25 aprile
“Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c’erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l’Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c’era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, che di queste non ce ne sono.”
Italo Calvino
“Il sentiero dei nidi di ragno” (prima edizione nella collana “I coralli” dell’editore Einaudi, nel 1947) è il primo romanzo di Italo Calvino che, come immagino i frequentatori più assidui di questo blog avranno capito, è uno dei miei scrittori preferiti. Calvino partecipò alla lotta di liberazione e proprio questa tematica è al centro di questo libro. Non starò a raccontarvi la trama, vi invito solo a leggerlo perchè è molto bello. Il pensiero di Calvino circa la resistenza è espresso nel nono capitolo, in un dialogo tra il commissario Kim e il comandante Ferriera. Credo che le considerazioni formulate restino ancora adesso la migliore risposta possibile al revisionismo che da più parti vuole riscrivere la Storia (la recente uscita di Dell’Utri – sì il, ad esempio, condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa per il quale potrebbe andare bene la frase “Mangano santo subito” – è solo l’ultima di una lunga serie) di un paese affetto da forti perdite di Memoria. Inoltre, almeno a mio giudizio, il libro di Calvino rappresenta un riuscito tentativo di riannodare la Storia (quella dei libri di scuola) con la storia (quella delle “persone comuni”), l’intreccio delle quali mi ha sempre interessato. Calvino ritornò su questo suo primo romanzo nel 1964, pubblicando una nuova edizione riveduta e corretta (da quel che ho capito si tratta di una sorta di revisione stilistica: meno aspetti truculenti). Nella lunga introduzione a questa versione, l’autore, tra le mille tematiche toccate, asserisce di aver scritto il romanzo anche per rispondere a due “fronti”. Al primo – che demonizzava, a causa degli sbandamenti post-bellici, la resistenza – Calvino ribatteva così: “D’accordo, farò come se aveste ragione voi, non rappresenterò i migliori partigiani, ma i peggiori possibili, metterò al centro del romanzo un reparto tutto composto di tipi un po’ storti. Ebbene: cosa cambia? Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete ma sognarvi di essere”. Mentre al secondo – che voleva una letteratura celebrativa e didascalica – argomentava così: “Ah, sì, volete “l’eroe socialista”? Volete il “romanticismo letterario”? E io vi scrivo una storia di partigiani in cui nessuno è eroe, nessuno ha coscienza di classe. Il mondo delle “lingère”, vi rappresento, il lunpen-proletariat! […] E sarà l’opera più positiva, più rivoluzionaria di tutte! Che ce ne importa di chi è già un eroe, di chi la coscienza ce l’ha già? E’ il processo per arrivarci che si deve rappresentare! Finché resterà un solo individuo al di qua della coscienza, il nostro dovere sarà di occuparci di lui e solo di lui”.
Di seguito riporto la parte centrale del nono capitolo, come precedentemente detto quello “politico”.
Buona lettura e buon 25 aprile.
[…]
Ora il commissario Kim e il comandante Ferriera camminano soli per la montagna buia, diretti ad un altro accampamento.
– Ti sei convinto che è uno sbaglio, Kim? – dice Ferriera.
Kim scuote il capo: – Non è uno sbaglio, – dice.
– Ma sì, – fa il comandante. – E’ stata un’idea sbagliata la tua, di fare un distaccamento tutto di uomini poco fidati, con un comandante meno fidato ancora. Vedi quello che rendono. Se li dividevamo un po’ qua un po’ là in mezzo ai buoni era più facile che rigassero dritti.
Kim continua a mordersi i baffi: – Per me, – dice, – questo è il distaccamento di cui sono più contento.
Ci manca poco che Ferriera perda la sua calma: alza gli occhi freddi e si gratta la fronte: – Ma Kim, quando la capirai che questa è una brigata d’assalto, non un laboratorio d’esperimenti? Capisco che avrai le tue soddisfazioni scientifiche a controllare le reazioni di questi uomini, tutti in ordine come li hai voluti mettere, proletariato da una parte, contadini dall’altra, poi sottoproletari come li chiami tu… Il lavoro politico che dovresti fare, mi sembra, sarebbe di metterli tutti mischiati e dare coscienza di classe a chi non l’ha e raggiungere questa benedetta unità… Senza contare il rendimento militare, poi…
Kim ha difficoltà ad esprimersi, scuote il capo: – Storie, – dice, – storie. Gli uomini combattono tutti, c’è lo stesso furore in loro, cioè non lo stesso, ognuno ha il suo furore, ma ora combattono tutti insieme, tutti ugualmente, uniti. Poi c’è il Dritto, c’è Pelle… Tu non capisci quanto loro costi… Ebbene anche loro, lo stesso furore… Basta un nulla per salvarli o per perderli… Questo è il lavoro politico… Dare loro un senso…
Quando discute con gli uomini, quando analizza la situazione, Kim è terribilmente chiaro, dialettico. Ma a parlargli così, a quattr’occhi, per fargli esporre le sue idee, c’è da farsi venire le vertigini. Ferriera vede le cose più semplici: – Ben, diamoglielo questo senso, quadriamoli un po’ come dico io.
Kim si soffia nei baffi: – Questo non è un esercito, vedi, da dir loro: questo è il dovere. Non puoi parlare di dovere qui, non puoi parlare di ideali: patria, libertà, comunismo. Non ne vogliono sentir parlare di ideali, gli ideali son buoni tutti ad averli, anche dall’altra parte ne hanno di ideali. Vedi cosa succede quando quel cuoco estremista comincia le sue prediche? Gli gridano contro, lo prendono a botte. Non hanno bisogno di ideali, di miti, di evviva da gridare. Qui si combatte e si muore così, senza gridare evviva.
– E perchè allora? – Ferriera sa perché combatte, tutto è perfettamente chiaro in lui.
– Vedo, – dice Kim, – a quest’ora i distaccamenti cominciano a salire verso le postazioni, in silenzio. Domani ci saranno dei morti, dei feriti. Loro lo sanno. Cosa li spinge a questa vita, cosa li spinge a combattere, dimmi? Vedi, ci sono i contadini, gli abitanti di queste montagne, per loro è già più facile. I tedeschi bruciano i paesi, portano via le mucche. E’ la prima guerra umana la loro, la difesa della patria, i contadini hanno una patria. Così li vedi con noialtri, vecchi e giovani, con i loro fucilacci e le cacciatore di fustagno, paesi interi che prendono le armi; noi difendiamo la loro patria, loro sono con noi. E la patria diventa un ideale sul serio per loro, li trascende, diventa la stessa cosa della lotta: loro sacrificano anche le case, anche le mucche pur di continuare a combattere. Per altri contadini invece la patria rimane una cosa egoistica: casa, mucche, raccolto. E per conservare tutto diventano spie, fascisti; paesi interi nostri nemici… Poi, gli operai. Gli operai hanno una loro storia di salari, di scioperi, di lavoro e di lotta a gomito a gomito. Sono una classe, gli operai. Sanno che c’è del meglio nella vita e che si deve lottare per questo meglio. Hanno una patria anche loro, una patria ancora da conquistare, e combattono qui per conquistarla. Ci sono gli stabilimenti giù nelle città, che saranno loro; vedono già le scritte rosse sui capannoni e bandiere alzate sulle ciminiere. Ma non ci sono sentimentalismi, in loro. Capiscono la realtà e il modo di cambiarla. Poi c’è qualche intellettuale o studente, ma pochi, qua e là, con delle idee in testa, vaghe e spesso storte. Hanno una patria fatta di parole, o tutt’al più di qualche libro. Ma combattendo troveranno che le parole non hanno più nessun significato, e scopriranno nuove cose nella lotta degli uomini e combatteranno così senza farsi domande, finché non cercheranno delle nuove parole e ritroveranno le antiche, ma cambiate, con significati insospettati. Poi chi c’è ancora? Dei prigionieri stranieri, scappati dai campi di concentramento e venuti con noi; quelli combattono per una patria vera e propria, una patria lontana che vogliono raggiungere e che è patria appunto perchè è lontana. Ma capisci che questa è tutta una lotta di simboli, che uno per uccidere un tedesco deve pensare non a quel tedesco ma a una altro, con un gioco di trasposizioni da slogare il cervello, in cui ogni cosa persona diventa un’ombra cinese, un mito?
Ferriera arriccia la barba bionda; non vede nulla di tutto questo, lui.
– Non è così, – dice.
– Non è così, – continua Kim, – lo so anch’io. Non è così. Perchè c’è qualcos’altro, comune a tutti, un furore. Il distaccamento del Dritto: ladruncoli, carabinieri, militi, borsaneristi, girovaghi. Gente che s’accomoda nelle piaghe della società e s’arrangia in mezzo alle storture, che non ha niente da difendere e niente da cambiare. Oppure tarati fisicamente, o fissati, o fanatici. Un’idea rivoluzionaria in loro non può nascere, legati come sono alla ruota che li macina. Oppure nascerà storta, figlia della rabbia, dell’umiliazione, come negli sproloqui del cuoco estremista. Perché combattono, allora? Non hanno nessuna patria, né vera né inventata. Eppure tu lo sai che c’è coraggio, che c’è furore anche in loro. E’ l’offesa della loro vita, il buio della loro strada, fin da bambini, la fatica di dover essere cattivi. E basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si trova dall’altra parte, come Pelle, dalla brigata nera, a sparare con lo stesso furore, con lo stesso odio, contro gli uni o contro gli altri, fa lo stesso.
Ferriera mugola nella barba: – Quindi, lo spirito dei nostri… e quello della brigata nera… la stessa cosa?…
– La stessa cosa, intendi cosa voglio dire, la stessa cosa… – Kim s’è fermato e indica con un dito come se tenesse il segno leggendo; – la stessa cosa ma tutto il contrario. Perchè qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta ad uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessun sparo, pur uguale al loro, m’intendi?, uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni:per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti usano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo.
[…]
25 aprile, resistenza, festa di liberazione, partigiani, Il sentiero dei nidi di ragno, Italo Calvino, commissario Kim, comandante Ferriera
La decapitazione dei capi
Caduto un governo se ne fa un altro, no? E se domani succedesse proprio come in questo “La decapitazione dei capi”, interessante e provocatorio racconto “semi-inedito” di Italo Calvino, pubblicato il 4 agosto del 1969 sulla rivista satirica “Il Caffè”? Nella nota al testo l’autore specifica: “Le pagine che seguono sono abbozzi di capitoli d’un libro che da tempo vado progettando, e che vorrebbe proporre un nuovo modello di società […]. Ognuno dei capitoli che ora presento [i capitoli sono quattro, nMia] potrebbe essere l’inizio d’un libro diverso; i numeri d’ordine che essi portano non implicano perciò una successione”. Io riporto il primo capitolo, stralci del secondo e del terzo e la conclusione del quarto, tratti dalla raccolta di racconti “semi-inediti” “Prima che tu dica «Pronto»”, pubblicata da Mondadori nel settembre del 1993. Buona lettura.
1
Il giorno in cui arrivai alla capitale doveva essere la vigilia d’una festa. Nelle piazze stavano costruendo palchi, tirando su bandiere, nastri, palme. Si sentivano martellate da ogni parte.
– La festa nazionale? – domandai a quello del bar.
Indicò la fila dei ritratti alle sue spalle. – I nostri capi – rispose – E’ la festa dei nostri capi.
Pensavo che fosse una proclamazione di nuovi eletti. – Nuovi? – domandai.
Tra il picchettare dei martelli, gli altoparlanti che facevano le prove, lo stridere delle gru che rizzavano catafalchi, dovevo, per farmi intendere, lanciare frasi brevi, quasi urlando.
L’uomo del bar fece segno di no: non si trattava di nuovi capi, c’erano già da un po’.
Chiesi: – L’anniversario di quando hanno preso il potere?
– Una cosa così, – spiegò un avventore al mio fianco. – Periodicamente, viene il giorno della festa, e tocca a loro.
– Tocca a loro, cosa?
– Di salire sul palco.
– Quale palco? Ne ho visti molti, uno ad ogni crocicchio.
– A ognuno tocca un palco. I nostri capi sono molti.
– E che cosa fanno? Discorsi?
– No, discorsi no.
– Salgono, e cosa fanno?
– Cosa volete che facciamo? Aspettano un po’, finché durano i preparativi, poi la cerimonia finisce in due minuti.
– E voi?
– Si guarda.
C’era un va e vieni nel bar: carpentieri, manovali che scaricavano dai camion gli oggetti per l’addobbo dei plachi – scuri, ceppi, cesti – e si fermavano a bere birra. Io rivolgevo le mie domande a qualcuno e rispondeva qualcun alto.
– E’ una specie di rielezione, insomma? Una riconferma dei posti, diciamo, dei mandati?
– No, no – mi corressero, – non avete capito! E’ la scadenza. Il loro tempo è finito.
– E allora?
– E allora smettono d’esser capi, di star su: cadono.
– E perché salgono sui palchi?
– Sui palchi si può vedere bene come cade il capo, il salto che fa, tagliato netto, e va a finire nella cesta.
Cominciavo a capire, ma non ero ben sicuro. – Il capo dei capi, volete dire? Nella cesta?
Facevano segno di sì. – Ecco. La decapitazione. Proprio quella. La decapitazione dei capi.
Io ero arrivato lì di fresco, non ne sapevo niente, non avevo letto niente sui giornali.
– Così, domani, tutt’a un tratto?
– Quando tocca tocca, – dicevano. Stavolta cade a metà settimana. Si fa festa. Tutto chiuso.
Un vecchio soggiunse, sentenzioso: – Il frutto quando è maturo si coglie, il capo si decapita. Lascereste marcire i frutti sui rami?
I carpentieri erano andati avanti nel loro lavoro: su certi palchi stavano installando le intelaiature di grevi ghigliottine; su altri fissavano saldamente dei ceppi per la decollazione con la mannaia, addossati a comodi inginocchiatoi (uno degli aiutanti faceva la prova di mettersi giù col collo sul ceppo, per verificare se era all’altezza giusta); altrove ancora allestivano delle specie di banchi da macellaio, con la scannellatura per far scorrere il sangue. Sull’impiantito dei palchi veniva stesa della tela cerata, ed erano già preparate le spugne per nettarla dagli spruzzi. Tutti lavoravano con brio; li si sentiva ridere, fischiare.
– Allora voi siete contenti? Li odiavate? Erano dei cattivi capi?
– No, chi l’ha detto? – si guardarono tra loro, sorpresi. – Buoni. Insomma, né meglio né peggio di tanti. Ehi, si sa come sono: capi, dirigenti, comandanti… Se uno arriva a quei posti…
– Però, – fece uno di loro, – a me questi piacevano.
– Anche a me. A me pure, – fecero eco gli altri. – Io non ci ho mai avuto niente contro.
– E non vi dispiace che li ammazzino? – dissi.
– Come si fa? Se uno accetta d’esser capo sa già come finisce. Mica pretenderà di morire nel suo letto!
Gli altri risero. – Sarebbe comodo! Uno dirige, dirige, poi, come se niente fosse, smette, e torna a casa.
Uno fece: – Allora, ve lo dico io, ci starebbero tutti a fare il capo! Anch’io, guardate, sarei pronto, eccomi qui!
– Anch’io, anch’io, – dissero molti, ridendo.
– Io proprio no, – fece uno con gli occhiali – così no: che senso avrebbe?
– E’ vero. Che gusto ci sarebbe ad esser capi in quel modo? – intervennero varie voci. – Una cosa è fare quel lavoro sapendo quel che ti aspetta, e un altro è… ma come si potrebbe farlo, altrimenti?
Quello con gli occhiali, che doveva essere il più colto, spiego: – L’autorità sugli altri è una cosa sola col diritto che gli altri hanno di farti salire sul palco e abbatterti, un giorno non lontano… Che autorità avrebbe, un capo, se non fosse circondato da quest’attesa? E se non glie la si leggesse negli occhi, a lui stesso, quest’attesa, per tutto il tempo che dura la sua carica, secondo per secondo? Le istituzioni civili riposano su questo doppio aspetto dell’autorità; non si è mai vista civiltà che adottasse altro sistema.
– Eppure, – obbiettai, – io vi potrei citare dei casi…
– Dico: vera civiltà – insistette quello con gli occhiali, – non parlo degli intervalli di barbarie che hanno durato più o meno a lungo nella storia dei popoli…
Il vecchio sentenzioso, quello che prima aveva parlato dei frutti sui rami, brontolava qualcosa tra sé. Esclamò: – Il capo comanda finché è attaccato al collo.
– Cosa volete dire? – gli chiesero gli altri. – Volete dire che se per ipotesi un capo passa il termine, facciamo il caso, e non gli si taglia la testa, resta lì a dirigere, per tutta la vita?
– Così andavano le cose, – assentì il vecchio, – ai tempi in cui non era chiaro che chi sceglie d’essere capo sceglie d’essere decapitato a breve termine. Chi aveva il potere se lo teneva stretto…
Qui, io avrei potuto interloquire, citare degli esempi, ma nessuno mi dava retta.
– E allora? Come facevano? – chiedevano gli altri.
– Dovevano decapitare i capi per forza, con le cattive, contro la loro volontà! E non a date stabilite, ma solo quando non ne potevano proprio più! Questo succedeva prima che le cose fossero regolate, prima che i capi accettassero…
– Oh, vorremmo ben vedere che non accettassero! – dissero gli altri. – Vorremmo anche vedere questa!
– Le cose non stanno così come dite, – intervenne quello con gli occhiali. – Non è vero che i capi siano costretti a subire le esecuzioni. Se diciamo questo perdiamo il senso vero dei nostri ordinamenti, il vero rapporto che lega i capi al resto della popolazione. Solo i capi possono essere decapitati, perciò non si può volere essere capi senza voler insieme il taglio della scure. Solo chi sente questa vocazione può diventare un capo, solo chi si sente già decapitato dal primo momento in cui siede a un posto di comando.
A poco a poco gli avventori del bar s’erano diradati, ognuno era tornato al proprio lavoro. M’accorsi che l’uomo con gli occhiali si rivolgeva solo a me.
– Questo è il potere, – continuò, – quest’attesa. Tutta l’autorità di cui uno gode non è che il preambolo della lama che fischia in aria, e s’abbatte con un taglio netto, tutti gli applausi non sono che l’inizio di quell’applauso finale che accoglie il rotolare della testa sull’incerata del palco.
Si tolse gli occhiali per pulirli nel fazzoletto. M’accorsi che aveva gli occhi pieni di lacrime. Pagò la birra e andò via.
L’uomo del bar si chinò al mio orecchio. – E’ uno di loro, – disse. – Vede? – Tirò fuori una pila di ritratti che aveva sotto il banco. – Domani devo staccare quelli e appendere questi altri. Il ritratto in cima era quello dell’uomo con gli occhiali, un brutto ingrandimento d’una fotografia formato tessera- – E’ stato eletto per succedere a quelli che lasciano il posto. Domani entrerà in carica. Tocca a lui, adesso. Secondo me fanno male a dirglielo il giorno prima. Ha sentito su che tono la mette? Domani assisterà alle esecuzioni come se già fossero la sua. Fanno tutti così, i primi giorni; s’impressionano, s’esaltano, gli pare chissacché. La «vocazione»: che parolone tirava fuori!
– E dopo?
– Si farà una ragione, come tutti. Hanno tante cose da fare, non ci pensano più, finché non viene il giorno della festa anche per loro. O almeno: chi può leggere nel cuore dei capi? Fanno mostra di non pensarci. Un’altra birra?
2
[…] Adesso, con la televisione, la presenza fisica degli uomini politici è qualcosa di vicino e familiare; le loro facce, ingrandite dal video, visitano quotidianamente le case dei privati cittadini; ognuno può, tranquillamente affondato nella sua poltrona, rilassato, scrutare il moro dei lineamenti, lo scatto infastidito delle palpebre alla luce dei riflettori, il nervoso umettare delle labbra tra parola e parola… Specialmente nelle convulsioni dell’agonia il viso, già ben noto per essere stato inquadrato tante volte in occasioni solenni e festose, in pose oratorie o di parata, esprime tutto sé stesso: è in quel momento, più che in ogni altro, che il semplice cittadino sente il governante come suo, come qualcosa che gli appartiene per sempre. […] In questo consiste appunto l’ascendente dell’uomo pubblico sulla folla: è l’uomo che avrà una morte pubblica, l’uomo alla cui morte siamo certi d’assistere, tutti insieme, e che per questo è circondato in vita dal nostro interesse ansioso, anticipatore. Come andassero le cose prima, al tempo in cui gli uomini pubblici morivano nascosti, non riusciamo più a immaginarlo; oggi ci fa ridere il sentire che definivamo democrazia certi loro ordinamenti d’allora; per noi la democrazia comincia solo dal giorno in cui si ha la sicurezza che al giorno stabilito le telecamere inquadreranno l’agonia della nostra classe dirigente al completo, e, in coda allo stesso programma (ma molti degli spettatori a quel momento spengono l’apparecchio) l’insediamento del nuovo personale, che resterà in carica (e in vita) per un periodo equivalente. […] Solo questa conquista, ormai definitiva, l’unificazione dei ruoli del carnefice e della vittima, ha permesso d’estinguere negli animi ogni resto d’odio e di pietà. […]
3
[spoiler: nei capitoli 3 e 4 Calvino cambia radicalmente discorso e racconta di un fantomatico movimento rivoluzionario russo che vuole rovesciare lo zar per imporre proprio la teoria della decapitazione dei capi. Visto però che la vittoria è molto di là da venire, tale teoria – per ovvi motivi – non è ancora applicata. Per ricordare la dottrina si decide però di tagliare periodicamente parti del corpo (dita, orecchia, etc…) ai dirigenti]
[…] Il sistema della potatura dei capi fece una buona riuscita. Con un danno per il fisico relativamente modesto s’ottenevano risultati morali di rilievo. L’ascendente dei capi cresceva con le mutilazioni periodiche. Quando una mano dalle dita mozze s’alzava sulle barricate, i dimostranti facevano blocco e gli ulani a cavallo non riusciva a disperdere la folla urlante che li sommergeva. […]
4
[…] La strada è lunga. L’ora della rivoluzione non è ancora suonata. I dirigenti del movimento continuano a sottomettersi al bisturi. Quando arriveranno al potere? Per tardi che sia, saranno i primi capi che non deluderanno le speranze riposte in loro. Già li vediamo sfilare per le vie imbandierate il giorno dell’insediamento: arrancando con la gamba di legno chi ancora avrà una gamba intera; o spingendo la carriola con un braccio chi ancora avrà un braccio per spingerla, i visi nascosti da maschere piumate per nascondere le scarnificazioni più ripugnanti alla vista, alcuni inalberando il proprio scalpo come un cimelio. In quel momento sarà chiaro che solo in quel minimo di carne che loro resta potrà incarnarsi il potere, se un potere ancora avrà da esistere.
Italo Calvino, La decapitazione dei capi, elezioni
Il colore della magia
Martedì Settembre 18th 2007, 16:06
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Libri
“Pittoresca. Era quella una parola nuova per Scuotivento il mago (studente fallito di magia, Università Invisibile). Era una delle tante scoperte da quando aveva lasciato le rovine carbonizzate di Ankh-Morpok. “Strano” era un’altra. “Pittoresco”, decise dopo un’attenta osservazione dello scenario che aveva ispirato Duefiori a usare quel termine, voleva dire un paesaggio orrendamente ripido. “Strano”, se usato per descrivere i villaggi di tanto in tanto attraversati, voleva dire malattie e rovina. Duefiori era un turista, il primo mai visto nel mondo-disco. “Turista”, aveva concluso Scuotivento, voleva dire “idiota”.”
estratto dalle prime righe del secondo capitolo del libro
Si incomincia, e siamo già ad un bivio. Leggete infatti l’estratto con il quale ho iniziato il post. Vi ha divertito? Bene, allora questo è un libro che fa decisamente per voi. Se invece non ci avete trovato nulla da ridere forse è meglio che vi teniate lontani dai libri di Terry Pratchett. Le pagine dello scrittore inglese sono infatti sempre molto permeate da questo sottile umorismo, che non sfocia mai in grasse risate, ma si mantiene su di uno straniante livello dove l’effetto comico proviene da una narrazione che propone che normali situazioni ed atteggiamenti che nella realtà lo sono. Humour inglese molto vicino a quello di Douglas Adams, verrebbe da dire, se non fosse che questo libro non mi ha convinto del tutto. Saranno state forse le ambientazioni vicine al fantasy (che comunque vengono costantemente messe in ridicolo) – un genere che proprio non mi appartiene – o il ricorso fin troppo velato alla precedentemente menzionata ironia, ma non sono riuscito ad apprezzare fino in fondo questo primo romanzo della “Saga del Mondo Disco” che tanta fortuna ha portato a Pratchett (sono pure stati tratti due videogiochi punta e clicca – “Discworld I e II”, bellissimi – perfettamente intrisi del suo umorismo). Intendiamoci, il libro regala più di un momento spassoso, ma a mio avviso il fatto di mantenere sempre il registro della narrazione sullo stesso livello alla lunga diventa controproducente (lo svolgimento delle situazioni – queste ultime assolutamente improbabili – si fa infatti sempre più prevedibile).
L’azione si svolge nel Mondo-Disco, assurdo pianeta piatto (a forma di disco, appunto) che, sorretto da quattro elefanti giganti a loro volta appoggiati sulla corazza di una tartaruga gigante, fluttua nell’universo. E già questo dovrebbe far capire quanto sia fantasiosa la mente dello scrittore inglese, che infatti partorisce un suo personalissimo universo parallelo dove ogni certezza, anche – e soprattutto – del mondo fantasy, viene sistematicamente fatta a pezzi per fare posto ad improbabile quanto continuo rovesciamento della realtà. Infatti sul Mondo-Disco le leggi della fisica sono spesso impregnate di magia, la geografia è molto particolare e nessuno si comporta come dovrebbe. Gli assassini hanno un loro sindacato, ed i ladri rubano su appuntamento. Gli eroi non sono poi così eroici e passano da una rissa all’altra nelle taverne e i maghi sono prevalentemente dei cialtroni. Il più pigro di questi, Scuotivento, è stato cacciato dall’Università Invisibile, e cerca di tirare avanti girando ancora con la tunica da mago (in realtà non sa fare nessun incantesimo, a parte uno potentissimo che però non riesce a ricordarsi…). Incontrerà Duefiori, ingenuo turista là dove non v’è motivo per il turismo, ed il suo bagaglio camminante e da lì incominceranno le loro incredibili avventure per il Mondo-Disco…
Come detto la lettura di questi libro non mi ha soddisfatto completamente, anche se non esiterei a consigliarlo a chi ha apprezzato i libri di Douglas Adams, soprattutto se abbastanza ben disposti nei confronti di storie a base di maghi, draghi e quant’altro (serviti con la giusta dose di umorismo, ovvio…).
Il colore della magia, Terry Pratchett, Scuotivento, Duefiori, umorismo inglese, saga del Mondo Disco, libri, narrativa
Le città invisibili
Martedì Giugno 12th 2007, 14:43
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Libri
C’è chi dice che per essere realmente perfetti, bisogna possedere almeno un difetto. Quindi, assumendo come veritiero questo particolare punto di vista, l’opera omnia di Italo Calvino, almeno a mio giudizio, non potrebbe che ben rappresentare il canone della perfezione. Dico questo perché ho finalmente (anche se ne avrei fatto volentieri a meno…) trovato un libro del talentuoso scrittore ligure che proprio non mi ha convinto, ovvero questo “Le città invisibili”. Ironia della sorte, tale lettura è stata anche l’ultima che mi mancava per poter fregiarmi di aver letto tutto Calvino (uhm, probabilmente proprio tutto tutto non l’ho letto, ma, almeno per qual che concerne i libri, poco ci manca…). Caduta rovinosa ad un passo dal traguardo, quindi? Non proprio, perchè comunque il libro può vantare la sempre geniale fantasia calviniana, che però questa volta sembra asservita all’economia di un progetto che io, francamente, proprio non ho colto. Che Calvino lavorasse per progetti era cosa a me nota da tempo, ma in che direzione volesse muoversi scrivendo questo libro proprio mi sfugge. Questa difficoltà potrebbe essere dovuta alla discontinuità con la quale mi sono approcciato al volume [il lavoro, per quanto più soft rispetto ad un’occupazione vera, mi sta abbastanza assorbendo, ed alla sera tendo a cazzeggiare invece che a leggere o scrivere… quando avrò un po’ di tempo libero (appunto…), scriverò due righe in proposito…], ma ciononostante ho trovato il libro sostanzialmente noioso, appesantito com’era di momenti speculativi dei quali non riuscivo a capire il senso ultimo. Certo, alcuni guizzi fantasiosi della penna di Calvino restano da antologia, ma mi hanno dato l’impressione di essere un po’ fini a sé stessi.
In sintesi, la trama (come se ce ne fosse una…). Marco Polo si trova presso la corte del Kublai Khan nell’estremo oriente ed è invitato da quest’ultimo a raccontargli le città del proprio impero che ha visitato durante i suoi lunghi e frequenti viaggi. Marco si prodiga quindi in descrizioni (circa una paginette per racconto) molto particolari che riferiscono di città dotate di caratteristiche più che singolari, invisibili appunto.
Bene. Come detto io, circa la valenza speculativa delle varie descrizioni, non c’ho capito una beneamata mazza. Trattavasi di argute metafore? Di puntigliose stilettate nei confronti della mancanza di un’idealità sottesa ai modelli di urbanizzazione che si stavano delineando in quei anni? In definitiva, ma che cazzo voleva dire Calvino con questo libro? Boh. Se qualcuno sapesse la risposta e fosse così gentile da volermi rispondere farebbe cosa assai gradita (sono così pigro che non ho nemmeno voglia di andare su wikipedia a documentarmi…).
Le città invisibili, Italo Calvino, Marco Polo, libri, narrativa
Guida galattica per autostoppisti
Giovedì Maggio 31st 2007, 10:48
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“- Sai – riprese Arthur – è in momenti come questi in cui mi trovo intrappolato in un compartimento stagno vogon in compagnia di uno di Betelgeuse in attesa con me di morire d’asfissia nello spazio profondo, che mi pento amaramente di non aver dato retta a mia madre, agli insegnamenti che mi dava quando ero giovane…
- Perché, cosa ti diceva tua madre?
- Non lo so, non la stavo ad ascoltare…”
Da un breve dialogo del libro
Ovvero, il libro mai più senza per la (qualsivoglia) forma di vita che si rispetti desiderosa di scoprire le meraviglie dell’universo. E proprio intorno a questa stupefante pubblicazione ruotano le divertenti vicende narrate nell’omonimo libro di Douglas Adams, nate inizialmente per una serie radiofonica della BBC ed in seguito trasposti su carta in quattro fortunati volumi, il primo dei quali è quello che ho avuto modo di leggere ultimamente. Il titolo in questione è circondato dall’aurea magica dei libri che resistono al tempo, ed infatti, a 27 anni dalla pubblicazione, la fantasiosa ironia di queste pagine non perde un colpo e colpisce con il suo incedere a metà strada tra il romanzo e la raccolta di sketch radiofonici. Il punto di forza del volume risiede, oltre che nella sua brillante ironia, nella geniale idea di Adams di fornire una versione grottesca della realtà (n quarta di copertina c’è scritto esplicitamente: “La Guida galattica è infallibile. E’ la realtà, spesso, ad essere inesatta.”), dove anche le più semplici certezze vengono sistematicamente ribaltate fornendo, generalmente in contemporanea, due chiavi di lettura comiche molto efficaci. Da un lato, infatti, c’è la trasposizione in ambito “galattico”, con effetto spassosissimo, dello stile di vita terrestre, dall’altro, invece si pone l’insistito ricorso alla demitizzazione degli stereotipi umani.
La trama non è molto lineare e numerose sono le digressioni dagli eventi principali. Comunque, tanto per fornire un’idea di massima si potrebbe dire che sono narrate le vicende di Arthur Dent (terrestre) e Ford Prefect (betelgeusiano). I due si conoscono sulla Terra, dove il secondo è bloccato (in incognito) da quindici anni per il suo lavoro di reporter per la prestigiosa “Guida galattica per autostoppisti”. Uno strano giovedì, però, a causa di impellenti lavori di miglioramento della viabilità spaziale che portano navicelle sul nostro pianeta, Ford Prefect riesce a fare autostop e si porta con sé l’amico Arthur. Hanno inizio le loro avventure per l’universo. Molte i personaggi che incontreranno sulla loro strada. Dal presidente della galassia, amico di Ford Prefect, alla sua ragazza (terrestre), fino a Marvin, robot depresso (idea più che geniale…).
Che dire? Se non l’avete già fatto, leggetelo di corsa, e cercate di non farvi troppo male quando rotolerete giù dal letto scoprendo la risposta alla Grande Domanda, le due forme di vita più intelligenti dell’uomo che vivono sulla Terra e quale sia il vero motivo della vita sul nostro pianeta… e mi raccomando, non dimenticatevi mai l’asciugamano…
Guida galattica per autostoppisti, Douglas Adams, Arthur Dent, Ford Prefect, Martin, libri, ironia
Ti con zero
Martedì Maggio 22nd 2007, 10:58
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“L’uomo di Calvino, per uscire dalle situazioni in cui si trova - per esempio quando un leone si lancia contro di lui per sbranarlo, oppure quando un killer lo insegue in un ingorgo stradale - per prima cosa si domanda cos’è lo spazio, si costruisce un modello d’universo da cui dedurre le soluzioni possibili”
dall’introduzione del libro
Dopo “Le cosmicomiche” ho deciso di rileggere, per una sorta di continuità, anche “Ti con zero”, che di quel libro è, a detta dello stesso autore, la naturale evoluzione. Rispetto però al precedente volume, Calvino decide di alzare la posta, conferendo ai racconti che compongono questa raccolta una dimensione maggiormente speculativa, fino ad arrivare al ribaltamento dei presupposti iniziali dell’avventura cosmicomica. Per fare ciò lo scrittore ligure ha diviso il libro in tre sezioni, in ognuna delle quali il punto di equilibro tra cosmico e comico viene costantemente ridefinito per poi essere successivamente messo in crisi.
La prima parte del libro, indicata emblematicamente come “Altri Qwfwq”, costituisce il vero trait d’union con la precedente pubblicazione, infatti i racconti che la compongono vedono nuovamente narrati in prima persona i ricordi di Qwfwq, proteiforme protagonista de “Le cosmicomiche”, ma, nonostante la sostanziale similitudine con i passati racconti, si fanno largo nuove priorità narrative. Se infatti in precedenza le vicende di Qwfwq potevano intendersi come la descrizione favolosa di un’improbabile quanto affascinate cosmogonia, in questi nuovi racconti il senso di continuità con il contemporaneo e la tendenza contemplativa, uniti ad un ancora più ferreo rigore scientifico (aspetti, è bene ricordarlo, comunque già presenti nel precedente volume), passano in primo piano, arricchendo la narrazione delle tinte proprie dell’apologo. Partendo infatti dalla geniale satira al vetriolo sull’urbanizzazione di plastica de “La molle luna”, passando per la sconsolata acquisizione della consapevolezza della propria condizione di estraneità (“L’origine degli uccelli”) e di imperfezione (“I cristalli”), fino alla perfetta rappresentazione, con continui e stordenti ribaltamenti tra “dentro” e “fuori”, della morte de “Il sangue, il mare”, Italo Calvino costruisce un impeccabile castello speculativo che porta inoltre all’auto-esautorazione del “vecchio standard” di narrazione cosmicomica da lui stesso inventato.
Ciò viene portato alle estreme conseguenze nella seconda parte del libro, intitolata “Priscilla”, nella quale viene sviluppato in maniera esplicita un argomento accuratamente evitato nella prima raccolta e trattato, ma in maniera non definitiva, nella prima parte del secondo, ovvero la morte. A questo scopo Calvino si cimenta nel progetto forse più ambizioso di tutto il libro, cioè la descrizione cosmicomica della riproduzione cellulare. Con una sempre maggiore attenzione alla correttezza della realtà scientifica (come introduzione della sezione lo stesso Calvino inserì alcuni stralci di libri scientifici), l’autore propone sempre un racconto di Qwfwq, questa volta “innamorato da morire” prima di sé stesso (“Mitosi”, geniale rappresentazione della discontinuità che si ha nello sdoppiamento cellulare) e poi di Priscilla (“Meiosi”), fino alla dissolvenza finale (“Morte”). A questo punto Qwfwq cessa di esistere e, proprio sulle ceneri del progetto cosmicomico appena portato a termine, Calvino prova riscrivere le regole del suo narrare, capovolgendo gli assunti precedentemente definiti.
Ecco quindi i quattro racconti della terza ed ultima parte del libro, chiamata “Ti con zero”, dove al posto della “de-mitizzazione” degli spazi siderali o delle ere geologiche si assiste alla rigida analisi razionale portata all’estremo di situazioni problematiche ed angoscianti. Appoggiandosi infatti alle tecniche di logica combinatoria, che peraltro dimostra di conoscere parecchio bene, oltre che ad un ottimo senso della suspance, Calvino ferma il proprio lettore nell’istante denso di impensabilmente logiche elucubrazioni nel quale il cacciatore ancora non sa se la freccia colpirà il leone (“Ti con zero”), immagina un semaforo hitckokiano (“L’inseguimento”), mostra il terribile senso di impotenza di fronte alle infinite possibilità che possono venir create da un fraintendimento (“Il guidatore notturno”) e rilegge in tono quasi matematic-filosific-escheriano la vicenda del “Il conte di Montecristo”.
Calvino si è dimostrato una volta di più (come se ce ne fosse stato bisogno…) di essere un genio incontrastato, in grado di saper coniugare in maniera stupefacente una smisurata ed intelligente fantasia con un talento narrativo di prim’ordine.
(Si è capito che è uno dei miei scrittori preferiti?)
Ti con zero, Italo Calvino, Le cosmicomiche, Qwfwq, logica combinatoria, libri
Tutto Marlowe investigatore (volume secondo: 1944 – 1959)
Giovedì Aprile 19th 2007, 14:42
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Vorrei solo farvi notare che, ormai, la mia più che consolidata perizia in materia mi consente di far emergere tutta la mia imbarazzante pochezza già solo a partire dal titolo del post. Perché dico questo? In buona sostanza per due motivi. Il primo dei quali è che, da bravo incoerente-pro, sto perseverando nel leggere libri di un genere (quello che in modo molto semplicistico si potrebbe definire giallo-poliziesco) che ho pur più volte stigmatizzato come “d’intrattenimento”, e quindi, implicitamente, assolutamente non imprescindibile. Il secondo invece, come i più attenti di voi avranno sicuramente notato, è che, con la ferrea logicità che sempre mi accompagna, ho incominciato il mio viaggio nell’universo marlowiano partendo dal secondo volume della raccolta di libri che lo vedono come protagonista. Modestamente, la classe non è acqua.
Diciamo che ho voluto andare proprio all’abc del genere, andando a chiamare in causa uno dei più famosi personaggi dell’hard-boiled, l’investigatore privato Philip Marlowe. In questa raccolta sono contenuti gli ultimi tre (su sette) romanzi che Raymond Chandler scrisse sul detective di Los Angeles (“Troppo tardi”, “Il lungo addio” e “Ancora una notte”), insieme ad un breve racconto pubblicato postumo (“La matita”) ed ai primi quattro capitoli di un romanzo (“Poodle Spring story”) in lavorazione poco prima della morte dello scrittore. Sfortunatamente, come riportato nelle pur brevi note introduttive, in quest’ultima parte della produzione chandleriana si registra un sostanziale calo di ispirazione oltre al cambiamento del comportamento di Marlowe (che, non avendo letto i primi libri, non ho potuto ovviamente notare): i risultati sono comunque buoni, e decisamente notevoli ne “Il lungo addio”, indiscutibilmente il miglior romanzo presente nella raccolta. Le vicende narrate ruotano ovviamente intorno alla figura di Marlowe, sarcastico e tenebroso investigatore privato che non ci pensa mai su due volte ad infarcire il discorso con qualche sua considerazione al vetriolo circa la situazione nella quale si è cacciato. Questo è anche il limite maggiore del personaggio, probabilmente anche dovuto al fatto di essere stato immaginato negli anni quaranta, ovvero il fatto di apparire a volte un po’ troppo spaccone e quindi poco “reale”. Infatti, anche se in questo caso non si può parlare di eroe, almeno non in senso stretto, Philip Marlowe non si smarca mai dal fatto di essere un personaggio di finzione, e quindi dagli inevitabili luoghi comuni legati al clichè. Una delle cose che mi ha più divertito, comunque, è stata la marcata somiglianza, almeno per certi aspetti, di Marlowe con uno dei più famosi personaggi dei fumetti, ovvero Dylan Dog (ovviamente è stato Sclavi a saccheggiare Chandler…), anche se quest’ultimo, che io preferisco, non è, e nemmeno si atteggia, a duro e di conseguenza si ascrive molto più facilmente alla schiera degli anti-eroi.
Non vi tedierò con il riassunto di ben quattro trame, ma mi limiterò a consigliarvi vivamente la lettura de “Il lungo addio”, sempre siate interessati a letture di questi tipo, perché è particolarmente bello e coinvolgente. Riguardo invece alla “polemica” circa “l’inferiorità” di questo genere rispetto ad altri, nonostante le dure parole che Chandler avrebbe nei miei confronti (una volta scrisse: “… Dico […] che tutto quel che si legge per piacere è un’evasione, si tratti di greco, di matematica o d’astronomia, di Benedetto Croce o delle memorie di un uomo qualunque. Affermare il contrario significa essere uno snob intellettuale ed un principiante nell’arte di vivere”.), resto fermamente della mia opinione. Almeno per quelli che sono i miei gusti, un libro giallo, per quanto ben scritto ed appassionante possa essere, resta essenzialmente un divertente passatempo che, una volta terminato, ha completamnte esaurito le sue potenzialità attrattive. I libri, quelli veri intendo, si riconoscono invece proprio quando vengono chiusi.
(ok, la sviolinata finale avrei potuto anche evitarmela…).
Raymond Chandler, Philip Marlowe, investigatore privato, hard-boiled, giallo, poliziesco, Troppo tardi, Il lungo addio, Ancora una notte, La matita, Poodle Spring story, libri, narrativa
Un giorno dopo l’altro
Lunedì Marzo 05th 2007, 22:00
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Ebbene si, l’ovattato periodo di sostanziale nulla facenza pre/post laurea mi vede impegnato in letture che non possono proprio essere catalogate come ostici dedali di criptici concetti espressi in oscure pagine appesantite da ermetiche metafore (chiaro, no?). Intendiamoci, mica della vaccate ma, per uscire dall’eufemismo, semplicemente letture di puro svago, magari di pur ottima fattura, ma che difficilmente possono anelare al rango di libro “imprescindibile” o addirittura “che ti cambia la vita” (almeno per i miei gusti). Eccomi quindi a parlare di questo mio secondo approccio alla produzione di Carlo Lucarelli con “Un giorno dopo l’altro”, terzo libro incentrato sulla figura dell’ispettore Grazia Negro, che segue di qualche anno la pubblicazione di “Almost blue”, precedente capitolo della saga. Stilisticamente il libro è praticamente una fotocopia (nel senso buono!) del precedente, un po’ perché, trattandosi di un sequel, è anche logico aspettarsi le medesime suggestioni (come è anche giusto!), un po’ perché immagino la penna di Lucarelli sia diventata, almeno in parte, un (ottimo) “marchio di fabbrica”.
La storia si svolge sempre a Bologna e nell’Emila. Questa volta il problema è un inafferrabile ed astuto killer che si “firma” Pit Bull e che, soprattutto, riesce a passare inosservato anche nelle situazioni più critiche. E’ già risucito a sterminare dei mafiosi che Grazia ed i suoi stavano cercando di incastare con le intercettazioni ambientali, e sembra riuscirsi a beffare le forse dell’ordine con una facilità quasi irritante. Anche Alex ha un problema che si chiama Pit Bull, ma nel suo caso si tratta semplicemente di un innocuo e coccoloso cane che avrebbe voluto regalare alla sua amata Kristine: peccato che quest’ultima abbia deciso di ritornare a Copenaghen lasciandolo nell’impasse più totale a crogiolarsi con la musica di Tenco… E poi c’è Vittorio, enigmatico personaggio ossessionato dal silenzio con una madre apprensiva e con un padre colpito dall’alzheimer. Inutile dire cha la vicenda ruoterà proprio intorno a questi tre personaggi, così diversi ma ugualmente assalti dai dubbi di un’esitenza della quale hanno perso le fila.
Anche in questo libro vi è l’uso alternato della prima e della terza persona singolare. Alex racconta infatti la sua vita in prima persona, mentre le parti relative a Grazia ed a Vittorio sono esposte da un narratore. Interessante caratteristica di Lucarelli, qui nuovamente proposta, è quella di dare ampio spazio ai cruci interni dei personaggi, rappresentando un complesso doppio intreccio della narrazione. Insieme all’intersecarsi delle vicende dei tre protagonisti, che va a definire la “classica” parte “gialla” del mistero, c’è infatti lo scorrere di pari passo delle vicende personali dei personaggi principali che, permettendo tra l’altro un più approfondito legame tra il lettore ed i personaggi, rende ancora più appassionante la ricerca della soluzione degli enigmi.
Vale il discorso fatto per “Almost blue” (meglio riuscito, comunque). Si tratta di un bel libro semplice ed avvincente. Sapere poi se si tratti del vostro genere tocca a voi scoprirlo…
Un giorno dopo l’altro, Carlo Lucarelli, Grazia Negro, Pit Bull, libri, narrativa, noir
Si è suicidato il Che
Giovedì Marzo 01st 2007, 22:00
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No, tranquilli, il libro in questione non è una monolitica pubblicazione su improbabili quanto remunerative (immagino venderebbe più copie dei vari Harry Potter e Codice da’ Vinci messi assieme. Il che è veramente deprimente.) nuove rivelazioni sulla fine del medico argentino più famoso del mondo. Ho sempre provato grande simpatia ed ammirazione per il personaggio in questione e proprio per questo mi tengo ben alla larga da tutto quel che concerne l’alone di santificazione che lo circonda. Quindi Che Guevara e la politica in generale qua non c’entrano (praticamente…) un cazzo. Il titolo in questione si riferisce infatti all’ultimo romanzo di Petros Markaris, un arzillo settantenne greco che dopo anni come sceneggiatore teatrale e televisivo si è cimentato, nel 2000, nella stesura di un romanzo con protagonista l’ironico e caparbio personaggio del commissario Kostas Charitos. Le cose gli devono essere girate parecchio bene perché nel 2004 ha sfornato questo libro, il terzo incentrato su Charitos che nel frattempo, almeno stando a quanto riportato nelle ovviamente trionfalistiche note in quarta di copertina, “è stato definito dalla critica internazionale il “fratello greco” di Maigret” (tanto per scomodare uno qualsiasi, eh…). Ovviamente i primi due capitoli della serie non li ho letti, quindi paragoni con le “puntate precedenti” non ne posso fare, immagino però che, con il crescere della popolarità del personaggio, Markaris si sia maggiormente appoggiato su di una narrazione che ampliasse la conoscenza da parte dei lettori dei vari aspetti legati alla vita del commissario Charitos.
Conferma di ciò viene dalle prime pagine del libro, dove incontriamo Charitos a casa in convalescenza forzata dopo un brutto scontro a fuoco nel quale fu coinvolto alla fine del precedente episodio della saga. L’indomabile commissario, ovviamente temporaneamente sostituito sul lavoro dal più che classico antipatico incapace, è ormai alla mercè della premurosa moglie, che in nome del riposo post operatorio ha praticamente preso il controllo della sua vita, addomesticandolo. Mentre passa le giornate al parco contendendosi una panchina con un gatto, accade un avvenimento del tutto inaspettato che lo riporterà in carreggiata. Infatti Iason Favieros, ex rivoluzionario incarcerato durante il regime dei colonnelli ed ora a capo di un colosso imprenditoriale, pensa bene di suicidarsi in diretta televisiva durante un’intervista. Può partire quindi una nuova indagine, questa volta segreta (il caso è di per sé etichettato, ovviamente, come suicidio) e per mantenere il proprio posto, per il commissario Charitos, che dovrà inseguire il bandolo di una matassa fatta di oscuri intrecci politici, labirintiche scatole cinesi di reti finanziarie e soprattutto un passato che ritorna prepotente.
Gli elementi del genere poliziesco/giallo ci sono tutti, proposti in maniera canonica ma efficace. C’è il personaggio principale, Charitos, geniale ed istrionico vecchio commissario che fa subito breccia nel lettore anche grazie alla sua pungente ironia. Ci sono i comprimari, tutti funzionali al personaggio principale e che si dividono equamente le parti di spalle, antagonisti ed outsiders, oltre naturalmente alla cerchia dei familiari che concorrono a definire l’inevitabile “parentesi domestica” che intervalla le indagini. C’è una trama interessante ed originale portata avanti in maniera coerente (a parte il rapido epilogo, non esente da sbavature) che ha il pregio di ricordare il recente buio passato greco della dittatura dei colonnelli.
Niente più di un buon libro di intrattenimento, quindi. Ma nemmeno niente di meno.
Si è suicidato il Che, Petros Markaris, commissario Kostas Charitos, dittatura dei colonnelli, libri, gialli, poliziesco
Le cosmicomiche
Sabato Febbraio 24th 2007, 22:26
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Italo Calvino è stato uno dei maggiori scrittori italiani del novecento, tradotto, studiato ed amato in tutto il mondo. E’ anche uno dei miei autori preferiti, forse addirittura il primo nell’ipotetica classifica. Avevo già letto una volta “Le cosmicomiche”, un bel po’ di anni fa, e mi era (ovviamente) piaciuto molto. L’ho riletto ultimamente e l’ho trovato assolutamente geniale, qualcosa di veramente incredibile. Un Calvino in stato di grazia partorisce dalla sua incommensurabile fantasia l’idea di fondo (originale, intelligente e parecchio acuta) dei racconti che costituiscono il libro, e la concretizza tramite la leggerezza del suo stile favoloso che non inficia, ma anzi esalta per contrasto, la sostanziale scientificità delle trattazioni oggetto dei racconti (il ferreo “rigore scientifico” si avrà nel successivo, ed ugualmente superlativo, “Ti con zero”).
Ma qual è l’idea di fondo delle “cosmicomiche”? Beh, sostanzialmente quella di prodursi in una sorta di cosmogonia “comica”, dove quest’ultimo termine non deve far pensare a parodie o a facili battute, in quanto si riferisce invece alla bizzarra quanto assolutamente straordinaria scelta di personificare ciò che persona non è (“classico” espediente delle favole, dove gli animali, le pietre o anche un granello di sabbia possono parlare e comportasi come umani). I racconti sono raccontati in prima persona sempre dal medesimo narratore, Qwfwq. Chi (cosa) è costui? Difficile dirlo. Una volta è un dinosauro, poi uno dei rettili che sono usciti dalle acque. Era presente quando la luna era vicinissima alla terra e con l’alta marea si poteva spostarsi su di essa. Da “piccolo” (sempre che questo termine abbia un senso), faceva gare di biglie, utilizzando i primi atomi di idrogeno, con un suo amico. E’ stato pure il primo a fare un segno nell’universo, anche se dopo miliardi di anni di orbita per tornare in quel punto non è riuscito più a distinguerlo. C’era pure, con famiglia e zii, quando le nebulose hanno incominciato a solidificarsi. Pensate che si stava tampinando una quando l’atmosfera si è formata “creando” i colori… Qwfwq, ed insieme a lui tutti gli altri personaggi, ci sono sempre stati, e ci sono ancora adesso. Particolarità interessante dei racconti sono infatti gli sbalzi temporali, bruschi ed improvvisi, che fanno passare l’azione da miliardi da anni fa ai giorni nostri nello spazio di una riga, enfatizzando il concetto di continuità sotteso a tutto il libro.
Calvino una volta disse che la fantasia è come la marmellata: per essere efficace deve essere spalmata su di una solida fetta di pane. Questo libro è la dimostrazione che lo scrittore ligure era un genio assolutamente padrone di tutte e due i requisiti. Chi altri riuscirebbe a rendere plausibile che il Big Bang sia avvenuto per lo slancio altruistico di voler aver più spazio per fare le tagliatelle per tutti quelli che si trovavano raggruppati in quel punto?
Geniale, illuminante e pure profondo. Assolutamente da leggere!
Le cosmicomiche, Italo Calvino, Qwfwq, libri, narrativa