I soldi spesi in libri sono soldi spesi in cultura, quindi sono soldi spesi bene. Questo è sempre vero, a parte per “Il gioco del mondo” di Julio Cortazar. Cazzo, in due capitoli il protagonista non riesce nemmeno ad attraversare un ponte di Parigi! Probabilmente avrà letto quel libro e sarà caduto preda di narcolessia.
(nota positiva: ha così finalmente trovato senso la frase “l’eccezione che conferma la regola”)
(nota ancor più positiva: non l’ho comprato, ma l’ho preso in prestito in biblioteca)
Caso di cui tutti parlano: ho trovato una brillante soluzione di compromesso per mettere d’accordo il doveroso rispetto della volontà della ragazza con la filosofia che muove questo governo. Basta riuscire a farla passare per immigrata clandestina et voilà, ecco che l’assistenza sanitaria può bellamente svanire.
Molti hanno criticato l’eccessiva esposizione mediatica dell’evento, quando da molte parti si chiedeva un rispettoso silenzio. Giusto. Ma non dimentichiamo il lati positivi della vicenda. Sabato sera il servizio del Tg1 sul caso del capoluogo dell’Umbria è andato in onda alle 20:25 (orario solitamente destinato a tristi marchette lancia-prima-serata o a collegamenti con l’orsetto Knut a Berlino) e non in pompa magna in apertura. Da non crederci.
Qualche giorno fa ho visto “Pathology”, film su di un gruppo di giovani anatomopatologi che si sfidano ad un terribile gioco: uccidere delle persone in maniera tale che gli altri non riescano a scoprire come è stato compiuto l’omicidio. Interessante, come documentario sulla nascita del PD.
Vabbè, scherzo. A me è sembrata un po’ troppo un’americanata. Però le scene nelle quali aprivano i cadaveri erano così impressionanti che mi hanno tolto completamente la voglia di farmi fare un’autopsia.
(Non scherzo, mi han veramente traumatizzato. Quindi, se dovesse mai succedere, fatemi fare l’anestesia, per favore. Non sopporto il dolore)
E’ con enorme gioia che mi appresto ad embeddare qui l’opera seconda di un talentuoso giovane regista genovese, Nur El Din El Gawohary, che già si era cimentato dietro alla camera nel fortunato “L’ora di Lenin”, ormai un classico nella cinematografia underground. In quella occasione rivoluzionò il modo di concepire il cinema esplicitando tutto il suo istrionico virtuosismo miscelando sapientemente un uso estremo ed assai poco ortodosso del “fuori fuoco”, impareggiabili riprese in step-motion (poi non utilizzate per compitezza stilistica, ma vi giuro che c’erano!), ed anticonformistiche ditate unte di focaccia sullo schermo.
Questo suo secondo cortometraggio lo vede non solo nuovamente nel duplice ruolo di regista/attore, ma anche in quello duplice di montatore (di armadio e di pellicola). Accantonati inoltre i suoi due attori feticcio già protagonisti del precedente capolavoro (in una clinica per alcolisti), questa volta l’irrefrenabile talento franco-egiziano ha voluto misurarsi con una parte da protagonista, decidendo però di affidare ad una giovane e promettente promessa (di trovarsi un altro hobby) della recitazione ligure l’arduo ruolo di co-protagonista. Completano il cast una comparsa a caso ed un armadio Anebodain fieri (che regala un’interpretazione solida che pur nella sua onnipresenza non risulta mai ingombrante: di gran lunga il migliore).
Interpellato circa il significato più recondito della sua opera, l’acuto regista – dopo aver fissato con ottusa insistenza per due ore il salva schermo del proprio computer convinto di avere davanti veri pesci – ha così delineato l’imponente edificio speculativo sul quale si fonda la filosofia del film: “Questo video dimostra come a essere cattivi si guadagna sempre, finendo a letto con due donne, e a esser buoni al massimo puoi montare un armadio con un’anta difettosa”. Bertrand Russel non avrebbe potuto dire di meglio (o forse si, ma essendo morto avrebbe avuto qualche problema nell’esposizione).
Non capita spesso di assistere a film che riescano a far convivere in maniera delicata ed opportuna aspetti diversi od addirittura antitetici, senza che questi stridano od appiano pretestuosi. Beh, questo è sicuramente il caso di “Persepolis”, acclamata pellicola d’animazione che riesce a sintetizzare brillantemente una miriade di spunti e sensazioni con una dolcezza ed un’ironia difficili da dimenticare. Trasposizione su grande schermo dell’omonima fortunata graphic novel autobiografica di Marjane Satrapi, il lungometraggio riesce anche nella difficile e coraggiosa impresa di portare su pellicola i disegni della Satrapi (che ha curato anche la regia insieme a Vincent Paronnaud), andando a comporre un film d’animazione del tutto particolare (un fumetto animato al cinema? Che assurdità è mai questa?). Nella pellicola – come immagino nelle strisce originale, che sfortunatamente non ho ancora letto – c’è veramente tutto, in un gioco di contrasti tra il serio ed il faceto come tra il personale e l’universale, resi al meglio anche dal bel bianco e nero della messa in scena, sempre molto ben orchestrati. Perché in questo film si ride – e di gusto – per la pungente ironia e l’irriverente anticonformismo della protagonista, così come non si riesce a non restare indifferenti quando si assiste al triste sprofondare dell’Iran nella voragine oscurantista del fondamentalismo o a non commuoversi per le vicende così umane della Satrapi. E perché molte situazioni narrate, soprattutto quelle di carattere personale, assumono al contempo un valore universale (molte persone saranno passate, in passato, per gli alterni stati d’animo della giovane protagonista) come fortemente particolare (crescere lontano da casa o nell’Iran della rivoluzione islamica non deve essere stato facile, soprattutto se donna ed ancor di più per una come la Satrapie che, sia detto per inciso e nell’accezione più positiva del termine, deve essere una testina di minchia mica da ridere…).
La storia, come detto autobiografica, segue la vita di Marjane, da quando ad otto anni, nel 1978, vede la caduta dello Scià in Iran (allora una monarchia laica e moderna: per fare un esempio di facile presa, scordatevi il velo per le donne… comunque per essere un minimo esaustivi leggetevi almeno questa pagina) e la successiva instaurazione della repubblica islamica, fino al suo definitivo abbandono della patria dopo l’università per trasferirsi a Parigi. In mezzo c’è, con schietta onestà ed un pungente occhio critico, tutta la sua vita. La crescita in una famiglia progressista ed il grande affetto nei confronti della nonna, l’insofferenza nei confronti della propaganda e della rigida disciplina fondamentalista, la guerra Iran-Iraq, le scuole superiori frequentate a Vienna come “precauzione” dei suoi genitori, il ritorno in patria, le varie disavventure esistenziali. Il tutto narrato con una penna che sa farsi, all’occasione, leggera come caustica, irriverente come profonda, ma sempre perfettamente adatta alle differenti situazioni proposte.
Che altro aggiungere? Un film importante, da vedere con un occhio alla Storia (quella dei libri di scuola: quant’è attuale, l’Iran!) ed una alle storie (quelle dei personaggi, o più precisamente di tutte quelle “comparse” senza le quali la Storia non esisterebbe).
L’eterno problema che si pone quando esce nelle sale un film tratto da un libro è come approcciarsi alla pellicola. Ignorare l’originale? Lanciarsi in paragoni? Aspettarsi una fedele riproduzione? E come giudicare la storia in sé quando essa non è riconducibile ai registi (ok, molti registi non firmano le sceneggiature dei loro lungometraggi, però almeno sul soggetto influiscono)? Il dubbio si propone ovviamente anche per questo “Non è un paese per vecchi”, ultima fatica dei fratelli Coen, premiato addirittura con quattro oscar [miglior film, regia, sceneggiatura non originale ed attore non protagonista (un inquietante Javier Bardem, impressionante nel ruolo del sicario pazzo)]. Il film è infatti tratto dall’omonimo libro di Cormac McCarthy ma, visto che non l’ho letto, vi risparmiate possibili miei improbabili vaneggiamenti sulla bontà dell’adattamento (con tutta la stima che ho dei Coen immagino che abbiano compiuto un ottimo lavoro). Ciò che posso fare è limitarmi a constatare come i Coen si confermino dei registi assolutamente di prim’ordine, regalando una messa in scena assolutamente perfetta e funzionale per lo svolgimento dell’azione. Il talento dei Coen sta tutto nell’attuare una regia magistrale ma che non si vede, dove il grande lavoro svolto affinché ogni inquadratura sia perfetta risulta alla fine trasparente allo spettatore, che deve solamente assistere alla proiezione. E non è poco. Questo aspetto mi ha ricordato un altro capolavoro dei Coen, “L’uomo che non c’era”, dove i talentuosi fratelli davano una lezione di cinema d’alta scuola, limitandosi a raccontare una storia (le similitudini, almeno a mio avviso, finiscono qui). C’è un altro film dei Coen, “Fargo”, che viene spesso portato a paragone con quest’ultima produzione, però non ho ancora avuto modo di vederlo, quindi non posso esprimermi al riguardo.
Il film – una sorta di western moderno, solo molto più truce e disincantato – si svolge in Texas. Qui Llewelyn Moss (Josh Brolin), mentre è a caccia in una zona desertica, trova la scena di un regolamento di conti tra spacciatori: macchine trivellate, cadaveri, un carico di droga ed un valigetta con due milioni di dollari. Llewelyn decide di tenersela ma, conscio del rischio che sta correndo, impone alla sua fidanzata Carla Jean (Kelly Macdonald) di cercare rifugio da sua madre, mentre lui cercherà di risolvere la situazione. Questo risulta assai arduo, visto che viene braccato da diversi personaggi inquietanti, tra i quali Anton Chigurh (Javier Bardem), un sicario spietato e parecchio folle che predilige uccidere le proprie vittime con uno strumento utilizzato nei mattatoi (per inciso, uno stantuffo che spara un tondino nel cervello: mai più senza!). In questi eventi cerca di fare luce il vecchio sceriffo Ed Tom Bell (Tommy Lee Jones), rassegnato ma ferreo nel principio del dovere, che assisterà suo malgrado ad una carneficina della quale non riesce a capacitarsi.
Il film, come suppongo anche il libro, è abbastanza strano. Perché la storia raccontata non si snoda sui binari consueti che vogliono l’individuazione netta dei protagonisti ed una evoluzione narrativa che porti ad un finale “compito”. Nulla di tutto questo accade. Llewelyn è forse quello che più si avvicina ad un protagonista, ma a dir la verità nessuno dei personaggi si può definire realmente protagonista. Protagonista è infatti essenzialmente la storia narrata, dominata dalla violenza senza senso che insanguina la pellicola, contro la quale lo sceriffo Ed Tom Bell può solamente scagliare le proprie amare considerazioni, accorgendosi che evidentemente, quello dove vive, “non è un paese per vecchi”. Nessuna retorica, nessuna concessione a facili morali. Solo un’impietosa istantanea del mondo intorno a noi. Tutto questo, ovviamente, è dovuto alla penna di Cormac McCarthy. Ma il grande merito dei fratelli Coen, come già detto, è stato quello di fare proprio il libro e di cimentarsi in una trasposizione di vivida luce propria.
Da vedere di corsa (anche se potrebbe non piacere: dalla trama potrebbe sembrare un film-popcorn, nulla di più diverso)!
Equilibrio. Se c’è una dote che questo film può vantare, si tratta proprio dell’equilibrio. Perché questa pellicola di Sam Garbarski riesce a far convivere in maniera perfetta elementi particolarmente stridenti, magari lasciando trasparire un po’ di buonismo, però risultando molto gradevole. Non un capolavoro, quindi, ma una buona pellicola che vince coraggiosamente la sfida di declinare un dramma con i toni leggeri di una commedia. Per certi versi, infatti, si è dalle parti di “L’erba di Grace” – soprattutto per la maestria tutta british nell’affrontare con toni lievi tematiche tutt’altro che facili – anche se sia la componente drammatica che quella trasgressiva risultano accentuate.
Piccolo sunto della storia. Maggie (Marianne Faithfull) è la nonna di Ollie (Corey Burke), bambino affetto da una rara malattia nato da suo figlio Tom (Kevin Bishop) e da Sarah (Siobhan Hewlett). L’unico tentativo che resta alla coppia per tentare di salvare il bambino è una cura sperimentale effettuata solo in un ospedale australiano. La terapia sarebbe anche gratis, ma il problema è il soggiorno dei due in Australia, dal momento che non possiedono ingenti quantità di denaro. Allora Maggie, all’insaputa del figlio e della suocera, si reca a Londra per cercare un impiego, nonostante con i suoi sessant’anni di età non abbia molte chances di trovare lavoro. Ricevuti i prevedibili rifiuti di molti centri per l’impiego, finisce quasi per caso in un locale a luci rosse del quartiere di Soho. Qui, fraintendendo ingenuamente il significato dato allo parola “hostess”, chiede di essere assunta per il posto vacante. Sarà il proprietario Miki (Miki Manojlovic) a spiegarle la verità, offrendole però un posto per una mansione un po’ particolare. Maggie dovrebbe infatti masturbare – attraverso la fessura di un muro, in modo da non essere vista – i clienti del locale. Dopo un po’ di perplessità, Maggie accetta e diventa – con gran successo di pubblico… – Irina Palm. Ma poi le cose, ovviamente, si complicano ulteriormente (come se prima fossero tranquille…).
Una trama del genere è tremendamente a rischio. La possibilità di scadere in facili battute o volgari doppi sensi, facile viatico per demolire un film, è infatti in agguato, ma fortunatamente questo è stato accuratamente evitato. Nonostante siano ovviamente presenti battute ed allusioni, queste non sono mai gratuite, ed il film risulta infatti assolutamente composto e mai sopra le righe. Senza contare che proprio la contrapposizione tra due mondi così diversi come possono essere un ospedale ed un locale a luci rosse, amplifica ancor di più la drammaticità della storia. Che poi tutto sia perfetto, questo è un altro discorso. Alcuni vuoti narrativi ci sono (che lavoro fanno Tom e Sarah?), così come qualche giro a vuoto (la “collega” di Maggie, che ad certo punto sparisce), ma questo perché è palese la volontà di focalizzare l’attenzione sulla scelta di Maggie. Da questo punto di vista sono essenziali le interpretazioni della Faithfull e di Manojlovic, che delineano in maniera molto appropriata e partecipe i rispettivi personaggi. Piccola menzione anche per la colonna sonora – composta dal gruppo Ghinzu – che sarebbe anche bella se non fosse composta da un’unica canzone (va beh, sostanzialmente un arpeggio con riverbero…) riproposta fino alla nausea…
In definitiva, un film che merita sicuramente di essere visto.
“Cosa saresti disposto a fare per realizzare i tuoi sogni?”
(slogan pubblicitario del film)
Avviso: spoiler vaganti….
E poi hanno ancora il coraggio di parlare di “pubblicità ingannevole”… sarà che a Woody Allen il risultato al botteghino dei propri film non è mai interessato, e quindi non è certo tipo da ricorrere a mezzucci da saltimbanco per promuovere le sue pellicole, ma la frase che ho riportato sintetizza in maniera perfetta questa nuova fatica dell’instancabile regista newyorchese (che sforna un film all’anno con precisione quasi svizzera…). A due anni dal magnifico “Match point”, Allen – al terzo film lontano dalla sua New York – si riallaccia al discorso lasciato con la sua prima opera londinese, andando ad indagare nei meandri buoi della coscienza umana. Purtroppo, i fasti di “Match point” sono lontani, ed il risultato è un compitino che, seppur impeccabile dal punto di vista stilistico, appare privo di mordace. Gli elementi classici del dramma alleniano ci sono tutti – brama di potere, interrogativi morali, rimorso, delitto e castigo – ma questa volta risultano privi di quella vivida tensione che porta lo spettatore al coinvolgimento. Infatti il film scorre bene ma, forse anche per qualche passaggio a vuoto della sceneggiatura (il modus operandi dell’assassinio non è proprio da giallisti incalliti…), non appassiona. E se questo non si può definire completamente un buco nell’acqua (ripeto: il film è tutt’altro che brutto), certamente non aiuta a raggiungere lo scopo che un film del genere si prefigge (parlando di morale, non essere coinvolti non è un gran risultato…).
In breve la trama. Ian (Ewan McGregor) e Terry (Colin Farrel) sono due fratelli uniti dalla mediocrità. Il primo aiuta il padre nella gestione di un ristorante, anche se le sue ambizioni sono di investire in un progetto di alberghi in California, il secondo lavora in un’officina meccanica ed ha il vizio del gioco d’azzardo e dell’alcool. Grazie ad una vincita di Terry riescono a comprarsi una piccola barca, che chiameranno “Cassandra’s Dream” (titolo originale del film), versione ridotta di quella un tempo posseduta dal loro zio Howard (Tom Wilkinson), il classico “zio ricco”. Proprio l’intervento di quest’ultimo, sempre ben disposto ad aiutare finanziariamente la loro famiglia, sarà provvidenziale per salvare i due fratelli dalla sciagura, dopo che Terry ha accumulato ben novantamila sterline di debiti a poker ed Ian, che nel frattempo ha perso la testa per la bella attrice Angela (Hayley Atwell), è sempre più deciso a lanciarsi nel mondo degli investimenti. Peccato che il favore richiesto dallo zio per aiutarli sia, per usare un eufemismo, parecchio impegnativo e che, una volta sdebitatisi, i due fratelli reagiscano in maniera diametralmente opposta ai sensi di colpa che li attanagliano.
Come detto l’unica – ma grossa – pecca del film è quella di essere poco pungente, anche se non mancano scene molto interessanti (su tutte, le assurde ma convinte “giustificazioni” addotte dallo zio: comunque i dialoghi firmati Woody Allen non sono mai banali). Ottima la prestazione degli attori, con Ewan McGregor e Colin Farrel che regalano due interpretazioni molto partecipi ed appropriate. E’ quindi proprio un peccato che gli ingranaggi non girino a dovere.
Ci sono registi che possiedono un inconfondibile marchio di fabbrica. Per lo spagnolo Alex de la Iglesia, almeno per quel che ho potuto constatare io, questo risiede nel ricorrente utilizzo di humour nero oltre alla perfetta padronanza del registro grottesco. Questi elementi ricorrono nei suoi due film che ho potuto vedere, ovvero il geniale “El dia de la Bestia”, purtroppo non distribuito in Italia (ma fidatevi: è un motivo più che valido per imparare lo spagnolo… una perla di understatement nero) ed il surreale “Accion mutante” (anch’esso disponibile solo in lingua originale, assurdo ma divertente, anche se non imprescindibile). Il discorso vale anche per questo “La comunidad – intrigo all’ultimo piano” (del 2000 e passato anche in Italia: l’ho visto direi lunedì scorso su Rete4 a mezzanotte), anche se il contesto, rispetto alle due pellicole precedentemente menzionate, è decisamente più serioso, anzi quasi “scolastico”. Il lungometraggio si presenta infatti come una sorta di giallo dalle reminiscenze agathachristieane a forti tinte nere, permeato dall’immancabile gusto grottesco tanto caro al regista iberico.
La storia ruota intorno alla figura di Julia (una bravissima Carmen Maura), agente immobiliare che, dopo aver mostrato un appartamento incredibilmente lussuoso a due clienti, decide di trasferirvisi per un po’. Peccato che tale appartamento faccia parte di un condominio popolato da personaggi decisamente particolari. Julia lo scopre quasi subito, perché un’infiltrazione sul soffitto della camera da letto fa cadere parte del tetto e porta all’intervento dei vigili del fuoco per aprire la porta del vicino di sopra, barricato in casa da anni. Trovatone il cadavere decomposto, Julia individua anche una mappa per recuperare i 6 miliardi di pesetas che l’anziano inquilino nascondeva in casa. Ma anche gli altri condomini erano al corrente di quel tesoro, ed avevano a loro tempo deciso di impossessarsene. Ed ecco il palazzo tramutarsi in una sorta di bottega degli orrori condominiale, con i inquilini impegnati in una caccia al malloppo senza esclusioni di colpi…
Il film, chiariamolo subito, anche se estremamente godibile e divertente non è un capolavoro, principalmente perché paga il prezzo di essere eccessivo, così come una messa in scena grottesca deve essere. Inoltre, non potendosi appoggiare – come nelle altre due pellicole precedentemente menzionate – su di una storia dai presupposti già stravaganti, i toni grotteschi si manifestano principalmente nella caratterizzazione dei condomini, presentati come una (perfetta) deformazione dei vari archetipi di vicini. Questi vanno a comporre un variegato microcosmo umano che colpisce e convince soprattutto per la vincente dualità tra l’essere surreale (impagabile il figlio quarantenne di una inquilina che vive ancora in casa e che, in quanto grande appassionato di “Guerre Stellari”, gira con un costume da Dart Fener…) e spietato al contempo. Certo, il lungometraggio non è esente da sbavature, ma rimane molte spanne sopra a produzioni ben più blasonate.
Una buona occasione gettata al vento. In sintesi, credo che sia il commento più appropriato per descrivere questo film diretto da Francis Lawrence. Perché le premesse per la realizzazione di una pellicola più che interessante c’erano tutte, ma sono state vanificate dalla sciagurata scelta di approcciare l’omonimo romanzo del 1954 di Richard Matheson in maniera troppo accondiscendente con i ferrei dettami delle superproduzioni hollywoodiane. Non che il lungometraggio risulti addirittura brutto – anzi, ci sono dei momenti di buon cinema, soprattutto nella parte centrale, e nel complesso è abbastanza gradevole – ma sicuramente appare privo di mordace, spuntando con del massacrante buonismo le frecce acuminate offerte da qualche interessante situazione e soprattutto accontentandosi di una monodimensionale messa in scena degli infetti piegata all’uso massiccio di adrenalinici effetti speciali. Come dire: si fosse investito un po’ di più in sceneggiatura e meno in effetti speciali… Ma entriamo un po’ nel dettaglio.
Terzo adattamento cinematografico del già citato romanzo [dopo “L’ultimo uomo sulla terra” (1964) e “1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra” (1971), anche se la pagina di Wikipedia relativa al romanzo indica che anche “La notte dei morti viventi” (1968) di Romero, “La notte della cometa” (1984) e “28 giorni dopo” (2002) sono in qualche modo debitori dell’opera di Matheson], il film narra la storia di Robert Neville (Will Smith), ultimo sopravvissuto a New York (e per quel che ne sa lui, di tutto il mondo) al micidiale morbo di Krippin, virus ideato per debellare il cancro ma che si è rivelato letale per il 90% della popolazione, tramutando inoltre il 9,8% in una sorta di vampiri fotosensibili dalla straordinaria forza fisica (gli infetti). Di giorno Neville gira per la città cercando rifornimenti o lavorando nel suo laboratorio alla ricerca di un cura per il virus, alla notte si rifugia nella sua casa, blindata in modo da resistere ai possibili attacchi degli infetti a caccia di sangue. Ma ovviamente qualcosa andrà storto…
L’adattamento cinematografico di un libro è sempre da considerare come un’opera a sé stante (la dicitura liberamente tratto da indica proprio questo), e questo vale ovviamente anche per questo film, ma leggendo le differenze – assolutamente non da poco – che intercorrono tra il romanzo e la pellicola non si può non notare come quest’ultima sia contraddistinta da passaggi molto più “facili” rispetto all’originale. Gli infetti sono infatti rappresentati come sanguinari esseri stupidi (anche se poi riescono ad escogitare una trappola nella quale Neville ingenuamente cadrà…), utili solo se lo scopo è quello di sopperire alla mancanza di tensione vera con quella dopata della digitalizzazione indiscriminata (per me vale una regola aurea: meno si vede, meglio è. “The others” docet). Mi rendo conto di andare un po’ in controtendenza, ma probabilmente ci fossero state più scene intimiste e solitarie e meno azione il risultato avrebbe potuto aspirare a qualcosa di più duraturo. Perché di materiale interessante ce ne sarebbe a pacchi, ed infatti le parti che raccontano la routine da incubo kafkiano di Neville, ed il suo disperato tentativo di mantenersi vivo, sono le più azzeccate. Ci sono inoltre altre tre cadute di stile che inficiano non poco il giudizio globale sul film, più che altro perché emblematiche del modo pasticciato con il quale si sono definiti gli intenti del film. Innanzi tutto, per dare un tono sedicente impegnato alla pellicola, si sono inseriti passaggi religiosi più che discutibili (sia nella forma che nel contenuto), che infatti appaiono forzati. La figura di Neville, poi, non è che l’ennesimo esempio di retorica americana dell’eroe, che francamente ha rotto i coglioni (si pensi solo all’abissale differenza tra il libro ed il film sul significato del titolo “Io sono leggenda”). E per ultimo uno degli aspetti più irritanti di tutta la pellicola [già presente anche in “Io, robot”, altro esempio di buone idee (Asimov…) sacrificate agli effetti speciali], ovvero la costante presenza di insistenti inquadrature ad automobili, computer, impianti stereo usati da Neville, quali pubblicità non proprio velate. Ma è mai possibile che uno, durante la proiezione di un film, debba beccarsi la televendita delle pentole subliminale? Will Smith novello Mastrota? Dai, quasi era più elegante la pubblicità del cornetto inserita ne “I ragazzi della terza C” (almeno si esponevano)…
Uhm, forse ho calcato un po’ troppo la mano. In effetti il film ne esce abbastanza a pezzi, ma in realtà non è una ciofeca. Resta però il rimpianto di cosa sarebbe potuto accaduto se dietro alla macchina da presa ci fosse stato Ridley Scott, indicato inizialmente come regista.
Ok, forse nel penultimo post mi sono preso qualche libertà narrativa. Ma la mia tendenza a non riuscirmi ad accontentare di raccontare una scusa semplice viene da molto lontano. Pensate che una mattina in prima elementare, quando il maestro mi chiese per quale motivo fossi arrivato in ritardo – cosa che accadeva (ed accade) con una regolarità imbarazzante – arrivai ad affermare, incalzato dal maestro che non vedeva una motivazione sufficiente nel fuori servizio (ovviamente fasullo) dell’ascensore, che nel mio palazzo non esistessero scale. Non male per un bambino di nemmeno sei anni, vero? Comunque, volete la vera ragione perché non ho scritto per un mese? Beh, non ne ho trovato proprio né il tempo, né la voglia. Tutto qui. Vabbè, rimediamo subito alla prolungata assenza sbrigando, sommariamente, un po’ di “arretrato”.
Capitolo cinema. Ho visto quattro film “nuovi” (nel senso che non li avevo mai visti). Il primo è “Fahrenieit 451” di François Truffaut: bello, ma nettamente inferiore al geniale libro di Ray Bradbury dal quale è tratto. Più che discutibile inoltre la scelta di modificare, “alleggerendolo”, il finale. C’è poco da aggiungere, visto che la storia, e la valenza pedagogica della stessa, è arcinota. Poi ho avuto modo di vedere due film di uno dei miei registi preferiti, ovvero Woody Allen. La prima pellicola era “Tutti dicono «I love you»”, gradevole commedia senza infamia e senza lode sotto forma di esperimento musical sfornata nel 1996. Cast stellare (Drew Barrymore, Julia Roberts, Tim Roth, Goldie Hawn, Edward Norton, Natalie Portman, lo stesso Allen…) per una storia lieve e con l’inconfondibile tratto surreale del musical che accantona, almeno in parte, i toni “fobici” classici del cinema alleniano per lasciarsi ad un romanticismo di fondo che non lesina però più di una stilettata (la strampalata famiglia liberal con figlio di destra, per esempio). L’altro film era “Provaci ancora, Sam”, adattamento cinematografico del 1972 per la regia di Herbet Ross di una fortunata opera teatrale scritta e portata in scena proprio da Woody Allen, della quale fu interprete insieme a Diane Keaton. Allen e la Keaton sono gli interpreti anche della spassosa trasposizione cinematografica, che mette in scena il classico nevrotico personaggio alleniano che, in crisi dopo essere stato lasciato dalla moglie, vede accorrere in suo aiuto nientemeno che il mitico Humphrey Bogart, di cui il personaggio di Allen è un fan sfegatato, direttamente dal suo film preferito, “Casablanca”. Il fuoco di fila di certe battute è devastante come nella migliore tradizione del regista newyorkese, ma le invenzioni verbali non sono l’unico asse portante del film, che si basa infatti anche su di una storia ben strutturata, nonostante le inevitabili assurdità metateatrali, e sull’affiatamento a prova di bomba dei due protagonisti. Molto divertente. Il quarto è “Indagine su di un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, film capolavoro del 1970 per la regia di Elio Petri con uno strabiliante Gianmaria Volontè. La pellicola rientra nel filone dei film politici-d’inchiesta degli anni settanta, ed è una vera pietra miliare. Ne avevo sentito parlare, ma non pensavo fosse così inquietantemente geniale. La storia è molto semplice. Il direttore della sezione omicidi di Roma, proprio il giorno della sua promozione alla sezione politica, uccide la sua amante. Per vedere fino a che punto il potere si spinga a proteggere un suo affiliato, dissemina volontariamente indizi nei suoi confronti. Come andranno a finire le indagini? Assolutamente fulminante.
Capitolo musica. Ho assistito al concerto dei Subsonica, che è stato assolutamente favoloso. Che i cinque torinesi fossero un’ottima live band era cosa risaputa, ma non pensavo fossero così in forma. Certo, i tempi sono passati da quando li vidi al C.S.A. InMensa pagando solo diecimila lire (contro i 20 euro attuali), ma l’unica cosa che è cambiata è la migliore qualità del suono e degli effetti scenici che possono offrire, la carica trascinante è sempre la stessa. I brani presenti in scaletta provenivano in larga maggioranza da “Microchip emozionale”, eseguito quasi integralmente, con innesti dagli altri dischi (per esempio sono stati eseguiti solo quattro brani del disco recentemente pubblicato, immagino però solo per il poco tempo disponibile per le prove, infatti hanno promesso che con la partenza della “vera” turnè lo eseguiranno tutto). Concerto veramente ottimo sotto tutti i punti di vista. Bella la musica e bravi i musicisti per uno spettacolo coinvolgente e godibilissimo anche per quel che riguarda gli effetti scenici, di grande effetto ma mai fuori luogo, che non avevano nulla da invidiare a quelli dei Nine Inch Nails (per dire gli un gruppetto di sfigati, eh…).
Secondo film per Fatih Akin, regista dell’acclamato “La sposa turca” (che non ho visto, anche se conosco sommariamente la storia), del quale riprende l’interesse per il forte legame tra Turchia e Germania (tanto per dare un’idea: se non mi ricordo male in Germania ci sono quattro milioni di immigrati solo dalla Turchia…). Nonostante il prestigioso riconoscimento come migliore sceneggiatura all’ultimo festival di Cannes, questa pellicola non mi ha convinto al 100%. Paradossalmente, la parte più debole mi è sembrata proprio la sceneggiatura. La mia impressione è stata di trovarmi di fronte le stesse debolezze che caratterizzavano l’ultimo film di Ken Loach, “In questo mondo libero…”, anch’esso – ironicamente? – vincitore di un premio (questa volta al festival di Venezia) per la sceneggiatura. Infatti in questo film ci sono, a mio avviso, troppe coincidenze forzate che sono gestite in maniera poco appropriata: è vero che la storia è lunga e gli intrecci tanti, ma certe “svolte” sono trattate in modo come minimo semplicistico, per non dire posticcio. Questo aspetto – a tratti irritante – inficia un po’ tutto il film, che comunque vanta più di un bell’aspetto (ottima la fotografia, forse aiutata anche da certi paesaggi molto evocativi) a partire dalla storia, che sarebbe interessante ma che risente di una messa in scena zoppa, fino ad arrivare alle riflessioni che questo lungometraggio suggerisce (l’integrazione della Turchia nell’Europa, lo “scontro” di civiltà, il senso di appartenenza). Il problema non è tanto nell’utilizzo ripetuto delle coincidenze, ma nella loro quasi banalizzazione. Come dire, di Inarritu – maestro nella decostruzione di articolati intrecci (“Amores perros”, “21 grammi” e “Babel”) – ce n’è uno solo…
In breve la storia. Nejat (Baki Davrak), turco trapiantato, vive a Brema dove lavora come professore di letteratura tedesca all’università. Quando il padre Ali (Tunnel Kurtiz) con il quale vive uccide in un raptus di violenza Yeter (Nursel Kase), una prostituta turca alla quale Ali, vedovo, aveva chiesto di trasferirsi a casa sua, Nejat decide di tornare in Turchia per finanziare gli studi di Ayten (Nurgül Yesilçay), figlia di Yeter, come quest’ultima desiderava. Peccato che Ayten, attivista politica, sia dovuta scappare proprio in Germania per sfuggire all’arresto. Qui troverà la solidarietà, e l’amore, di Lotte (Patrycia Ziolkowska), una studentessa tedesca. Ma i problemi devono solo incominciare…
Che altro aggiungere? Beh, che è una pellicola che merita senz’altro di essere vista, ma non è certo quel capolavoro di cui va parlando certa stampa. Peccato, perché – ripeto – il film è tutt’altro che brutto, e proprio per questo certe cadute così grossolane lasciano con l’amaro in bocca.