuori ardite teorie cospirazioniste – ci sono parecchi aspetti che mi lasciano più di un dubbio. La domanda fondamentale è: ma Veltroni c’è, o ci fa? Cioè, si sta rendendo conto o è solo completamente ubriaco? Vediamo nel dettaglio alcuni aspetti.
Innanzi tutto Veltroni si vanta di essere stato il motore del passaggio della politica italiana dal bipolarismo ad un – sostanziale – bipartitismo. Il modello, ovviamente, e quello degli amati Stati Uniti. Grande democrazia – chi dice il contrario – ma con un po’ di problemucci sui “classici” indici democratici. Del tipo che va a votare una piccolissima parte degli aventi diritto [il 40% nel 2004, massimo storico (122 milioni contro i circa “100” soliti)], come d’altronde è facilmente comprensibile, visto che la scelta è tra soli due partiti… Inoltre la battaglia politica (vedi le recenti primarie democratiche) è incentrata su di un personalismo estremo (e chi è il più grande venditore di sé stesso in Italia?). Inoltre a me sembra che Veltroni stia giocando alla grande democrazia. Telefona per complimentarsi, chiede uno degli scranni del parlamento, instaura il governo ombra, propone il dialogo la maggioranza. Tutto ottimo, intendiamoci. Incredibilmente democratico. Era ora che in questo paese si abbassassero i toni, ci fosse stabilità e maggioranza ed opposizione – accantonate i malevoli preconcetti – lavorassero insieme per il bene comune. Hey, Walter! Ma ti rendi conto che stai proponendo questo al nano pelato e piduista? Non siamo in Spagna. O in Germania. Nemmeno in Francia o Inghilterra. Siamo in Italia. In quale grande democrazia pensi di stare?
In una grande democrazia, uno come Calderoli o Bossi non è ministro, ma l’attrazione del paese, lo scemo del villaggio che fa le sparate stupide e tutti giù a ridere. In una grande democrazia, una come la Carfagna non è ministro, ma una shampista aspirante valletta. In una grande democrazia, non si ricevono richiami dall’Unione Europea circa l’applicazione del trattato di Schengen, o sui diritti delle minoranze. In una grande democrazia, ci sarebbe una legge sul conflitto d’interessi, se un governo di sinistra si fosse ricordato di (o avesse voluto) farla. In una grande democrazia, uno come il nano pelato e piduista, ovvero uno che:
• ha avuto (ed ha) un numero così inquietanti di procedimenti giudiziari
• è entrato in politica per scappare proprio a questi processi
• c’è riuscito benissimo facendosi delle leggi apposite
non potrebbe mai diventare presidente del consiglio.
Veltroni se le ricorda queste cose? O è da massimalisti che demonizzano l’avversario ricordare al nano pelato e piduista i suoi processi? E’ con questa persona che Veltroni vuole fare accordi? Pensa forse Veltroni che sia cambiato qualcosa, dal 1994? (Beh, in effetti il culo del nano pelato e piduista, adesso, è molto più al sicuro…).
Io faccio parte di quella parte di persone che hanno paura del nano pelato e piduista. Non perché creda in improbabili svolte autoritarie (siamo in Europa, è il 2008…), ma perché ho il terrore del vuoto che il nano pelato e piduista e la sua compagine male assortita di fascistoidi, psico-liberisti-confusi, padanidi, clericali-di-bottega ed ex-craxiani rappresentano. Ed ho paura dell’appiattimento politico di un’opposizione che si fida di una maggioranza così. Sono ciechi? Sono invece io prevenuto? Probabile. Non riesco comunque a capire come si possa dare credito ad un personaggio – che definire dubbio è poco – come il nano pelato e piduista (intendiamoci, se uno lo vota, cazzi suoi. Ma si spera che almeno l’opposizione… Non è bastata la lezione della bicamerale di D’Alema?). Certo, le distinzioni tra i ruoli, nei discorsi durante la richiesta di fiducia in parlamento, sono state espresse in maniera chiara (e ci mancherebbe, cazzo!), ed è per questo che rimando il mio giudizio definitivo al 31 dicembre prossimo. Fino ad allora esprimerò soltanto il mio più totale disgusto extra-parlamentare per questa che reputo una triste burattinata di regime. Dopo, le conclusioni saranno inevitabilmente le seguenti:
• al 31 dicembre si sono riusciti a far passare provvedimenti di sinistra (ovvero, hanno ottenuto qualcosa di significativo): io sono un coglione, Veltroni un grande politico
• al 31 dicembre non hanno ottenuto un cazzo e Veltroni si è dimesso: io sono il più lungimirante degli analisti politici, Veltroni un ingenuo
• al 31 dicembre non hanno ottenuto un cazzo e Veltroni NON si è dimesso: io sono il più lungimirante degli analisti politici, Veltroni un venduto
Mio nipote ride. Mio nipote Pietro – cinque mesi compiuti da poco – ride spesso. E quando ride, fa dei sorrisi che son proprio belli. Ride di gusto, contento e stupito allo stesso tempo. Sono sorrisi che ti mettono di buon umore, o almeno dovrebbero. Perché a me invece – passati cinque secondi nei quali mi sento in pace con il mondo e sì, anche Gasparri trova una sua pur bizzarra ragione d’esistere (il suo cervello è la dimostrazione empirica della raggiungibilità del vuoto assoluto) – fanno incazzare come un biscia incazzata. Ma che cazzo avrà mai da ridere ‘sto qua? Non c’è proprio un cazzo da ridere, ultimamente. Le elezioni sono state un massacro che nemmeno in un film di Tarantino: mister “corro da solo (e sfondo al centro)” Veltroni è riuscito a farsi staccare di otto (otto!) punti percentuali dal nano pelato e pidusita con l’unico risultato di rubare voti a sinistra, girando l’interruttore del gas ad un colorito cartello che in due anni la proverbiale canna se l’era comunque già preventivamente legata stretta al collo [quindi: niente rappresentanti in parlamento che portino avanti istanze di sinistra, però tranquilli, per la prima volta in Italia c’è un grande schieramento riformista, moderno e laico (con la Binetti). Ah, ed anche miseramente all’opposizione. Evviva!]; un partito improponibile ed imbarazzante come la Lega ha preso circa l’otto (otto!) per cento sul dato nazionale; il nuovo presidente della camera ed il neo-eletto sindaco di Roma sono dei post(?)-fascisti; per i prossimi cinque anni il presidente del consiglio sarà un tizio senza il minimo senso delle istituzioni (non ce lo vedo De’ Gasperi a fare il gesto del mitragliatore contro una giornalista, e non solo perché è morto) e giudicato unfit (inadatto) [e poi still unfit (ancora inadatto)] a governare dalla nota rivista bolscevica “Economist”. Beh, potrei aggiungere che inoltre tutti noi conduciamo un’esistenza vuota ed inutile percorrendo un tortuoso calvario tempestato di dolore e paura fino al nulla supremo e definitivo della morte, ma non vorrei ripetermi (e poi magari siamo fortunati ed il mondo esplode tra due anni, o almeno il nano pelato e piduista tira il gambino).
No, non c’è proprio un cazzo da ridere ultimamente. Eppure, mio nipote ride. Ride quando gli faccio delle facce buffe (ma anche quando mi sembra di essere serio…). Ride quando gli soffio un po’ in faccia. Ride quando giochiamo con dei pupazzetti. Ride quando cerco di insegnargli, come prima fatidica parola da pronunciare, “ermeneutica”. Ride quando faccio l’imitazione di un tossico metà russo e metà cubano nato in Cina e cresciuto a Gorgonzola che – per un particolare spirito patriottistico – si fa in vena di vodka, rhum, the e gorgonzola da quando a diciotto anni ha visto dei lavandini con le ali che, danzando sulle note dello “Schiaccianoci”, componevano in cielo la scritta “Fermata prenotata” con i gettiti dei rubinetti (prima si faceva di acidi e funghetti scaduti). Un po’ invidio questa sua felicità incondizionata, questo suo stupirsi di tutto. Mi chiedo quando la sua curiosità incomincerà a scalfire questo suo ottimismo insensato per forgiare un sano pessimismo della ragione. Scommetto che se potesse parlare, e ci capisse qualcosa della situazione attuale, direbbe qualcosa del tipo: “C’è chi dice che vuole lottare e poi confonde il fischio d’inizio della partita con quello dell’ultimo minuto, e va a casa” (questo, se fosse in vena di citare Benni). Ecco, un cazzo di pazzoide inguaribile ottimista. Ma fortunatamente non sa cosa né cosa sia il parlamento, né una partita di calcio e bofonchia solo vocali a casaccio. E ride.
Adesso però mi viene un atroce dubbio. Il dubbio orribile e lacerante di essere stato ingannato e preso in giro. Perché mio nipote mi sembra abbastanza sveglio. Magari ha capito. Non che ci volesse un genio, però visto che la maggioranza di quelli che sono andati a votare non c’è arrivata… Sì, deve essere andata così. Sicuro, se l’è intagliata. Non c’è altra spiegazione: se l’è intagliata. Ed è proprio per questo che ride. Ride di noi. E – scazza ammetterlo – ma c’è proprio tanto da ridere…
D’altronde, “sarà una risata, che vi seppellirà”, vero? (come ho già avuto modo di dire, a me piace intenderla così).