Peline (o dell’internazionalismo rosso)
Venerdì Febbraio 22nd 2008, 18:59
Archiviato in: Traumi infantili

“Trionfi la giustizia proletaria!”

La locomotiva – Francesco Guccini

Nota – Ha finalmente inizio, con questo post, una rubrica annunciata più di un anno fa e che solo adesso si vede riconoscere il più che meritato spazio del quale è sempre stata degna. La pigrizia, si sa, da queste parti la fa da padrona, ma ormai non ci sono più scuse e siamo quindi orgogliosi – oltre che commossi fino alle lacrime – di presentarvi il primo contributo alla rubrica “Traumi infantili (se sono così, un ci sarà anche un motivo…)”. Quello che vi offriamo è un interessante quanto non richiesto spaccato (sfortunatamente, solo metaforico) del cervello del titolare del blog, alle prese con il tentativo di cristallizzare gli ingombranti e tormentati fantasmi della sua infanzia. Riuscirà il nostro eroe (no, non Lui…) a superare indenne le colonne d’Ercole della propria fanciullezza? Interiorizzerà il proprio passato rendendolo non più traumatico fardello ma parte integrante del proprio futuro? Riuscirà a non ricorrere sempre alla struttura di battuta “due cose serie ampollose poi una stronzata galattica”? E se si, perché no? Ma soprattutto, chissenefrega? Se le risposte sono state, nell’ordine: senza GPS, non credo proprio… – cosa vuoi che sappia cosa significhi “interiorizzare”… – eh… aspetta e spera… – non ho capito, ma mi ricorda qualcosa… – appunto…, o anche qualsiasi altra, allora questa è la rubrica che fa per voi! Accingendovi quindi ad effettuare un vorticoso giro sulle montagne russe della mente del proprietario di questo ora anche psicologico blog – consci dell’invidiabile privilegio che vi viene accordato – ricordatevi, prima di entrare, di levarvi le scarpe e di mettervi le pattine, che di sabbia ce n’è già abbastanza. Ed il primo pescato a rubare neuroni, verrà spedito nel temuto anfratto del cervello dedicato alla formulazione della frasi: siete avvisati. Postilla legale: visti gli argomenti trattati, la lettura di questa rubrica è proibita a Micheal Jackson. Buona lettura. – Fine nota

Sono universalmente considerato comunista. Non che la ritenga un’onta intollerabile (meglio comunista che del partito democratico…), però mi sembra una banalizzazione un po’ grossolana, oltre al fatto che odio le etichette. Io non ho mai detto di essere comunista, al massimo scherzo su questo clichè che mi è stato affibbiato. E’ vero che auspico l’abolizione della proprietà privata e la statalizzazione coatta delle attività produttive, però il pensiero comunista è molto più articolato. E comunque sono molto più attratto da posizioni anarchico-libertarie, anche se, conoscendomi, non ho mai voluto approfondire troppo. Certo, il mio aspetto (semplificando: capelli lunghi, barba incolta, kefia nei mesi invernali…) potrebbe trarre in inganno, ma lo sanno anche i bambini che l’abito non fa il monaco. Io mi definisco “di sinistra”, che probabilmente non vuol dire un cazzo (anche mister Quantunque si potrebbe definire così…), però è una delle poche cose di cui sono certo (beh, di centro o di destra certamente non sono…). Cosa vuol dire per me essere “di sinistra”? Beh, essere di parte: dalla parte dei lavoratori, dalla parte di quelli che subiscono delle ingiustizie, dalla parte di quelli che non si rassegnano o accontentano. Immagino che adesso vi stiate chiedendo: ma da dove hai tirato fuori questa ridicola, e più che altro poco aderente alla realtà, visone romantica della vita, quasi come un fumetto di infima serie? Beh, la risposta è presto detta: da un cartone animato (ma anche mia sorella c’ha messo del suo…).

Dovete infatti sapere che, quando avevo qualcosa del tipo 4 o 5 anni, per televisione passavano un cartone animato intitolato “Peline”. Era una serie assolutamente vecchio stampo, cioè quelle che dovevano passare uno sorta di morale educativa del tipo “il sacrificio e l’abnegazione rendono l’uomo libero” (altro che “Pollon” e la sua apologia della cocaina…). Di conseguenza i protagonisti di questa serie passavano da una sfiga gigantesca all’altra, ogni volta scontrandosi e venendo umiliati dal destino baro ed ingiusto (non so se ci avete fatto caso, ma dagli anni ottanta in poi anche i bambini hanno incominciato ad andare in analisi: e ti credo!). E qui entra in gioco mia sorella. Perché era di fatto lei, di cinque anni più grande di me, a scegliere cosa vedere per televisione e ad inventare i giochi quando eravamo a casa (scazza dirlo, ma mia sorella era il “riferimento forte”, mentre io un bambino non particolarmente sveglio…). Uno di questi giochi era appunto “giocare” a “Peline”. Ed ovviamente quello che si beccava tutte le sfighe ero io. Non ho ricordi particolarmente precisi, però una “storia” inventata da mia sorella poteva essere così strutturata:

A: Sto male, devi andare a lavorare in miniera perché siamo poveri e non abbiamo da mangiare!
E: Va bene. (Uscivo dalla stanza e facevo su e giù per il corridoio spingendo il mio seggiolone arancione. Dopo poco tornavo.)
A: No, devi lavorare ancora, perché siamo proprio poveri!
E: Va bene. (Ri-uscivo dalla stanza sempre meno convinto e facevo nuovamente su e giù per il corridoio spingendo il mio seggiolone arancione. Poi tornavo.)
A: Per cena c’è solo poca roba perché non abbiamo abbastanza soldi e poi sono molto malata e non posso cucinare!
(ab libitum incrementando le sfighe)

Spero che abbiate apprezzato la fine struttura melodrammatica, roba che Dickens, al confronto, è un allegro barzellettiere. E c’è ancora da chiedere perché, dopo questo passato di ferrea militanza nella classe operaia, sia diventato, come dicono tutti, “comunista”?


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