Antigone
Mercoledì Aprile 02nd 2008, 11:55
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“Molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell’uomo”

Coro

Il mondo è fermo a due millenni e mezzo fa (come minimo). In prima battuta, è questo quello che si può dire dopo aver visto “Antigone” di Sofocle. Perché il tema trattato in questa tragedia – datata 442 a.C. – è quanto di più attuale ci si possa immaginare. Si dirà che se i classici sono chiamati così, un motivo ben ci sarà. Però è strano come cori greci, invocazioni a divinità mitologiche e parole che sanno d’antico riescano a parlare in maniera così precisa del presente. In questo caso si tratta – come riferisce Carlo Orlando, uno dei registi, nella scheda dello spettacolo – del “conflitto non negoziabile e irrisolvibile tra l’Io e lo Stato, tra l’individuo e la società”, rappresentato dalla drammatica scelta della giovane Antigone di violare, in nome dell’amore fraterno, un editto emanato da Creonte, nuovo tiranno di Tebe. Sulla grandezza dell’opera non si discute, e quindi non spenderò molte parole in proposito. Mi basta solo ricordare l’incredibile umanità che Sofocle riesce a conferire a tutti i suoi personaggi, perdenti destinati a soccombere, per l’ostinato stringersi alla propria pietà come per il tracotante delirio di onnimptenza da sbornia di potere.

In breve la trama. Tebe. Antigone (Elena Dragonetti) – figlia di Edipo e sua madre Giocasta (avrete sentito parlare del complesso di Edipo, no?) – vuole seppellire il corpo del fratello Polinice, sapendo però che in questo modo contravverrà all’editto proclamato da Creonte (Nicola Pannelli) e verrà punita con la morte. Polinice infatti, è caduto come nemico di Tebe, e per questo non devono essergli concessi riti funebri, che invece sono accordati all’altro fratello Eteocle (i due fratelli si sono uccisi a vicenda). Antigone ne parla con la sorella Ismene (Raffaella Tagliabue), che però si rifiuta di seguirla in questa impresa suicida. Antigone compie da sola il gesto, e si prepara ad affrontare le ira di Creonte. E, come in una tragedia che si rispetti, i cadaveri saranno molti di più di quelli che ci si potesse aspettare.

Fin qui il testo che, come detto, non si discute. La messa io scena cui ho assistito è stata curata dagli attori della compagnia Narramondo, compagnia che solitamente porta in scena testi molto legati alla contemporaneità, direi quasi di teatro politico [ho assistito a due loro spettacoli (“Di eroi, di spie e altri fantasmi”, e “Por la vida”), entrambi molto belli]. Sarà stato forse per le aspettative molto alte dovute alla combinazione di testo “sacro” e precedenti spettacoli molto belli, ma lo spettacolo non mi ha entusiasmato, o almeno non quanto avrei voluto. Intendiamoci, molto bello e decisamente azzeccata la scena di non attualizzare forzatamente il testo, ma di presentarsi sul palco con abiti “normali” ed una scenografia inquietantemente tetra ed anonima, aspetto che ha reso ancora più straniante il contrasto contemporaneità/antichità dato dal testo “originale-antica Grecia”. Gli attori poi, almeno quelli principali, si sono comportati molto bene. Però boh. Mettiamoci anche che ero alla replica di domenica pomeriggio con davanti scolaresche di rompicoglioni sciancati (cazzo, sembrava di essere in un sanatorio, con tutti quei colpi di tosse…), aspetto che certamente non aiuta, né gli attori, né gli spettatori. Però, almeno a mio avviso, mancava quel quid che alla fine ti fa dire: “’Sti cazzi!”. Mi rendo conto che come spiegazione non sia delle migliori, però rende l’idea.


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Tartufo
Martedì Marzo 04th 2008, 15:01
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“Ah come la conosco questa vecchia canzone! E volete che tutti sian ciechi come voi! Avere gli occhi aperti, questo è libertinaggio. E chi non s’innamora di bigotte manie, è un miscredente, in lotta contro la religione! […] E come sempre accade quando è in ballo l’onore, che la spada più zitta è la parte migliore, così un uomo devoto, da pigliare ad esempio, state certo, non è chi fa smorfie in un tempio. Via! Non c’è modo, allora, nessuno, di distinguere che cos’è devozione, e cos’è ipocrisia? Di una maschera e un volto, direste, sono oggetti di una stessa espressione? Segni di egual valore? Spontaneità e artificio sono la stessa cosa? O trattate fantasmi in luogo di persone, e state confondendo il modello e la copia, la moneta di zecca con la falsa impressione? […] Ma per poco che sia, mi dice, la mia scienza, che tra il vero ed il falso la differenza c’è. E se pure non posso figurarmi un modello di eroe che sia più eroe di un vero religioso, nessuna cosa al mondo più nobile è bella dello slancio sincero di un’autentica fede, così non vedo niente, per me, di più odioso di queste false facce da sepolcro imbiancato, di questi ciarlatani, guitti della pietà, che con empia e smorfiosa abilità di istrioni, parassiti impuniti, usano, e intanto ridono, di ciò che nella vita c’è di più venerando; quella gente che fa, lucrando sopra il sacro, della virtù un mestiere, della fede un mercato, e cerca di comprarsi e nome e dignità con occhiate bugiarde, calcoli di bontà. Tutti questi, vi dico, che ci vediamo intorno far carriera e fortuna con le scale del Cielo, questi pieni di zelo che mangiano e che pregano, e gridano al convento nei salotti di corte, e del male e del bene sanno fare un elastico, questi sono i più furbi, duri, vendicativi, volpi di bronzo, pronti, se ti voglion colpire, a camuffare l’odio coi bisogni del Cielo; e i più pericolosi, quando a morderli è l’ira… Perché loro possiedono armi cui ci s’inchina, e quello stesso braccio che ti vuol far morto è quello sacro, quello che ripara ogni torto. E di santi truccati troppi ce n’è in giro! Distinguere, però, non è così difficile: grandi anime devote ha pure il nostro secolo […] La loro santità nessuno la discute. Di loro non si dice che la virtù la vantano, di loro non si vede che voglio esibirla; è naturale, in loro, la pietà; non stanno a criticare tutto ciò che si fa; far da coscienza agli altri lo chiamano superbia; e senza tanti occhiacci e tanta voce grossa è con la loro vita che guidano la nostra. Poca presa ha su loro la sembianza del male, perché la fede è appunto essere certi del bene. Ignorano le cabale, e tutto il loro impegno, tutto l’impiccio loro è di restare onesto. Non è sul peccatore che fanno fuoco e fiamme, ma sul peccato in sé sfogano il loro sdegno, né passa per la testa, a loro, questo zelo d’esser, più che lui voglia, i sensali del Cielo. […]”

estratto dal monologo di Cleante – quinta scena del primo atto

Moliere novello Nostradamus? Se i periodi storici di questi due personaggi non fossero così differenti, sarebbe lecito chiederselo. E’ infatti abbastanza bizzarro trovare, in un testo del 1667, una descrizione così dettagliata del Giuliano Ferrara “mistico dell’ultim’ora” o di uno a caso tra la folta schiera di atei devoti e cattoliciume vario venuti tristemente alla ribalta negli ultimi anni. Sarà che la forza di un affondo satirico, quando efficacemente portato, non perde in freschezza con il passare del tempo, soprattutto se i costumi da castigare rimangono sostanzialmente invariati.

In questo caso il bersaglio scelto da Moliere per le sue affilate invettive è l’ipocrisia, incarnata da Tartufo, un mendicante falsamente devoto che trama nell’ombra contro Orgone, un nobile ricco che, ammaliato dalla sua religiosità, lo accoglie tra le proprie mura. Ma l’opera di Moliere non si limita solo a questo, perché è di fatto un violento atto d’accusa nei confronti della società francese dell’epoca. Tartufo rappresenta infatti si l’ipocrisia, ma questa è possibile solamente se esiste chi è disposto a nutrirla, lasciandosi consenzientemente da questa a tal punto ubriacare per avere un paravento delle proprie miserie: non può esistere Tartufo senza Orgone. La messa in scena di Moliere, riguardo a questo punto, e quanto di più spietato ci si possa aspettare. Tartufo compare infatti solamente all’inizio del terzo dei cinque atti che compongono la commedia e, almeno stando a quanto riferito dagli altri personaggi nei due precedenti atti, lo si immagina come una sorta di inappuntabile “attore di sé stesso”, ma così non è. La finzione di Tartufo è grossolana e poco contenuta, arginata solamente dalla sua arte oratoria: solo grazie al fatto che, parafrasando un noto proverbio, Orgone è cieco perché non vuole vedere quest’ultimo non lo smaschera. Senza contare che il ricorso ad un posticcio happy end basato sull’intervento riparatore del re quale più che improbabile deus ex machina non fa che rincarare la dose di un critica al veleno: il trionfo dell’ipocrisia è infatti scongiurato solamente grazie ad un evento palesemente inverosimile…

Fino a qua qui elogi alla commedia di Moliere (la trama intera non ho voglia di scriverla… la trovare qua). La messa in scena di Carlo Cecchi cui ho assistito la scorsa settimana, però, non mi è sembrata esente da sbavature. Un po’ di elementi, infatti, non mi hanno completamente convinto. Gli attori non mi sono sembrati particolarmente in serata, e certe scene le ho recepite un po’ troppo meccaniche. Certo, Licia Maglietta (nel ruolo di Elmira) è sempre molto brava, ed ho trovato decisamente appropriato il Tartufo di Valerio Binasco così come Cecchi nel ruolo di Orgone, però il resto della compagnia non ha regalato grandi guizzi. Insopportabile inoltre, almeno a mio avviso, la scelta di caratterizzare il personaggio della cameriera Dorina (Antonia Truppo), che rappresenta un po’ la saggezza popolare, con un forte accento napoletano. Ora, non vorrei essermi guadagnato con questa ultima frase una tessera ad honorem della Lega, però ho trovato imbarazzante ricorrere al luogo comune della “napoletana che fa la scenata napoletana”… ci fosse stato un tirchio avrebbe avuto la cadenza genovese? L’equivalente seicentesco dell’imprenditore, l’accento milanese? Un clerico-fascista, la voce di Ratzinger? Per il resto, poi, tutto bene, lo spettacolo è molto gradevole. Però, a dispetto delle potenzialità del testo, il risultato è lungi dall’essere un capolavoro.


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Barracuda 2007
Mercoledì Ottobre 10th 2007, 14:52
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barracuda2007.jpg

Daniele Luttazzi è uno che la satira la sa fare, pungente e spietata, senza guardare in faccia nessuno. Con questo suo atteggiamento, negli anni, si è visto precipitare addosso più di un polemica (la più eclatante quella dell’editto bulgaro), ma ha risposte sempre e solo con la sola arma che conosce – e padroneggia assai bene – ovvero quella delle sue battute al vetriolo che rispondono solo all’esigenza di far ridere il proprio autore. La satira è infatti memoria storica ed un punto di vista: l’avvenimento può essere di dominio pubblico, ma la prospettiva è di definizione soggettiva. Luttazzi è eccessivo, ma questo perché la satira – parole di Mel Brooks – “se non è eccessiva, non fa ridere”. Per Luttazzi non c’è argomento tabù, che non possa essere affrontato. Ecco quindi che politica, sesso, morte e religione diventano i bersagli privilegiati delle frecce acuminate al veleno di una comicità che non fa prigionieri.

Tutto questo è stato “Barracuda 2007”, l’ultimo spettacolo portato in tournè da Luttazzi. Rispetto a “Come uccidere causando inutili sofferenze”, c’è stato però, almeno per quel che mi riguarda, un po’ di effetto “già sentito”. Capiamoci, Luttazzi è stato al solito assolutamente spettacolare, sempre pronto a spaziare con invidiabile perizia dal grottesco più improbabile alla più feroce stilettata politica, ma forse alcuni fattori hanno giocato a suo sfavore. Innanzi tutto seguo ed apprezzo Luttazzi, in particolar modo le sue parti più alleniane, da un bel po’, ed alcuni meccanismi delle battute li riconosco: non che riesca ad anticipare le battute – figuriamoci – ma almeno su alcune intuisco dove voglia andare a parare. E’ interessante notare come con Paolo Rossi, comico che seguo da molti più anni, questo non mi sia mai successo, forse anche per la dimensione molto più teatrale del comico milanese. Inoltre la struttura dello spettacolo prevedeva la divisione in due parti del monologo, entrambe in qualche maniera già sentite. La prima consisteva nella spiegazione surreale del perché Luttazzi manchi dalla televisione da ben sei anni, e si appoggiava essenzialmente sulla riproposizione del monologo “Barracuda” riveduto e corretto: molte battute risultavano quindi essere di repertorio, sempre divertenti ma dall’effetto inevitabilmente meno devastante. La seconda parte riguardava sempre le motivazioni della sua epurazione dalla Rai, ma questa volta in chiave assolutamente “reale”, con nomi, cognomi ed il racconto di situazioni ben circostanziate. Purtroppo però molti dei contenuti di questa ultima sezione erano già noti a chiunque frequenti il suo blog, con conseguente effetto “ripetizione”.

Ripeto, lo spettacolo è stato ottimo. E’ che – mi si passi la citazione – in questo caso ignoranza sarebbe stata veramente conoscenza…

Concludo con due notizie che magari non tutti sanno. La prima: Luttazzi tornerà in televisione in autunno con un nuovo spettacolo in seconda serata su La7. Non vedo l’ora di vederlo! La seconda: ha vinto le cause che erano state intentante contro di lui dal nano pelato e piduista e dalle sue società, che tra l’altro, se non ho capito male, sono state obbligate a pagargli le spese processuali. Luttazzi aveva quindi tutto il diritto di informare la popolazione con la famosa intervista a Marco Travaglio (visibile in tre parti: 1-2-3), che quindi potrebbe essere mandata in onda tranquillamente. Chissà se il CDA della Rai lo sa…


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Terrorismo
Giovedì Giugno 14th 2007, 12:12
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Parla il russo dell’inquietudine l’ultima proposta in cartellone per le “Mises en espace”. La rassegna del teatro Stabile ha infatti chiuso i battenti con questo “Terrorismo”, spettacolo dei fratelli Oleg e Valdimir Presnjakov, presentato nella versione italiana di Roberto Brunasso ed Ilaria Della Casa e con la regia a cura di Alberto Giusta. Il titolo potrebbe far erroneamente pensare ad un “classico” testo di teatro politico, magari incentrato sull’ancora irrisolta e più che complessa questione cecena, invece l’approccio scelto dai due giovani drammaturghi russi per affrontare queste tematiche è molto più ampio, e si basa principalmente sulla messa in scena di come la vita contemporanea sia permeata da una ferocia così diffusa da far apparire il terrore, in senso lato, ovviamente, quasi un trait d’union tra le singole esistenze. Per fare ciò i fratelli Presnjakov sia appoggiano su di una struttura a cinque scene, apparentemente slegate tra di loro, che vanno a comporre un cupo mosaico della condizione umana, esemplificazione di come la crudeltà si diversifichi nelle modalità di attuazione ma non nell’essenza. Questo concetto viene ribadito con forza nell’ultima scena, nella quale si scopre il filo rosso che lega tutte le vicende narrate, mentre il finale, a tratti quasi onirico, conferisce allo spettacolo un alone ancora più inquietante.

Come detto lo spettacolo si suddivide in cinque scene più l’epilogo. La prima si svolge in un aeroporto, dove la misteriosa temporanea inagibilità dello stesso a causa di un allarme bomba, unita alla reticenza dei militari a fornire spiegazioni, porta tre passeggeri a compiere disquisizioni quasi metafisiche sul senso di quello che sta accadendo loro. Nella seconda scena si assiste invece ad un adulterio tragicomico portato alle estreme conseguenze, nel quale la trasgressione iniziale viene sopraffatta dall’atrocità del potere. Gli impiegati di un ufficio alle prese con un suicidio di un collega, ed il turbinio di accuse e recriminazioni reciproche che ne segue, è invece lo sondo della terza scena. Per la quarta scena l’ambientazione si sposta invece su di una panchina, dove due vecchiette particolarmente intraprendenti, mentre accudiscono il nipote di una di loro, parlano amabilmente in maniera davvero poco lungimirante della decadenza dei tempi moderni o di come uccidere lentamente un genero. L’ultima scena si svolge invece in una caserma, dove tra una scena di nonnismo e l’altra, un graduato espone la sua filosofia di vita.

Una delle caratteristiche più interessanti dello spettacolo è il frequente ricorso a dialoghi che tendono a spezzare con situazioni divertenti la serietà del contesto nel quale sono inseriti. Questo non fa però che accentuare l’effetto straniante della crudeltà messa in scena. Perché, è vero, si ride anche in questo spettacolo, ma si tratta di risate irrequiete, che fanno sempre da preludio al precipitare della situazione. Le interpretazioni degli attori sono state più che buone, con due picchi di assoluta grandezza per quel che riguarda le due vecchine (Anna Laura Messeri e Rachele Ghersi, insieme a Federico Vanni gli unici attori “veri”, cioè non “solo” studenti della scuola di recitazione): sarà anche stato il confronto con attori ancora in fieri oltre il fatto che le loro erano due della parti più “divertenti” dello spettacolo, ma ‘ste due hanno dato il bianco in maniera clamorosa! Avevano dei tempi pazzeschi, non so come cazzo facessero…

In definitiva uno spettacolo decisamente riuscito che, almeno a mio avviso, meriterebbe di essere portato in tournè.


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Qualcuno arriverà
Mercoledì Giugno 06th 2007, 11:11
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Appuntamento con il botto per la rassegna delle “Mises en espace”. Per il secondo spettacolo in cartellone, infatti, il Teatro dello Stabile ha scelto di giocare pesante, sfoderando, per quel che riguarda gli interpreti, addirittura un tris d’assi in luogo dell’usuale impiego degli studenti del corso di recitazione. Di scena “Qualcuno arriverà”, testo del drammaturgo norvegese Jon Fosse, proposto nella versione italiana di Graziella Perin e per la regia di Valerio Binasco, in veste anche di attore. Lo spettacolo, dominato da tra interpretazioni magistrali, è stato molto interessante, nonostante la lentezza pachidermica dell’azione (se di azione si può parlare), enfatizzata ancor di più dal continuo ripetersi di alcune frasi quasi o del tutto uguali. Questo aspetto, insieme ai lampi grotteschi di comicità “involontaria” ottenuta quasi per contrasto con il tono generale della messa in scena, mi ha fatto pensare ad un altro spettacolo cui ho assistito recentemente, ovvero “Aspettando Godot”, permeato dal medesimo intangibile e spaesante impianto rarefatto per quel che concerne i dialoghi ed il procedere deli avvenimenti.

Non che in effetti ci sia molto da dire sulla trama, estremamente statica anche se divisa in sette scene dalla scenografia più che minimale. La storia parla infatti di una donna (Orietta Notari) e di un uomo (Massimo Cagnina) che riescono finalmente a prendere possesso di una vecchia e sperduta casa vicino al mare. L’intenzione della coppia è quella di estraniarsi dal mondo e di condurre una vita in solitudine: non è dato sapere qualsi siano le motivazioni che hanno spinto i due a questa decisione, anche se nelle loro discussioni affioreranno spesso riferimenti ad un passato che evidentemente ancora non è tale. L’idillio per la conquistata solitudine è quindi subito infranto dalla manifestata consapevolezza che “qualcuno arriverà” a turbare la loro pace. Ed infatti dopo pochi minuti si palesa un altro uomo (Valerio Binasco), l’invadentemente bizzarro ex proprietario della casa…

Mi rendo conto che, raccontandola così, la trama potrebbe apparire quella di un’improbabile versione norvegese de “Il rompiscatole”, ma vi assicuro che lo spettacolo è proprio ben altro. Ottimamente recitato e di breve durata (meno di un’ora: di più si sarebbe rischiata la deriva soporifera…), lo spettacolo descrive infatti non solo quanto sia marcata la differenza tra ciò che viene idealizzato e la realtà, ma soprattutto l’estrema labilità che caratterizza tale astrazione. Non proprio discorsi da bar, insomma…

Spettacolo più che riuscito e che meritava di essere visto.


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Rum
Martedì Maggio 29th 2007, 11:30
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“Hey! Una scimmia a tre teste!”

Guybrush Threepwood

Il primo spettacolo in cartellone per le “Mises en espace”, l’annuale rassegna ad ingresso libero che il teatro Stabile di Genova dedica alla drammaturgia contemporanea, è stato giocato decisamente “in casa”. Lo spettacolo proposto infatti, andato in scena nella sempre suggestiva cornice della “piccola Corte” (anfiteatro di legno costruito sul palco del teatro), è opera di due giovani ex studenti della scuola di recitazione dello Stabile, ovvero Carlo Besozzi e Flavio Parenti, con quest’ultimo alle prese anche con la regia. Suggestione alla base di questo lavoro a quattro mani è stata la comune passione dei due autori per la saga di Monkey Island, videogioco “punta e clicca” fiore all’occhiello dell’esaltante produzione di inizio anni novanta della Lucas Arts (se non ci avete mai giocato, sappiate che vi siete persi Qualcosa di veramente importante. Ma siete ancora in tempo a rimediare, quindi scaricate qui i primi due imprescindibili episodi, non rompete le palle per la grafica vecchia e provate a finirli…). Ecco quindi nascere questo “Rum” che, almeno nella prima parte, deve molto alle atmosfere surreali e paradossali del videogioco, anche se, fortunatamente, i due autori lasciano che i riferimenti all’opera di Ron Gilbert aleggino semplicemente nello spettacolo senza che questo si configuri come una trasposizione teatrale del videogioco (la storia, infatti, pur essendo ovviamente di matrice piratesca, non c’entra nulla con quella della Lucas, e questo, ovviante, è un bene).

La trama è particolarmente intrigata, e questo è uno dei punti che appesantiscono le due ore dello spettacolo (comunque ancora “in prova”); provo comunque a farne un riassuntino. Secolo XVI, mar dei Carabi: tutto ruota intorno alla piccola isola di Tortuga, strategica crocevia per i traffici navali della zona. Padre Bonabbey, cattolico, riesce a convincere Philippe De Poincy, governatore francese di un’isola caraibica, ad impossessarsi dell’isola di Tortuga. Per fare questo si deve affidare però allo spietato protestante Le Vasseur che, una volta dichiarato governatore della nuova isola, renderà la vita difficile a padre Bonabbey. Nella spedizione alla conquista dell’isola di Tortuga si imbarca anche Guybrush Threepwood, imbranato ragazzo sedicente temibile pirata, per saldare un debito con due strambi pirati-clown, Francatrippa e Friggiculo, esilarante coppia di “bucanieri da strapazzo” che lo salvano dalle ire di un cuoco. Questi due hanno anche il compito di portate a Tortuga Elaine, la bella figlia di Le Vasseur: inevitabile che questa si innamori perdutamente del maldestro Guybrush… Ma la storia si complicherà assai perché tutto è corruttibile, soprattutto quando di mezzo ci si mettono la religione e piantine dagli effetti stupefacenti… oltre che a barili di rum, ovviamente.

La pecca maggiore dello spettacolo, secondo me, sta nel fatto di aver voluto mettere troppa carne al fuoco, rendendo a tratti difficile la convivenza tra le parti più ingenue e spensierate e quelle nelle quasi si è cercato di mettere in scena le ossessioni religiose e la storia delle lotte per il potere nei Caraibi (ad esempio lo stacco tra la prima e la seconda parte è molto marcato, ma forse questa è una scelta voluta: non so fino a quanto ben riuscita). Intendiamoci, lo spettacolo a me è piaciuto anche in virtù dell’alternarsi di situazioni divertenti con tragiche (come succedeva in “Polvere alla polvere” di Farquhar, proposto l’anno scorso proprio per la regia di Flavio Parenti: però, spero non si offendano gli autori, non c’è proprio possibile paragone…), però quel che mi è sembrata mancare è stata una definizione lineare della storia che si desiderava raccontare: questo ha portato all’inserimento di svariate citazioni più o meno forzate che hanno reso più complicata la comprensione di dove volessero andare a parare i due autori. Forse un lavoro di forbici preventivo avrebbe giovato.

Piccole critiche a parte, lo spettacolo è godibilissimo (soprattutto nella prima parte), anche perché zeppo di siparietti comici e surreali magari non originali ma di grande presa. Merito va anche ai bravi attori, tutti studenti della scuola di recitazione dello Stabile, che si sono dimostrati più che all’altezza del compito. Menzione d’onore agli interpreti di Francatrippa e Friggiculo, più che a loro agio nei panni dei stralunati pirati-clown, e di Le Vasseur, soprattutto nel finale di delirio. Due righe anche sulle scenografie, composte da un “tappeto” di sabbia e qualche botte (di rum…) e da sfondi, interamente costruiti tramite computer in stile videogioco, oltre che per le musiche originale composte da un musicista americano contattato via internet (mi sembra, comunque qualcosa del genere) dagli autori.

E comunque non potete immaginare, per una fan di Monkey Island come me, l’emozione di vedere comparire sul palco un somigliantissimo Guybrush Threepwood in fuga con un pollo di plastica in mano…


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Appunti per un film sulla lotta di classe
Mercoledì Maggio 16th 2007, 10:36
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Sono venuto a conoscenza di Ascanio Celestini grazie ai suoi piccoli interventi nel programma televisivo “Parla con me” di Serena Dandini e sono rimasto molto colpito dalla sua incredibile capacità narrativa. Questa sua dote gli consente infatti di raccontare, in maniera estremamente affabulatoria e coinvolgente, strambe storielle cariche di pungente attualità, che trovano nel frequente ricorso alla visionarietà ed al ricordo la chiave di volta per non cadere in banali invettive, ma porsi invece come lucide ed impietose rappresentazioni della società attuale. Lo spettacolo presentato al teatro della Corte è stato proprio quello dichiarato nel titolo, ovvero appunti, sotto forma di racconti, per un film sulla lotta di classe. Perché per l’attore romano – è non è certo l’unico – il concetto di classe (che porta a contrapposizione e quindi inevitabilmente a lotta) non è mai andato in pensione perché, sebbene i termini impiegati appaiono ormai provenienti da un passato remoto (nonostante sia indiscutibilmente prossimo), i concetti che ne sono alla base sono più che mai attuali.

E si badi bene, questo non significa lanciarsi in capriole dialettiche di stampo ideologico, perché non serve certo aver letto Marx, o qualche pensatore del genere, per accorgersi del violento conflitto in corso nel mondo del lavoro. Cambiano i termini, ma il concetto rimane intatto. Centocinquant’anni fa si chiamavano proletari, adesso precari ma, fatte le debite proporzioni (la variabile tempo non può essere certo trascurata), la condizione di subalternità non cambia. Ma dove una volta c’era l’unità dovuta al sentimento di apparteneza alla medesima condizione sociale, adesso, anche grazie alle miriadi di forme contrattuali esistenti (“Divide et impera”, dicevano i latini, che la sapevano evidentemente lunga…), regna la più totale frammentazione. Riappropriarsi del concetto di classe (o come cazzo la si preferisca chiamare adesso), quindi, significa cercare di ottenere, in modo critico, la consapevolezza della propria posizione nella società, in modo da poter più agilmente districarsi in essa.

Celestini parte proprio da questi presupposti e per mostare l’assoluta valenza “pratica” di questi concetti che sembrano solo speculazione “teorica”, porta un piccolo esempio relativo all’emblema della precarietà, ovvero i lavoratori dei call center. Dopo aver infatti compito un gran numero di interviste ai ragazzi impegati per un’enorme agenzia di call center di Roma (nella quale, se non sbaglio, lavorano circa 4000 persone, assunte con i contratti più disparati), Celestini ha deciso di portare in scena le loro storie, fondendole in un racconto in prima persona dove dolcezza ed amarezza vanno spesso di pari passo, facendosi largo tra le ondate di ironia, giocosa come affilata, che pervadono tutto lo spettacolo. La grande forza della rapprentazione teatrale proposta dall’attore romano è dovuta anche all’impiego, di un approccio narrativo molto ampio, che garantisce a Celestini ampi margini di divagazione, naturalmente voluti, dal tema “principale”, che non fanno altro che aumentare la potenza del messaggio d’insieme dello spettacolo.

Veramente ottimo. Correte a vederlo e chiedete i bis, perché anche le canzoni che esegue alla fine con i tre musicisti (eccelleneti) che lo accompagnano sono molto belle.


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I giocatori
Giovedì Maggio 03rd 2007, 01:00
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“Paolo Rossi al grande circo
chiama in pista i suoi amici
ballerini, nani, comici e cantanti…”

Grande famiglia – Modena City Ramblers

La citazione non è nemmeno (troppo) scontata. Perché lo spettacolo andato in scena giovedì scorso (il 26) al Politeama Genovese non è che un’altra pazza scommessa, come il famoso “Circo” (anche se meno “monumentale”), dell’instancabile attore comico milanese. Dopo i fasti della scorsa stagione con l’esilarate “Chiamatemi Kowalski – il ritorno”, Paolo Rossi ritorna a sulle scene rimettendosi in gioco, appunto, con questo “I giocatori”, adattamento teatrale (alla sua maniera, ovviamente…) del (quasi…) omonimo libro di Dostoevskij. Chi si fosse aspettato quindi un “classico” spettacolo “alla Paolo Rossi”, con monologhi ed intermezzi musicali sarebbe rimasto deluso, perché ciò che è stato messo in scena è stata una piece teatrale vera e propria, per quanto non convenzionale ed intrisa della geniale comicità del nostro. Paolo Rossi è il più teatrale dei comici italiani, ma questo anche perché, anche se si tende a dimenticarsene, lui nasce attore teatrale. Con questo ultimo spettacolo approfondisce il percorso di rilettura dei classici incominciato con i monologhi di “Rabelais”, passato per l’esperimento di messa in scena collettiva con il pubblico di “Romeo e Giulietta” e culminato con il “famoso” Moliere, addirittura censurato dalla Rai. Questa volta “Il Lenny Bruce dei navigli” si è mosso su due distinti livelli operativi. Il primo è stato quello di voler affrontare il tema del precariato, anche nell’attività teatrale, portando in scena “La confraternita dei precari”, ovvero la fusione di due compagnie di giovani (BabyGang di Milano e Pupkin Kabarett di Trieste). Come lo stesso Rossi ha dichiarato, ha preferito “proporre Dostoevskij con dei precari, che esibirsi con un monologhi sui precari”. Il secondo invece, appoggiandosi sul libro, riguarda la tematica del gioco e dell’azzardo, che viene attualizzata senza per questo dover forzare i parallelismi con la società attuale.

La struttura dello spettacolo si basa sulla presenza di un capo comico, ovviamente lo stesso Rossi, che ricopre anche il ruolo del francese proprietario della sala d’azzardo di Baden Baden dove,a alla fine dell’ottocento, si svolge l’azione. Qui un ex generale con l’attuale compagna e le due figlie è ridotto sul lastrico per i debiti accumulati a causa del gioco. Decide allora di chiedere un prestito al proprietario del casinò, confidando di poter saldare il debito una volta messe le mani sull’ingente eredità della vecchia madre malata che si pensa sul letto di morte. Il francese però non accetta e chiede in cambio che Polina, la maggiore delle sorelle, lavori per lui nella sala d’azzardo. Tutto si complica ulteriormente quando Ivan, precettore delle figlie ed innamorato di Polina, vede fagocitarsi dalla smania del gioco, senza contare le notizie sempre più disastrose (per quel che riguarda la possibile eredità, ovvio…) che provengono da Mosca.

La messa in scena è ovviamente non rigorosa, non tanto per quel che riguarda la trama, ma bensì per come viene riproposta, facendo da subito largo uso di espedienti marcatamente metateatrali (Rossi che parla subito con il pubblico, “istruisce” gli attori sul come recitare una scena, gli stessi attori che escono dal personaggio per estemporanee “prese di coscienza”) o comunque non convenzionali (lo spettacolo risulta sempre a metà strada tra una rappresentazione teatrale ed uno spettacolo comico). In definitiva il risultato è più che buono, ed è da lodare la coerenza con la quale Paolo Rossi si rimette in discussione tramite questo esperimento democratico, dove ovviamente, pur ricoprendo un ruolo di prim’ordine oltre che quello di capo comico, vede le sue possibilità espressive maggiormente imbrigliate dal pur surreale copione. Ma il teatro non vive di sole risate.


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Aspettando Godot
Martedì Febbraio 27th 2007, 22:00
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Sottotitolo: come costruire uno spettacolo teatrale sul nulla. L’impresa, ardua se si cerca anche di proporre una produzione decente, è riuscita in pieno a Samuel Beckett, che con questo “Aspettando Godot”, firmò uno degli indiscussi capolavori del novecento. Catalogato come pietra miliare del “teatro dell’assurdo”, questo spettacolo ruota intorno alla straniante condizione di un’indefinita attesa, che viene affrontata impegando svariate soluzioni “assurde” (non-sense, paradossi, gag assolutamente non sguaiate…) soprattutto per il contesoto dove vengono inserite. In questa versione curata da Giorgio Donato e Jacob Olesen viene inoltre fatto ricorso ad un altro interessante espediente, cioè quello di caratterizzare i due protagonisti come due clown “alla Chaplin”, arricchendo quindi i vuoti anche con piccoli numeri di clownerie, che fanno da bel contrasto con i non rari momenti morti dello spettacolo.

La “trama” è (volutamente) esile. Estragone (Donati) e Vladimiro (Olesen) si ritrovano sotto un albero di una strada di campagna. Perché? Ma per aspettare Godot, ovviamente! I due, dei quali si sa poco o niente a parte che girano insieme da ormai tantissimi anni, credono infatti che quest’ultimo sarà per loro un’ancora di salvezza, facendoli mangiare e dormire a casa sua. Peccato che ci siano un po’ di problemi: prima di tutto non sano di preciso chi sia questo Godot, e poi Estragone non è poi così convinto che questo sia il loro primo giorno di attesa… Inutile dire che Godot non arriverà mai, mentre farano la loro comparsa due bizzarri personaggi, Pozzo (Ted Keijser) e Lucky (Jaonn Gunn), rispettivamente viandante-padrone e facchino-servo tratato come un animale.

Lo spettacolo a volte scorre in maniera un po’ lenta, come d’altronde deve essere vista la sostanziale staticità dell’azione. Gli attori sono tutti molto bravi ed il nuovo “adattamento” del testo regala più di una scena divertente. Non so perché, però mi aspettavo qualcosa di diverso, quindi non riesco ad essere soddisfatto al 100%. Vabbè, magari prima avrei dovuto leggere qualcosa di Beckett…


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Luisona day (parte 2 – il resoconto)
Mercoledì Dicembre 13th 2006, 00:57
Archiviato in: Teatro, Personale, Libri

“Non ho nostalgia del bar Sport, ma delle storie che ci sentivo. Inventate, raccontate, esagerate, e soprattutto create personalmente. Cominciavano così: “Sentite amici cosa mi è successo ieri”. Adesso entro in un bar e sento: “Sentite amici cos’è successo ieri a Briatore”.
Sarà anche una bella storia, ma io esco”.

Stefano Benni

Che tristezza. Il Luisona Day “organizzato” (le virgolette sono da intendere come polemicamente ironiche) al BerioCafè è stato un naufragio in piena regola. Arriviamo a mezzogiorno e mezza e nulla segnala l’iniziativa. Niente volantini. Niente poster. Niente di niente. Bel modo di cominciare. Ci sediamo ai tavolini che il bar è praticamente vuoto (va comunque fatto notare che si trattava di un sabato nel mezzo di un ponte). Decidiamo sul da farsi, stabilendo di iniziare le lettura sceniche un po’ dopo, aspettando magari l’ora di pranzo, che dovrebbe portare un po’ più avventori. Intanto, tra una lettura del giornale e qualche battuta, ripassiamo un po’ gli stacchi e le entrate.

Arriva l’ora X ed incominciamo. Nur prende il microfono e spiega brevemente agli astanti cosa stiamo per fare. La definisce “una messa laica in onore di Bar Sport”, ma quando chiede se qualcuno ha letto o conosce il suddetto libro un glaciale silenzio cade sulla sala [ok, non è obbligatorio averlo letto (cazzi vostri! Non sapete cosa vi siete persi!), ma speravo che, visto l’evento, accorresse qualcuno interessato…]. Tale silenzio svanisce però prestissimo per fare posto ad un ancor più sgradevole chiacchiericcio disinteressato. E’ una sensazione proprio brutta quella di star facendo qualcosa nel più totale disinteresse generale. Ci avessero urlato: “Piantatela stronzi!” almeno sarebbe stata una reazione. Un tale distacco mi ha veramente impressionato, e resto dell’idea che se l’organizzazione avesse organizzato non ci sarebbe toccato andare praticamente allo sbaraglio nell’indifferenza generale. Comunque ecco la scaletta del nostro spettacolo.

Marta (che assolveva la funzione di voce narratrice) ha incominciato leggendo al microfono una versione tagliata (è saltata tutta la parte sui pirati) dell’“Introduzione storica” con l’innesto finale dell’introduzione alle “Attrazioni”. La prima attrazione, letta da Rossella, è stata “I flipper”, che è stata agganciata alla lettura scenica al bancone de “Il professore”, con Marta voce narrante, Lele nella parte del professore, Nur in quella di Shopenauer ed io nei panni di Hobbes. E’ seguita la seconda attrazione “Il calcio balilla o (nei bar di destra) calcio balilla”, letta da Nur. E’ stata poi la volta della lettura scenica de “Il playboy da bar”, con Rossella come voce narrante e Nur nella parte del playboy Renzo. Conclusione con l’ultima attrazione, “Le cartoline”, letta da Lele.

Vista l’accoglienza calorosa e partecipe non ci siamo nemmeno imbarcati nelle letture condivise, tanto era lo sconforto… Peccato perché l’idea sarebbe stata molto valida… Prossima volta tutti al Mamafeo o al Moretti!


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