Processo Diaz
“Con quali blindate paure
confonde l’amaro tra i denti
l’insipido blu polizia
di un giorno di pioggia
al gusto di pioggia
in anni di pioggia?
In quali silenzi riecheggia
la rabbia delle tue certezze?
Perché non ci provi ad arrenderti
a un giorno di pioggia
al gusto di pioggia
in anni di pioggia?”
Preso blu – Subsonica
Piove mentre mi dirigo verso il tribunale. Saranno circa venti giorni che – più o meno costantemente – piove, a Genova. Questa sera c’è una pioggerellina fine ed impalpabile, di quella che anche se non hai l’ombrello non la senti nemmeno, quando camini, e poi ti ritrovi a casa irrimediabilmente bagnato fradicio, ma senza sapere bene perché. A me non piace, questa pioggia. Preferisco un bell’acquazzone, che quando c’è, cazzo, si vede. Mentre sto per entrare nel tribunale, vorrei che venisse giù una bella ramata d’acqua, decisa ed irruente. Vorrei che potesse definitivamente lavare via il sangue dei ragazzi pestati alla Diaz, spazzare via il marcio dalle loro ferite. Vorrei che pudicamente coprisse le loro lacrime – questa volta di gioia – trattenute da troppo tempo quando verrà finalmente resa loro giustizia ed usciranno in strada, abbracciandosi. Penso questo e mi dico che questa è la volta buona. Sì, questa volta le truffe delle forze dell’ordine sono troppo palesi, l’irruzione è ormai universalmente riconosciuta come una mattanza indiscriminata. Ma fuori c’è ancora quella fottuta pioggerellina, ed ormai da qualche giorno non riesco a levarmi dalla testa quella canzone dei Subsonica.
Io non sono mai stato in un’aula di tribunale. A dir la verità, questa sera sono qui “quasi” per caso: non sono mai andato ad assistere ai dibattimenti dei processi del G8, oggi ho ticchettato nervosamente il tasto F5 del computer – rigorosamente collegato sulle homepage di Repubblica ed Ansa – per tutto il pomeriggio e, quando ho sentito che la sentenza sarebbe uscita dopo le 19, ho pensato di fare un salto per vedere. Sono stato molto poco, il tempo di venire a conoscenza dell’ulteriore slittamento dell’orario (20) e di scambiare quattro chiacchiere con un mio amico giornalista. Poi sono tornato a casa, sperando di ottenere qualche notizia dai telegiornali nazionali o locali.
La notizia l’ho ricevuta dalla radio poco dopo le 21 (nel frattempo, infatti, un’altra ora di slittamento era stata annunciata). Poche lapidarie parole: 13 condanne (10 dell’irruzione, i due della molotov ed un altro) e 16 assoluzioni (i vertici della polizia indagati, gli autori dei falsi verbali, i testimoni della falsa accoltellata ed un altro). Una trentina d’anni complessiva a fronte dei poco più di cento chiesti dall’accusa. Niente acquazzone liberatorio, per i ragazzi brutalmente pestati alla Diaz dalle forze dell’ordine: solo l’umido amaro delle loro lacrime per una sentenza che li umilia per la seconda volta. Perché – in pratica – è stato detto loro che l’irruzione alla Diaz fu soltanto una sorta di pioggerellina: si sono ritrovati tumefatti e sanguinanti, ma senza sapere bene perché. O meglio, a livello meramente meccanicistico, è abbastanza semplice saperlo: prolungati scontri con manganelli, termosifoni e stivaletti anfibi [ed infatti, alcuni (ma proprio alcuni…) degli autori materiali del blitz sono stati condannati]. Ma chi ha dato il via a quella mattanza? Chi ha avvallato l’operazione? I capi dei reparti non sono responsabili dell’operato dei propri sottoposti?
Ero molto fiducioso circa l’esito di questo processo, e quindi la delusione è stata particolarmente cocente. Come ho più volte scritto, considero gli eventi della Diaz un po’ la chiave di volta per comprendere i fatti del G8 genovese. Probabilmente peccavo di ingenuità: speravo che un procedimento giudiziario potesse riuscire a ricostruire quello che – forse – solo una seria commissione di inchiesta parlamentare avrebbe potuto accertare.
Ormai è notte fonda, il mio umore è precipitato e dovrei andare a dormire, ma il melanconico incedere della canzone dei Subsonica – questa sera, quasi una colonna sonora – continua a rimbombarmi sinuoso nelle cuffie, impedendomi di prendere sonno. Non riesco a non pensare che – alla fine – l’insipido blu polizia sia riuscito a farla franca, prendendosi nuovamente gioco del nemmeno tanto metaforico amaro tra i denti dei ragazzi della Diaz. La rabbia delle mie certezze – mentre cerco di esprimerla a parole – riecheggia nel silenzio buio di casa mia, tra il ritmico ticchettio di una sveglia e quello più incerto ed indeciso delle dita sulla tastiera. E’ stato un brutto giorno oggi, un brutto giorno di pioggia. Ed è ancora più brutto dovercisi arrendere.
processo Diaz, sentenza, vergogna, democrazia interrotta, G8, Genova, delusione, umore nero
Yes, he did
Barak Obama è stato trionfalmente eletto presidente degli Stati Uniti. Confermando quanto scritto nel post precedente (e nel successivo commento), non nascondo un forte ottimismo per il futuro: sono più che conscio che non sarà sicuramente una semplice persona a rivoluzionare il mondo intero ma, dopo otto anni di disastrosa amministrazione Bush, trovo l’idea che un “giovane” (47 anni…) liberal sieda su di una delle poltrone più influenti (se non addirittura la più influente) della governance mondiale estremamente positiva.
Credo che ci siano almeno due buoni motivi per cui rallegrarsi – e non poco – della vittoria di Obama. Nello specifico:
1. E’ definitivamente finita l’era Bush (che, a ben vedere, non sarebbe mai dovuto iniziare…). Solo questo dovrebbe far tirare un sospiro di sollievo a tutto il mondo. Basta neo-conservatori/reaganiani a dettare l’agenda della casa bianca. Basta guerre preventive, false prove sull’Iraq, vergognose strumentalizzazioni sull’undici settembre.
2. In politica estera dovrebbe prevalere un approccio multilaterale comunque ben diverso da quello di Clinton (che, ricordiamolo, fu comunque fautore di un interventismo “umanitario” di matrice “Gli USA devono essere leader”: l’esempio del Kosovo è abbastanza eloquente).
(sul fatto che Obama sia il primo presidente statunitense di colore, glisso. Capisco che oltre oceano possa essere ritenuto un fatto eclatante – e che per tanti neri possa significare una sorta di rivincita – ma personalmente ritengo che ciò che importi sia il tipo di politica di proposta)
Speriamo che l’onda lunga del cambiamento tanto citato dal “giovane” Obama arrivi anche un po’ da noi, dal momento che, sentendo alcune uscite dei nostri “vecchi”, un po’ cambiamento proprio non guasterebbe…
Barak Obama, USA, presidente
The times they are a-changing’
A me non piacciono i leader. Di più: mi spaventa proprio il concetto di leader, questo fantomatico personaggio che con il proprio carisma riesce a catalizzare l’attenzione di folle. Non so, proprio non mi suona bene. Certo, sono ben conscio della necessità – nella pratica – di forme di rappresentanza, e non fatico a trovare nomi di leader dall’indiscutibile valore (Martin Luther King, tanto per citare uno dei più noti). Però mi fermo sempre a pensare a tutta quelle persone che stanno “dietro” al leader. Aprendo un libro di storia, infatti, ci si trova davanti un imponente sequenza di nomoni – tutti in qualche modo leader – e si sarebbe tentati di pensare che la Storia sia stata solo una partita a scacchi, o forse sarebbe meglio dire a risiko, tra pochi eletti. E tutti gli altri? Solo comparse? Elettori, pedine o carne da cannone a seconda dei casi? Ripensandoci, credo di aver già espresso questo concetto qualche anno fa, precisamente qui, quindi non mi dilungherò ulteriormente. Resta la mia avversione al concetto di leader. Ma forse oggi farò un piccolo strappo alla regola.
Come ben saprete, oggi si vota negli Stati Uniti. Il sistema politico americano non mi piace per nulla. Pensate che quest’anno si stima andranno alle urna 135 milioni di persone (su 300 milioni di abitanti…) e poi hanno ancora il coraggio di definirla “una grande democrazia”… Ma soprattutto non
apprezzo che la scelta elettorale si concentri – praticamente – non solo su soli due partiti, ma addirittura su solo due persone (le presidenziali). E’ vero che “dietro” ai candidati ci sono i partiti, ma è almeno un anno che si sente la solita solfa “McCain reduce di guerra ma vecchio”, “Obama nero e giovane” (o banalità del genere). Non mi piace che per la campagna presidenziale i candidati abbiano speso una quantità enorme di soldi per “mostrarsi” agli indecisi. Non mi piace nemmeno che Obama sia leader: posso capirne le motivazioni, ma lo trovo troppo “messianico”. Ma ovviamente spero che vinca lui, ci mancherebbe ancora. Anzi, sarei contentissimo se vincesse: Obama rappresenta sicuramente un’incredibile novità nella politica statunitense. I suoi discorsi infondono una credibile fiducia e speranza e ritengo che questo non sia assolutamente poco. La sua presidenza sarebbe sicuramente in controtendenza rispetto anche alle passate amministrazioni democratiche: basterebbe questo per auspicarne la vittoria. Poi però ripenso a quella battuta di Luttazzi nella quale immaginava che i vertici militari facciano vedere, al neo presidente, un filmato dell’assassinio Kennedy “da un’angolazione mai vista” ed un po’ di dubbi su quanto riuscirebbe realmente a fare l’amministrazione Obama mi sorgono…
Che altro aggiungere? Speriamo di sentire delle buone notizie, domani mattina…
Barak Obama, elezioni Stati Uniti, leader
… eccome se si muove!
“Mi fischiano un po’ le orecchie…”
slogan più ripetuto della giornata (da parte della Gelmini)
La manifestazione di ieri è andata molto bene. A Genova c’erano veramente tante persone, il corteo è stato tranquillamente rumoroso e colorato ed alla fine si è pure bloccato per un po’ la stazione Principe. Speriamo che queste mobilitazioni che possano contribuire a far smuovere un po’ le acque…
Un po’ di veloci flash sulla giornata:
- Al corteo ha partecipato anche lo sparuto ma agguerrito gruppo del “blocco dottorandi di ingegneria della cucina (a.k.a. Engineering Cambusa)”, formato da teste coronate del calibro dei il Gatto, Due Scarpe, Samantha lo smilzo, il Panda Beneventino e Me Medesimo (è il mio soprannome). Coerentemente con il suo status, il corteo dell’intransigente gruppo si è sciolto per l’ora di pranzo.
- Massima stima all’indomito eroe autore dello “striscione” (un A4 scritto storto tenuto su con un piccolo ombrello…) più commovente di tutta la manifestazione: “Ingegneria c’è”
- Più il tempo passa, più credo che sia non ulteriormente procrastinabile l’introduzione – nel meccanismo di funzionamento di megafoni, microfoni e quant’altro renda possibile ad una persona di parlare ad una folla – di uno doppio pulsante di accensione a mo’ di “sicura”. Il primo pulsante accende il megafono, il secondo fa comparire una schermata del tipo: “Assicurarsi di aver acceso il cervello, prima di parlare”
- In una notizia in qualche modo collegata, sto raccogliendo firme per reintrodurre la pena di morte per chiunque – appunto proprio da un megafono – urli: “Siamo tantissimi!”
manifestazione, Gelmini, dottorandi
Eppur si muove…
E così, oggi tutti in manifestazione. A me è sempre piaciuto molto andare in manifestazione. Ho sempre ritenuto che fosse un gesto molto importante – anche solo a livello personale – quello di scendere in piazza per esprimere la propria opinione. Oggi in particolare va in scena lo sciopero generale della scuola, ma la mobilitazione ha richiamato un po’ tutto il comparto della formazione fino ad arrivare all’università ed alla ricerca, anch’essa colpita dai tagli della coppia Tremonti-Gelmini. Sugli effetti della legge 133/08 sull’università si è molto parlato con guerre di cifre, previsioni di andamenti, raffronti con paesi esteri e cose del genere. Io – pur lavorando nell’università – fino a poco tempo fa non avevo ben chiara la portata di questo provvedimento. Per fortuna me ne sono reso conto precisamente martedì scorso (il 28), alle 17 circa.
Ciò che mi ha convinto dell’indicibile gravità dei provvedimenti intrapresi dal governo è stato quello che comunemente si chiamerebbe un miracolo. Infatti martedì 28 ottobre, alle 17 circa, sono stato partecipe di un avvenimento assolutamente fuori dal normale: una affollatissima assemblea sugli effetti della legge 133/08 sull’università presso la mia facoltà, quella di ingegneria. Forse non capite l’enorme peculiarità di questo fatto. Un’assemblea sugli effetti della legge 133/08. Ad ingegneria (facoltà storicamente di destra). E pure numerosa! In nove anni di mia permanenza lì non avevo mai visto nulla di simile! Ragazzi, non so cosa dica di preciso questa legge*, ma deve essere sicuramente qualcosa di grave!
Martedì mattina ho visto questi timidi volantini che invitavano a partecipare a questa assemblea (ore 16:30). Come detto, mi sono presentato per le 17, praticamente sicuro di trovarmi con “i soliti quattro sfigati” (o, peggio ancora, tra Socialismo Rivoluzionario e Lotta Comunista…) ed invece eccomi folgorato sulla via della B2… Aula piena come l’avevo vista solamente per le proclamazioni delle lauree (che in realtà si facevano in B1, che però è identica). Sono rimasto così sinceramente basito da questo avvenimento da riuscire a tollerare più del solito l’imbarazzante inconcludenza del “dibattito” seguito alla presentazione effettuata – se non mi sbaglio, da alcuni studenti di giurisprudenza – dei punti critici della legge 133/08 [alcuni chicche da citare: un professore che, al grido di “vi ruberò solo un minuto”, è partito con una filippica (che pure condivido) infinita intervallata da “ancora solo due punti ed ho finto”; un rappresentante di facoltà che si esprimeva con un “cioè” (anzi, “ciuè”) ogni 1,76 secondi (non sto scherzando! Ho tenuto il conto!); un tizio dei cobas – quindi, teoricamente il più “politico” – che ha inspiegabilmente fatto il discorso più sensato (ok, sono prevenuto. Però almeno lo ammetto…)].
Detto questo, ribadisco il mio – più che fondato, come visto – ottimismo circa i risultati i risultati che si otterranno con le manifestazioni di oggi e dei prossimi giorni. Dopo essere riusciti a fare lievemente mobilitare pure ingegneria, cosa volete che sia fare ritirare alcuni articoli di qualche legge ad un governo-caterpillar?
*ovviamente non è vero, ma questo vuole essere un post scherzoso.
133/08, Gelmini, mobilitazione, sciopero, università, ricerca, ingegneria, miracoli
G8
Il 20 di luglio scorso ero in piazza. C’ero anche nel 2001 e da sette anni non vedo come non andarci. Ogni anno che passa sopporto sempre di meno i discorsi saturi di retorica degli organizzatori e di molti dei presenti, però proprio non me la sento di starmene a casa. Perché credo che quello che è successo al G8 di Genova debba essere sempre tenuto bene nella memoria. Io sono uno di quei fortunati ai quali non è stato torto un capello, ma non per questo posso dimenticare di come tante altre persone siano state picchiate ed umiliate fino a dei livelli impensabili (come se esistessero dei livelli “pensabili”…) per una sedicente democrazia occidentale. Il problema è che, allontanandosi nel tempo, i fatti del G8 genovese hanno perso attrattiva mediatica, almeno per una buona maggioranza delle persone. Quante persone stanno realmente seguendo i processi, l’andamento dei dibattimenti? Io stesso che ne sto scrivendo in questo momento non credo di avere chiarissima la situazione. Credo che forse sia addirittura fisiologico: un’indignazione segue l’altra, offuscando però un po’ la precedente. E sappiamo bene quante cose siano successe – in questi anni – ben degne di muovere la nostra indignazione.
Quello che provo in questo periodo è uno sconforto molto radicato. Perché – confrontando i verdetti per i torturatori di Bolzaneto ed i 25 manifestanti fermati – mi viene da pensare (scusate la retorica neo luddista) che la vita di una persona, la sua dignità di essere umano conti meno di una cazzo di vetrina di merda. “Welcome to the cruel world”, mi potrebbe dire Ben Harper. Come se avessi bisogno delle sue note blues per ricordarmelo. Però, non so voi, per quanto sia necessario fare il callo alle storture del mondo se non si vuole impazzire, ma a me questa cosa fa scappare di testa (mi piace contraddirmi nel giro di nove parole). Se infatti domani mattina una persona desse fuoco ad una banca perché nauseata da tutto questo, io lo capirei. Non lo farei mai, ma lo capirei. Ho solidissime motivazioni che mi impediscono di approvare un comportamento simile, sia di natura personale (penso – giusto o sbagliato che sia – che non sia “giusto” arrecare intenzionalmente danni a chicchessia) che meramente tattiche (“spaccare tutto” non è una mossa lungimirante). Ma non vi è mai capitato di voler urlare, urlare così forte da perdere il fiato, concentrare tutta la rabbia nei polmoni per poi scaricarla nell’aria? Senza stare a pensare a categorie astratte come “giusto” e “sbagliato”. E farlo con violenza, tanta violenza. Un gesto inutile, certo, nulla di più di una valvola di sfogo. Ma senza valvole di sfogo, i recipienti chiusi prima o poi esplodono.
Io non voglio vedere nessuno “marcire in carcere” (per usare una colorita espressione da film di infima serie). L’idea stessa di carcere non mi ha mai convinto più di tanto. Io vorrei soltanto che le cose successe a Bolzaneto (così come alla Diaz o durante i cortei) venissero ricordate in maniera ufficiale per quel che sono state: delle mattanze più o meno autorizzate (le linee di comando…), dove le forze dell’ordine (non tutti, certo, ma nemmeno poche “mele marce” come è stato detto da più parti) si sono comportate in maniera ignobile, manganellando a sangue gente inerme, umiliando brutalmente i fermati e – per quel che mi riguarda, vera chiave di volta dei fatti del G8 che smaschera l’intrinseca premeditazione dell’operato delle forze dell’ordine – massacrando le persone alloggiate alla Diaz, producendo inoltre prove false. Perché chi non ha memoria non futuro.
G8, Genova, 20 luglio, Bolzaneto, scuola Diaz, processi
Keynes reloaded
Una delle scorse sere guardavo un servizio del telegiornale (la più che tipica mitragliata di luoghi comuni per la quale il tg 2 ha fatto scuola) ed ad un certo punto mi è partito un parallelismo a brucia fuoco. Ovvero, la necessità di un nuovo New Deal, questa volta incentrato sulle tematiche energetiche.
Piccola spiegazione introduttiva. Per New Deal (letteralmente, “nuovo patto”) si intende l’insieme di tutte quelle politiche economiche varate dal presidente del Stati Uniti Roosevelt a partire dal 1932 per far risalire il paese dopo la famosa crisi finanziaria del 1929. Sintetizzando al massimo, si basano su di un fortissimo “interventismo” dello stato nell’economia. Detta molto male ed in modo colorito per accentuarne la filosofia: lo stato pagò un sacco di persone “per non fare un cazzo”. Più precisamente vennero investiti una marea di soldi per finanziare lavori pubblici e dare così uno stipendio alla marea di disoccupati del periodo. Come intuizione, ricorda un po’ quella di Ford (non certo il capo dei bolscevichi anti capitalistici, quindi…), che era favorevole all’innalzamento dei salari dei suoi operai perché “Se no, come possono comprare le mie macchine?”. Gli interventi di Roosevelt – basati sulle teorie di John Maynard Keynes – avevano come obbiettivo proprio quello di stimolare la domanda, in modo da far ripartire l’economia. Che poi c’è chi ritenga che gli Stati Uniti siano usciti veramente dalla crisi solo quando sono entrati nella seconda guerra mondiale [leggi: un bel po’ di gente al fronte, industria bellica a manetta (e per fare le armi servono operai, no?) ed austerità patriottica che non gusta…], beh, questo è un altro discorso…
Premesso questo impianto “teorico”, io mi chiedo se non sarebbe il caso di fare una cosa del genere anche per le questioni energetiche. Ovvero, la situazione in materia sembra decisamente problematica, soprattutto in chiave futura (la benzina costa troppo, è vero. Però non mi sembra che ci sia stata questa inversione di tendenza così marcata. Quanta gente avete sentito dire: “Da oggi per andare in ufficio non prendo più la macchina/scooter ma l’autobus/vado a piedi?”? Significa – banalmente – che la benzina a 1,50 € al litro NON è tanto…). Quindi, perché non si fanno fioccare “quasi a casaccio” (questa è ovviamente un’esagerazione) investimenti sulle nuove tecnologie? Perché le politiche “reali” (a breve termine) si fanno – giustamente – con quello che si ha a disposizione in quel momento, e se sul mercato – nel senso anche di “accessibile” – c’è sempre la solita roba, con quella bisogna lavorare (quanta gente ha comprato la Prius, ad occhio e croce l’unica automobile realmente poco energivora?).
Boh, magari sono stronzate. E magari prima di scrivere avrei dovuto recuperare un po’ di sonno arretrato. Però, perché sprecare un’occasione per fare il polemico con pseudo citazione colta?
Roosevelt, new deal, John Maynard Keynes, energia
Tutti insieme appassionatamente
Io credo che Veltroni debba dimettersi, ed anche celermente. Visto il risultato disastroso delle ultime elezioni politiche (meno otto punti percentuali rispetto al nano pelato e piduista e comunque il PD non ha certo sfondato come voti), ritengo che l’unico gesto per salvare la faccia sia quello di constatare come la sua geniale strategia “andiamo soli” sia risultata fallimentare e dare le dimissioni. Non guasterebbe anche passare sotto al tavolo ed offrire da bere. Poi, punto a capo e tabula rasa per presentarsi tra cinque anni (speriamo meno…) con qualche possibilità. Se no, c’è solo la speranza nell’assoluta insipienza a governare – fortunatamente(?) subito ri-manifestata – dell’attuale maggioranza. Il PD da solo (o con Di Pietro) non riuscirà infatti mai ad incrociare tutto (se no – scusate il francesismo – non serve ad un cazzo: si è sempre sotto) l’elettorato di sinistra (una sorta di “nuova Unione”) o gli indecisi/delusi, soprattutto se non applicherà un po’ di quello sbandierato rinnovamento in discontinuità con il passato anche per quel che riguarda il gruppo dirigente. Ormai funziona così: hai perso? Fuori dai coglioni. Senza rancore, grazie per averci provato, ma sei un perdente. Ed ai perdenti, in politica, non si concede una seconda chance. A sinistra – lentamente e con le inevitabili sanguinose rese dei conti (qualcuno ha più visto Bertinotti? O ciò che ne rimane?) – hanno incominciato a farlo. E’ vero che il tracollo della Sinistra Arcobaleno è stato qualcosa di incredibilmente più macroscopico della sconfitta di Veltroni – e quindi far finta di nulla sarebbe stato impensabile – ma la dirigenza del PD sta dimostrando una faccia di bronzo da prima repubblica difficilmente digeribile. Sfoggiano un’infastidita impermeabilità alle critiche, come se – dopo il disastro – ne venisse ancora a loro. E – soprattutto – si stanno buttando in una tra le più pericolose operazioni politiche degli ultimi anni: il dialogo con il nano pelato e piduista.
Va bene, forse sono solo un massimalista del cazzo. Intendiamoci, spero proprio che sia così: sarei il primo a rallegrarmene. Non sto scherzando: ritengo di poter pensare anche delle cazzate, e quindi – magari accecato dalla mia scarsa competenza in materia – forse non sto comprendendo la lungimiranza politica di questa mossa. Però – pur con il beneficio del dubbio e senza voler tirare fuori ardite teorie cospirazioniste – ci sono parecchi aspetti che mi lasciano più di un dubbio. La domanda fondamentale è: ma Veltroni c’è, o ci fa? Cioè, si sta rendendo conto o è solo completamente ubriaco? Vediamo nel dettaglio alcuni aspetti.
Innanzi tutto Veltroni si vanta di essere stato il motore del passaggio della politica italiana dal bipolarismo ad un – sostanziale – bipartitismo. Il modello, ovviamente, e quello degli amati Stati Uniti. Grande democrazia – chi dice il contrario – ma con un po’ di problemucci sui “classici” indici democratici. Del tipo che va a votare una piccolissima parte degli aventi diritto [il 40% nel 2004, massimo storico (122 milioni contro i circa “100” soliti)], come d’altronde è facilmente comprensibile, visto che la scelta è tra soli due partiti… Inoltre la battaglia politica (vedi le recenti primarie democratiche) è incentrata su di un personalismo estremo (e chi è il più grande venditore di sé stesso in Italia?). Inoltre a me sembra che Veltroni stia giocando alla grande democrazia. Telefona per complimentarsi, chiede uno degli scranni del parlamento, instaura il governo ombra, propone il dialogo la maggioranza. Tutto ottimo, intendiamoci. Incredibilmente democratico. Era ora che in questo paese si abbassassero i toni, ci fosse stabilità e maggioranza ed opposizione – accantonate i malevoli preconcetti – lavorassero insieme per il bene comune. Hey, Walter! Ma ti rendi conto che stai proponendo questo al nano pelato e piduista? Non siamo in Spagna. O in Germania. Nemmeno in Francia o Inghilterra. Siamo in Italia. In quale grande democrazia pensi di stare?
In una grande democrazia, uno come Calderoli o Bossi non è ministro, ma l’attrazione del paese, lo scemo del villaggio che fa le sparate stupide e tutti giù a ridere. In una grande democrazia, una come la Carfagna non è ministro, ma una shampista aspirante valletta. In una grande democrazia, non si ricevono richiami dall’Unione Europea circa l’applicazione del trattato di Schengen, o sui diritti delle minoranze. In una grande democrazia, ci sarebbe una legge sul conflitto d’interessi, se un governo di sinistra si fosse ricordato di (o avesse voluto) farla. In una grande democrazia, uno come il nano pelato e piduista, ovvero uno che:
• ha avuto (ed ha) un numero così inquietanti di procedimenti giudiziari
• è entrato in politica per scappare proprio a questi processi
• c’è riuscito benissimo facendosi delle leggi apposite
non potrebbe mai diventare presidente del consiglio.
Veltroni se le ricorda queste cose? O è da massimalisti che demonizzano l’avversario ricordare al nano pelato e piduista i suoi processi? E’ con questa persona che Veltroni vuole fare accordi? Pensa forse Veltroni che sia cambiato qualcosa, dal 1994? (Beh, in effetti il culo del nano pelato e piduista, adesso, è molto più al sicuro…).
Io faccio parte di quella parte di persone che hanno paura del nano pelato e piduista. Non perché creda in improbabili svolte autoritarie (siamo in Europa, è il 2008…), ma perché ho il terrore del vuoto che il nano pelato e piduista e la sua compagine male assortita di fascistoidi, psico-liberisti-confusi, padanidi, clericali-di-bottega ed ex-craxiani rappresentano. Ed ho paura dell’appiattimento politico di un’opposizione che si fida di una maggioranza così. Sono ciechi? Sono invece io prevenuto? Probabile. Non riesco comunque a capire come si possa dare credito ad un personaggio – che definire dubbio è poco – come il nano pelato e piduista (intendiamoci, se uno lo vota, cazzi suoi. Ma si spera che almeno l’opposizione… Non è bastata la lezione della bicamerale di D’Alema?). Certo, le distinzioni tra i ruoli, nei discorsi durante la richiesta di fiducia in parlamento, sono state espresse in maniera chiara (e ci mancherebbe, cazzo!), ed è per questo che rimando il mio giudizio definitivo al 31 dicembre prossimo. Fino ad allora esprimerò soltanto il mio più totale disgusto extra-parlamentare per questa che reputo una triste burattinata di regime. Dopo, le conclusioni saranno inevitabilmente le seguenti:
• al 31 dicembre si sono riusciti a far passare provvedimenti di sinistra (ovvero, hanno ottenuto qualcosa di significativo): io sono un coglione, Veltroni un grande politico
• al 31 dicembre non hanno ottenuto un cazzo e Veltroni si è dimesso: io sono il più lungimirante degli analisti politici, Veltroni un ingenuo
• al 31 dicembre non hanno ottenuto un cazzo e Veltroni NON si è dimesso: io sono il più lungimirante degli analisti politici, Veltroni un venduto
Veltroni, elezioni, dialogo sulle riforme, nano pelato e piduista, dimissioni
L.O.L.
“Meglio è di risa che di pianti scrivere, ché rider soprattutto è cosa umana”
da “Gargantua e Pantagruele” di François Rabelais
Mio nipote ride. Mio nipote Pietro – cinque mesi compiuti da poco – ride spesso. E quando ride, fa dei sorrisi che son proprio belli. Ride di gusto, contento e stupito allo stesso tempo. Sono sorrisi che ti mettono di buon umore, o almeno dovrebbero. Perché a me invece – passati cinque secondi nei quali mi sento in pace con il mondo e sì, anche Gasparri trova una sua pur bizzarra ragione d’esistere (il suo cervello è la dimostrazione empirica della raggiungibilità del vuoto assoluto) – fanno incazzare come un biscia incazzata. Ma che cazzo avrà mai da ridere ‘sto qua? Non c’è proprio un cazzo da ridere, ultimamente. Le elezioni sono state un massacro che nemmeno in un film di Tarantino: mister “corro da solo (e sfondo al centro)” Veltroni è riuscito a farsi staccare di otto (otto!) punti percentuali dal nano pelato e pidusita con l’unico risultato di rubare voti a sinistra, girando l’interruttore del gas ad un colorito cartello che in due anni la proverbiale canna se l’era comunque già preventivamente legata stretta al collo [quindi: niente rappresentanti in parlamento che portino avanti istanze di sinistra, però tranquilli, per la prima volta in Italia c’è un grande schieramento riformista, moderno e laico (con la Binetti). Ah, ed anche miseramente all’opposizione. Evviva!]; un partito improponibile ed imbarazzante come la Lega ha preso circa l’otto (otto!) per cento sul dato nazionale; il nuovo presidente della camera ed il neo-eletto sindaco di Roma sono dei post(?)-fascisti; per i prossimi cinque anni il presidente del consiglio sarà un tizio senza il minimo senso delle istituzioni (non ce lo vedo De’ Gasperi a fare il gesto del mitragliatore contro una giornalista, e non solo perché è morto) e giudicato unfit (inadatto) [e poi still unfit (ancora inadatto)] a governare dalla nota rivista bolscevica “Economist”. Beh, potrei aggiungere che inoltre tutti noi conduciamo un’esistenza vuota ed inutile percorrendo un tortuoso calvario tempestato di dolore e paura fino al nulla supremo e definitivo della morte, ma non vorrei ripetermi (e poi magari siamo fortunati ed il mondo esplode tra due anni, o almeno il nano pelato e piduista tira il gambino).
No, non c’è proprio un cazzo da ridere ultimamente. Eppure, mio nipote ride. Ride quando gli faccio delle facce buffe (ma anche quando mi sembra di essere serio…). Ride quando gli soffio un po’ in faccia. Ride quando giochiamo con dei pupazzetti. Ride quando cerco di insegnargli, come prima fatidica parola da pronunciare, “ermeneutica”. Ride quando faccio l’imitazione di un tossico metà russo e metà cubano nato in Cina e cresciuto a Gorgonzola che – per un particolare spirito patriottistico – si fa in vena di vodka, rhum, the e gorgonzola da quando a diciotto anni ha visto dei lavandini con le ali che, danzando sulle note dello “Schiaccianoci”, componevano in cielo la scritta “Fermata prenotata” con i gettiti dei rubinetti (prima si faceva di acidi e funghetti scaduti). Un po’ invidio questa sua felicità incondizionata, questo suo stupirsi di tutto. Mi chiedo quando la sua curiosità incomincerà a scalfire questo suo ottimismo insensato per forgiare un sano pessimismo della ragione. Scommetto che se potesse parlare, e ci capisse qualcosa della situazione attuale, direbbe qualcosa del tipo: “C’è chi dice che vuole lottare e poi confonde il fischio d’inizio della partita con quello dell’ultimo minuto, e va a casa” (questo, se fosse in vena di citare Benni). Ecco, un cazzo di pazzoide inguaribile ottimista. Ma fortunatamente non sa cosa né cosa sia il parlamento, né una partita di calcio e bofonchia solo vocali a casaccio. E ride.
Adesso però mi viene un atroce dubbio. Il dubbio orribile e lacerante di essere stato ingannato e preso in giro. Perché mio nipote mi sembra abbastanza sveglio. Magari ha capito. Non che ci volesse un genio, però visto che la maggioranza di quelli che sono andati a votare non c’è arrivata… Sì, deve essere andata così. Sicuro, se l’è intagliata. Non c’è altra spiegazione: se l’è intagliata. Ed è proprio per questo che ride. Ride di noi. E – scazza ammetterlo – ma c’è proprio tanto da ridere…
D’altronde, “sarà una risata, che vi seppellirà”, vero? (come ho già avuto modo di dire, a me piace intenderla così).
Elezioni, riso, sorriso
25 aprile
“Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c’erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l’Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c’era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, che di queste non ce ne sono.”
Italo Calvino
“Il sentiero dei nidi di ragno” (prima edizione nella collana “I coralli” dell’editore Einaudi, nel 1947) è il primo romanzo di Italo Calvino che, come immagino i frequentatori più assidui di questo blog avranno capito, è uno dei miei scrittori preferiti. Calvino partecipò alla lotta di liberazione e proprio questa tematica è al centro di questo libro. Non starò a raccontarvi la trama, vi invito solo a leggerlo perchè è molto bello. Il pensiero di Calvino circa la resistenza è espresso nel nono capitolo, in un dialogo tra il commissario Kim e il comandante Ferriera. Credo che le considerazioni formulate restino ancora adesso la migliore risposta possibile al revisionismo che da più parti vuole riscrivere la Storia (la recente uscita di Dell’Utri – sì il, ad esempio, condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa per il quale potrebbe andare bene la frase “Mangano santo subito” – è solo l’ultima di una lunga serie) di un paese affetto da forti perdite di Memoria. Inoltre, almeno a mio giudizio, il libro di Calvino rappresenta un riuscito tentativo di riannodare la Storia (quella dei libri di scuola) con la storia (quella delle “persone comuni”), l’intreccio delle quali mi ha sempre interessato. Calvino ritornò su questo suo primo romanzo nel 1964, pubblicando una nuova edizione riveduta e corretta (da quel che ho capito si tratta di una sorta di revisione stilistica: meno aspetti truculenti). Nella lunga introduzione a questa versione, l’autore, tra le mille tematiche toccate, asserisce di aver scritto il romanzo anche per rispondere a due “fronti”. Al primo – che demonizzava, a causa degli sbandamenti post-bellici, la resistenza – Calvino ribatteva così: “D’accordo, farò come se aveste ragione voi, non rappresenterò i migliori partigiani, ma i peggiori possibili, metterò al centro del romanzo un reparto tutto composto di tipi un po’ storti. Ebbene: cosa cambia? Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete ma sognarvi di essere”. Mentre al secondo – che voleva una letteratura celebrativa e didascalica – argomentava così: “Ah, sì, volete “l’eroe socialista”? Volete il “romanticismo letterario”? E io vi scrivo una storia di partigiani in cui nessuno è eroe, nessuno ha coscienza di classe. Il mondo delle “lingère”, vi rappresento, il lunpen-proletariat! […] E sarà l’opera più positiva, più rivoluzionaria di tutte! Che ce ne importa di chi è già un eroe, di chi la coscienza ce l’ha già? E’ il processo per arrivarci che si deve rappresentare! Finché resterà un solo individuo al di qua della coscienza, il nostro dovere sarà di occuparci di lui e solo di lui”.
Di seguito riporto la parte centrale del nono capitolo, come precedentemente detto quello “politico”.
Buona lettura e buon 25 aprile.
[…]
Ora il commissario Kim e il comandante Ferriera camminano soli per la montagna buia, diretti ad un altro accampamento.
– Ti sei convinto che è uno sbaglio, Kim? – dice Ferriera.
Kim scuote il capo: – Non è uno sbaglio, – dice.
– Ma sì, – fa il comandante. – E’ stata un’idea sbagliata la tua, di fare un distaccamento tutto di uomini poco fidati, con un comandante meno fidato ancora. Vedi quello che rendono. Se li dividevamo un po’ qua un po’ là in mezzo ai buoni era più facile che rigassero dritti.
Kim continua a mordersi i baffi: – Per me, – dice, – questo è il distaccamento di cui sono più contento.
Ci manca poco che Ferriera perda la sua calma: alza gli occhi freddi e si gratta la fronte: – Ma Kim, quando la capirai che questa è una brigata d’assalto, non un laboratorio d’esperimenti? Capisco che avrai le tue soddisfazioni scientifiche a controllare le reazioni di questi uomini, tutti in ordine come li hai voluti mettere, proletariato da una parte, contadini dall’altra, poi sottoproletari come li chiami tu… Il lavoro politico che dovresti fare, mi sembra, sarebbe di metterli tutti mischiati e dare coscienza di classe a chi non l’ha e raggiungere questa benedetta unità… Senza contare il rendimento militare, poi…
Kim ha difficoltà ad esprimersi, scuote il capo: – Storie, – dice, – storie. Gli uomini combattono tutti, c’è lo stesso furore in loro, cioè non lo stesso, ognuno ha il suo furore, ma ora combattono tutti insieme, tutti ugualmente, uniti. Poi c’è il Dritto, c’è Pelle… Tu non capisci quanto loro costi… Ebbene anche loro, lo stesso furore… Basta un nulla per salvarli o per perderli… Questo è il lavoro politico… Dare loro un senso…
Quando discute con gli uomini, quando analizza la situazione, Kim è terribilmente chiaro, dialettico. Ma a parlargli così, a quattr’occhi, per fargli esporre le sue idee, c’è da farsi venire le vertigini. Ferriera vede le cose più semplici: – Ben, diamoglielo questo senso, quadriamoli un po’ come dico io.
Kim si soffia nei baffi: – Questo non è un esercito, vedi, da dir loro: questo è il dovere. Non puoi parlare di dovere qui, non puoi parlare di ideali: patria, libertà, comunismo. Non ne vogliono sentir parlare di ideali, gli ideali son buoni tutti ad averli, anche dall’altra parte ne hanno di ideali. Vedi cosa succede quando quel cuoco estremista comincia le sue prediche? Gli gridano contro, lo prendono a botte. Non hanno bisogno di ideali, di miti, di evviva da gridare. Qui si combatte e si muore così, senza gridare evviva.
– E perchè allora? – Ferriera sa perché combatte, tutto è perfettamente chiaro in lui.
– Vedo, – dice Kim, – a quest’ora i distaccamenti cominciano a salire verso le postazioni, in silenzio. Domani ci saranno dei morti, dei feriti. Loro lo sanno. Cosa li spinge a questa vita, cosa li spinge a combattere, dimmi? Vedi, ci sono i contadini, gli abitanti di queste montagne, per loro è già più facile. I tedeschi bruciano i paesi, portano via le mucche. E’ la prima guerra umana la loro, la difesa della patria, i contadini hanno una patria. Così li vedi con noialtri, vecchi e giovani, con i loro fucilacci e le cacciatore di fustagno, paesi interi che prendono le armi; noi difendiamo la loro patria, loro sono con noi. E la patria diventa un ideale sul serio per loro, li trascende, diventa la stessa cosa della lotta: loro sacrificano anche le case, anche le mucche pur di continuare a combattere. Per altri contadini invece la patria rimane una cosa egoistica: casa, mucche, raccolto. E per conservare tutto diventano spie, fascisti; paesi interi nostri nemici… Poi, gli operai. Gli operai hanno una loro storia di salari, di scioperi, di lavoro e di lotta a gomito a gomito. Sono una classe, gli operai. Sanno che c’è del meglio nella vita e che si deve lottare per questo meglio. Hanno una patria anche loro, una patria ancora da conquistare, e combattono qui per conquistarla. Ci sono gli stabilimenti giù nelle città, che saranno loro; vedono già le scritte rosse sui capannoni e bandiere alzate sulle ciminiere. Ma non ci sono sentimentalismi, in loro. Capiscono la realtà e il modo di cambiarla. Poi c’è qualche intellettuale o studente, ma pochi, qua e là, con delle idee in testa, vaghe e spesso storte. Hanno una patria fatta di parole, o tutt’al più di qualche libro. Ma combattendo troveranno che le parole non hanno più nessun significato, e scopriranno nuove cose nella lotta degli uomini e combatteranno così senza farsi domande, finché non cercheranno delle nuove parole e ritroveranno le antiche, ma cambiate, con significati insospettati. Poi chi c’è ancora? Dei prigionieri stranieri, scappati dai campi di concentramento e venuti con noi; quelli combattono per una patria vera e propria, una patria lontana che vogliono raggiungere e che è patria appunto perchè è lontana. Ma capisci che questa è tutta una lotta di simboli, che uno per uccidere un tedesco deve pensare non a quel tedesco ma a una altro, con un gioco di trasposizioni da slogare il cervello, in cui ogni cosa persona diventa un’ombra cinese, un mito?
Ferriera arriccia la barba bionda; non vede nulla di tutto questo, lui.
– Non è così, – dice.
– Non è così, – continua Kim, – lo so anch’io. Non è così. Perchè c’è qualcos’altro, comune a tutti, un furore. Il distaccamento del Dritto: ladruncoli, carabinieri, militi, borsaneristi, girovaghi. Gente che s’accomoda nelle piaghe della società e s’arrangia in mezzo alle storture, che non ha niente da difendere e niente da cambiare. Oppure tarati fisicamente, o fissati, o fanatici. Un’idea rivoluzionaria in loro non può nascere, legati come sono alla ruota che li macina. Oppure nascerà storta, figlia della rabbia, dell’umiliazione, come negli sproloqui del cuoco estremista. Perché combattono, allora? Non hanno nessuna patria, né vera né inventata. Eppure tu lo sai che c’è coraggio, che c’è furore anche in loro. E’ l’offesa della loro vita, il buio della loro strada, fin da bambini, la fatica di dover essere cattivi. E basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si trova dall’altra parte, come Pelle, dalla brigata nera, a sparare con lo stesso furore, con lo stesso odio, contro gli uni o contro gli altri, fa lo stesso.
Ferriera mugola nella barba: – Quindi, lo spirito dei nostri… e quello della brigata nera… la stessa cosa?…
– La stessa cosa, intendi cosa voglio dire, la stessa cosa… – Kim s’è fermato e indica con un dito come se tenesse il segno leggendo; – la stessa cosa ma tutto il contrario. Perchè qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta ad uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessun sparo, pur uguale al loro, m’intendi?, uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni:per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti usano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo.
[…]
25 aprile, resistenza, festa di liberazione, partigiani, Il sentiero dei nidi di ragno, Italo Calvino, commissario Kim, comandante Ferriera