Pensierini
Venerdì Giugno 13th 2008, 11:46
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Cinque pensierini veloci veloci.

Fare il dottorato di ricerca è molto interessante, ma a volte penso di essere trattato pure troppo bene. Pensate che la mia più grande preoccupazione, per i prossimi mesi, è che a luglio dovrò seguire un corso di 24 ore (che pure mi interessa, visto che l’ho scelto io!) suddiviso in dodici lezioni da due ore, undici delle quali con orario 9-11. E l’idea di dover essere lì a certe ore antelucane mi devasta (lavoratori veri di tutto il mondo, unitevi. Per odiarmi).

Oggi dovrebbero finire di dare il bianco in casa mia. Nei giorni scorsi hanno dato il bianco alla mia stanza e – per ragioni che non vi starò a spiegare, ma che mi hanno fatto particolarmente girare i coglioni – ho dovuto contestualmente mettere a posto un mio armadio contenente, in buona sostanza, i miei giochi di quand’ero bambino. Sono due giorni che ho una scimmia che non vi dico di fare qualche partita con dei giochi da tavolo… e finché si tratta di “Bis”, ci potrebbe anche stare, il problema è quando si parla di “Indovina chi?” o “Brivido”*… Sono sicuro che Freud riuscirebbe a trovare qualche nesso psicologico, ma non so se lo voglio sapere…

Oggi c’è la partita della nazionale contro la Romania, e l’Italia si gioca in una partita sola la permanenza nell’Europeo ed in Europa. Sono infatti convinto che – viste le note doti di compostezza e sportività italiche sommate ai recenti strumentalizzati episodi di cronaca – se la squadra allenata da Donadoni fosse eliminata dalla Romania, scoppierebbe una caccia al rumeno/rom (come se fossero la stessa cosa… ma in effetti, perché leggere un libro di storia, quando si ha un capro espiatorio?) delle più selvagge. Mi immagino già le scene: campo nomadi dati alle fiamme al grido di “Era rigore!”, regolarissimi lavoratori “rimpatriati” con treni piombati per decreto legge d’urgenza (contenente, en passant, qualche gabola salva-nano pelato & Co) ed embargo forzato su tutte le merci provenienti dall’infame stato (unico strappo alla regola, per quelle siliconate). Ovvio che l’Unione Europea, a quel punto, dovrebbe sbattere fuori l’Italia dall’Europa (visto che le notifiche di infrazione – o le multe – non sembrano avere grande effetto…). Uffa, è mai possibile che mi tocchi tifare Italia solo perché sono allergico alla vista del sangue?

Devo le mie scuse a Walter Veltroni. Dopo lunghi ed attenti studi ho capito la grandezza del suo progetto politico. Seguitemi in questo fine ragionamento. Il centro-sinistra e la sinistra – presentandosi tra l’altro assolutamente inappetibili pure per i loro elettori – hanno perso malamente le elezioni, lasciando al nano pelato e piduista un’ampia maggioranza. Detta male: potrà fare il cazzo che gli pare. Tra cinque anni, però, dopo una legislatura guidata da una così male assortita compagine che avrà combinato chissà quali casini, l’opposizione sarà compattata e molto più forte. Ma attenzione! Perché se questo è vero, allora è innegabile il fatto che sei gli anni di legislatura di centro-destra fossero dieci, allora l’opposizione sarebbe ancora più forte. Quindi avrebbe senso ri-presentarsi nel 2013 in maniera suicida come alle scorse elezioni politiche, in modo da avere, nel 2018, un vantaggio strategico fondamentale. A questo punto è facile intuire come il ragionamento precedente possa essere iterato fino al raggiungimento del 2048, quando si potranno finalmente raccogliere i frutti della lungimirante politica a lungo termine del compagno Walter. Nel 2048, infatti, scoppierà finalmente la rivoluzione. Onore al merito quindi a chi, dovendo scegliere se dare un governo semi-quasi onesto all’Italia o porre le basi per il trionfo del comunismo, ha saggiamente e coerentemente optato per la seconda ipotesi. Ah, come sono stato stolto a non comprendere subito la tecnica del grande Walter di instancabile ragno comunista tessitore di rossa tela rivoluzionaria…

In Svezia, dopo essere stati cremati, è possibile fare spargere le proprie ceneri dove si vuole. La trovo una cosa fantastica, e non solo per una possibile scenetta come ne “Il grande Lebowski”, ma anche da un punto di vista – diciamo – familiaristico. Pensate, se fate spargere le vostre ceneri in un bosco, potreste in futuro entrare nella casa dei vostri nipoti sotto forma di un mobiletto dell’Ikea.

* In realtà ci sarebbe anche un altro gioco in scatola che ho riesumato, ma non l’ho citato perché vorrei scrivere, a breve, un post dedicato. Chi sa, quindi, taccia.


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La decapitazione dei capi
Lunedì Aprile 14th 2008, 15:00
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Caduto un governo se ne fa un altro, no? E se domani succedesse proprio come in questo “La decapitazione dei capi”, interessante e provocatorio racconto “semi-inedito” di Italo Calvino, pubblicato il 4 agosto del 1969 sulla rivista satirica “Il Caffè”? Nella nota al testo l’autore specifica: “Le pagine che seguono sono abbozzi di capitoli d’un libro che da tempo vado progettando, e che vorrebbe proporre un nuovo modello di società […]. Ognuno dei capitoli che ora presento [i capitoli sono quattro, nMia] potrebbe essere l’inizio d’un libro diverso; i numeri d’ordine che essi portano non implicano perciò una successione”. Io riporto il primo capitolo, stralci del secondo e del terzo e la conclusione del quarto, tratti dalla raccolta di racconti “semi-inediti” “Prima che tu dica «Pronto»”, pubblicata da Mondadori nel settembre del 1993. Buona lettura.

1

Il giorno in cui arrivai alla capitale doveva essere la vigilia d’una festa. Nelle piazze stavano costruendo palchi, tirando su bandiere, nastri, palme. Si sentivano martellate da ogni parte.
– La festa nazionale? – domandai a quello del bar.
Indicò la fila dei ritratti alle sue spalle. – I nostri capi – rispose – E’ la festa dei nostri capi.
Pensavo che fosse una proclamazione di nuovi eletti. – Nuovi? – domandai.
Tra il picchettare dei martelli, gli altoparlanti che facevano le prove, lo stridere delle gru che rizzavano catafalchi, dovevo, per farmi intendere, lanciare frasi brevi, quasi urlando.
L’uomo del bar fece segno di no: non si trattava di nuovi capi, c’erano già da un po’.
Chiesi: – L’anniversario di quando hanno preso il potere?
– Una cosa così, – spiegò un avventore al mio fianco. – Periodicamente, viene il giorno della festa, e tocca a loro.
– Tocca a loro, cosa?
– Di salire sul palco.
– Quale palco? Ne ho visti molti, uno ad ogni crocicchio.
– A ognuno tocca un palco. I nostri capi sono molti.
– E che cosa fanno? Discorsi?
– No, discorsi no.
– Salgono, e cosa fanno?
– Cosa volete che facciamo? Aspettano un po’, finché durano i preparativi, poi la cerimonia finisce in due minuti.
– E voi?
– Si guarda.
C’era un va e vieni nel bar: carpentieri, manovali che scaricavano dai camion gli oggetti per l’addobbo dei plachi – scuri, ceppi, cesti – e si fermavano a bere birra. Io rivolgevo le mie domande a qualcuno e rispondeva qualcun alto.
– E’ una specie di rielezione, insomma? Una riconferma dei posti, diciamo, dei mandati?
– No, no – mi corressero, – non avete capito! E’ la scadenza. Il loro tempo è finito.
– E allora?
– E allora smettono d’esser capi, di star su: cadono.
– E perché salgono sui palchi?
– Sui palchi si può vedere bene come cade il capo, il salto che fa, tagliato netto, e va a finire nella cesta.
Cominciavo a capire, ma non ero ben sicuro. – Il capo dei capi, volete dire? Nella cesta?
Facevano segno di sì. – Ecco. La decapitazione. Proprio quella. La decapitazione dei capi.
Io ero arrivato lì di fresco, non ne sapevo niente, non avevo letto niente sui giornali.
– Così, domani, tutt’a un tratto?
– Quando tocca tocca, – dicevano. Stavolta cade a metà settimana. Si fa festa. Tutto chiuso.
Un vecchio soggiunse, sentenzioso: – Il frutto quando è maturo si coglie, il capo si decapita. Lascereste marcire i frutti sui rami?
I carpentieri erano andati avanti nel loro lavoro: su certi palchi stavano installando le intelaiature di grevi ghigliottine; su altri fissavano saldamente dei ceppi per la decollazione con la mannaia, addossati a comodi inginocchiatoi (uno degli aiutanti faceva la prova di mettersi giù col collo sul ceppo, per verificare se era all’altezza giusta); altrove ancora allestivano delle specie di banchi da macellaio, con la scannellatura per far scorrere il sangue. Sull’impiantito dei palchi veniva stesa della tela cerata, ed erano già preparate le spugne per nettarla dagli spruzzi. Tutti lavoravano con brio; li si sentiva ridere, fischiare.
– Allora voi siete contenti? Li odiavate? Erano dei cattivi capi?
– No, chi l’ha detto? – si guardarono tra loro, sorpresi. – Buoni. Insomma, né meglio né peggio di tanti. Ehi, si sa come sono: capi, dirigenti, comandanti… Se uno arriva a quei posti…
– Però, – fece uno di loro, – a me questi piacevano.
– Anche a me. A me pure, – fecero eco gli altri. – Io non ci ho mai avuto niente contro.
– E non vi dispiace che li ammazzino? – dissi.
– Come si fa? Se uno accetta d’esser capo sa già come finisce. Mica pretenderà di morire nel suo letto!
Gli altri risero. – Sarebbe comodo! Uno dirige, dirige, poi, come se niente fosse, smette, e torna a casa.
Uno fece: – Allora, ve lo dico io, ci starebbero tutti a fare il capo! Anch’io, guardate, sarei pronto, eccomi qui!
– Anch’io, anch’io, – dissero molti, ridendo.
– Io proprio no, – fece uno con gli occhiali – così no: che senso avrebbe?
– E’ vero. Che gusto ci sarebbe ad esser capi in quel modo? – intervennero varie voci. – Una cosa è fare quel lavoro sapendo quel che ti aspetta, e un altro è… ma come si potrebbe farlo, altrimenti?
Quello con gli occhiali, che doveva essere il più colto, spiego: – L’autorità sugli altri è una cosa sola col diritto che gli altri hanno di farti salire sul palco e abbatterti, un giorno non lontano… Che autorità avrebbe, un capo, se non fosse circondato da quest’attesa? E se non glie la si leggesse negli occhi, a lui stesso, quest’attesa, per tutto il tempo che dura la sua carica, secondo per secondo? Le istituzioni civili riposano su questo doppio aspetto dell’autorità; non si è mai vista civiltà che adottasse altro sistema.
– Eppure, – obbiettai, – io vi potrei citare dei casi…
– Dico: vera civiltà – insistette quello con gli occhiali, – non parlo degli intervalli di barbarie che hanno durato più o meno a lungo nella storia dei popoli…
Il vecchio sentenzioso, quello che prima aveva parlato dei frutti sui rami, brontolava qualcosa tra sé. Esclamò: – Il capo comanda finché è attaccato al collo.
– Cosa volete dire? – gli chiesero gli altri. – Volete dire che se per ipotesi un capo passa il termine, facciamo il caso, e non gli si taglia la testa, resta lì a dirigere, per tutta la vita?
– Così andavano le cose, – assentì il vecchio, – ai tempi in cui non era chiaro che chi sceglie d’essere capo sceglie d’essere decapitato a breve termine. Chi aveva il potere se lo teneva stretto…
Qui, io avrei potuto interloquire, citare degli esempi, ma nessuno mi dava retta.
– E allora? Come facevano? – chiedevano gli altri.
– Dovevano decapitare i capi per forza, con le cattive, contro la loro volontà! E non a date stabilite, ma solo quando non ne potevano proprio più! Questo succedeva prima che le cose fossero regolate, prima che i capi accettassero…
– Oh, vorremmo ben vedere che non accettassero! – dissero gli altri. – Vorremmo anche vedere questa!
– Le cose non stanno così come dite, – intervenne quello con gli occhiali. – Non è vero che i capi siano costretti a subire le esecuzioni. Se diciamo questo perdiamo il senso vero dei nostri ordinamenti, il vero rapporto che lega i capi al resto della popolazione. Solo i capi possono essere decapitati, perciò non si può volere essere capi senza voler insieme il taglio della scure. Solo chi sente questa vocazione può diventare un capo, solo chi si sente già decapitato dal primo momento in cui siede a un posto di comando.
A poco a poco gli avventori del bar s’erano diradati, ognuno era tornato al proprio lavoro. M’accorsi che l’uomo con gli occhiali si rivolgeva solo a me.
– Questo è il potere, – continuò, – quest’attesa. Tutta l’autorità di cui uno gode non è che il preambolo della lama che fischia in aria, e s’abbatte con un taglio netto, tutti gli applausi non sono che l’inizio di quell’applauso finale che accoglie il rotolare della testa sull’incerata del palco.
Si tolse gli occhiali per pulirli nel fazzoletto. M’accorsi che aveva gli occhi pieni di lacrime. Pagò la birra e andò via.
L’uomo del bar si chinò al mio orecchio. – E’ uno di loro, – disse. – Vede? – Tirò fuori una pila di ritratti che aveva sotto il banco. – Domani devo staccare quelli e appendere questi altri. Il ritratto in cima era quello dell’uomo con gli occhiali, un brutto ingrandimento d’una fotografia formato tessera- – E’ stato eletto per succedere a quelli che lasciano il posto. Domani entrerà in carica. Tocca a lui, adesso. Secondo me fanno male a dirglielo il giorno prima. Ha sentito su che tono la mette? Domani assisterà alle esecuzioni come se già fossero la sua. Fanno tutti così, i primi giorni; s’impressionano, s’esaltano, gli pare chissacché. La «vocazione»: che parolone tirava fuori!
– E dopo?
– Si farà una ragione, come tutti. Hanno tante cose da fare, non ci pensano più, finché non viene il giorno della festa anche per loro. O almeno: chi può leggere nel cuore dei capi? Fanno mostra di non pensarci. Un’altra birra?

2

[…] Adesso, con la televisione, la presenza fisica degli uomini politici è qualcosa di vicino e familiare; le loro facce, ingrandite dal video, visitano quotidianamente le case dei privati cittadini; ognuno può, tranquillamente affondato nella sua poltrona, rilassato, scrutare il moro dei lineamenti, lo scatto infastidito delle palpebre alla luce dei riflettori, il nervoso umettare delle labbra tra parola e parola… Specialmente nelle convulsioni dell’agonia il viso, già ben noto per essere stato inquadrato tante volte in occasioni solenni e festose, in pose oratorie o di parata, esprime tutto sé stesso: è in quel momento, più che in ogni altro, che il semplice cittadino sente il governante come suo, come qualcosa che gli appartiene per sempre. […] In questo consiste appunto l’ascendente dell’uomo pubblico sulla folla: è l’uomo che avrà una morte pubblica, l’uomo alla cui morte siamo certi d’assistere, tutti insieme, e che per questo è circondato in vita dal nostro interesse ansioso, anticipatore. Come andassero le cose prima, al tempo in cui gli uomini pubblici morivano nascosti, non riusciamo più a immaginarlo; oggi ci fa ridere il sentire che definivamo democrazia certi loro ordinamenti d’allora; per noi la democrazia comincia solo dal giorno in cui si ha la sicurezza che al giorno stabilito le telecamere inquadreranno l’agonia della nostra classe dirigente al completo, e, in coda allo stesso programma (ma molti degli spettatori a quel momento spengono l’apparecchio) l’insediamento del nuovo personale, che resterà in carica (e in vita) per un periodo equivalente. […] Solo questa conquista, ormai definitiva, l’unificazione dei ruoli del carnefice e della vittima, ha permesso d’estinguere negli animi ogni resto d’odio e di pietà. […]

3

[spoiler: nei capitoli 3 e 4 Calvino cambia radicalmente discorso e racconta di un fantomatico movimento rivoluzionario russo che vuole rovesciare lo zar per imporre proprio la teoria della decapitazione dei capi. Visto però che la vittoria è molto di là da venire, tale teoria – per ovvi motivi – non è ancora applicata. Per ricordare la dottrina si decide però di tagliare periodicamente parti del corpo (dita, orecchia, etc…) ai dirigenti]

[…] Il sistema della potatura dei capi fece una buona riuscita. Con un danno per il fisico relativamente modesto s’ottenevano risultati morali di rilievo. L’ascendente dei capi cresceva con le mutilazioni periodiche. Quando una mano dalle dita mozze s’alzava sulle barricate, i dimostranti facevano blocco e gli ulani a cavallo non riusciva a disperdere la folla urlante che li sommergeva. […]

4

[…] La strada è lunga. L’ora della rivoluzione non è ancora suonata. I dirigenti del movimento continuano a sottomettersi al bisturi. Quando arriveranno al potere? Per tardi che sia, saranno i primi capi che non deluderanno le speranze riposte in loro. Già li vediamo sfilare per le vie imbandierate il giorno dell’insediamento: arrancando con la gamba di legno chi ancora avrà una gamba intera; o spingendo la carriola con un braccio chi ancora avrà un braccio per spingerla, i visi nascosti da maschere piumate per nascondere le scarnificazioni più ripugnanti alla vista, alcuni inalberando il proprio scalpo come un cimelio. In quel momento sarà chiaro che solo in quel minimo di carne che loro resta potrà incarnarsi il potere, se un potere ancora avrà da esistere.


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Amarcord
Lunedì Marzo 31st 2008, 16:16
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Come dimenticare certe chicche del passato?

L’immagine (riscalata) l’ho rubata da questo sito, dove sono presenti i primi numeri di Cuore scannerizzati. E’ fortemente consigliata la lettura a chi sente la mancanza dello storico settimanale di resistenza umana o a chi vuole vedere cosa significhi fare satira.


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Corrado Guzzanti strikes back!
Lunedì Marzo 03rd 2008, 16:32
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Ieri sera, dopo molto tempo di assenza, a “Parla con me” c’è stato il ritorno di Corrado Guzzanti, uno dei pilastri della satira italiana. Il suo intervento nei panni del teologo “don Pizzarro” ha dimostrato come il talento non conosca tempo.

Embeddo di seguito i due spezzoni. Da encomio la citazione alla battuta di Luttazzi (“[Ferrara] stava in questa vasca, ‘na confusione che non ti dico…”).


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Riparliamone…
Giovedì Gennaio 24th 2008, 12:10
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Non so quanti di voi abbiano visto domenica sera la puntata di “Parla con me”, ma tra le tante chicche proposte (Vergassola con i cannoli e la sua raccolta differenziata delle notizie, la Banda Osiris che faceva gli UDeur, le sempre spassose interviste al citofono di Andrea Rivera e gli illuminanti monologhi di Ascanio Celestini) ce n’è stata una di primissimo ordine, ovvero i geniali skecth di Paola Cortellesi [che brava lo è fin dai tempi di “Magica Trippy” (e ditemi se, in tempi di raccomandazioni Rai, non è attuale questo filmato di Mapi…)… certo che quelli della Gialappa’s band erano proprio bravi…]. Embeddo qua il primo sketch.

Qui potete trovare anche gli altri due, oltre a molto materiale tratto da “Parla con me” (vi consiglio Neri Marcorè che fa Fassino, Gasparri ed Alberto Angela perché sono divertentissimi). Buona visione!


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Bei momenti… reprise (questa volta veramente!)
Domenica Ottobre 01st 2006, 01:55
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Per chi non avesse intuito… Ho ritrovato la macchina!!! O meglio i carabinieri (per una settimana, quindi, vietate barzellette…) me l’hanno trovata! Non ci speravo più.

La bella notizia è arrivata ieri (sabato) alle 13 e 30. Mi chiamano sul cellulare e mi dicono che hanno trovato la mia macchina alla Foce, vicino a piazza Rossetti. Mi precipito con l’altra macchina e con mia madre e troviamo la pattuglia ad aspettaci. Sorpresa sorpresa… la macchina è perfettamente parcheggiata nelle striscie blu della zona C! All’interno mancano due vecchi maglioni di mio padre e di mia madre (i “maglioni di salvataggio”, geniale idea di mio padre), ma ci sono in più un telo mare ed una felpa taglia M di marca (che non verrà citata in quanto da spocchiosi fighetti del cazzo… mica si fa pubblicità agli stronzi, qui…) molto sporchi, ma non di sangue (per sicurezza li abbiamo comunque buttati via). Ah, c’era anche un prolungamento per le cuffie, del tipo che ha sul filo tutti i comandi (questo invece me lo sono tenuto…). La macchina è stata fatta partire dai ladri con delle graffette al posto delle chiavi (wow…) ed il tappo del serbatoio è rotto perché hanno cercato di sfasciarlo per fare benzina (ovviamente la macchina era in riserva…): adesso c’è ma dobbiamo sostituirlo. Che altro? Forse c’è una riga in più, ma ce n’erano già talmente tante prima che valla a scovare…

La dinamica del furto non mi è ancora molto chiara… molti ragionamenti che ho provato non stanno in piedi in maniera brillantissima… però per oggi chissenefrega… la macchina è tornata e questo è quello che conta… lo Sherlock Holmes che è in me il finesettimana non lavora…



Bei momenti…
Domenica Settembre 17th 2006, 23:48
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Una convention di trapanatori assassini che si accaniscono dentro alla mia testa, napalm di nausea e bombe a grappolo di apatia (e mica per postumi da alcool!): non c’è dubbio, venerdì è stata proprio una piacevole giornata. Ah, mi hanno anche rubato la macchina.

Due notizie positive. La prima è che la sera del fattaccio nessun estraneo ha spento le sue sigarette su di me. Ammetto che sarebbe stata una degna conclusione del bel giorno che volgeva al termine, ma non credo avrei retto bene il fatto di veder marchiata a fuoco la mia sfiga. Non in quel modo. Almeno con dei sigari cubani.

L’altra (se notizia positiva si può definire) è che hanno rubato la Y10, che è vecchia e scassata, e non la Punto nuova (vabbè, di due anni).

Perché rubare la Y10 è un po’ un mistero. E’ rigata ed in condizioni ridicole: le uniche due caratteristiche appetibili sono il fatto che è 4×4 (per i pezzi di ricambio…) e che ha due ruote nuove…

‘Sta cosa del furto mi ha fatto pensare all’impellente necessità di una “enciclopedia delle imprecazioni”, una sorta di manabile, quindi di facile consultazione e ridotte dimensioni, che aiuti a non restare a corto di parole in momenti così delicati. Ho notato infatti che il torpiloqio di uso comune risulti monotono e poco fantasioso, limitandosi all’utilizzo delle solite stantie locuzioni correlate a bolse parole ed ormai canuti santi e madonne. Non ci farebbe invece pensare di affrontare ad armi pari il nostro fato il fatto di non farci cogliere alla sprovvista, inveendo a tema e con minuziosa dovizia di particolari, contro la mala sorte? Io credo proprio di si: non c’è nulla di meglio di una dettagliata ed iperbolica sequenza di improperi, possibilmente nella metrica del greco antico, per scaricare la frustrazione dovuta a qualcosa che va storto.

Ah, se per caso vedete in giro una Y10 1100 4×4 verdescuro metallizzata di traga GE E53001, fate un fischio, anzi chiamate i carabinieri…



Il manifesto
Venerdì Luglio 14th 2006, 20:18
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“Faccio un gesto
e manifesto”

Manifesto - Bandabardò

Il manifesto, storico quotidiano comunista che da 35 anni rappresenta una fucina di spunti critici a sinistra, è in serio pericolo. La notizia è un po’ vecchia, ma con il fatto del down del sito la pubblico solo ora. Di seguito il primo editoriale firmato dai direttori Gabriele Polo e Mariuccia Ciotta.

Da trentacinque anni il manifesto rappresenta un caso unico nel panorama editoriale italiano e non solo. Nessun padrone se non la cooperativa dei lavoratori che lo mettono ogni giorno in edicola, stipendi (bassi) uguali per tutti, un giornalismo politico indipendente e autogestito specchio delle trasformazioni che hanno segnato questi anni. Un bene comune, un vero e proprio «mostro» - nel senso letterale del termine - che ha l’ambizione di stare sul mercato violandone le leggi, un luogo aperto della sinistra. Anche la porta d’ingresso è sempre spalancata e chiunque può entrare, persino gli indesiderati, come è accaduto qualche anno fa. In questi trentacinque anni abbiamo vissuto pericolosamente (e spericolatamente): centinaia di migliaia di persone lo sanno bene, quelli che ci hanno letto, lavorato e chi ci ha usato per le proprie passioni. Le crisi finanziarie hanno scandito la nostra esistenza: le abbiamo sempre superate con il nostro lavoro e con l’aiuto del «nostro mondo». Ora siamo al punto che trentacinque anni possono precipitare in un pomeriggio d’estate. Perché la libertà costa, soprattutto a chi la pratica, e arriva il momento che quei costi si materializzano in scadenze non più rinviabili. Per evitare il precipizio abbiamo bisogno di aiuto, perché questa crisi è più grave delle altre e mette a repentaglio la stessa esistenza del giornale. Non è un grido d’allarme, è una semplice notizia: nelle pagine interne ne illustriamo i termini. Perciò da oggi inizia un referendum sul futuro di questo giornale: le schede elettorali stanno nel portafoglio di tante e tanti. Perché questa è una crisi che non riguarda solo noi. Coinvolge i nostri lettori più affezionati, ma anche chi ci ha comprato una volta sola nella sua vita. Chiama in ballo tutta la sinistra (nell’accezione più ampia del termine, dai partiti ai sindacati all’associazionismo) ma anche il mondo dell’informazione cui questo giornale qualcosa ha pur dato (e continuerà a dare). Sono tutti questi i nostri «padroni», tutti quelli che - magari guardandoci da lontano - pensano che la democrazia abbia bisogno di un «mostruoso» antidoto contro i rischi di omologazione del pensiero. Saremo presuntuosi, ma crediamo che la nostra voce sia essenziale, che il nostro essere uno strumento di lavoro per la critica dell’esistente sia una cambiale che non dobbiamo pagare da soli. E che, perciò, la nostra sorte non riguardi solo chi lavora in via Tomacelli o chi continua a stare «dalla parte del torto», ma anche chi la pensa in modo opposto. Per questo la nostra crisi la mettiamo in piazza, per questo faremo «l’appello» dei sottoscrittori e ne racconteremo gli esiti. Da oggi entriamo in una fase di mobilitazione generale. Siamo convinti di farcela. Noi ci metteremo tutto il nostro lavoro di sempre e le nostre aperture al mondo.Ma abbiamo bisogno di tutti voi. Diteci se voi avete bisogno di noi. O se - come ha detto quel genio del Savoia - siamo solo una pessima carta e un terribile inchiostro.



Fratelli d’Italia!?
Sabato Giugno 17th 2006, 16:23
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La creatività latita? Bene, ripartiamo dai maestri… Eccovi il solito geniale intervento di Stefano Benni (rubato da “La Repubblica”)!

Il commentatore bipartisan

Dopo l’esplosione di Calciopoli, sono già nati due gruppi di ultrà: quelli della condanna e quelli del perdono. La nuova linea “tutti colpevoli, nessuno colpevole” sta fronteggiando l’indignazione iniziale. Ovviamente l’esito dei mondiali influenzerà le decisioni future. Piazza pulita o amnistia? Come abbiamo già fatto nei campionati passati, presentiamo una soluzione bipartisan. Cioè due pezzi, uno da leggere in caso di eliminazione rapida dell’Italia, e un altro in caso di passaggio al turno successivo.

Articolo uno (in caso di eliminazione al primo turno)

Un manipolo di mercenari guidati da uno stolto incompetente, espressione di un campionato corrotto e guasto, hanno consumato in Germania l’ultimo atto di una catastrofe che noi avevamo previsto da tempo.

Il calcio che esce pieno di vergogna da questo Mondiale è il calcio dei Moggi, dei De Santis, dei Galliani e dei Carraro, tutti idealmente corresponsabili del dileggio di cui il mondo ora ci fa oggetto.
Uomini che non si sono fatti scrupolo di creare un perverso reticolo di telefonate subdole, di ricatti, di sorteggi truccati, di favori a figli e nipoti, fino alla farsa di chiudere arbitri negli spogliatoi e regalare automobili e orologi a guardalinee e giornalisti, in un’indecente escalation di corruzione.
Questo veleno poteva avere un solo effetto: e cioè l’eliminazione della nazionale italiana dai mondiali.

I giocatori azzurri hanno mostrato sul campo la loro fiacca pochezza di miliardari viziati mossi non da passione calcistica, ma da sfrenato esibizionismo, onnipresenti in spot ossessivi e volgari pubblicità dove mostrano i corpaccioni nudi e anabolizzati in sordidi spogliatoi, per sostenere un ormai spento e pacchiano Made in Italy. E così li abbiamo visti trascurare gli allenamenti per trastullarsi in conversazioni con passerotti, sfornare libri di battutacce e collezionare amorazzi con veline.

E che dire dell’omertà, delle scommesse, e del doping? Si vergogni chi ha taciuto!

Ma oggi la realtà del calcio moderno ci punisce. Avevamo deriso e sottovalutato il crescere gioioso del calcio africano, l’entusiasmo dei gagliardi marines del soccer Usa e la grande tradizione ceca.

Sul campo si è visto come il nostro calcio, senza la protezione di arbitri compiacenti e di camarille, sia ben poca cosa. Dov’è finita la fantasia italica, se i nostri giocatori nel tempo libero sono ormai onanisti da playstation?

Ora una sola è la parola d’ordine: punire i colpevoli.

È necessario un vero repulisti. Stipendi decurtati, indagini a tappeto su contratti e bilanci e soprattutto punizioni esemplari. Condanne severe per chi ha distrutto il calcio italiano. Moggi, De Santis e Galliani radiati a vita. Juventus, Milan e Lazio e compagnia bella in serie C, anzi nelle interregionali. Moviola in campo, negli spogliatoi e nelle discoteche, arbitri esteri che sostituiscano la corrotta classe arbitrale nostrana. E come giornalisti, ci impegniamo fin d’ora affinché questo accada, senza favoritismi di sorta. E se a Natale qualcuno di noi riceverà non dico un orologio Rolex, ma anche un semplice panettone, lo rispedirà al mittente con la motivazione: «Adesso basta!».

Pezzo due (in caso di passaggio del turno)

Un manipolo di eroi guidato da un Napoleone del calcio, espressione di un glorioso campionato più forte dei sospetti e della caccia alla streghe, hanno consumato in Germania il riscatto morale e tecnico che noi avevamo sperato e previsto da tempo.

Il calcio italiano che esce da questa meravigliosa impresa non è il calcio dei corvi e dei mestatori, ma il calcio che anche i tanto vituperati Moggi, Galliani e De Santis, hanno tenuto in vita, forse con qualche esagerazione e birichinata, ma sempre dettata dalla passione sportiva.

Uomini che sono stati crocefissi per qualche telefonata di cui era evidente l’intento conviviale e goliardico, colpevoli solo di essersi preoccupati dell’avvenire dei loro figli, additati al ludibrio per qualche innocua burla e la propensione a donare.

Ma questo veleno non ha intaccato la saldezza morale degli azzurri che hanno mostrato sul campo come non siano i miliardi, ma l’amore patrio a guidare piedi e cuori. Calciatori moderni che sanno interpretare con intelligenza il loro ruolo di testimonial, fino a esibire la loro maschia bellezza per propagandare il sempre fresco e inventivo Made in Italy. Ma anche capaci di parlare con gli animali, di pubblicare deliziosi florilegi di battute e pronti a ricordare al mondo la superiorità dell’amante latino al fianco di giovani artiste belle e promettenti.

E che dire sulle presunte omertà, sulle scommesse, sul doping? Si vergogni chi ne ha parlato.

Ma il calcio moderno ci ha dato ragione. Qualcuno aveva sopravalutato e agitato come spauracchio lo sgangherato calcio africano, il ridicolo tentativo americano di giocare a baseball coi piedi e l’ormai bolso calcio cecoslovacco.

Sul campo si è visto come non sono gli arbitri o le camarille a determinare il risultato, ma la tecnica e gli attributi. E all’estro del nostro calcio, abbiamo unito i fulminei riflessi allenati dalla pratica dei videogiochi.

Ora una sola è la parola d’ordine: punire i colpevoli.

È necessario un repulisti. Via gli accusatori e i mestatori. Querele e multe a chi ha sparso fango, sanatorie per i bilanci.

Certo qualche piccola irregolarità c’è stata, e non vogliamo il solito insabbiamento. Perciò lanciamo una proposta di indiscutibile limpidezza: il prossimo anno tutte le squadre di serie A, partiranno da meno quindici punti. Con questa giusta penalizzazione, nessuno potrà dire che il campionato non nasca regolarmente.

Ma soprattutto, siano comminate condanne severe a chi ha calunniato. Radiati dall’albo Zeman, Rivera e Borrelli. Moggi Galliani e Carraro senatori a vita, a parziale riparazione dei torti subiti.

Per finire, come giornalisti, sorveglieremo che niente più turbi il campionato più bello del mondo. E se a Natale qualcuno riceverà non dico un orologio, ma un solo panettone, lo rispedirà al mittente con questa motivazione: «Cazzo, mi avevate promesso una Fiat Croma!».



Del mondo…
Giovedì Aprile 06th 2006, 00:44
Archiviato in: Musica, Piccoli sfoghi contemporanei, Personale, Varie ed eventuali

Cari i miei coglioni, eccovi, in ordine parecchio sparso, un po’ di considerazioni della buonanotte sui massimi sistemi, il senso della vita, il destino dell’uomo ed inezie del genere…

  1. Venisse un crampo in culo a chi ha inventato la primavera! Tutti che dicono: “Oh, che bello! Il ritorno del verde! La natura che sboccia! I campi in fiore!”. Belle cazzate. “I campi in fiore!”. Appunto. Quelli sono la mia morte. Tutto quel cazzo di polline che si sparge per il mondo per affluire copioso al mio povero ed indifeso naso di allergico… Mentre voi ve ne partite per le prime grigliate o andate a fare la classica gita di pasquetta, io, con un naso rosso che nemmeno un avvinazzato cronico di tavernello, corro a ritirare la mia fornitura gigante di Kleenex: se non fossi ideologicamente avverso al mondo imprenditoriale in quanto tale potrei diventare il socio di maggioranza… E poi, la primavera ha dei colori bruttissimi, freddi. E’ una stagione falsa e contraddittoria. La stagione che preferisco è l’autunno. Avete presenti i colori dell’autunno? Quelli si che sono colori! Altro che il verde e giallo chiaro della primavera! In autunno i colori sono caldi. Il rosso, marrone e giallo scuro delle foglie appassite! Ma siete mai stati in un bosco d’autunno? I soggetti degli impressionisti erano per lo più autunnali! Allora basta! Propongo di abolire la primavera! Cerco volenterosi per raccogliere le firme, così facciamo in referendum! E che Ruini e Ratzinger non provino a rompere il cazzo anche ‘sta volta perché pasqua è in primavera! ‘Fanculo la primaveraaaaaa!!! (ma ‘fanculo anche un po’ Ruini e Ratzinger! E se voi non sapete perchè, state tranquilli che loro lo sanno…).
  1. Avevo promesso di scrivere due righe sulla festa di laurea di Franco e della Vale di sabato scorso. Che dire? Gran bella festa, location inusuale ma adatta, momenti di degenero molto divertenti. Da ricordare un Franco inspiegabilmente semi-quasi-sobrio (ma ancora provato dai postumi del giorni prima…) e Smart munito, il giro d’onore della vespa in sala, un bulacco d’alcool (un plauso ai barman volontari! Bravi e grazie!) , un bulacco propriamente detto e basta, gli accostamenti musicali degli infiniti instant-dj ai limiti dell’azzardo (c’era una bulgara figa quanto volete ma con dei gusti musicali da meritare una morte dolorosa), una squisita sangria (nonostante il poco tempo concessomi per la preparazione…), il metronotte rifondarolo delle 3, l’allarme antincendio ed un geometrale Mac Gyver, i vestiti di scena rubati (tra cui una bellissima cravatta rossa e l’albero), tanta, ma tanta, buona, ma buona, roba da mangiare (le torte dolci! La frittata delle 4!) ma soprattutto tanto tanto divertimento! Vogliamo un’altra festa!
  1. Stamattina sono andato ad iscrivermi al centro per l’impiego (il “nuovo” collocamento) della provincia. Non che fossi particolarmente interessato, però avevo saputo da Michele che gli iscritti avrebbero potuto richiedere borse di studio per un corso di francese della durata di 30 ore. Ho già fatto francese alle medie ma mi ricordo veramente poco (non l’ho mai più praticato). Un corso gratis di 4 ore alla settimana sarebbe stato utile e mi sarebbe interessato molto, oltre a fare un po’ di curriculum per cercare lavoro all’estero. Peccato che servissero 4 mesi di anzianità… vabbè se ne parla ad ottobre… Intanto mercoledì ho un colloquio (obbligatorio…) con ‘sti qua del centro per l’impiego, alla fine del quale, probabilmente, mi diranno che sono un coglione… (arrivate tardi, mi dispiace… c’ha già pensato qualcun altro…). Mah, dato che non credo che l’iscrizione mi sarà di qualche aiuto nel trovare lavoro (spero che una laurea in ingegneria sia sufficiente…), cercherò di usare il centro per attività secondarie. Per adesso è saltata la possibilità dei corsi di francese, magari mi riesco a far pagare un corsettino semplice semplice da tecnico del suono (come usare bene un mixer da concerti serio…) che è una cosa che mi è sempre interessata. Non che mi interessi come lavoro. Più come sfizio. Forse è un atteggiamento un po’ parassitario, ma, come filosofia, la trovo meno falsa di altre.
  1. Quando sono uscito di lì sono passato alla Fnac. Il giorno che ho uno stipendio, ho paura che lo investirò nel settore dischi della Fnac… troppe tentazioni… Hanno un sacco di bella roba e non solo le ultime uscite, la catalogazione è fatta con criterio, e sono competenti nonostante il fatto di non essere un negozietto. Purtroppo oggi ho dimostrato un’altra volta di essere un inguaribile coglione (è il lietmotif della giornata). C’è un sacco di musica nuova ed io cosa compro? Il primo disco di Ben Harper, “Welcome to the Cruel World”, datato 1993! Disco che già ho, se capite cosa intendo (cioè che adesso ne ho due copie originali, no?). Ok che al prezzo di 6 euro e 50 chiunque non sia o sordo o completamente privo di gusto (è fantastico, poche discussioni. Blues acustico con slide, basso e batteria ma in stile molto personale. Bello bello bello.) l’avrebbe comprato! Però… una persona seria avrebbe cercato qualcosa di nuovo… Quindi finisco con un appello! Passatemi roba nuova! Ne ho bisogno! (Per Rob: i Cooper Temple Clause li ho ascoltati. Proprio bravi. Quando tornano in Italia fammi sapere.)

Se avete letto fino in fondo vi ringrazio ma mi dispiace un po’ per voi… sicuro che non avete proprio di meglio da fare?


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