Vanaglorie
Bedrosian Baol: “Tutti abbiamo avuto un momento di gloria nella vita…”
Mary May: “Si, è vero. Il tuo quale è stato?”
Bedrosian Baol: “Da piccolo, una volta, ho vinto un pesce rosso al luna park”
da “Baol – una tranquilla notte di regime” di Stefano Benni
(più o meno. Il concetto, comunque, era quello. Non me lo ricordo a memoria…)
Peggio di: “Compra questo giornale, ci dovrebbe essere una mia foto mentre mi pesto allo stadio!”
Peggio di (al cellulare): “Accendi subito la tv, mi hanno ripreso con le telecamere mentre mi grattavo il culo!”
Peggio di: “Se vai nei ringraziamenti del cd di questo gruppo, c’è indicato questo tizio. Beh, non indovinerai mai! E’ stato per cinque secondi il ragazzo della sorella della cugina di terzo grado del vicino di casa di un mio compagno di classe di prima elementare che si è ritirato dopo tre giorni. Poi si è fatto donna.”
Peggio di: “Lo vedi quel bel murales colorato 50 metri per 50? L’ha fatto una ragazza per me. Cosa vuol dire che c’è scritto «Sei uno sfigato del cazzo, piuttosto che una nullità come te, la clausura con Ratzinger»? E’ il gesto quello che conta…”
Peggio di: “Cesare Ragazzi mi ha preso come uomo immagine (per quel che riguarda il prima della cura).”
Peggio. Molto peggio. Ma molto molto molto peggio.
Non solo infatti adesso, come avevo già riferito, il mio nome fa bella mostra della sua imponenza sulla porta dell’aula dottorandi, ma addirittura spadroneggia – con tanto di foto e biografia posticcia in italiano ed inglese (la foto, invece, è solo in italiano) – nel sito del dipartimento. Non ci credete? Cliccate su d*i*e*.u*n*i*g*e*.it (magari, selezionando “apri in un’altra scheda/finestra”), andate su “staff” e poi su “personale esterno, assegnisti e dottorandi”. Cercate il mio magniloquente nome e preparatevi al peggio. Cazzo, l’istruzione italiana marcia sempre più speditamente verso il baratro.
En passant, invito un mio stimato collega a cliccare sul nome del nostro mentore… Nel “celolunghismo” imperante da formato prestabilito, almeno un tocco personale: sempre un passo avanti a tutti…
università, vanaglorie, cazzate senza ritegno
Un anno di lavoro
Ebbene si, è passato pure un anno dal mio primo giorno di lavoro. Certo, come ho più volte avuto modo di ripetere in questo lasso di tempo, definire propriamente “lavoro” il dottorato di ricerca è un po’ un insulto per tutti quelli che hanno un vero lavoro (non fosse altro che per i più che elastici orari…), però – seppur con tutti i privilegi che questo ruolo comporta – dal lunedì al venerdì sempre occupato in università sono, quindi spero di non offendere nessuno (nel caso, fottetevi celermente). Facendo un bilancio di questa esperienza per sommi capi, potrei scindere gli aspetti negativi da quelli positivi. Quindi:
- Aspetti positivi: tranquillità assoluta, possibilità di continuare a studiare/documentarsi, orario flessibile (anzi, non esiste proprio…), professori per nulla rompicoglioni o martellanti
- Aspetti negativi: la degenerazione dovuta ad un cattivo utilizzo delle libertà concesse dai punti precedentemente menzionati. Ovvero: tendenza al cazzeggio, che ultimamente – visti problemi non dipendenti dal dipartimento che non starò qui a spiegare – sta assumendo connotati alienanti
Sono ancora convinto di aver fatto la scelta giusta (il dottorato è comunque una possibilità in più), però non mi levo della testa l’idea di aver preso al volo l’opportunità di scacciare per altri tre anni l’annosa domanda: “Cosa voglio fare da grande?” (contando che sono già, grande). La questione è la stessa di circa un mese e mezzo fa, però questa volta voglio affrontarla in maniera differente, proponendo una mia top five (di Hornbiana memoria) di lavori/impieghi/occupazioni che mi sarebbe realmente piaciuto fare:
1. Umorista/comico/cabarettista: peccato non riuscire a scrivere qualcosa di compiutamente divertente manco a pagare…
2. Musicista: le mie due chitarre hanno tre corde (si è rotto il meccanismo) da circa tre anni. Ma non sarà certo questo che mi ha impedito di diventare il nuovo Tom Morello. Forse il fatto di essermi fermato al giro di do. Ma è solo una supposizione.
3. Giornalista/opinionista: sfortunatamente, per vedere i propri deliri diventare editoriali del corriere della sera, bisogna fare quella che viene volgarmente chiamata gavetta. Ma non tutto è perduto. Per fare il vice direttore dello stesso giornale e scrivere insulsaggini a profusione è necessario (almeno da poco) essere battezzati Ed io, per adesso, lo sono (riguardo alle insulsaggini, le mie sono di prima categoria. Ho un intero blog a testimoniarlo).
4. Politico: non ho mai avuto intenzione di prendere una tessera di partito. Non conosco nessuno di famoso. Non sono un imprenditore. Non mi è successa nessuna disgrazia. Non rappresento nessuna minoranza (a parte me, dico. E comunque, nemmeno così spesso). Non ho processi da cui scappare. Devo andare avanti?
5. Velleità artistiche entrate abbastanza di recente: regista (in effetti un video di mia ultima creazione è venuto proprio un bijou… che Ken Loach mi perdoni…), attore [peccato non aver studiato (e non aver alcuna intenzione di studiare…) postura, dizione, coordinamento, etc… oltre al fatto di essere balbuziente e che – magari, eh… – alle prove di teatro mi divertivo tanto perché la mia parte era minuscola, si era tra amici e le birrette volavano a dozzinai…], fotografo (ed il sacro fuoco della fotografia mi ha così indelebilmente marchiato che in dieci anni non ho nemmeno comprato una macchina fotografica…)
Sono possibili anche combinazioni o variazioni nel macro settore. “Giornalista/opinionista” può infatti essere sia musicale che politico o quant’altro (ovvero, un po’ di cose che scrivo sul blog… “Opinioni di un clown!?” mica a caso…), oppure scrittore comico, sceneggiatore. Fortunatamente – tra pigrizia congenita, totale mancanza di talento o aurea mediocritas (che forse è ancor più deprimente… meglio non essere proprio portati per qualcosa che saperla fare in maniera scialba) – mi sono parcheggiato nel tranquillo magico mondo della ricerca. Piatta mediocrità pure qua – ci mancherebbe – ma almeno posso millantare una perfetta proprietà di linguaggio pronunciando giornalmente termini quali “reattanza interfasica di disaccoppiamento”, “ottimizzazione quasi statica”, “perdite exeregetiche” o “rendimento isoentropico di espansione”.
PS: da ieri il mio nome troneggia baldanzoso pure sulla porta del prestigioso ufficio dottorandi (una stanzetta per due persone in cui stiamo in tre, aspetto che non mi disturba affatto, ma è divertente da raccontare…). L’emozione per questo importante riconoscimento è stata così forte che quasi dimenticavo di scaccolarmi (quasi, eh…).
Primo anno di lavoro, università, dottorato di ricerca, top five
Smoke on the eyes
(da canticchiare rockeggiando sulle note del famoso brano dei Deep Purple: “Smoooooooke on the eyyyyyyyyyyyeeeeeeees (fire in the sky) – tu tu tu, tu tu tu tu, tu tu tu, tu tu…”)
Ieri pomeriggio, alle 14:30, ho avuto una riunione del corso di dottorato. “E chissenefrega” potreste giustamente rispondere voi, ma sono sicuro che invece smaniate di conoscere tutto ed anche di più della mia brillante carriera universitaria. Quindi, ricapitolando: ieri ho avuto questa riunione, nella quale avrei dovuto presentare agli altri studenti del primo anno ed ai vari tutor il mio progetto di ricerca (ma alla fine è saltata miseramente. Oh yeah!). Fin qui, tutto bene, anzi benissimo, perché queste formalità sono generalmente delle pantomime di infimo livello, dove uno parla e nessuno sta a sentire (si, come in parlamento, ma senza gli insulti e con una remunerazione decisamente più contenuta). Il problema è che questa presentazione l’avrei dovuta fare in inglese. O meglio, possibilmente in inglese, ma ho come il sentore che certi avverbi siano utilizzati solo per cortesia. Intendiamoci, con l’inglese credo di cavarmela abbastanza, ed è indubbio che un ingegnere – per di più se impegnato nell’ambito della ricerca – non possa prescindere da tale lingua, però la pigrizia la fa da padrone. In più era un bel po’ di tempo (direi quest’estate) che non parlavo inglese con una certa continuità (diciamo dieci minuti di seguito), e quindi mi sentivo parecchio arrugginito. Per questo la settimana scorsa ho deciso di farmi una sorta di traccia scritta, anche perché un conto è sbiascicare qualche frase del tipo:
- Quanto costa una birra?
- Voglio una birra!
- Dammi un’altra birra!
- Voglio una petroliera di birra!
- Ahhhh! Sono lo spirito di Jim Morrison!
- Sono gonfio come un canotto!
- Cazzo che mal di testa!
un altro dissertare amabilmente di robaccia tecnica come la gestione ottimizzata di centrali a ciclo combinato. Tra l’altro – visto il mio invidiato fuckin’ fluent english, che regala pronunce tra le più graziose – mi sono appoggiato a questo geniale sito, Wordreference.com, dove per un bel po’ di parole si può cliccare su di un’iconcina per ascoltare la pronuncia, sia inglese che americana.
Quindi, se vi state chiedendo come vanno a finire i soldi delle vostre tasse, eccovi una parziale risposta:
The aim of my Ph.D project is to develop a reliable tool for the optimized management of combined cycle power plants. Nowadays, optimized management of power plants is essential to meet environmental restrictions (for example green house effect gas emissions) with high economic efficiency (plant owner’s profit).
Optimized management is obviously useful when a combined power plant, characterized by a lot of internal restrictions because of the connection of two different power generation systems (the gas turbine one and the steam turbine one), needs to be managed, and even more (useful) if you think about the electric market increasing liberalization. In fact, each market player, in order to be more competitive than the others, has to consider not only the obvious physical and operational constraints of his own plant, but also economic aspects when evaluating his hourly generation profile.
Let us spend just a few words about combined cycle power plant usual basic configuration. As you can see in the figure [NdE: la presentazione sarebbe stata accompagnata da un immancabile e sbrilluccicoso power point…] such a plant is composed by a topper section (a gas turbine) and a bottomer one (a steam turbine). The connection between these two sections is a Heat Recovery Steam Generator, producing the steam from the gas turbine’s exhaust flow’s heat recovering. A standard large-size (usually 400 MW) combined cycle power plant can lead to an overall efficiency of 56%, impossible to achieve using the two types of cycle separately. But it’s important to notice that you can get that excellent efficiency only if you run under the “design conditions”, namely a set of variables (external: for example environmental temperature and pressure; or internal: gas turbine load degree) each fixed to a specific value, and it is quite easy to understand that it is very hard to get always such conditions. In fact, during most part of the working time, the power plant runs in “off-design” conditions, because, for example, both the environmental temperature and the pressure, even if it is possible to predict them on the basis of seasonal forecasts, are intrinsically uncertain. It is also important to notice that a combined cycle configuration not only brings the problems related to each sub-systems, but also new ones, related to the connection of the two sub-system. For example, any times the gas turbine load degree changes, it is necessary to change the steam flow too, in order to maintain a correct HRSG working.
The most challenging problems related to combined cycle power plant can be listed as:
• Topper section (gas turbine): environmental temperature and pressure influence on power production
• Bottomer section (steam turbine): environmental temperature influence on power production
• Complex power plant regulation caused by the mutual influential of the two sub-section
• If there is an air condenser: decreasing of power production if one or more fan doesn’t work
Let us talk about my Ph.D project plan. It’s focused on four points:
• to build a mathematical off-design model of a standard large-sized combined cycle power plant (400 MW, no post combustion, no cogeneration). That doesn’t mean to model every single power plant component (pumps, condenser, turbines, HRSG…), but to focus on the most important physical constraints (for example first and second thermo-dynamic laws and mass continuity equation) in order to get a simple and comprehensive thermo-dynamic model;
• to develop an automatic system aimed to planning of generation profile thermo-economic optimization, in order to meet economic needs with operational boundaries. The energy cost, variable on a hour by hour basis, is assumed known. The aim of my work it’s not to develop an energy cost predictor;
• to implement this routine for a n-nodes generation system (no power losses between nodes – it is not a load flow problem!), in order to get something like a “cluster management”;
• to build a library in order to include different types of combined cycle power plants (different size, additional combustion, cogeneration), so that it’s possible to study different power plant or clusters configurations performances.
In this first year of my Ph.D I will work on:
• the definition of the basic equations that rule a standard large-sized combined cycle power plant (400 MW, no post combustion, no cogeneration);
• the collection of real data from existing and running combined cycle power plant, because, of course, the mathematical model outputs must fit in with the real ones;
• the development of optimization and simulation software, in order to get a sort of “beta version” tool.
dottorato, presentazione, inglese, fuckin’ fluent english
Engineering cambusa
Venerdì Ottobre 19th 2007, 11:36
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Università
Lavorare in università ha i suoi pro ed i suoi contro. Per quel che riguarda la mia esperienza, fino ad adesso vincono a mani basse i pro, a cominciare dalla completa assenza di orari e di capi. Ma il magico mondo della ricerca prevede anche alcune minime scocciatura. Non mi sto riferendo allo stipendio (per quel che faccio – o meglio, per le ore che faccio – non mi posso lamentare… ci sarebbe comunque da aggiungere per il dottorato è prevista una borsa di studio, che non è proprio la stessa cosa di uno salario), ma ad un aspetto molto più banale: la pausa pranzo. Perché noi, ovviamente, non abbiamo una mensa aziendale, e quindi a pranzo ci si deve un po’ ingegnare. Capiamoci – prima di attirarmi le giuste ire di lavoratori veri – so benissimo che i problemi veri del mondo del lavoro sono altri e ben più preoccupanti, volevo solo introdurre un aneddoto divertente…
Ci si deve ingegnare, dicevo, ed essendo ad ingegneria le soluzioni sono ovviamente ingegnose (ok, basta imbarazzanti giochi di parole per i prossimi quindi anni. Promesso.). Dei miei amici dottorandi/assegnisti in un dipartimento di ingegneria meccanica hanno infatti riconvertito a cucina il laboratorio di “termofluidodinamica monofase” (chiaro, no?), intitolandola alla “memoria” dell’esimio collega “M****o B***o – nanoesperto in nanotecnologie”, ora in trasferta in quel del Veneto, che per primo attuò la prima mitica cambusa nel laboratorio di materiali (cucinare ritrovandosi davanti dei barattoli che potrebbero contenere sale come resina epossidica è la nuova frontiera dell’azzardo…). Mi piace ricordare due dei suoi più preziosi insegnamenti. Primo: l’acqua bolle quanto ti senti che sta bollendo. Secondo: il gorgonzola va messo ovunque.
L’attuale cucina è composta essenzialmente da una piastra elettrica, un forno a micronde, una pentola, una padella, qualche posata “vera” (credo tre forchette, un coltello ed un cucchiaio), ed una caffettiera. Oggi sono pure arrivati sei bicchierini da amaro utilizzati per il caffé. Poi abbiamo le solite cose: piatti, posate e tovaglioli di carta, olio, aglio, sale, zucchero, pepe, peperoncino, tonno i scatola, pasta, caffé e qualche sugo pronto. Ci appoggiamo sul frigo del dipartimento (un modello incredibilmente anni settanta di frigo da casa, ma che produce un freddo fottuto) per conservare i cibi deperibili (sughi aperti, uova) e le immancabili birrette.
Siamo partiti un po’ in sordina ma ormai ci trattiamo parecchio bene. Inizialmente magari solo una pasta con un sugo pronto, adesso condimenti sempre più evoluti e sfrontati, ma soprattutto buoni! Gli ultimi tre,ad esempio, sono stati da antologia: sugo pronto alle olive e gorgonzola, carbonara pesissima, sugo pronto alle olive con tonno e pepe nero macinato con soffritto di aglio. Ah, ovviamente le dosi sono rinforzate, visto che non c’è secondo…
La cosa più divertente è vedere gli studenti che ci guardano stupiti quando ci presentiamo garruli e fieri con la nostra pentola di pasta e ci svacchiamo impunemente dalla “postazione lancio missili” sopra alla B5 (per chi capisce di cosa stia parlando…).
Boh, alla fine magari non è ‘sta cosa così epica, però in questo modo la pausa pranzo diventa veramente un periodo nel quale “si stacca” il cervello, magari anche solo chiacchierando di cazzate aspettando che l’acqua sia pronta… Io comunque mi sono riproposto di usare il dottorato come copertura e mettere su una ditta di cattering… secondo me è un business… Ma che vada in questi tre imparerò a cucinare piatti prelibati in qualsiasi condizione di avversità (la piastra elettrica è quanto di più ingestibile si possa pensare… fottute costanti termiche…) ed in poco tempo… e se questa non è “multidiscilinarietà”…
Engineering cambusa, cucina, pausa pranzo, termofluidodinamica monofase
A ruota libera
Compagni di classe
La settimana scorsa mia madre è andata alla cena di rimpatriata della sua classe delle magistrali. Alla fine, causa un effetto domino di tira culi (dote rigorosamente transgenerazionale), erano in tre e sono finite a cena a casa di una di loro. Se facessimo una pizzata con la mia classe delle superiore, credo finirebbe nella tristezza più totale, visto che tra mille innesti ci siamo ignorati vicendevolmente per cinque anni… posso tranquillamente immaginare scenette del tipo:
• Hey! Ma chi cazzo è quello lì? Non avevamo detto niente esterni? (indicando il suo storico compagno di banco)
• Cameriere! Ordiniamo che ci siamo tutti (ne mancano metà. Ed il “cameriere” è uno di questi)
• (con fare spacioso) Ti ricordi quella volta che … (vuoto totale. Non abbiamo mai fatto nulla assieme, a parte riuscire a cacciare tre supplenti di italiano)
Senza contare gli imbarazzanti silenzi che monopolizzerebbero la cena. Mi è venuto da pensare tutto questo perché ieri mattina ho incontrato di sfuggita un mio compagno di classe delle superiori e lui mia ha salutato con un: “Ciao Michele!”. Nulla di strano, se non fosse che io mi chiamo Emmanuele. Capite bene che razza di cena potrebbe venir fuori (paradossalmente verrebbe invece un bijou con i compagni delle elementari e delle medie). A (molto ma molto parziale) discolpa del malcapitato devo però aggiungere che il Michele con il quale mi ha confuso è un mio storicissimo amico, nonché compagno di classe dalla prima elementare alla fine dell’università e degna testa coronata sansuina, con il quale ovviamente formavamo “coppia fissa” a scuola.
Marchette
Ho incontrato questo mio compagno di scuola mentre stavo scendendo le scale della segreteria generale dell’università, dopo aver consegnato dei moduli per la richiesta di inserimento nei corsi di dottorato (ah, perché – per chi non lo sapesse – da gennaio dovrei incominciare il dottorato di ricerca). Peccato che mancassero alcune scartoffie burocratiche, tra le quali una “lettera di presentazione” di un docente che attestasse la mia idoneità alla partecipazione a questi corsi. Sono riuscito ad ottenerla ieri pomeriggio, e ve la riporto (i dati sensibili sono stati sostituiti con dati idioti, questo per mantenere un minimo di correlazione. Inserisco inoltre qualche delucidazione nelle parentesi quadre).
Il candidato Ciccio Pasticcio ha brillantemente concluso con una votazione di levati-dai-coglioni/110 il Corso di Studi di Laurea Magistrale in Turbocazzate a Profusione nell’Anno Accademico 753/752 a.C., dimostrando un’ottima propensione nei confronti dell’attività di ricerca, in particolare su tematiche assi complesse ed innovative di sturamento di cessi dopo feste affollate da trogloditi dal più che labile equilibrio intestinale.
Come docente di vari corsi di studio da lui seguiti nel corso del suo curriculum, posso testimoniare che ha seguito con profitto ed impegno tutti miei corsi, partecipando attivamente alle attività didattiche proposte, e conseguendo valutazioni estremamente soddisfacenti [questo, scazza ammetterlo, ma è pure vero ndE].
Sono inoltre stato relatore della sua tesi di laurea, che riguardava l’analisi della pianificazione di serate alcoliche, con particolare riferimento alla riduzione dei postumi da sbevazzate a casaccio.
Ho avuto modo di verificare svariate volte la sua attitudine ad analizzare criticamente i problemi e ad esplorare strade innovative per la loro risoluzione [tipo “spaccare tutto e scappare fortissimo” ndE].
Ritengo quindi che il rinc. Pasticcio costituisca un ottimo candidato per la partecipazione ad un dottorato di ricerca, sia per il suo impegno e serietà, sia in quanto ho potuto riscontrare le sue eccellenti potenzialità e attitudini di ricerca sperimentale [credo di averli impressionati positivamente con il mio motto (effettivamente “sperimentale”) “Chi non mischia non rischia!” ndE].
Bella, no? Ci si potrebbe quasi vantare. Per fortuna che, essendo un pro-forma, la lettera è stata mutuata da uno “schema classico”. Quindi tranquilli, sono sempre il solito pirla. E sapendolo, leggere ‘ste inutili sviolinate mi fa ancora più ridere (non sanno veramente a cosa stanno andando incontro…).
Anticlimax
No, non è il nome di un personaggio di second’ordine delle strisce di Goscinny ed Uderzo. Così invece si chiama quella che ho scoperto (ieri, cazzegiando su internet) essere una delle mie figure retoriche preferite nel campo comico. Come funziona? In soldoni si accostano, ad esempio, due lessici differenti, come quello triviale e quello aulico. La struttura deve essere discendente (parte serie seguita da parte idiota), se no addio effetto comico. Tutto il precedente paragrafo dove riportavo, opportunamente modificata, la mia lettera di presentazione segue questo schema. Farlo bene poi è un altro paio di maniche, ovvio.
Maggior informazioni si possono trovare ovviamente qua e qua se invece volete leggere un po’ di esempi sul climax (parola che d’ora in avanti userò in abbondanza e soprattutto a sproposito…).
Papa-dilemma
Ieri i maggiori telegiornali (Tg1 e Tg2 sia di mezzogiorno che della sera, quindi immagino anche gli altri) hanno dato spazio alla notizia che il papa, parlando di fisco, abbia pronunciato una battuta umoristica che ha fatto scattare le risate tra i presenti. Boh, io non vedo cosa ci sia di così eclatante. Sono anni che il papa dice cose ridicole. E la battuta non era nemmeno bella!
Uno sketch che invece provoca ogni anno grasse risate è la spassosissima pantomima del sangue di san Gennaro che diventa liquido. Gli elementi per il successo sulle grandi masse in effetti ci sono tutti: scenografia d’impatto, atmosfera mistica ed assoluta inconsistenza dal punto di vista scientifico. La cosa che mi fa morir dal ridere è che, anche partendo dal presupposto che i miracoli esistano [ipotesi che non ritengo neppure così remota, visto che son quasi due anni che Sharon non dice cazzate (dite perché è in coma? Cazzo, adesso devo pure ricredermi sull’esistenza della giustizia?)], questo sarebbe un ottimo esempio dell’inconsistenza della religione cattolica. Perché dai, non può esistere il “miracolo annuale”, come il tagliando della macchina… si cambia l’olio, una controllata al livello del battistrada, si stringono i freni e poi, certo, l’immancabile shakeratina al sangue del santo… per par condicio dovrebbero fare i servizi ai telegiornale anche su quel ciarlatano del mago Otelma… Non vedo come non riescano a capire che introducendo la prassi di “miracolo on-demand” si arrivi dritti al concetto di “dio-squillo” che non può disattendere le aspettative… contenti loro…
Ecco, a questo punto penso proprio avesse colto in pieno il problema un mio amico, affetto da un grande dilemma spiritual-grammaticale, dovuto forse al fatto di non aver terminato la terza elementare ma anche dalla sua voglia - chiamatela pure ingenua - di portare gioia al mondo. “Vorrei diventare papa”, mi confidò un giorno, “O pappa. Se solo riuscissi a capire la differenza”. Era confuso, certo. E proprio per questo cercai in fondo al cuore le parole più appropriate per spiegargli le enormi differenze etiche, morali e sociali tra quelle due opzioni che così frettolosamente aveva accostato. “Grazie della comprensione e del supporto”, mi disse dopo qualche settimana di animati colloqui, “Ora penso di aver capito qual è la strada migliore. E poi bisogna difendere i nostri valori”. Adesso è il boss incontrastato di corso Perrone e gestisce con ferocia inumana una tra le più squallide e vergognose tratte di donne. Interpellato al riguardo del suo vecchio dilemma è solito rispondere: “Beh, almeno io non prendo l’otto per mille”.
(ah, in partenza tutto questo post doveva essere di quattro righe… )
compagni di classe, marchette, anticlimax, papa
BiDi
Chi mi concosce sa della mio forte debole per i gatti. In effetti penso che questi felini rappresentino la specie più avanzata presente su questo pianeta (gli egiziani, che li adoravano, avevano capito tutto molto prima degli altri, scrivendolo però in un linguaggio incomprensibile), gli unici che meritino veramente di sopravvivere ad una tra le tante paventate ecatombi globali. Questo perché i gatti sono esattamete come gli uomini, in più però ci vedono anche di notte, hanno sette vite e, come vuole la leggenda, con una fetta biscottata spalmata di marmellata legata alla schiena realizzano il tanto teorizzato moto perpetuo*. Il gatto è infatti ruffiano ed opportunista, ma non conosce padrone, se non, appunto, per opportunità (ovvero, cibo).
All’università da me sono sempre girati un po’ di gatti, ma uno in particolare, ultimamente, ha attirato la mia attenzione. Si tratta di un gatto molto particolare: non solo è di corporatura molto piccola, ma è pure contraddistinto dalla sostanziale mancanza di una dimensione. Per capirci (dovrei inserire una foto, ma non ne ho…), lungo e alto lo è, ma non possiede spessore. Si potrebbe definire una sorta di “gatto-sogliola”, magari per par condicio con il “pesce gatto”. Ma visto che noi ingegneri, senza un preciso sistema di assi cartesiani di riferimento, non riusciamo nemmeno a metterci le dita nel naso (con risultati soddisfacenti), abbiamo deciso di chiamarlo BiDi. Perché, e qui c’è la dimostrazione empirica che a stare troppe ora davanti al computer a “far girare simulazioni” si per inesorabilmente il contatto con la realtà, è il gatto bidimensionale, o meglio, per dirla all’inglese che fa sempre figo, “the bi-dimensional cat” (ok, potete incominciare a tirare testate contro il muro).
Sulle ragione di queste sue strane fattezze si sono accampate le teorie più strampalate. A parte i poco creativi che addebitano il tutto ad una malformazione, c’è chi sostiene che si tratti in realtà di un verme solitario travestito da gatto, mentre altri propendono per la tesi di un incorcio sperimentale scappato ai laboratori dei biomedici. Non mancano certo le supposizioni di natura extraterrestre, oltre a chi gioca la carta sempre valida del cambiamenti climatici, ma solo pochi audaci si spingono così in là da vedere nella comparsa di questo gatto il segno dell’imminente ascesa degli ingegneri al dominio del mondo (di questi giorni il sole sta picchiando forte nelle ore della pausa pranzo…).
Di questi discorsi, ovviamente, BiDi non se ne fa un baffo e continua a girarci intorno, senza fare le fusa ma spingendosi sempre più vicino. Ormai sembra non aver più paura (e grazie al cazzo, si potrebbe obbiettare, visto che tutti gli danno sempre qualcosina da mangiare) ed anzi si sta dimostrando molto curioso, però resta sempre molto sulle sue e per questo non siamo ancora riusciti a fargli una sola carezza (magari non si fida troppo degli esseri umani, atteggimento nemmeno troppo infondato…). Vedremo quando capirà che non abbiamo intenzione di tramutarlo in una arrosto (più che altro perché non ci sarebbe granchè da mangiare…).
* E’ un principio fisico ormai assodato. Comunque per chi non lo sapesse lo riporto. Allora, si sa che i gatti cadono sempre sui piedi, inoltre, visto che la legge di Murphy non transige, se vi state spalmando qualcosa di succulento sopra ad una bella fetta biscottata (od un panino) e questa vi cade, allora toccherà inesorabilmente dal lato spalmato. Legando quindi una fetta biscottata spalmata alla schiena di un gatto e gettando quest’ultimo giù da una finestra si produrrà un moto rotatorio perpetuo ad un centimetro da terra perché sia la fetta biscottata che i piedi del gatto subiranno una sorta “attrazione magnetica” dal suolo.
BiDi, gatti, moto perpetuo, bidimensionale
Include cc.run;
Ovvero, l’incubo ricorrente delle mie giornate. O almeno fino ad una settimana fa. Perché adesso se n’è aggiunto uno pure peggiore… Ma vediamo di spiegarci. Per il lavoro che sto seguendo all’università, mi tocca fare anche milioni di simulazioni. Per fare ciò, utilizzo un software (credo addirittura freeware) di calcolo numerico di ottimizzazione chiamato “Ampl”. Fortunatamente, essendo stato sviluppato per la risoluzione di problemi formalizzati tramite scrittura matematica, la sintassi da utilizzare, e di conseguenza il suo impiego, sono a prova di bambino scemo (e non particolarmente portato per la programmazione… inutile dire che mi sia trovato benissimo…). La scorsa settimana l’ho praticamente passata a lanciare un numero imprecisato di simulazioni per vedere se un modello che avevamo costruito funzionasse o meno (e secondo voi qual è la risposta?). Inutile dire che è stata una noia pazzesca, ed alla fine stavo impazzendo dietro la quintalata di file di “blocco note” (si, il programma legge quelli… ve l’ho detto che è a prova di cretino…) sparsi per il computer… Comunque, pensavo, sempre meglio occuparsi della parte in Ampl (dove alla fine devo solo scrivere delle equazioni note o passare dei dati) invece che quella in Fortran, soprattutto visto che di liguaggi di programmazione non ne so assolutamente nulla… Beh, questa settimana ho dovuto cimentarmi proprio con Fortran, e devo dire che non è andata malaccio, anche se sono particolarmente provato. Più che altro perché c’ero praticamente solo io, e mi sono dovuto inventare le più svariate subroutine praticamente copiando dalle cose già fatte e cercando di capire i procedimenti. Vi assi cro che non è per un cazzo facile, più che altro perché è tutto un delirio di matrici, indici, chiamate di funzioni appesantite da una formalizzazione matriciale irritante. Ieri pomeriggio poi mi è stato pure chiesto di cercare di graficare (in automatico) i dati in uscita… Ma cazzo, ho incominciato lunedì ad usare questo linguaggio, ed il fatto di essere riuscito a costruire degli eseguibili mi sembra già tantissimo… ed adesso devo pure cercare di capire come funziona gnuplot (altro programma freeware…), ovviamente deducendolo a ritroso da file fatti in precedenza di cui nessuno ricorda un cazzo… Diciamo che avevo idee un po’ differenti circa il fatto di lavorare in università… vediamo come evolvono i prossimi mesi, perché francamente di perdere le mie giornate davanti ad un computer a scrivere cazzate proprio non ne ho proprio voglia, soprattutto visto che potrei leggere qualche libro e magari imparare qualcosa veramente…
(edit di ora che sto postando: anche oggi è stata una giornata pesanterrima che mi ha visto picchiarmi con Fortran e Gnuplot. Il problema è che non è ancora finita. Ho un’incredibile voglia che il mondo nella sua totalità vada celermente affanculo.)
Università, Fortran, Ampl, linguaggio di programmazione, ottimizzatore, calcolo numerico, scazzo galattico
Congresso a Perugia
Domenica Aprile 08th 2007, 19:45
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Università
Spesso si usa la frase “fare di necessità virtù”, che è un modo paraculo per spiegare il tentativo di far passare una propria carenza in un punto di forza. Esempio quasi scolastico (mi sembra sia contenuto in quella bibbia laica che è “Le formiche – Opera Omnia”) è l’eterna diatriba interna legata al concetto di “sfiga”: chi la subisce passivamente è semplicemente “sfigato”, mentre chi la erge a sistemica filosofica di vita si pone nella più seducentemente oscura categoria, quasi mistica-trascendentale, degli “scazzati” (ovviamente tra le due categorie non v’è alcuna differenza sostanziale…). Il discorso può essere ovviamente esteso a molte altre caratteristiche umani, tra le quali si può certamente annoverare la cialtroneria. Perché se il cialtrone-consapevole si accontenta di crogiolarsi nelle vanterie da bar che tanti sorrisi regalano agli astanti, il cialtrone-pro, magari tronfio per la posizione sociale acquisita per il sue essere “studiato”, tende a dimenticare la propria più intima essenza, che però inesorabilmente riemerge non appena il nostro si cimenta, ovviamente con la più che classica sicumera, in qualche attività di un certo livello. Come ad esempio organizzare congressi di dubbio valore scientifico.
Tutta questa ampollosa introduzione era per dare il giusto incipit al resoconto della mia partecipazione ad un congresso in quel di Perugia il 30 ed il 31 marzo scorsi. Perché ci sono andato? Si potrebbe rispondere che cialtronaggine chiama cialtronaggine, e non si sbaglierebbe nemmeno poi così tanto. Ma raccontiamo un po’ le cose come sono andate veramente. Pochi giorni prima della mia laurea mi chiamò la mia relatrice e seguì questo siparietto:
R: Ti vai di andare ad un congresso a Perugia il 30 e 31 marzo?
IO: …
R: Ovviamente spesato…
I: Beh, si… Perché io?
R: Uno che conosco mi ha chiesto se avevo qualcosa sulla qualità dell’aria ed ho pensato alla tua tesi
I: Ma la mia tesi non c’entra molto con questi argomenti…
R: Tranquillo, a loro servono interventi e prendono un po’ tutto
I: Va bene. Cosa devo fare?
R: Mandami un abstract così lo invio
I: Perfetto
Il prosieguo è molto divertente. Ho fatto un copia&incolla vergognoso dell’introduzione della mia tesi tagliando il paragrafo centrale. Poi mi hanno accettato l’abstract ed ho dovuto fare alla velocità della luce al ritorno delle vacanze un articolo sulla tesi (aka copia&incolla di parti della tesi…). Alla fine sono partito il 29 mattina alle sette e mezza in treno alla volta di Perugia, che però è servita da una linea secondaria, quindi d Forense in poi c’erano solo regionali… Sono arrivato alle 13, tra passare in albergo a mollare la borsa ed altre cose ero in centro alle 1430, giusto in tempo per mangiare un panino volante per poi lanciarsi nella visita del centro storico. Peccato che Perugia sia un buco, molto bella e particolare (è abbarbicata su di una collina), ma la si gira in due ore tranquillamente, soprattutto se si pensa che tutte le chiese di interesse artistico erano chiuse (o più probabilmente era uno stratagemma per non farmi entrare… la mia fama mi precede…). Alla fine però sono andato alla galleria di arte umbra che, non fosse violentemente monotematica (crocifissi e madonne con bambini con contorno di santume vario), sarebbe anche notevole (sono presenti opere di Pinturicchio). Che poi secondo me i pittori di quel periodo dove la solo arte consentita era quella sacra secondo me si sono sbizzarriti nel lasciare tracce blasfeme nelle loro opere: basta guardare con un briciolo di senso critico tutte le facce particolarmente o effeminate o ebeti che sono ritratte in quelle opere. Per non parlare delle posture. Ma stiamo divagando.
Due righe sul congresso. Alla fine non era poi così malaccio (ad esempio c’erano dei geni del crimine cha parlavano dei sistemi multi agente!), però molti interventi erano imbarazzanti, più che altro perché non si configuravano come articolo scientifico, ma come bieca realizzazione tecnica di un progetto. Che bisogno c’è di presentare ad un congresso il progetto della trasformazione in spazio abitabile di una grotta? Oppure riportare i valori delle concentrazioni di inquinanti in una città? Sono lavori che possono essere commissionati ad un qualsiasi studio di ingegneria… Ci sono stati comunque interventi anche molti interessanti, come quello sulla simulazione di un ciclo combinato con sequestro di anidride carbonica, con quest’ultima addirittura come fluido evolvente del turbogas, oppure la sperimentazione di un nuove tipologie di trasporto urbano per le merci. Però l’impressione generale è stata quella di una completa mancanza di criteri per la selezione degli interventi, che ha portato ad una eterogeneità degli interventi troppo marcata. Senza contare che anche le persone della mia età, presenti in buon numero, mi sembravano pure troppo esaltate con il loro lavoro… forse sono io che vivo nel Magico Mondo di Fruttolo, però che palle! Io sono andato a Perugia per divertirmi, mica per dimostrare quanto sono più bravo degli altri! Invece di grattugiarmi le palle con il tuo progetto perché non ci si va a prendere una birra? E’ obbligatorio prendere seriamente sempre tutto? Mai come in quelle situazioni valeva la frase “sarà una risata che vi seppellirà”.
Perugia, congresso
Primo giorno di “lavoro”…
Martedì Marzo 27th 2007, 00:26
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Università
Beh, le virgolette sono d’obbligo… perché definire “tecnicamente” lavoro quello che ho fatto stamattina (o che dovrò fare nei prossimi mesi) mi sembra veramente eccessivo, e soprattutto, vista la mia nota sinistrosità, un intollerabile affronto verso chi svolge un lavoro vero: parliamoci chiaro, sono un fottuto privilegiato, ed il minimo che possa fare è tenerlo bene a mente. Ciononostante oggi è stato senza alcun dubbio il mio primo giorno di lavoro, dal momento che per adesso dovrei stare in università con un contratto di “collaborazione esterna” (qualsiasi cosa voglia dire… in realtà non ho ancora firmato alcun contratto, quindi per adesso ai sensi della legge sono un disoccupato, ma cerchiamo di capirci…). Per quel che riguarda un futuribile dottorato/assegno di ricerca, come già detto, se ne riparlerà più in là.
Ma scioriniamo un po’ di dettagli! Oggi, com’era facile intuire, non ho fatto un cazzo! Ed i prossimi giorni (in realtà solo domani e mercoledì, che giovedì mattina parto per Perugia…) non si prospettano poi tanto diversi (così sapete dove vanno a finire le vostre tasse, contenti?)… Il problema è che sono stato affiancato a due dottorandi della mie età, che tra l’altro già conoscevo (con uno siamo abbiamo seguito le lezioni insieme dal secondo anno in poi), ma non si capisce bene cosa si debba fare per questo progetto, e potete immaginare bene che questo non facilita lo svolgimento di alcunché… Questa mattina dovevo semplicemente passare per apprendere con dovizia di particolari proprio da questi due ragazzi il da farsi, in modo da capire, tra l’altro, quando avrei dovuto incominciare… alla fine mi sono fermato tutto il giorno, tanto per prendere un po’ dimestichezza con l’ambiente. Credo cha andrò anche nelle mattinate di domani e di mercoledì (gli orari sono – diciamo così – particolarmente elastici e personalizzabili…), mercoledì abbiamo anche una riunione, e non sia mai che si riesca a fare un po’ luce su ‘sto casino…
Bene. Il primo giorno è passato, e sono parecchio curioso di vedere come andranno gli altri (tranquilli, so benissimo che questo entusiasmo svanirà miseramente alla fine della prossima settimana…)
università, primo giorno di lavoro
Lavoro
Dove eravamo rimasti? Beh, ad un mesetto fa, quando ero di ritorno dal mio primo colloquio e della mia prima selezione. In questo tempo la situazione si è parecchio evoluta, fino ad arrivare al bell’epilogo di appena due giorni addietro. Perché, ebbene si, sarò ancora per poco da annoverare nell’ampia schiera dei disoccupati. Ma facciamo un passo indietro e ricapitoliamo tutti i passaggi.
Partiamo dalla nota più negativa. Vi ricordate che avevo partecipato ad una selezione per una nota e blasonata realtà industriale locale? Bene, il mio risultato è stato decisamente infimo. Con 800 iscrizioni, si sono presentati per il primo test di scrematura in 450. Ne sarebbero passati 56 ai colloqui orali (di gruppo, personale e di inglese), per giungere all’assunzione di 18 persone per due anni, nel primo dei quali si sarebbe inoltre frequentato (in orario d’ufficio) ad un master di primo livello su tematiche energetiche. Nella tristezza più totale sono riuscito ad arrivare 320-esimo… un colpo decisamente basso per la mia autostima, soprattutto visto che si trattava di test logici (dove generalmente ci acchiappo…) e non mi sembrava di averli fatti poi così male… che squallore… Ma proseguiamo.
Avevo partecipato anche ad un colloquio di gruppo (il primo di eventuali tre) per una famosa azienda multinazionale di consulenze informatiche, da qui in avanti chiamata “gli squali” (come buona tradizione delle multinazionali, più che un’azienda è uno schiacciasassi…). Beh, per l’incredulità degli astanti (ma soprattutto mia!) ho passato il colloquio! Mi sembrava di aver fatto un buon colloquio (più che altro mi sono divertito come un bambino…), ma non avrei mai pensato di poter passare. Questo mina alla base l’attendibilità dei tanto acclamati test “all’americana”, nei quali questi squali sono all’avanguardia. Perché come è possibile che non si siano accorti che li ho presi per il culo tutta la mattinata? Che razza di valenza “psicologica” può vantare un test così? Ho fatto il pirla (senza per questo mettere in difficoltà gli altri, ci mancherebbe… posso sputtanarsi il mio colloquio, ma non quello degli altri…) per tutto il tempo, e non i danno un calcio in culo? E poi, guardami un po’ bene in faccia! Ti sembro la persona che può essere minimamente interessata al tuo modello di lavoro [alcune loro perle: “Qua siamo una grande famiglia” (aka: gli orari sono flessibili… sul lungo, ovviamente…), “in cinque anni si può diventare manager” (grazie, ma preferisco avere una vita sociale)]. Ora però c’è un dubbio che mi attanaglia: devo essere contento per aver passato il colloquio o mi devo deprimere per essere stato preso in considerazione da certa gentaglia (tra l’altro non mi hanno ancora rimborsato il viaggio)? Ragazzi, son problemi… Ero anche tentato di andare a fare il secondo colloquio, così per fare un po’ di esperienza, ma temporeggiando un po’ sono riuscito ad ottenere le conferme che cercavo per un altro impiego e quindi ‘fanculo gli squali!
Nel frattempo ero stato contattato, tramite il collocamento, da una ditta ligure per la progettazione di autobus elettrici, mi han detto di mandare un curriculum ad un indirizzo di posta, l’ho fatto e non mi hanno più risposto… boh, almeno un’e-mail con scritto “Spiacenti, ma il suo profilo bla bla bla” la potevano anche inviare…
E finalmente si giunge al lavoro che ho accettato! Non la farò lunga, si tratta dell’università con un sacco di allettanti altre proposte. Per adesso farò per un periodo di circa tre/sei mesi (è un progetto e non si sa bene quanto durerà) una collaborazione esterna con l’università, unendomi ad un gruppo di dottorandi nella caratterizzazione molto dettagliata di una centrale a ciclo combinato. Inoltre mi hanno proposto di fare, da settembre, il dottorato di ricerca od eventualmente prendere l’assegno di ricerca. Non nascondo di essere particolarmente contento, anche se gli stessi professori mi hanno avvisato che anche con il dottorato, vista la situazione attuale dell’università italiana, non ci sono molte possibilità di fare carriera accademica. Ma di questo non mi preoccupo, visto che non è assolutamente una mia priorità. Comunque, per il dottorato o assegno di ricerca, ho tutto il tempo che voglio per decidere, anche se sono decisamente orientato per il si. Riguardo al lavoro vado a parlare lunedì con uno dei ragazzi per capire quando dovrei cominciare, anche perché il prossimo fine settimana prossimo il dipartimento mi spedisce a Perugia ad un congresso, faccio addirittura un piccolo intervento sulla mia tesi… (il sistema scolastico italiano è proprio collassato…).
Vi terrò aggiornati sulle evoluzioni!
lavoro, colloqui, università, selezioni, disoccupazione