Il 20 di luglio scorso ero in piazza. C’ero anche nel 2001 e da sette anni non vedo come non andarci. Ogni anno che passa sopporto sempre di meno i discorsi saturi di retorica degli organizzatori e di molti dei presenti, però proprio non me la sento di starmene a casa. Perché credo che quello che è successo al G8 di Genova debba essere sempre tenuto bene nella memoria. Io sono uno di quei fortunati ai quali non è stato torto un capello, ma non per questo posso dimenticare di come tante altre persone siano state picchiate ed umiliate fino a dei livelli impensabili (come se esistessero dei livelli “pensabili”…) per una sedicente democrazia occidentale. Il problema è che, allontanandosi nel tempo, i fatti del G8 genovese hanno perso attrattiva mediatica, almeno per una buona maggioranza delle persone. Quante persone stanno realmente seguendo i processi, l’andamento dei dibattimenti? Io stesso che ne sto scrivendo in questo momento non credo di avere chiarissima la situazione. Credo che forse sia addirittura fisiologico: un’indignazione segue l’altra, offuscando però un po’ la precedente. E sappiamo bene quante cose siano successe – in questi anni – ben degne di muovere la nostra indignazione.
Quello che provo in questo periodo è uno sconforto molto radicato. Perché – confrontando i verdetti per i torturatori di Bolzaneto ed i 25 manifestanti fermati – mi viene da pensare (scusate la retorica neo luddista) che la vita di una persona, la sua dignità di essere umano conti meno di una cazzo di vetrina di merda. “Welcome to the cruel world”, mi potrebbe dire Ben Harper. Come se avessi bisogno delle sue note blues per ricordarmelo. Però, non so voi, per quanto sia necessario fare il callo alle storture del mondo se non si vuole impazzire, ma a me questa cosa fa scappare di testa (mi piace contraddirmi nel giro di nove parole). Se infatti domani mattina una persona desse fuoco ad una banca perché nauseata da tutto questo, io lo capirei. Non lo farei mai, ma lo capirei. Ho solidissime motivazioni che mi impediscono di approvare un comportamento simile, sia di natura personale (penso – giusto o sbagliato che sia – che non sia “giusto” arrecare intenzionalmente danni a chicchessia) che meramente tattiche (“spaccare tutto” non è una mossa lungimirante). Ma non vi è mai capitato di voler urlare, urlare così forte da perdere il fiato, concentrare tutta la rabbia nei polmoni per poi scaricarla nell’aria? Senza stare a pensare a categorie astratte come “giusto” e “sbagliato”. E farlo con violenza, tanta violenza. Un gesto inutile, certo, nulla di più di una valvola di sfogo. Ma senza valvole di sfogo, i recipienti chiusi prima o poi esplodono.
Io non voglio vedere nessuno “marcire in carcere” (per usare una colorita espressione da film di infima serie). L’idea stessa di carcere non mi ha mai convinto più di tanto. Io vorrei soltanto che le cose successe a Bolzaneto (così come alla Diaz o durante i cortei) venissero ricordate in maniera ufficiale per quel che sono state: delle mattanze più o meno autorizzate (le linee di comando…), dove le forze dell’ordine (non tutti, certo, ma nemmeno poche “mele marce” come è stato detto da più parti) si sono comportate in maniera ignobile, manganellando a sangue gente inerme, umiliando brutalmente i fermati e – per quel che mi riguarda, vera chiave di volta dei fatti del G8 che smaschera l’intrinseca premeditazione dell’operato delle forze dell’ordine – massacrando le persone alloggiate alla Diaz, producendo inoltre prove false. Perché chi non ha memoria non futuro.
Una delle scorse sere guardavo un servizio del telegiornale (la più che tipica mitragliata di luoghi comuni per la quale il tg 2 ha fatto scuola) ed ad un certo punto mi è partito un parallelismo a brucia fuoco. Ovvero, la necessità di un nuovo New Deal, questa volta incentrato sulle tematiche energetiche.
Piccola spiegazione introduttiva. Per New Deal (letteralmente, “nuovo patto”) si intende l’insieme di tutte quelle politiche economiche varate dal presidente del Stati Uniti Roosevelt a partire dal 1932 per far risalire il paese dopo la famosa crisi finanziaria del 1929. Sintetizzando al massimo, si basano su di un fortissimo “interventismo” dello stato nell’economia. Detta molto male ed in modo colorito per accentuarne la filosofia: lo stato pagò un sacco di persone “per non fare un cazzo”. Più precisamente vennero investiti una marea di soldi per finanziare lavori pubblici e dare così uno stipendio alla marea di disoccupati del periodo. Come intuizione, ricorda un po’ quella di Ford (non certo il capo dei bolscevichi anti capitalistici, quindi…), che era favorevole all’innalzamento dei salari dei suoi operai perché “Se no, come possono comprare le mie macchine?”. Gli interventi di Roosevelt – basati sulle teorie di John Maynard Keynes – avevano come obbiettivo proprio quello di stimolare la domanda, in modo da far ripartire l’economia. Che poi c’è chi ritenga che gli Stati Uniti siano usciti veramente dalla crisi solo quando sono entrati nella seconda guerra mondiale [leggi: un bel po’ di gente al fronte, industria bellica a manetta (e per fare le armi servono operai, no?) ed austerità patriottica che non gusta…], beh, questo è un altro discorso…
Premesso questo impianto “teorico”, io mi chiedo se non sarebbe il caso di fare una cosa del genere anche per le questioni energetiche. Ovvero, la situazione in materia sembra decisamente problematica, soprattutto in chiave futura (la benzina costa troppo, è vero. Però non mi sembra che ci sia stata questa inversione di tendenza così marcata. Quanta gente avete sentito dire: “Da oggi per andare in ufficio non prendo più la macchina/scooter ma l’autobus/vado a piedi?”? Significa – banalmente – che la benzina a 1,50 € al litro NON è tanto…). Quindi, perché non si fanno fioccare “quasi a casaccio” (questa è ovviamente un’esagerazione) investimenti sulle nuove tecnologie? Perché le politiche “reali” (a breve termine) si fanno – giustamente – con quello che si ha a disposizione in quel momento, e se sul mercato – nel senso anche di “accessibile” – c’è sempre la solita roba, con quella bisogna lavorare (quanta gente ha comprato la Prius, ad occhio e croce l’unica automobile realmente poco energivora?).
Boh, magari sono stronzate. E magari prima di scrivere avrei dovuto recuperare un po’ di sonno arretrato. Però, perché sprecare un’occasione per fare il polemico con pseudo citazione colta?
Io credo che Veltroni debba dimettersi, ed anche celermente. Visto il risultato disastroso delle ultime elezioni politiche (meno otto punti percentuali rispetto al nano pelato e piduista e comunque il PD non ha certo sfondato come voti), ritengo che l’unico gesto per salvare la faccia sia quello di constatare come la sua geniale strategia “andiamo soli” sia risultata fallimentare e dare le dimissioni. Non guasterebbe anche passare sotto al tavolo ed offrire da bere. Poi, punto a capo e tabula rasa per presentarsi tra cinque anni (speriamo meno…) con qualche possibilità. Se no, c’è solo la speranza nell’assoluta insipienza a governare – fortunatamente(?) subito ri-manifestata – dell’attuale maggioranza. Il PD da solo (o con Di Pietro) non riuscirà infatti mai ad incrociare tutto (se no – scusate il francesismo – non serve ad un cazzo: si è sempre sotto) l’elettorato di sinistra (una sorta di “nuova Unione”) o gli indecisi/delusi, soprattutto se non applicherà un po’ di quello sbandierato rinnovamento in discontinuità con il passato anche per quel che riguarda il gruppo dirigente. Ormai funziona così: hai perso? Fuori dai coglioni. Senza rancore, grazie per averci provato, ma sei un perdente. Ed ai perdenti, in politica, non si concede una seconda chance. A sinistra – lentamente e con le inevitabili sanguinose rese dei conti (qualcuno ha più visto Bertinotti? O ciò che ne rimane?) – hanno incominciato a farlo. E’ vero che il tracollo della Sinistra Arcobaleno è stato qualcosa di incredibilmente più macroscopico della sconfitta di Veltroni – e quindi far finta di nulla sarebbe stato impensabile – ma la dirigenza del PD sta dimostrando una faccia di bronzo da prima repubblica difficilmente digeribile. Sfoggiano un’infastidita impermeabilità alle critiche, come se – dopo il disastro – ne venisse ancora a loro. E – soprattutto – si stanno buttando in una tra le più pericolose operazioni politiche degli ultimi anni: il dialogo con il nano pelato e piduista.
Va bene, forse sono solo un massimalista del cazzo. Intendiamoci, spero proprio che sia così: sarei il primo a rallegrarmene. Non sto scherzando: ritengo di poter pensare anche delle cazzate, e quindi – magari accecato dalla mia scarsa competenza in materia – forse non sto comprendendo la lungimiranza politica di questa mossa. Però – pur con il beneficio del dubbio e senza voler tirare fuori ardite teorie cospirazioniste – ci sono parecchi aspetti che mi lasciano più di un dubbio. La domanda fondamentale è: ma Veltroni c’è, o ci fa? Cioè, si sta rendendo conto o è solo completamente ubriaco? Vediamo nel dettaglio alcuni aspetti.
Innanzi tutto Veltroni si vanta di essere stato il motore del passaggio della politica italiana dal bipolarismo ad un – sostanziale – bipartitismo. Il modello, ovviamente, e quello degli amati Stati Uniti. Grande democrazia – chi dice il contrario – ma con un po’ di problemucci sui “classici” indici democratici. Del tipo che va a votare una piccolissima parte degli aventi diritto [il 40% nel 2004, massimo storico (122 milioni contro i circa “100” soliti)], come d’altronde è facilmente comprensibile, visto che la scelta è tra soli due partiti… Inoltre la battaglia politica (vedi le recenti primarie democratiche) è incentrata su di un personalismo estremo (e chi è il più grande venditore di sé stesso in Italia?). Inoltre a me sembra che Veltroni stia giocando alla grande democrazia. Telefona per complimentarsi, chiede uno degli scranni del parlamento, instaura il governo ombra, propone il dialogo la maggioranza. Tutto ottimo, intendiamoci. Incredibilmente democratico. Era ora che in questo paese si abbassassero i toni, ci fosse stabilità e maggioranza ed opposizione – accantonate i malevoli preconcetti – lavorassero insieme per il bene comune. Hey, Walter! Ma ti rendi conto che stai proponendo questo al nano pelato e piduista? Non siamo in Spagna. O in Germania. Nemmeno in Francia o Inghilterra. Siamo in Italia. In quale grande democrazia pensi di stare?
In una grande democrazia, uno come Calderoli o Bossi non è ministro, ma l’attrazione del paese, lo scemo del villaggio che fa le sparate stupide e tutti giù a ridere. In una grande democrazia, una come la Carfagna non è ministro, ma una shampista aspirante valletta. In una grande democrazia, non si ricevono richiami dall’Unione Europea circa l’applicazione del trattato di Schengen, o sui diritti delle minoranze. In una grande democrazia, ci sarebbe una legge sul conflitto d’interessi, se un governo di sinistra si fosse ricordato di (o avesse voluto) farla. In una grande democrazia, uno come il nano pelato e piduista, ovvero uno che:
• ha avuto (ed ha) un numero così inquietanti di procedimenti giudiziari
• è entrato in politica per scappare proprio a questi processi
• c’è riuscito benissimo facendosi delle leggi apposite
non potrebbe mai diventare presidente del consiglio.
Veltroni se le ricorda queste cose? O è da massimalisti che demonizzano l’avversario ricordare al nano pelato e piduista i suoi processi? E’ con questa persona che Veltroni vuole fare accordi? Pensa forse Veltroni che sia cambiato qualcosa, dal 1994? (Beh, in effetti il culo del nano pelato e piduista, adesso, è molto più al sicuro…).
Io faccio parte di quella parte di persone che hanno paura del nano pelato e piduista. Non perché creda in improbabili svolte autoritarie (siamo in Europa, è il 2008…), ma perché ho il terrore del vuoto che il nano pelato e piduista e la sua compagine male assortita di fascistoidi, psico-liberisti-confusi, padanidi, clericali-di-bottega ed ex-craxiani rappresentano. Ed ho paura dell’appiattimento politico di un’opposizione che si fida di una maggioranza così. Sono ciechi? Sono invece io prevenuto? Probabile. Non riesco comunque a capire come si possa dare credito ad un personaggio – che definire dubbio è poco – come il nano pelato e piduista (intendiamoci, se uno lo vota, cazzi suoi. Ma si spera che almeno l’opposizione… Non è bastata la lezione della bicamerale di D’Alema?). Certo, le distinzioni tra i ruoli, nei discorsi durante la richiesta di fiducia in parlamento, sono state espresse in maniera chiara (e ci mancherebbe, cazzo!), ed è per questo che rimando il mio giudizio definitivo al 31 dicembre prossimo. Fino ad allora esprimerò soltanto il mio più totale disgusto extra-parlamentare per questa che reputo una triste burattinata di regime. Dopo, le conclusioni saranno inevitabilmente le seguenti:
• al 31 dicembre si sono riusciti a far passare provvedimenti di sinistra (ovvero, hanno ottenuto qualcosa di significativo): io sono un coglione, Veltroni un grande politico
• al 31 dicembre non hanno ottenuto un cazzo e Veltroni si è dimesso: io sono il più lungimirante degli analisti politici, Veltroni un ingenuo
• al 31 dicembre non hanno ottenuto un cazzo e Veltroni NON si è dimesso: io sono il più lungimirante degli analisti politici, Veltroni un venduto
Mio nipote ride. Mio nipote Pietro – cinque mesi compiuti da poco – ride spesso. E quando ride, fa dei sorrisi che son proprio belli. Ride di gusto, contento e stupito allo stesso tempo. Sono sorrisi che ti mettono di buon umore, o almeno dovrebbero. Perché a me invece – passati cinque secondi nei quali mi sento in pace con il mondo e sì, anche Gasparri trova una sua pur bizzarra ragione d’esistere (il suo cervello è la dimostrazione empirica della raggiungibilità del vuoto assoluto) – fanno incazzare come un biscia incazzata. Ma che cazzo avrà mai da ridere ‘sto qua? Non c’è proprio un cazzo da ridere, ultimamente. Le elezioni sono state un massacro che nemmeno in un film di Tarantino: mister “corro da solo (e sfondo al centro)” Veltroni è riuscito a farsi staccare di otto (otto!) punti percentuali dal nano pelato e pidusita con l’unico risultato di rubare voti a sinistra, girando l’interruttore del gas ad un colorito cartello che in due anni la proverbiale canna se l’era comunque già preventivamente legata stretta al collo [quindi: niente rappresentanti in parlamento che portino avanti istanze di sinistra, però tranquilli, per la prima volta in Italia c’è un grande schieramento riformista, moderno e laico (con la Binetti). Ah, ed anche miseramente all’opposizione. Evviva!]; un partito improponibile ed imbarazzante come la Lega ha preso circa l’otto (otto!) per cento sul dato nazionale; il nuovo presidente della camera ed il neo-eletto sindaco di Roma sono dei post(?)-fascisti; per i prossimi cinque anni il presidente del consiglio sarà un tizio senza il minimo senso delle istituzioni (non ce lo vedo De’ Gasperi a fare il gesto del mitragliatore contro una giornalista, e non solo perché è morto) e giudicato unfit (inadatto) [e poi still unfit (ancora inadatto)] a governare dalla nota rivista bolscevica “Economist”. Beh, potrei aggiungere che inoltre tutti noi conduciamo un’esistenza vuota ed inutile percorrendo un tortuoso calvario tempestato di dolore e paura fino al nulla supremo e definitivo della morte, ma non vorrei ripetermi (e poi magari siamo fortunati ed il mondo esplode tra due anni, o almeno il nano pelato e piduista tira il gambino).
No, non c’è proprio un cazzo da ridere ultimamente. Eppure, mio nipote ride. Ride quando gli faccio delle facce buffe (ma anche quando mi sembra di essere serio…). Ride quando gli soffio un po’ in faccia. Ride quando giochiamo con dei pupazzetti. Ride quando cerco di insegnargli, come prima fatidica parola da pronunciare, “ermeneutica”. Ride quando faccio l’imitazione di un tossico metà russo e metà cubano nato in Cina e cresciuto a Gorgonzola che – per un particolare spirito patriottistico – si fa in vena di vodka, rhum, the e gorgonzola da quando a diciotto anni ha visto dei lavandini con le ali che, danzando sulle note dello “Schiaccianoci”, componevano in cielo la scritta “Fermata prenotata” con i gettiti dei rubinetti (prima si faceva di acidi e funghetti scaduti). Un po’ invidio questa sua felicità incondizionata, questo suo stupirsi di tutto. Mi chiedo quando la sua curiosità incomincerà a scalfire questo suo ottimismo insensato per forgiare un sano pessimismo della ragione. Scommetto che se potesse parlare, e ci capisse qualcosa della situazione attuale, direbbe qualcosa del tipo: “C’è chi dice che vuole lottare e poi confonde il fischio d’inizio della partita con quello dell’ultimo minuto, e va a casa” (questo, se fosse in vena di citare Benni). Ecco, un cazzo di pazzoide inguaribile ottimista. Ma fortunatamente non sa cosa né cosa sia il parlamento, né una partita di calcio e bofonchia solo vocali a casaccio. E ride.
Adesso però mi viene un atroce dubbio. Il dubbio orribile e lacerante di essere stato ingannato e preso in giro. Perché mio nipote mi sembra abbastanza sveglio. Magari ha capito. Non che ci volesse un genio, però visto che la maggioranza di quelli che sono andati a votare non c’è arrivata… Sì, deve essere andata così. Sicuro, se l’è intagliata. Non c’è altra spiegazione: se l’è intagliata. Ed è proprio per questo che ride. Ride di noi. E – scazza ammetterlo – ma c’è proprio tanto da ridere…
D’altronde, “sarà una risata, che vi seppellirà”, vero? (come ho già avuto modo di dire, a me piace intenderla così).
“Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c’erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l’Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c’era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, che di queste non ce ne sono.”
Italo Calvino
“Il sentiero dei nidi di ragno” (prima edizione nella collana “I coralli” dell’editore Einaudi, nel 1947) è il primo romanzo di Italo Calvino che, come immagino i frequentatori più assidui di questo blog avranno capito, è uno dei miei scrittori preferiti. Calvino partecipò alla lotta di liberazione e proprio questa tematica è al centro di questo libro. Non starò a raccontarvi la trama, vi invito solo a leggerlo perchè è molto bello. Il pensiero di Calvino circa la resistenza è espresso nel nono capitolo, in un dialogo tra il commissario Kim e il comandante Ferriera. Credo che le considerazioni formulate restino ancora adesso la migliore risposta possibile al revisionismo che da più parti vuole riscrivere la Storia (la recente uscita di Dell’Utri – sì il, ad esempio, condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa per il quale potrebbe andare bene la frase “Mangano santo subito” – è solo l’ultima di una lunga serie) di un paese affetto da forti perdite di Memoria. Inoltre, almeno a mio giudizio, il libro di Calvino rappresenta un riuscito tentativo di riannodare la Storia (quella dei libri di scuola) con la storia (quella delle “persone comuni”), l’intreccio delle quali mi ha sempre interessato. Calvino ritornò su questo suo primo romanzo nel 1964, pubblicando una nuova edizione riveduta e corretta (da quel che ho capito si tratta di una sorta di revisione stilistica: meno aspetti truculenti). Nella lunga introduzione a questa versione, l’autore, tra le mille tematiche toccate, asserisce di aver scritto il romanzo anche per rispondere a due “fronti”. Al primo – che demonizzava, a causa degli sbandamenti post-bellici, la resistenza – Calvino ribatteva così: “D’accordo, farò come se aveste ragione voi, non rappresenterò i migliori partigiani, ma i peggiori possibili, metterò al centro del romanzo un reparto tutto composto di tipi un po’ storti. Ebbene: cosa cambia? Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete ma sognarvi di essere”. Mentre al secondo – che voleva una letteratura celebrativa e didascalica – argomentava così: “Ah, sì, volete “l’eroe socialista”? Volete il “romanticismo letterario”? E io vi scrivo una storia di partigiani in cui nessuno è eroe, nessuno ha coscienza di classe. Il mondo delle “lingère”, vi rappresento, il lunpen-proletariat! […] E sarà l’opera più positiva, più rivoluzionaria di tutte! Che ce ne importa di chi è già un eroe, di chi la coscienza ce l’ha già? E’ il processo per arrivarci che si deve rappresentare! Finché resterà un solo individuo al di qua della coscienza, il nostro dovere sarà di occuparci di lui e solo di lui”.
Di seguito riporto la parte centrale del nono capitolo, come precedentemente detto quello “politico”.
Buona lettura e buon 25 aprile.
[…]
Ora il commissario Kim e il comandante Ferriera camminano soli per la montagna buia, diretti ad un altro accampamento.
– Ti sei convinto che è uno sbaglio, Kim? – dice Ferriera.
Kim scuote il capo: – Non è uno sbaglio, – dice.
– Ma sì, – fa il comandante. – E’ stata un’idea sbagliata la tua, di fare un distaccamento tutto di uomini poco fidati, con un comandante meno fidato ancora. Vedi quello che rendono. Se li dividevamo un po’ qua un po’ là in mezzo ai buoni era più facile che rigassero dritti.
Kim continua a mordersi i baffi: – Per me, – dice, – questo è il distaccamento di cui sono più contento.
Ci manca poco che Ferriera perda la sua calma: alza gli occhi freddi e si gratta la fronte: – Ma Kim, quando la capirai che questa è una brigata d’assalto, non un laboratorio d’esperimenti? Capisco che avrai le tue soddisfazioni scientifiche a controllare le reazioni di questi uomini, tutti in ordine come li hai voluti mettere, proletariato da una parte, contadini dall’altra, poi sottoproletari come li chiami tu… Il lavoro politico che dovresti fare, mi sembra, sarebbe di metterli tutti mischiati e dare coscienza di classe a chi non l’ha e raggiungere questa benedetta unità… Senza contare il rendimento militare, poi…
Kim ha difficoltà ad esprimersi, scuote il capo: – Storie, – dice, – storie. Gli uomini combattono tutti, c’è lo stesso furore in loro, cioè non lo stesso, ognuno ha il suo furore, ma ora combattono tutti insieme, tutti ugualmente, uniti. Poi c’è il Dritto, c’è Pelle… Tu non capisci quanto loro costi… Ebbene anche loro, lo stesso furore… Basta un nulla per salvarli o per perderli… Questo è il lavoro politico… Dare loro un senso…
Quando discute con gli uomini, quando analizza la situazione, Kim è terribilmente chiaro, dialettico. Ma a parlargli così, a quattr’occhi, per fargli esporre le sue idee, c’è da farsi venire le vertigini. Ferriera vede le cose più semplici: – Ben, diamoglielo questo senso, quadriamoli un po’ come dico io.
Kim si soffia nei baffi: – Questo non è un esercito, vedi, da dir loro: questo è il dovere. Non puoi parlare di dovere qui, non puoi parlare di ideali: patria, libertà, comunismo. Non ne vogliono sentir parlare di ideali, gli ideali son buoni tutti ad averli, anche dall’altra parte ne hanno di ideali. Vedi cosa succede quando quel cuoco estremista comincia le sue prediche? Gli gridano contro, lo prendono a botte. Non hanno bisogno di ideali, di miti, di evviva da gridare. Qui si combatte e si muore così, senza gridare evviva.
– E perchè allora? – Ferriera sa perché combatte, tutto è perfettamente chiaro in lui.
– Vedo, – dice Kim, – a quest’ora i distaccamenti cominciano a salire verso le postazioni, in silenzio. Domani ci saranno dei morti, dei feriti. Loro lo sanno. Cosa li spinge a questa vita, cosa li spinge a combattere, dimmi? Vedi, ci sono i contadini, gli abitanti di queste montagne, per loro è già più facile. I tedeschi bruciano i paesi, portano via le mucche. E’ la prima guerra umana la loro, la difesa della patria, i contadini hanno una patria. Così li vedi con noialtri, vecchi e giovani, con i loro fucilacci e le cacciatore di fustagno, paesi interi che prendono le armi; noi difendiamo la loro patria, loro sono con noi. E la patria diventa un ideale sul serio per loro, li trascende, diventa la stessa cosa della lotta: loro sacrificano anche le case, anche le mucche pur di continuare a combattere. Per altri contadini invece la patria rimane una cosa egoistica: casa, mucche, raccolto. E per conservare tutto diventano spie, fascisti; paesi interi nostri nemici… Poi, gli operai. Gli operai hanno una loro storia di salari, di scioperi, di lavoro e di lotta a gomito a gomito. Sono una classe, gli operai. Sanno che c’è del meglio nella vita e che si deve lottare per questo meglio. Hanno una patria anche loro, una patria ancora da conquistare, e combattono qui per conquistarla. Ci sono gli stabilimenti giù nelle città, che saranno loro; vedono già le scritte rosse sui capannoni e bandiere alzate sulle ciminiere. Ma non ci sono sentimentalismi, in loro. Capiscono la realtà e il modo di cambiarla. Poi c’è qualche intellettuale o studente, ma pochi, qua e là, con delle idee in testa, vaghe e spesso storte. Hanno una patria fatta di parole, o tutt’al più di qualche libro. Ma combattendo troveranno che le parole non hanno più nessun significato, e scopriranno nuove cose nella lotta degli uomini e combatteranno così senza farsi domande, finché non cercheranno delle nuove parole e ritroveranno le antiche, ma cambiate, con significati insospettati. Poi chi c’è ancora? Dei prigionieri stranieri, scappati dai campi di concentramento e venuti con noi; quelli combattono per una patria vera e propria, una patria lontana che vogliono raggiungere e che è patria appunto perchè è lontana. Ma capisci che questa è tutta una lotta di simboli, che uno per uccidere un tedesco deve pensare non a quel tedesco ma a una altro, con un gioco di trasposizioni da slogare il cervello, in cui ogni cosa persona diventa un’ombra cinese, un mito?
Ferriera arriccia la barba bionda; non vede nulla di tutto questo, lui.
– Non è così, – dice.
– Non è così, – continua Kim, – lo so anch’io. Non è così. Perchè c’è qualcos’altro, comune a tutti, un furore. Il distaccamento del Dritto: ladruncoli, carabinieri, militi, borsaneristi, girovaghi. Gente che s’accomoda nelle piaghe della società e s’arrangia in mezzo alle storture, che non ha niente da difendere e niente da cambiare. Oppure tarati fisicamente, o fissati, o fanatici. Un’idea rivoluzionaria in loro non può nascere, legati come sono alla ruota che li macina. Oppure nascerà storta, figlia della rabbia, dell’umiliazione, come negli sproloqui del cuoco estremista. Perché combattono, allora? Non hanno nessuna patria, né vera né inventata. Eppure tu lo sai che c’è coraggio, che c’è furore anche in loro. E’ l’offesa della loro vita, il buio della loro strada, fin da bambini, la fatica di dover essere cattivi. E basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si trova dall’altra parte, come Pelle, dalla brigata nera, a sparare con lo stesso furore, con lo stesso odio, contro gli uni o contro gli altri, fa lo stesso.
Ferriera mugola nella barba: – Quindi, lo spirito dei nostri… e quello della brigata nera… la stessa cosa?…
– La stessa cosa, intendi cosa voglio dire, la stessa cosa… – Kim s’è fermato e indica con un dito come se tenesse il segno leggendo; – la stessa cosa ma tutto il contrario. Perchè qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta ad uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessun sparo, pur uguale al loro, m’intendi?, uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni:per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti usano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo.
“Ho perduto battaglie e compagni di viaggio
oltre a qualche centinaio di elezioni…”
Il vagabondo stanco – Modena City Ramblers
Un cappotto così non lo si vedeva da anni, robe da passare sotto al tavolo ed offrire da bere [a proposito, per questa settimana scatta l’operazione “sbronza triste continuativa”: ogni intervista del nano pelato e piduista, uno shot di rhum o vodka (almeno questi simboli ex-comunisti ce li lasciate?)]. Ma oggi non ho voglia di esprimermi, visto che le uniche cose che mi vengono in mente sono delle bestemmie, e nemmeno di quelle divertenti. Per capirci il mio stato d’animo è paragonabile a questo:
A breve qualcosa di più costrutto. Per adesso accontentavi – direttamente dai miei “diari Cuore” di seconda e terza superiore – un po’ di vignette che ritengo particolarmente attuali.
Caduto un governo se ne fa un altro, no? E se domani succedesse proprio come in questo “La decapitazione dei capi”, interessante e provocatorio racconto “semi-inedito” di Italo Calvino, pubblicato il 4 agosto del 1969 sulla rivista satirica “Il Caffè”? Nella nota al testo l’autore specifica: “Le pagine che seguono sono abbozzi di capitoli d’un libro che da tempo vado progettando, e che vorrebbe proporre un nuovo modello di società […]. Ognuno dei capitoli che ora presento [i capitoli sono quattro, nMia] potrebbe essere l’inizio d’un libro diverso; i numeri d’ordine che essi portano non implicano perciò una successione”. Io riporto il primo capitolo, stralci del secondo e del terzo e la conclusione del quarto, tratti dalla raccolta di racconti “semi-inediti” “Prima che tu dica «Pronto»”, pubblicata da Mondadori nel settembre del 1993. Buona lettura.
1
Il giorno in cui arrivai alla capitale doveva essere la vigilia d’una festa. Nelle piazze stavano costruendo palchi, tirando su bandiere, nastri, palme. Si sentivano martellate da ogni parte.
– La festa nazionale? – domandai a quello del bar.
Indicò la fila dei ritratti alle sue spalle. – I nostri capi – rispose – E’ la festa dei nostri capi.
Pensavo che fosse una proclamazione di nuovi eletti. – Nuovi? – domandai.
Tra il picchettare dei martelli, gli altoparlanti che facevano le prove, lo stridere delle gru che rizzavano catafalchi, dovevo, per farmi intendere, lanciare frasi brevi, quasi urlando.
L’uomo del bar fece segno di no: non si trattava di nuovi capi, c’erano già da un po’.
Chiesi: – L’anniversario di quando hanno preso il potere?
– Una cosa così, – spiegò un avventore al mio fianco. – Periodicamente, viene il giorno della festa, e tocca a loro.
– Tocca a loro, cosa?
– Di salire sul palco.
– Quale palco? Ne ho visti molti, uno ad ogni crocicchio.
– A ognuno tocca un palco. I nostri capi sono molti.
– E che cosa fanno? Discorsi?
– No, discorsi no.
– Salgono, e cosa fanno?
– Cosa volete che facciamo? Aspettano un po’, finché durano i preparativi, poi la cerimonia finisce in due minuti.
– E voi?
– Si guarda.
C’era un va e vieni nel bar: carpentieri, manovali che scaricavano dai camion gli oggetti per l’addobbo dei plachi – scuri, ceppi, cesti – e si fermavano a bere birra. Io rivolgevo le mie domande a qualcuno e rispondeva qualcun alto.
– E’ una specie di rielezione, insomma? Una riconferma dei posti, diciamo, dei mandati?
– No, no – mi corressero, – non avete capito! E’ la scadenza. Il loro tempo è finito.
– E allora?
– E allora smettono d’esser capi, di star su: cadono.
– E perché salgono sui palchi?
– Sui palchi si può vedere bene come cade il capo, il salto che fa, tagliato netto, e va a finire nella cesta.
Cominciavo a capire, ma non ero ben sicuro. – Il capo dei capi, volete dire? Nella cesta?
Facevano segno di sì. – Ecco. La decapitazione. Proprio quella. La decapitazione dei capi.
Io ero arrivato lì di fresco, non ne sapevo niente, non avevo letto niente sui giornali.
– Così, domani, tutt’a un tratto?
– Quando tocca tocca, – dicevano. Stavolta cade a metà settimana. Si fa festa. Tutto chiuso.
Un vecchio soggiunse, sentenzioso: – Il frutto quando è maturo si coglie, il capo si decapita. Lascereste marcire i frutti sui rami?
I carpentieri erano andati avanti nel loro lavoro: su certi palchi stavano installando le intelaiature di grevi ghigliottine; su altri fissavano saldamente dei ceppi per la decollazione con la mannaia, addossati a comodi inginocchiatoi (uno degli aiutanti faceva la prova di mettersi giù col collo sul ceppo, per verificare se era all’altezza giusta); altrove ancora allestivano delle specie di banchi da macellaio, con la scannellatura per far scorrere il sangue. Sull’impiantito dei palchi veniva stesa della tela cerata, ed erano già preparate le spugne per nettarla dagli spruzzi. Tutti lavoravano con brio; li si sentiva ridere, fischiare.
– Allora voi siete contenti? Li odiavate? Erano dei cattivi capi?
– No, chi l’ha detto? – si guardarono tra loro, sorpresi. – Buoni. Insomma, né meglio né peggio di tanti. Ehi, si sa come sono: capi, dirigenti, comandanti… Se uno arriva a quei posti…
– Però, – fece uno di loro, – a me questi piacevano.
– Anche a me. A me pure, – fecero eco gli altri. – Io non ci ho mai avuto niente contro.
– E non vi dispiace che li ammazzino? – dissi.
– Come si fa? Se uno accetta d’esser capo sa già come finisce. Mica pretenderà di morire nel suo letto!
Gli altri risero. – Sarebbe comodo! Uno dirige, dirige, poi, come se niente fosse, smette, e torna a casa.
Uno fece: – Allora, ve lo dico io, ci starebbero tutti a fare il capo! Anch’io, guardate, sarei pronto, eccomi qui!
– Anch’io, anch’io, – dissero molti, ridendo.
– Io proprio no, – fece uno con gli occhiali – così no: che senso avrebbe?
– E’ vero. Che gusto ci sarebbe ad esser capi in quel modo? – intervennero varie voci. – Una cosa è fare quel lavoro sapendo quel che ti aspetta, e un altro è… ma come si potrebbe farlo, altrimenti?
Quello con gli occhiali, che doveva essere il più colto, spiego: – L’autorità sugli altri è una cosa sola col diritto che gli altri hanno di farti salire sul palco e abbatterti, un giorno non lontano… Che autorità avrebbe, un capo, se non fosse circondato da quest’attesa? E se non glie la si leggesse negli occhi, a lui stesso, quest’attesa, per tutto il tempo che dura la sua carica, secondo per secondo? Le istituzioni civili riposano su questo doppio aspetto dell’autorità; non si è mai vista civiltà che adottasse altro sistema.
– Eppure, – obbiettai, – io vi potrei citare dei casi…
– Dico: vera civiltà – insistette quello con gli occhiali, – non parlo degli intervalli di barbarie che hanno durato più o meno a lungo nella storia dei popoli…
Il vecchio sentenzioso, quello che prima aveva parlato dei frutti sui rami, brontolava qualcosa tra sé. Esclamò: – Il capo comanda finché è attaccato al collo.
– Cosa volete dire? – gli chiesero gli altri. – Volete dire che se per ipotesi un capo passa il termine, facciamo il caso, e non gli si taglia la testa, resta lì a dirigere, per tutta la vita?
– Così andavano le cose, – assentì il vecchio, – ai tempi in cui non era chiaro che chi sceglie d’essere capo sceglie d’essere decapitato a breve termine. Chi aveva il potere se lo teneva stretto…
Qui, io avrei potuto interloquire, citare degli esempi, ma nessuno mi dava retta.
– E allora? Come facevano? – chiedevano gli altri.
– Dovevano decapitare i capi per forza, con le cattive, contro la loro volontà! E non a date stabilite, ma solo quando non ne potevano proprio più! Questo succedeva prima che le cose fossero regolate, prima che i capi accettassero…
– Oh, vorremmo ben vedere che non accettassero! – dissero gli altri. – Vorremmo anche vedere questa!
– Le cose non stanno così come dite, – intervenne quello con gli occhiali. – Non è vero che i capi siano costretti a subire le esecuzioni. Se diciamo questo perdiamo il senso vero dei nostri ordinamenti, il vero rapporto che lega i capi al resto della popolazione. Solo i capi possono essere decapitati, perciò non si può volere essere capi senza voler insieme il taglio della scure. Solo chi sente questa vocazione può diventare un capo, solo chi si sente già decapitato dal primo momento in cui siede a un posto di comando.
A poco a poco gli avventori del bar s’erano diradati, ognuno era tornato al proprio lavoro. M’accorsi che l’uomo con gli occhiali si rivolgeva solo a me.
– Questo è il potere, – continuò, – quest’attesa. Tutta l’autorità di cui uno gode non è che il preambolo della lama che fischia in aria, e s’abbatte con un taglio netto, tutti gli applausi non sono che l’inizio di quell’applauso finale che accoglie il rotolare della testa sull’incerata del palco.
Si tolse gli occhiali per pulirli nel fazzoletto. M’accorsi che aveva gli occhi pieni di lacrime. Pagò la birra e andò via.
L’uomo del bar si chinò al mio orecchio. – E’ uno di loro, – disse. – Vede? – Tirò fuori una pila di ritratti che aveva sotto il banco. – Domani devo staccare quelli e appendere questi altri. Il ritratto in cima era quello dell’uomo con gli occhiali, un brutto ingrandimento d’una fotografia formato tessera- – E’ stato eletto per succedere a quelli che lasciano il posto. Domani entrerà in carica. Tocca a lui, adesso. Secondo me fanno male a dirglielo il giorno prima. Ha sentito su che tono la mette? Domani assisterà alle esecuzioni come se già fossero la sua. Fanno tutti così, i primi giorni; s’impressionano, s’esaltano, gli pare chissacché. La «vocazione»: che parolone tirava fuori!
– E dopo?
– Si farà una ragione, come tutti. Hanno tante cose da fare, non ci pensano più, finché non viene il giorno della festa anche per loro. O almeno: chi può leggere nel cuore dei capi? Fanno mostra di non pensarci. Un’altra birra?
2
[…] Adesso, con la televisione, la presenza fisica degli uomini politici è qualcosa di vicino e familiare; le loro facce, ingrandite dal video, visitano quotidianamente le case dei privati cittadini; ognuno può, tranquillamente affondato nella sua poltrona, rilassato, scrutare il moro dei lineamenti, lo scatto infastidito delle palpebre alla luce dei riflettori, il nervoso umettare delle labbra tra parola e parola… Specialmente nelle convulsioni dell’agonia il viso, già ben noto per essere stato inquadrato tante volte in occasioni solenni e festose, in pose oratorie o di parata, esprime tutto sé stesso: è in quel momento, più che in ogni altro, che il semplice cittadino sente il governante come suo, come qualcosa che gli appartiene per sempre. […] In questo consiste appunto l’ascendente dell’uomo pubblico sulla folla: è l’uomo che avrà una morte pubblica, l’uomo alla cui morte siamo certi d’assistere, tutti insieme, e che per questo è circondato in vita dal nostro interesse ansioso, anticipatore. Come andassero le cose prima, al tempo in cui gli uomini pubblici morivano nascosti, non riusciamo più a immaginarlo; oggi ci fa ridere il sentire che definivamo democrazia certi loro ordinamenti d’allora; per noi la democrazia comincia solo dal giorno in cui si ha la sicurezza che al giorno stabilito le telecamere inquadreranno l’agonia della nostra classe dirigente al completo, e, in coda allo stesso programma (ma molti degli spettatori a quel momento spengono l’apparecchio) l’insediamento del nuovo personale, che resterà in carica (e in vita) per un periodo equivalente. […] Solo questa conquista, ormai definitiva, l’unificazione dei ruoli del carnefice e della vittima, ha permesso d’estinguere negli animi ogni resto d’odio e di pietà. […]
3
[spoiler: nei capitoli 3 e 4 Calvino cambia radicalmente discorso e racconta di un fantomatico movimento rivoluzionario russo che vuole rovesciare lo zar per imporre proprio la teoria della decapitazione dei capi. Visto però che la vittoria è molto di là da venire, tale teoria – per ovvi motivi – non è ancora applicata. Per ricordare la dottrina si decide però di tagliare periodicamente parti del corpo (dita, orecchia, etc…) ai dirigenti]
[…] Il sistema della potatura dei capi fece una buona riuscita. Con un danno per il fisico relativamente modesto s’ottenevano risultati morali di rilievo. L’ascendente dei capi cresceva con le mutilazioni periodiche. Quando una mano dalle dita mozze s’alzava sulle barricate, i dimostranti facevano blocco e gli ulani a cavallo non riusciva a disperdere la folla urlante che li sommergeva. […]
4
[…] La strada è lunga. L’ora della rivoluzione non è ancora suonata. I dirigenti del movimento continuano a sottomettersi al bisturi. Quando arriveranno al potere? Per tardi che sia, saranno i primi capi che non deluderanno le speranze riposte in loro. Già li vediamo sfilare per le vie imbandierate il giorno dell’insediamento: arrancando con la gamba di legno chi ancora avrà una gamba intera; o spingendo la carriola con un braccio chi ancora avrà un braccio per spingerla, i visi nascosti da maschere piumate per nascondere le scarnificazioni più ripugnanti alla vista, alcuni inalberando il proprio scalpo come un cimelio. In quel momento sarà chiaro che solo in quel minimo di carne che loro resta potrà incarnarsi il potere, se un potere ancora avrà da esistere.
Ho due notizie per voi, una buona ed una cattiva. La notizia cattiva è che tra meno di un mese si vota. Quella buona è che se tutto va bene tra qualche mese a Bush parte un embolo e ci fa polverizzare tutti con la storia dell’Iran, quindi perché sprecare il proprio tempo ad erudirsi con gli approfondimenti politici del Tg4? Una dozzina di testate nucleari (Stati Uniti) e qualche miccetta d’annata (Iran) e poi via, palla al centro e si ricomincia con gli organismi unicellulari. E finalmente un po’ di par condicio anche per Bondi, che avrà un contraddittorio alla sua altezza. Ma c’è di più. Fine politico dal fiuto infallibile qual è, se l’è intagliata subito e sta incominciando a provare i dibattiti futuri con le giovani leve del partito – un gruppo di amebe particolarmente sensibile alle radiazioni della fiamma gialla trovato in un panino ad una riunione di Confindustria – anche se con alterne fortune. Se infatti l’angelica dialettica del parlamentare forzista riesce a raccogliere meno consensi nell’elettorato rispetto all’indifferente mutismo delle amebe, così non si può dire per l’intensità dei primi piani, dove il nostro sbaraglia inequivocabilmente la concorrenza sfoggiando il suo invidiato sguardo vuoto ed ebete, e nulla può la pur apprezzabile ottusa plasticità degli unicellulari. Ma – guarda un po’ – sto divagando abbestia.
Il problema è che le elezioni si avvicinano, e quando sento pronunciare ai politici le parole “valori”, “morale”, “principi” o robe del genere sto male e metto automaticamente mano alla pistola e sparo. Solo che la mia è una pistola ad acqua modificata. Adesso va a gin: una cazzata, un colpo. Un po’ come quando si gioca che chi sbaglia beve, solo un po’ modificato: gli altri sbagliano, ed io bevo. Sono due settimane che sono sbronzo duro perenne e, ad esser sinceri, la situazione non è affatto malvagia. Non avendo mai smesso di bere, il temutissimo dopo-sbornia non è ancora arrivato: se non mi tramuto in un ginepro prima, ci sono buone possibilità che arrivi in queste condizioni di spensierata veggente euforia all’embolo di Bush… Si, avete letto bene, ho scritto “veggente”. Perché avevano visto giusto gli sciamani e la gente come loro: l’alcool da poteri divinatori ed amplia la percezione della mente, ma bisogna farne uso prolungato e costante, con un’abnegazione pari solo a quella degli inviati del Tg2 di intervistare a sproposito i parenti di qualsivoglia tragica vittima.
In queste settimane ho capito cose che voi umani non potreste immaginarvi, altro che navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, raggi B che balenano nel buio vicino alle porte di Tannhäuser, tutte robe che tanto – si sa – andranno perse come lacrime nella pioggia. Ma le cose che ho capito io giammai subiranno la stessa fine! Al massimo – per omaggiare un amico lontano, di cui vorremmo incominciare a sentire la mancanza, ma incontrandolo sempre (alla faccia del “Vado fuori dalla civiltà”…) sempre sulla chat di Gmail la vedo dura… – andranno perse come lemon nel “gin lemon senza lemon”.
Perché io ho capito che condizione necessaria e sufficiente per la stabilità di governo è una crisi di governo. Da quand’è che il governo non litiga? Ma ovvio, da quando è caduto il governo! Non ci sono più minacce (minacce di cosa, di far cadere il governo? Ma è già caduto!), nessuna snervante conta al senato. Da gennaio tutto fila liscio, con un’amministrazione minimale ed efficiente. Niente più liti in parlamento. Il governo pone e dispone, magari con poteri limitati, però con quale tranquillità. Certo, adesso la campagna elettorale è un simpatico tutti contro tutti, però il governo del paese è tranquillo (guardate le immagini di Prodi – che è ancora presidente del consiglio: disteso, rilassato, spacioso… si vede che non perde più ore di sonno a cercare convergenze da equilibrista).
Ho capito che gli inglesi hanno un innato dono della sintesi. Si dice infatti che la campagna elettorale appena (ufficialmente) incominciata – una sorta di tiro al bersaglio multiplo che sta facendo impazzire i telegiornali (devono dare voce ad una quantità imbarazzante di posizioni, con buona pace di chi parlava di semplificazione…) – sia stata, almeno fino ad adesso, caratterizzata da un estremo ricorso al fair play. Oh, mirabile concisione anglosassone! In effetti “Non dirò esplicitamente che tua moglie è una troia usa a rapporti contro natura e non protetti con animali malati, ma lo farò semplicemente capire con ampie circonlocuzioni” è un tantino prolisso.
Ho capito che la chiesa cattolica non fa alcuna ingerenza nella politica italiana. Subito non ci credevo, ma a furia di sentirlo ripetere da Bagnasco una volta a telegiornale durante l’immancabile servizio di tre minuti sulle posizioni della chiesa su qualsiasi argomento, mi sono convinto. (Scherzi a parte, sono veramente incredibile, dei prestigiatori nati. Hanno la faccia come il culo: ti dicono che non fanno ingerenza mentre la fanno! Chapeau!).
Ho capito che nella redazione del Tg1 c’è uno scrittore mancato di romanzi d’appendice. Durante un servizio sulla nota vicenda di cronaca di un paesino che si chiama come quella roba verde che piace tanto ai giovani (no, non è il basilico…), uno dei protagonisti è stato definito “ragazzo dallo sguardo tenebroso”. Ma vi pare?
Ho capito che la campagna elettorale è sempre più simile ad una compravendita di figurine, con il suo inevitabile corollario di “Celo celo, manca manca”, ed anche uno strambo ricorso ad improbabili pedigree o caratteristiche multiple. Ed il giorno delle elezioni sarà una sorta di torneo a quei giochi dove sulle carte ci sono le caratteristiche dei personaggi (punti vita, abilità, etc).
A: Io ho un operaio.
B: Anch’io, ed è operaio da cinque generazioni!
A: Si, però il mio è anche omosessuale!
B: Cazzo, raddoppia il punteggio! Allora io mi gioco l’imprenditore del nord-est! Il tuo operaio è fottuto! La classe operaia va in paradiso, no?
A: Bastardo! Ma non avevi un operaio anche tu? Comunque, eccoti servito: imprenditore illuminato di sinistra con l’hobby delle cene di finanziamento chezVissani più comandante della guardia di finanza che fa volontariato in parrocchia!
B: Pesti duro, eh! Ma non mi freghi! Intanto eccoti servito un commercialista di Pontida: con il suo incantesimo il tuo finanziere non può colpire il mio imprenditore! Ah ah! E vediamo cosa combina il tuo imprenditore dal cuore e stomaco d’oro e contro i miei crociati filo cei!
A: Giochi sporco! Beh, preparati ad essere spazzato via dalla pasionaria dell’opus dei! Per il potere del sant’uffizio, Cilicio rotante a me!
(così, tanto per scrivere le prime cose che mi son venute in mente…)
Ho capito che Fini è veramente furbo. Ma tanto tanto tanto. Subito non capivo perché, dopo aver fatto tanto baccano a dicembre sulla questione della leadership nel centro destra, fosse ritornato mestamente all’ovile come un cane bastonato, subendo l’umiliazione di confluire nel “nuovo” partito del nano pelato e piduista. E qui sta il vero animale politico che sa mettersi sempre al vento. Fini ha infatti subito pronunciato frasi molto moderate, del tipo “guardiamo al centro”, “vogliamo entrare nel partito popolare europeo”, etc. Così facendo si è inimicato a morte la parte più fascista di AN (perché – direte voi – ce n’era anche un’altra?). Mossa estremamente lungimirante. Perché alle prossime elezioni quasi sicuramente vincerà il nano pelato e piduista, ma è molto probabile che a sinistra scoppi maretta pesante. In caso di una bella e sana rivoluzione proletaria, ovviamente Fini – in virtù del suo passato (non ce la beviamo che è moderato… non vi ricordate dov’era al G8 di Genova?) – verrà portato a piazzale Loreto per essere appeso. Ed è lì il colpo di genio. Arriveranno infuriatissimi i fascisti a salvarlo urlando “Sacrilegio! Non se lo merita, non ne è degno”. Machiavellicamente efficace.
E per ultimo ho capito che c’è un nuovo partito trasversale. Quello degli stronzi. In realtà c’era già da prima, ma ultimamente mi sembra in grande auge.
* il bar preferito dagli agricoltori (su, avanti, odiatemi).
Una tra le cose che mi ha sempre impressionato maggiormente della satira è il fatto di essere senza tempo. Una battuta di satira, quella vera, risulta infatti miracolosamente sempre attuale: sarà che i problemi, dai tempi di Aristofane o di Rabelais, non sono poi così cambiati. Perché dico questo? Perché mi è capitato di rileggere per caso un post, risalente a quasi due anni fa (ai tempi dell’insediamento del governo di centrosinistra), di Lia Celi – una che la satira la sa fare (e bene), non a caso storica colonna del mai abbastanza rimpianto settimanale di resistenza umana “Cuore” – e certi passaggi mi sono sembrati paurosamente attuali, se non addirittura profetici. Riporto testualmente:
“Un ex tiranno assetato di rivincita, un povero premier circondato da capitribù litigiosi, una democrazia fragile, divisioni insanabili, un clero invadente: meno male che non abbiamo il petrolio, altrimenti Bush ci avrebbe già invaso”, e poi: “Il neoministro Clemente Mastella rivendica la sua profonda conoscenza della Giustizia: «E’ una vita che la fotto»”.
Geniale, vero? Ma veniamo al titolo del post. Una volta, per stigmatizzare la pochezza che contraddistingueva certi governi, si utilizzava l’epiteto “repubblica delle banane”. Per l’Italia, vista la recente vicenda Cuffaro, credo che l’appellativo “repubblica dei cannoli” risulti molto più appropriato. Dite che sto esagerando? Va bene, facciamo un piccolo riassunto degli usi e costumi dei miei connazionali. Io vivo in uno stato dove:
• Un ministro, indagato insieme a buona parte del suo partito in merito a pratiche clientelari, lancia pesanti attacchi alla magistratura. Non riuscendo a riceve l’approvazione di una scandalosa mozione di solidarietà alle sue parole proposta in parlamento dal suo partito, incassata comunque un vergognoso attestato di solidarietà bipartisan al suo discorso, decide di far cadere il governo. Caso strano, proprio poco prima che si arrivasse ad un accordo sulla legge elettorale, che molto probabilmente avrebbe drasticamente ridotto l’influenza di quel partito. Adesso, invece, è molto probabile che si ritorni al voto con il famigerato “porcellum”, ottenendo ovviamente un altro bel ministero (leggi anche qui). Un bel ricatto del tipo: “Non fai come dico io, salta il governo”. Ottima mossa, per uno accusato proprio di aver costruito una rete di potere per i propri interessi.
• Un prescritto per collusioni con la mafia (comprovata) è un (influentissimo) senatore a vita e viene considerato un grande statista. Ma soprattutto una brava ed onesta persona.
• Il capo dell’opposizione, oltre che buona parte del suo partito, ha un rapporto con la giustizia per dir poco conflittuale. Ma forse è la volta che ce lo leviamo dei coglioni per una “semplice” vicenda di raccomandazioni (ci si può rendere conto che, comunque, fare raccomandazioni non è un comportamento onesto? O è chiedere troppo?).
• Il governatore di una regione festeggia offrendo cannoli ai suoi collaboratori (ed ovviamente non si dimette dal suo incarico) dopo essere stato condannato in primo grado a 5 anni di reclusione (ed all’interdizione dalle funzioni pubbliche) per favoreggiamento a dei mafiosi. Motivo? Non gli hanno dato l’aggravante di favoreggiamento mafioso (ovvero, non sapeva che quelle persone appartenessero alla mafia). Potrebbe diventare una scusa fantastica per gli studenti:
Genitore: Come è andata la lezione?
Figlio: Bene! Ho preso solo 4!
Genitore: Come 4? Ma è un brutto voto!
Figlio: Però potevo prendere di meno!
Genitore: Allora festeggiamo!
Ma vi rendete conto? Va bene che ci sono ancora due gradi di giudizio, ma nei paesi civili i dirigenti condannati vedono la loro posizione almeno congelata (per non arrecare danno alla credibilità dell’ente\società\istituzione che rappresentano). Ma generalmente si auto-congelano molto prima (leggete qui e rabbrividite). O forse Cuffaro era semplicemente contento di poter essere finalmente chiamato illustrissimo (è un termine che si utlizza per dare lustro. Ovvero 5 anni).
E questo per dire i casi più eclatanti che mi vengono in mente o quelli di attualità. E se ci arrendessimo a San Marino? Potrebbe essere la soluzione più dignitosa…
In tutto questo casino, comunque, l’unico a mantenere la calma è il presidente del consiglio (chissà ancora per quante ore…) Prodi, che come al solito sprizza ottimismo da tutti i pori. E’ incredibile: da quando è incamiciata la legislatura, non ha fatto altro che elargire discorsi sull’ottimismo, nonostante fosse chiaro a tutti che tenere insieme una coalizione così eterogenea sarebbe stato a dir poco ostico (anche perché qualcuno ha fatto in modo che un certoprogramma sottoscritto da tutti, e con il quale ci si era presentati agli elettori, fosse gettato nel dimenticatoio…). Ottimismo qui, ottimismo là. Ma adesso capisco la sua lungimiranza. Secondo me se l’era intagliata da subito, ed ha furbescamente incominciato il prima possibile a lavorare per garantirsi un posto nell’eventualità che la coalizione non tenesse. E ce l’ha fatta. Infatti, come gli si potrebbe negare un posticino da commesso da Unieuro?
Ritorna la richiestissima rubrica “Vergognamoci per loro”, eccezionalmente in versione 2×1 (è periodo di saldi, no?). I due casi umani di oggi sono accorpati anche vista l’allarmante riluttanza di questi personaggi ad accettare i giudizi esterni, come se i rispettivi ruoli che ricoprono accordassero loro un intollerabile status di intoccabili. Ma procediamo con ordine.
Sandra Lonardo, presidente del consiglio regionale della Campania e moglie di Clemente Mastella, dimissionario ministro della giustizia, si trova attualmente agli arresti domiciliari, in quanto indagata in un’inchiesta della procura di Santa Maria Capua Vetere su un presunto giro d’affari e favori che vede indagato anche lo stesso Guardasigilli altre persone afferenti al suo partito (qui un intervento sui verbali). Apriti cielo. Mastella ha rassegnato le dimissioni, accusando – in un duro discorso alla camera – la procura di Santa Maria Capua Vetere di fare un uso politico della magistratura (alcuni stralci tratti da qui: le “mie illusioni oggi sono frantumate di fronte a un muro di brutalità. Ho sperato che la frattura tra magistratura e politica potesse essere ricomposta, ma devo prendere atto – dice il guardasigilli – che nonostante abbia lavorato giorno e notte per essere un interlocutore affidabile sono stato percepito da frange estremiste come un avversario da contrastare, se non un nemico da abbattere”. Dice di aver subito un “tiro al bersaglio nei miei confronti, quasi una caccia all’uomo, una autentica persecuzione”). Esatto, gli stesso concetti del nano pelato e piduista. Ma la cosa più sconcertante sono state le zelanti manifestazioni di solidarietà della quasi totalità dell’arco parlamentare e governativo nei confronti di Mastella. Perché mi scaldo tanto? Facciamo un po’ di considerazioni:
• In Italia esiste la presunzione di innocenza, infatti, se indagati si riceve un avviso di garanzia. La parola “garanzia” non dice nulla al signor ministro?
• Solidarietà la si esprime, ad esempio, ha chi ha subito un torto. Devo quindi dedurre che indagare la moglie di un ministro, o il ministro stesso, rappresenti in re ipsa un torto? Ma questa si chiama impunità, che mina alle basi l’indipendenza della magistratura dalla politica (articolo 101 della costituzione italiana: “… I giudici sono soggetti soltanto alla legge”) ed il concetto di separazione dei poteri, sul quale si fonda lo stato di diritto.
• Mastella ha lanciato anche un forte atto d’accusa nei confronti della magistratura. Esprimergli solidarietà, a meno di acrobatici bisticci linguistici, significa avvallare tale accusa. Il governo, che tanto cavalcò la tigre della giustizia quand’era all’opposizione, se ne rende conto? E’ conscio delle conseguenze?
• Dini ha dichiarato: “è un fatto sconvolgente che dovrà essere valutato in tutti i suoi risvolti, anche politici. Aspettiamo di capire meglio quali sono le ragioni giudiziarie di questa vicenda, ma a volte la magistratura se la prende anche con le mogli, e io ne so qualcosa…”. Beh, visto che sua moglie, in primo grado, s’è presa due anni e quattro mesi di reclusione per bancarotta fraudolenta mediante falso in bilancio, non vedo cos’abbia da sghignazzarsela (ok, so benissimo che in Italia ci sono tre gradi di giudizio: quel che voglio dire è che, per essere giudicati innocenti, non basta professarsi innocenti con aria sgomenta ed inveire contro fantomatici complotti, ma innocenti bisogna esserlo sul serio. E non sempre le due cose coincidono: non sono molti i colpevoli, soprattutto se ricoprono ruoli di potere, che ammettono di esserlo).
Ieri sera in prima serata su raiuno c’era addirittura una puntata speciale di Porta a porta dedicata al caso, che ho preferito perdermi per non rischiare di dar fuoco alla casa… Da segnalare, in tutto questo triste teatrino, l’intervento, al solito molto preciso, dell’Associazione Nazionale Magistrati (tratto da qui: Luca Palamara, segretario generale della giunta monocolore Mi dell’Anm, il sindacato delle toghe, respinge “la condanna unanime del parlamento alla magistratura” ed esprime “apprezzamento per il gesto del ministro”. Sottolinea poi che “molte delle affermazioni del ministro sono state fatte a titolo personale e sono frutto del diretto coinvolgimento emotivo nella vicenda”. Anche questa vicenda “deve definirsi nell’ambito processuale. I problemi della giustizia devono essere separati dalle vicenda giudiziarie, altrimenti siamo lontani dalla soluzione del problema”) e del Procuratore generale di Santa Maria Capua Vetere Mariano Maffei che ha giustamente fatto intendere di riservarsi di intraprendere vie legali contro il ministro viste le sue inqualificabili dichiarazioni (è bene ricordare che, visto che al momento dello scandalo non era ancora trapelato alcun elemento dalla procura, le accuse formulate da Mastella non si basano su alcun fatto oggettivo. E questo un ministro della giustizia dovrebbe saperlo).
Passiamo oltre. L’ultimo caso Ratzinger è l’ennesima conferma di quanto in Italia il giornalismo sia fatto da dei cialtroni. Repubblica ieri titolava “Il papa: no alla Sapienza” (verrebbe da dire: levate la maiuscola ed avrete il quadro completo), l’autorevoleIl Secolo XIX: “Papa costretto alla resa” (veramente nessuno ha costretto Ratzinger a conigliarsela. Ma forse pensava di non avere abbastanza claque?). Facciamo un po’ di chiarezza, ricapitolando il tutto:
• 67 professori dell’università “La Sapienza” di Roma scrivono una lettera al rettore comunicandogli – motivandolo – il loro disappunto per la scelta di chiamare il papa ad inaugurare l’anno accademico. Questo si chiama esprimere dissenso. Non è reato. No, nemmeno se di mezzo c’è il papa.
• Le accuse mosse sono ai docenti sono state tra le più infamanti. Si passa dalla censura [ma nessuno impedisce a Ratzinger di parlare (ogni domenica al telegiornale c’è un servizio su quello che dice…). E’ stato sollevato solo un lecito dubbio di pertinenza: che senso ha chiamare ad inaugurare un “tempio della scienza” chi ha delle posizioni marcatamente anti-scientifiche?] alla mancanza di volontà di dialogo (che con un tizio tutto vestito di bianco che dice di aver sempre ragione perché gli parla dio è parecchio dura… i manicomi sono pieni di gente così)
• Un gruppo di studenti ha deciso di manifestare il proprio dissenso contestando Ratzinger con svariate iniziative. Dopo aver occupato l’ufficio del rettore sono riusciti ad ottenere la possibilità di manifestare.
• Il papa, nonostante non ci fosse alcun problema di ordine pubblico (ma cazzo, è stato in Turchia e si spaventa per quattro cori?), ha deciso di non andare. Ripeto: nessuno ha impedito a Ratzinger di andare. Se l’è conigliata.
• Perché se l’è conigliata? Pagina 3 di Repubblica di mercoledì 16 gennaio. Cito testualmente: “attraverso le sue persone di fiducia [Bertone] valuta le informazioni che gli vengono da Vicinale e dal prefetto di Roma e si fa un’idea del vero pericolo. Scontri tra estremisti di destra e di sinistra nel campus universitario, intervento della polizia, rischio di feriti [tutto questo, come si legge a pagina 2, è stato smentito dal presidente del consiglio… ma va beh… ndE]. Tafferugli ed una salva di fischi all’indirizzo del pontefice nell’aula dove pronuncia il discorso. L’immagine ritrasmessa in tutto il mondo di un papa che attraversa i viali della «sua» città, protetto dai cordoni della polizia. Un effetto mediatico devastante”. Ovvero, non sia mai che – barbaro atto di lesa maestà – si veda il papa subire una contestazione. Sapete come si chiama questo? Stalinismo.
By the way, facciamoci due risate su che è meglio. Ecco le 10 cose che mi renderebbero il papa più simpatico:
1. Scegliere come nuovo nome “Marco Pisellonio I”
2. Sottolineare i latinismi con dei rutti baritonali
3. Fare stage diving ad un concerto dei Pooh
4. Iscriversi ad Al Qaeda
5. Sfornare urbi et orbi divertenti bestemmie composite
6. Farsi tatuare “I belong to Jesus” sulla punta del cazzo
7. Assumere Chinaski come ghost writer per le encicliche
8. Indossare il chiodo sopra al vestito bianco
9. Consacrare le ostie come Fonzie fa partire il juke-box
10. Sedurre ed abbandonare la Binetti, in modo che, per il consolare il dolore ed espiare il peccato, si offra come cavia per il nuovo cilicio elettrificato
P.S. dell’ultim’ora: alla fine alla Sapienza non è successo niente. Ed accorgersi che un po’ di senso critico e di satira, nel giornalismo italiano, esistono ancora, fa sempre piacere.